Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Ampliata con Madama Butterfly l’attività al Teatro Verdi di Trieste.

COMUNICATO STAMPA

L’ATTIVITÀ DA SETTEMBRE A DICEMBRE SI ARRICCHISCE CON MADAMA BUTTERFLY

Tra le novità anche la ripresa di Mozartiade e Pasticci a Trieste

Trieste, 2 agosto 2021: All’attività artistica del Teatro Verdi di Trieste, già presentata nei mesi scorsi, si aggiungono alcune novità. Programmati gli spettacoli Mozartiade e Pasticci a Trieste, rispettivamente a settembre e ottobre, che vengono recuperati dopo l’annullamento nel 2020 a causa della pandemia. Inserita nel calendario anche Madama Butterfly, un’ ulteriore opera, titolo molto amato e popolare, in scena a ottobre. A seguire, come già annunciato, Il barbiere di Siviglia, a dicembre, e il tradizionale concerto di Natale e quello di Fine anno. 

“La ripresa a settembre è nel segno dell’ottimismo – sottolinea il Sovrintendente Stefano Pace – mantenendo sempre le misure di sicurezza che saranno necessarie, ma auspicando che al più presto si possa tornare a una situazione di normalità”.  “La vendita dei biglietti – ricorda il Direttore Generale Antonio Tasca – inizierà il primo giorno di settembre, per l’attività fino a dicembre. Il teatro va avanti e rilancia. Sempre a settembre verrà anche presentata la nuova campagna abbonamenti, per la stagione 2022 (gennaio-giugno)”. Stagione che si aprirà con la prima opera di Nicola Piovani, Amorosa Presenza. 

Mozartiade e Pasticci a Trieste: Mozartiade (ovvero Bastiano e Bastiana), sarà in scena dal 10 al 16 settembre. Maestro concertatore e direttore Roberto Gianola, interpreti Rinako Hara (Bastiana), Andrea Schifaudo (Bastiano), Nina Dominko (La Regina) e Andrea Binetti (Cola), con il nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, con Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione

“Mozartiade ritorna al Verdi. Il Singspiel in un atto – spiega il Direttore Artistico Paolo Rodda – su libretto di Friedrich Willhelm Weiskern e Johann Andrea Schachtner da Le divine du village di Jean-Jacques Rousseau, con la musica di Wolfgang Amadeus Mozart, viene proposto nella nuova orchestrazione a cura di Marco Taralli e Paola Magnini, la traduzione e versione ritmica di Andrea Binetti e Roberto Gianola”. 

Pasticci a Trieste (ovvero La prova di un’opera seria), sarà in scena dal 23 al 29 ottobre. Maestro concertatore e direttore Yuki Yamasaki, interpreti Daniela Mazzucato (Giuditta), Nicoletta Curiel (Fedora), Max René Cosotti (Aureliano) e Andrea Binetti (Raffaello Pasticci). “Si tratta – prosegue Rodda – di una rivisitazione dell’opera di Francesco Gnecco. In questa nuova messa in scena il Poeta Pasticci, uno dei protagonisti, guiderà il pubblico all’interno del duttile canovaccio pensato dal compositore Gnecco, nel mondo musicale di una Trieste che forse non tutti conoscono. La parte musicale è stata riorchestrata dal compositore Matteo Musumeci, la regia è affidata a Andrea Binetti”.

“Ricordo – aggiunge Rodda – che entrambi gli spettacoli erano inizialmente previsti al Ridotto, mentre andranno in scena nella sala principale”. 

Madama Butterfly: l’opera, con musica di Giacomo Puccini, sarà in scena dall’1 al 9 ottobre. Maestro concertatore e direttore Francesco Ivan Ciampa, regia di Alberto Triola. Interpreti principali: Eugenia Muraveva/Federica Vitali (Madama Butterfly), Francesco Castoro/Riccardo Rados (F.B.Pinkerton), Elia Fabbian/Luca Galli (Sharpless) e Na’ama Goldmann (Suzuki). L’opera è già andata in scena nella stagione 2018-2019 e torna con nomi importanti e molto apprezzati. Lo spettacolo sarà presentato nel dettaglio a fine estate. 

Il Verdi ritrova il suo pubblico: il teatro ha ripreso l’attività con il pubblico in presenza lo scorso 12 giugno con l’evento speciale “Stabat Mater”, concerto in memoria delle vittime della pandemia. Spazio poi a “La Traviata”, “Il Lago dei Cigni”, “La Vedova Allegra” e lo scorso week end “Tango e dintorni”, spettacoli molto amati, che più volte hanno fatto registrare il tutto esaurito. Gran finale della prima parte della stagione con Viva “Il” Verdi, l’atteso concerto in programma domenica 8 agosto.

Recensioni semiseria de La Vedova allegra di Franz Lehár al Teatro Verdi di Trieste: meglio soldi che male accompagnati.

Alla fine la trama dell’operetta La vedova allegra si potrebbe ridurre al calembour del titolo. E poi diciamolo, tornare a teatro non ha prezzo!

L’operetta a Trieste raccoglie da sempre unanimi consensi ed è quindi comprensibile l’inserimento di un titolo paradigmatico come La vedova allegra di Lehár in questa stagione di transizione.
Tra l’altro anche recentemente l’argomento operetta è stato oggetto di studi, come riportato da OperaClick nel bel lavoro di Luisa Antoni.
Genere musicale peculiare, che galleggia vaporoso in una zona franca ai confini del più austero Singspiel tedesco e della spensierata e graffiante opèra-comique francese, l’operetta alterna brani musicali a dialoghi parlati e intermezzi coreutici.
Lavoro mitteleuropeo per eccellenza, la Vedova Allegra ha in sé una specie di contraddizione schizofrenica: si nutre della decadenza fané dell’impero asburgico ma è ambientata a Parigi, dove si trova l’ambasciata dell’immaginario principato balcanico del Pontevedro.
Da qui, poi, l’intricata e ricca trama della vicenda, speziata da equivoci stravaganti, feste, sberleffi e sapide considerazioni politiche a latere che hanno portato a conseguenze non risibili al debutto a Trieste nel 1907: lo stesso Lehár se ne andò per protesta lasciando il podio a un altro direttore.
Il problema principale dell’allestimento di un’operetta è che non esiste oggi una forma di spettacolo più inattuale: i dialoghi e le battute devono essere ripensati e attualizzati per “parlare” a un pubblico affatto diverso di quello di inizio Novecento. Questa situazione ha spesso portato a forzature, cachinni e giochi di parole grevi più adatte all’avanspettacolo che a un genere che è invece nobile e sofisticato.
Perciò va dato atto subito al regista Oscar Cecchi e al suo team di aver allestito uno spettacolo scevro di qualsiasi volgarità e anzi di aver trattato con divertita leggerezza il tema dell’omosessualità di Njegus, anche grazie alle qualità dell’interprete, Andrea Binetti, che è un artista a tutto tondo ed è risultato il migliore della compagnia proprio per la sua affinità elettiva con lo specifico genere musicale.
Sull’allestimento hanno pesato, anche in quest’occasione, le norme restrittive dovute al contenimento del Covid-19.
Per questo motivo il primo atto – dopo un simpatico momento di metateatro – è parso piuttosto scarno e poco attraente, ma lo spettacolo ha poi preso quota nel proseguo quando, sfoltiti gli intermezzi parlati, le due feste (pontevedrina e parigina) sono state movimentate dalle danze popolari, da uno scenario suggestivo nel racconto dell’incantesimo di Vilja e dal Can-Can da Maxim’s. Molto brava la ballerina solista Cler Bosco, detto per inciso.
Bello l’impianto luci, purtroppo non segnalato in locandina, e adeguate le scene (Paolo Vitale) e le coreografie (Serhiy Nayenko).
Intelligente anche la soluzione di eseguire l’Ouverture Ein Morgen, ein Mittag und ein Abend in Wien di Franz von Suppé durante il cambio scena tra il secondo e terzo atto, che ha consentito al pubblico di restare in sala senza distrarsi.
Per quanto riguarda la compagnia artistica sono stati meritevoli tutti i comprimari elencati in locandina, con un cenno particolare alla sulfurea Praskowia sadomaso di Marzia Postogna. Bene il Coro, preparato da Francesca Tosi.
I protagonisti sono sembrati all’altezza della situazione, considerando che nelle prossime recite l’affiatamento non potrà che migliorare.
Valentina Mastrangelo è parsa a proprio agio nella parte di una Hanna Glawari impeccabile vocalmente ma alla quale forse manca un po’ di quella allure glamour di gran dama carismatica che avrebbe caratterizzato meglio il personaggio.
Gianluca Terranova ha risolto il carattere dello scapestrato Danilo con il gran mestiere e la disinvoltura scenica dell’artista di esperienza.
Molto brava Giulia Della Peruta, maliziosa Valencienne, dotata di una voce che spiccava nei concertati e dalla bella presenza scenica. Elegante Oreste Cosimo nei panni di Camille de Rossilon e convincente Clemente Antonio Daliotti nella parte dello stolido Barone Mirko Zeta.
Eccellente la direzione dell’esperto Christopher Franklin che ha ben evidenziato con charme sia il lato malinconico sia l’esprit più dinamico della partitura, accompagnando con grande attenzione i cantanti. Molto buona in tutte le sezioni la risposta dell’Orchestra del Verdi che, per usare un termine calcistico, giocava in casa: splendidi gli archi, con il Konzermeister Stefano Furini brillante e coinvolto.
Teatro esaurito, pur nei limiti di una capienza forzatamente ridotta, e pubblico felice che ha tributato un notevole successo a tutta la compagnia artistica.

Hanna GlawariValentina Mastrangelo
Danilo DanilowitschGianluca Terranova
ValencienneGiulia Della Peruta
Camille de RossillonOreste Cosimo
NjegusAndrea Binetti
Barone Mirko ZetaClemente Antonio Daliotti
Raoul de Saint-BriocheAndrea Schifaudo
Visconta CascadaFilippo Fontana
PraskowiaMarzia Postogna
BogdanowitschGianluca Sorrentino
SylvianeFederica Giansanti
KromovAlessandro Busi
OlgaPaola Francesca Natale
PritschitschLuca Gallo
Ballerina solistaCler Bosco
  
DirettoreChristopher Franklin
Direttore del coroFrancesca Tosi
  
RegiaOscar Cecchi
ScenePaolo Vitale
CoreografieSerhiy Nayenko
  
  

Orchestra e Coro del Teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste
  

Con la partecipazione del Corpo di Ballo del Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre
  

Dal nostro inviato speciale al Festival di Bayreuth!

Come sapete da qualche anno Di tanti pulpiti ha un agente segreto all’interno del Festival di Bayreuth. L’inviato speciale ci racconta i retroscena del Festival esprimendo le sue opinioni: ecco il primo dossier (strasmile).

Ripartire non è stato facile ma era, a dir poco, necessario. Sarà per tutti noi che lavoriamo qui un festival da ricordare e, al contempo, da dimenticare. Stringatamente:

1) Tampone quotidiano obbligatorio (tornerò a casa con le narici di un equino!).

2) Ingressi ed uscite dal palcoscenico, sala coro, camerini etc.etc differenziati (della serie: si entra da una parte e si esce dall’altra che, solitamente dista circa un km. Tornerò con i polpacci di un maratoneta)

3) Il coro è diviso in due gruppi ciascuno di 70 elementi. Un gruppo canta dalla sala coro con tanto di microfono ed il tutto viene trasmesso in tempo reale in palcoscenico. L’ altro gruppo è in palcoscenico e..”muove la bocca”. Si, hai letto bene: cantiamo in…playback”. Risultati, durante le prove, discutibili. Tornerò a casa con uno spiccato sviluppo della muscolatura facciale.

4) Abbiamo fatto tutte le prove in palcoscenico con la mascherina 😷😠in sala coro hai visto come siamo stati “ingabbiati”. Per fortuna a partire dalle prove di assieme abbiamo potuto liberare il nostro volto… 5) Riguardo Holländer: ottima a dire poco la Grigorian anche se, a mio avviso, troppo “temperamentosa”. Ciò, in alcuni momenti va a scapito della voce ma glielo perdono. Direttrice d’orchestra molto in gamba che riesce a tenere testa ad un’orchestra che, con i direttori, sa essere molto critica e lo manifesta apertamente. Ciò fino ad ora non è avvenuto. Regia: mi farebbe piacere sapere che cosa mai hanno passato nella loro infanzia e adolescenza i registi attuali…Tutto sommato non è male ma c’è tanto Freud e non troppo Wagner…Ma qui si usa così…

6) Le altre opere sono collaudate e non c’è molto da dire se non che sono state ridimensionate scenicamente e registicamente per un coro dimezzato…

7) Non so come risulti, all’ascolto, il tutto. Posso giudicare solo ciò che arriva in palcoscenico e preferisco non farlo.

8) Non mi viene, per il momento, in mente altro 🤔..Ah! Sì! Nei Meistersinger, Festwiese, noi, meschini! che sediamo negli ultimi banchi abbiamo in dotazione anche i tappi per le orecchie perché abbiamo alle nostre spalle i riporti…

9) Tutto è terribilmente triste e non solo per quanto ho detto ma perché si avverte un tentativo forzato di ritorno alla normalità. Già il fatto di non vedere pubblico alle generali non è stato bello. Spero che con gli spettacoli la cosa cambi. Gli spettatori in sala saranno 900, salvo restrizioni dettate dall’andamento dei contagi. Il resto me lo dovrete dire voi che ascolterete. Io potrò solo darvi notizia di quanto accadrà…

I’m in Bayreuth state of mind 2021

Mentre venerdì prossimo, al Teatro Verdi di Trieste, si svolgerà la prima de La vedova allegra di Lehár, sulla sacra collina domenica 25 luglio si aprirà il Festival di Bayreuth 2021 con Der fliegende Holländer di (ovviamente!) Richard Wagner.
Dunque, per quanto in modo limitato, la grande festa wagneriana avrà luogo al contrario dell’anno scorso, quando la pandemia ne consigliò la cancellazione.
Non mi pare di poter dire che ci sia – almeno qui in Italia – una grande eccitazione e anzi, percepisco una certa indifferenza: le vicende del COVID-19 ormai hanno travolto qualsiasi notizia che non sia adiacente all’argomento virus.
Noi perfect wagnerite, wagneriani fradici più che perfetti, invece siamo sempre sul pezzo (strasmile).
Il programma prevede, oltre a una serata concerto con Andris Nelsons sul podio dell’Orchestra di Bayreuth, quattro opere: Der fliegende Holländer, Die Meistersinger von Nürnberg, Tannhäuser e Die Walküre.
Le curiosità sono molte, per esempio la direzione di Oksana Lyniv nell’Olandese, che si gioverà (?) della regia di Dmitri Tcherniakov e della mia amatissima Asmik Grigorian nell’insidiosa parte di Senta.

Nei Cantori nessuna sorpresa, sarà ripreso l’allestimento del 2017 di Barry Kosky con Philippe Jordan sul podio.
Per Tannhäuser si ripropone il discusso allestimento del 2019 con la regia di Tobias Kratzer e la direzione di Axel Kober. Tra i protagonisti Stephen Gould, Lise Davidsen ed Ekaterina Gubanova.
Le prefate opere saranno in forma scenica, mentre Die Walküre si svolgerà in forma semiscenica con i macabri e temuti (da me, almeno) interventi di Hermann Nitsch.
L’Olandese sarà trasmesso in diretta da Radio3, mentre, se ho ben capito, per le altre occasioni bisognerà arrangiarsi smanettando sulle frequenze internazionali.
Tutto sommato anche il ritorno del Festival di Bayreuth è un tentativo di ripristinare una parvenza di normalità, perciò ben vengano anche le provocazioni.

Il lago dei cigni di Čajkovski torna al Teatro Verdi di Trieste.

Comunicato stampa.

Trieste, 9 luglio 2021: La magia del balletto torna al Teatro Verdi di Trieste, con un classico molto amato, “Il lago dei cigni”, in scena da martedì 13 luglio, con una compagnia di fama internazionale che porta sul palco giovani professionisti di talento. Uno spettacolo in quattro atti di Pëtr Il’ič Čajkovskij, con la coreografia storica di Lev Ivanov e Marius Petipa, per la direzione di Yuriy Bervetsky. Corpo di ballo del Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre, con Orchestra e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi.

I protagonisti in scena: La storia della compagnia di balletto della Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre “Solomiya Krushelnytska” inizia nella metà del secolo scorso e negli anni ‘80 i suoi membri portano il teatro a un importante riconoscimento, diventa infatti patrimonio nazionale del Paese. Oggi la compagnia è formata da giovani ballerini, vincitori di numerosi concorsi internazionali, con un repertorio di oltre 25 balletti classici e contemporanei. Ogni anno più di 115mila spettatori assistono alle produzioni del teatro, attivo oltre che in Ucraina anche sulle scene di tutta Europa.

Il direttore Yuriy Bervetsky: ha studiato al Dipartimento di Direzione lirica e sinfonica della Lviv National Musical Academy “M. Lysenko”, perfezionandosi successivamente a San Pietroburgo. Dal 2000 ricopre il ruolo di direttore del Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre “S. Krushelnytska” e dal 2005 è direttore principale e direttore artistico dell’Orchestra Sinfonica dell’Opera Studio di Lviv. Partecipa a numerosi festival internazionali, dirige regolarmente molte orchestre dell’Ucraina e Polonia, e collabora con famosi solisti. Ha debuttato in Italia nel 2019 al Teatro Verdi di Trieste, dove ha diretto il Don Chisciotte di Ludwig Minkus.       

Personaggi e interpreti principali: Odette-Odile sarà NATALIA MATSAK (13, 15, 17/VII) e YARYNA KOTYS (14, 16, 18/VII). Il Principe Siegfried sarà DENIS NEDAK (13, 15, 17/VII) e OLEKSANDR OMELCHENKO (14, 16, 18/VII). Rothbart sarà YEVHENIY SVETLITSA, La Regina Madre ULJANA KORCHEVSKA, il Tutore VITALIY RYZHYY, il buffone SERHIY LOMOVITSKY.

Natalia Matsak/Odette-Odile, emerita Maestra delle arti dell’Ucraina, è prima solista dell’Opera Nazionale dell’Ucraina “T.G. Shevchenko”. Nel 2000 è entrata a far parte del Balletto dell’Opera Nazionale dell’Ucraina esibendosi in ruoli solisti e diventando nel 2021 solista principale. Yaryna Kotys/Odette – Odile, ballerina solista del teatro, nel 2011-13 ha lavorato allo State Academic Ballet Theatre “Boris Eifman” di San Pietroburgo. Il suo repertorio è ricco di interpretazioni solistiche. Denis Nedak/Il Principe Siegfried, al Teatro dell’Opera Nazionale di Kiev ha debuttato interpretando il ruolo di Paris in Romeo e Giulietta e del Principe ne Lo Schiaccianoci. Membro del Balletto Nazionale Ucraino, è famoso per le sue interpretazioni nel repertorio lirico–romantico dell’Opera Nazionale dell’Ucraina. Artista Emerito dell’Ucraina, nel 2014 ha fatto il suo debutto all’American Ballet Theatre, oltre a tanti ruoli a livello internazionale. Oleksandr Omelchenko/Il Principe Siegfried ha vinto numerosi e prestigiosi concorsi internazionali. Dal 2013 al 2016 ha danzato al Stanislavsky e Nemirovich Danchenko Musical Theatre di Mosca e poi alla Bavarian State Opera a Monaco. Nel 2018 ha debuttato come ballerino solista al Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre. Yevheniy Svyetlitsa/Rothbart, Artista Emerito dell’Ucraina. Dal 1999 è ballerino al Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre, dove attualmente ricopre il ruolo di primo ballerino solista. Il suo repertorio comprende numerose interpretazioni. Uljana Korchevska/La Regina Madre, dal2011 danza al Lviv National Academic Opera and Ballet Theater, ricoprendo tanti ruoli. Vitaliy Ryzhyy/Il Tutore dal 1996 è ballerino del Lviv State Academic Theatre of Opera and Ballet dove si esibisce come solista fino al 2009, interpretando oltre una decina di ruoli di repertorio.

Il Verdi e Il lago dei cigni: lo spettacolo è andato in scena integralmente al Verdi per complessive 33 rappresentazioni, nel 1953 con l’International Ballet di Londra, nel 1963 con il corpo di ballo del Teatro alla Scala di Milano, nel 1967 con il London’s Festival Ballet, nel 1999 con il balletto Kirov del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, nel 2006 con il balletto del Teatro Stanislavskij di Mosca e nel 2015 con il balletto dell’SNG Opera in Balet Ljubljana.

Misure di sicurezza: restano in vigore le misure di sicurezza già adottate finora dal teatro, con una capienza massima di 500 spettatori, il mantenimento dei distanziamenti, l’utilizzo delle mascherine ffp2/ffp3 e la misurazione della temperatura all’ingresso.

Biglietti e date: lo spettacolo andrà in scena martedì 13 luglio alle 19.30, repliche alla stessa ora dal 14 al 17 luglio, il 18 l’inizio è fissato alle 20. La biglietteria è aperta da martedì a sabato con orario continuato 9:00 – 16:00. Domenica 9:00-13:30. Lunedì e festivi chiuso.

La traviata riapre la stagione lirica triestina: una sola croce e molte delizie.




Insomma siamo ripartiti! Vi risparmio i commenti sulle mise delle signore e so che mi vorrete male, perché probabilmente è la circostanza che vi sarebbe piaciuta di più (strasmile).

È ripresa l’attività al Verdi di Trieste, questa la notizia fondamentale. Il resto è talmente scontato che non vale la pena soffermarsi sulle sin troppo note vicende legate al Covid, che spero siano ormai definitivamente consegnate al passato.
La traviata di Verdi è opera sempre gradita al pubblico e nel contesto attuale s’investe anche di un benefico effetto psicotropo, amplificato da un allestimento rassicurante – quello che tanto successo ha riportato nella tournée giapponese di qualche tempo fa – all’insegna di una tradizione forse un po’ scontata ma non banale.
La regia di Mariano Bauduin deve scendere a patti con le norme del distanziamento previste per gli artisti sul palco. A soffrirne di più sono le scene di massa, in cui il coro non può dare concretezza fisica al turbinio della festa in casa di Flora; la presenza di due ballerini movimenta, invece, i festeggiamenti per il Carnevale nel terzo atto.
Le proiezioni di alcuni versi delle poesie di Baudelaire (Les fleurs du mal, 1857) sottolineano la temperie culturale dell’epoca, considerato che il romanzo di Dumas da cui è tratto il libretto di Traviata risale al 1848 e che l’opera esordì nel 1853: il mal de vivre come sinestetico fil rouge di un dialogo tra linguaggi artistici diversi che si compenetrano idealmente.
Il lavoro sugli artisti è minimalista, come il resto dell’allestimento, e per esempio mette in primo piano l’immediata antipatia tra il Barone Douphol e Alfredo, la freddezza di Giorgio Germont che con alterigia rifiuta l’abbraccio di Violetta e la desolata impotenza del Dottor Grenvil nel finale. Alfredo e Violetta si amano con gli sguardi e i gesti d’affetto.
Una regia gradevole che però, spero solo per la prima, si è scontrata con la scellerata e rovinosa scelta di fare tre intervalli lunghissimi per consentire la distribuzione gratuita di un’edizione straordinaria del quotidiano locale, che non poteva essere pronta prima di tarda sera. In questo modo il passo teatrale è risultato claudicante e buona parte del pathos della vicenda è scomparso come le proverbiali lacrime nella pioggia di Roy Batty.
Michelangelo Mazza, sul podio di un’ottima Orchestra del Verdi che ha brillato in tutte le sezioni, opta per agogiche rilassate ma curate nelle dinamiche soprattutto nei suggestivi pianissimi e nell’attento accompagnamento ai cantanti. Molto efficace il Preludio e banditi effetti clangorosi nei momenti più concitati della partitura, a conferma di una lettura intimista che ben si addice anche all’allestimento.
Ruth Iniesta ha tratteggiato una Violetta convincente con la sua voce di bel timbro, una splendida musicalità e la linea di canto pulita appena appannata da qualche acuto un po’ forzato. Ottima è sembrata la recitazione e la presenza scenica.
Brillante la prova di Marco Ciaponi (Alfredo), che ha uno strumento prezioso di bel colore e del giusto peso per la parte. Egregia anche la dizione e facile la salita agli acuti che forse lo ha portato a tenere troppo a lungo quello della cabaletta nel secondo atto. Voglio dire che per qualche secondo Alfredo si è trasformato in Manrico e non era necessario. In ogni caso il tenore ha un eccellente controllo delle dinamiche che gli ha consentito un’interpretazione ricca di sfumature e chiaroscuri per delineare il tormentato personaggio.
Buona anche la prestazione di Angelo Veccia, che con la sua voce scura e solida ha interpretato un Giorgio Germont di grande civiltà teatrale e pertinenza stilistica anche grazie a una recitazione sobria e un eloquente fraseggio.
Brava Rinako Hara, Flora vivace ed elegante.
Eccellenti tutte le parti di contorno che accomuno con convinzione in un applauso virtuale: l’estroverso Gastone di Motoharu Takei, il rancoroso Barone Douphol di Andrea Binetti, il frivolo Marchese D’Obigny di Giovanni Palumbo, il partecipe Dottor Grenvil di Hector Leka e l’accorata e dolcissima Annina di Elisa Verzier. Completavano felicemente il cast Dax Velenich (Giuseppe), Giuliano Pelizon (Commissionario) e Damiano Locatelli (Domestico).
Gradevole l’esibizione dei due ballerini Guillermo Alan Berzins e Marijana Tanasković e buona la prestazione del Coro.
Sono previste ulteriori cinque recite in cui si alterneranno due cast diversi sino al 3 luglio.

Violetta ValéryRuth Iniesta
Alfredo GermontMarco Ciaponi
Giorgio GermontAngelo Veccia
Flora BervoixRinako Hara
AnninaElisa Verzier
GastoneMotoharu Takei
Barone DoupholAndrea Binetti
Marchese D’ObignyGiovanni Palumbo
Dottor GrenvilHector Leka
GiuseppeDax Velenich
Domestico di FloraDamiano Locatelli
Un commissionarioGiuliano Pelizon
  
Ballerini solistiGuillermo Alan Berzins e Marijana Tanaskovic
  
DirettoreMichelangelo Mazza
Direttore del coroFrancesca Tosi
  
RegiaMariano Bauduin
  

Orchestra, Coro e tecnici del Teatro Giuseppe Verdi di Trieste

La traviata di Giuseppe Verdi riapre la stagione del teatro triestino. Le 10 cose da sapere sull’opera!

Nel leggere queste mie considerazioni semiserie dovete tenere presente che la lirica è un mondo in cui invece di dire “apri la finestra”, Violetta Valéry Traviata, rivolta alla sua ancella Annina, si esprime così: dà accesso a un po’ di luce.
Quindi, è un mondo inverosimile, che non esiste e non è mai esistito nel quale si muovono personaggi improbabili.
Ci sta, perciò, che un vecchio somaro di falstaffiana memoria come me ragli qualche stupidaggine e pretenda che sia propedeutica all’ascolto di un’opera. Opera che appunto, è La traviata di Giuseppe Verdi che venerdì prossimo riaprirà dopo un tempo interminabile la stagione del Teatro Verdi di Trieste.
Una curiosità statistica: nell’arco dei prossimi trenta giorni La traviata sarà allestita una o più volte in Italia, Ungheria, Svizzera, Spagna, Slovacchia, Russia, Repubblica Ceca, Inghilterra, Francia, Germania, Bulgaria, Finlandia, Austria e Australia
Impossibile scrivere qualcosa che non sia già stato detto su codesto monumento operistico, perciò mi limito al minimo indispensabile, lasciando poi al lettore curioso l’approfondimento.

1)      L’opera debuttò alla Fenice di Venezia il 6 marzo 1853.

2)     Fu un mezzo disastro, tanto che Verdi stesso scrisse così al famoso direttore d’orchestra Angelo Mariani: La Traviata ha fatto un fiascone e peggio, hanno riso. Eppure, che vuoi? Non ne sono turbato. Ho torto io o hanno torto loro. Per me credo che l’ultima parola sulla Traviata non sia quella d’ieri sera.

3)     Il soprano che per primo impersonò la protagonista Violetta Valéry, Fanny Salvini Donatelli, ebbe poi una carriera, tutto sommato, piuttosto modesta.

4)      L’opera avrebbe dovuto intitolarsi Amore e morte, ma l’ufficio censura veneziano chiese che il titolo fosse cambiato.

5)         Il libretto è tratto dal dramma La Dame aux camelias, di A. Dumas figlio.

6)      Nel lavoro di Dumas la figura della protagonista, Margherita Gautier, è ispirata a una cortigiana realmente esistita, di nome Alphonsine Duplessis.

7)        Dumas stesso la descrive così: “Era alta, esilissima, i capelli scuri e la carnagione rosea e bianca. Aveva la testa piccola e gli occhi lunghi e obliqui come quelli di una giapponese, ma vivaci e attenti.”

8)           La Duplessis morì nel 1847, a soli 23 anni.

9)         Dopo il “fiascone” della prima Verdi rimaneggiò qualche passo, e il 6 maggio 1854, ancora a Venezia, il soprano Maria Spezia, anche grazie ad una presenza scenica più credibile, donò alla creatura verdiana l’immortalità.

10)       Giuseppe Verdi parlò spesso della Traviata e tra le sue lettere si evidenziano due osservazioni, in particolare.

La prima: Se fossi un Maestro preferirei Rigoletto, se fossi un dilettante amerei soprattutto La Traviata.
La seconda, riferita a Gemma Bellincioni (famoso soprano dell’epoca): Non potrei giudicarla nella Traviata: anche una mediocrità può avere qualità per emergere in quell’opera, ed essere pessima in tutte le altre.

Cosa attira il pubblico, dopo più di un secolo e mezzo e infinite rappresentazioni, in quest’opera?
Io la penso come Julian Budden, uno dei più prestigiosi studiosi del compositore di Busseto: la semplicità, la capacità straordinaria di suscitare emozioni che la partitura ci elargisce a piene mani a partire dal Preludio.
Aggiungerei anche la forza che ha questa sfortunata ragazza di elevarsi dal mondo sordido in cui vive. Violetta non è mai volgare, sembra quasi galleggiare con grazia sopra la melma, anche quando si “diverte”.
Gli altri personaggi, da Alfredo a papà Germont, sono sotterrati dal punto di vista psicologico dalla protagonista, anche se non si può negare loro una certa nobiltà di sentimenti.
E allora quando Violetta esplode nel suo “Amami Alfredo” anche lo spettatore più cinico e incarognito si commuove e si scioglie in lacrime.
A proposito di questioni semiserie, che sono il pane di questo blog, va da sé che la censura dell’epoca (ma ‘sta censura quando è nata e, soprattutto, quando morirà?) si scatenò in tutti i modi sul testo di Piave, con la Chiesa a fare da ridicolo apripista, ovviamente.
Il celeberrimo e ormai proverbiale “croce e delizia” diventò “pena e delizia” a Napoli, per esempio. Oppure la convinzione di Violetta che “la vita è nel tripudio” si trasformò in un meno categorico “Mia vita è nel tripudio”.
I compassati critici inglesi scrissero di “un orrore indecente e esecrabile”, nonostante i trionfi londinesi.

Insomma, che vi devo dire. Ci rileggiamo per la consueta recensione semiseria e buon ascolto.

Con lo Stabat Mater di Gioachino Rossini il Teatro Verdi di Trieste riapre al pubblico. Alcune considerazioni a latere.

Sabato prossimo, 12 giugno, Trieste torna ad abbracciare il suo teatro con un concerto commemorativo dedicato alle vittime della pandemia al quale si potrà accedere per invito. L’ingresso è infatti limitato ai lavoratori della sanità, alle forze dell’ordine e ai lavoratori della grande distribuzione commerciale.
Io, che non sono che un critico, avrei potuto partecipare ma purtroppo per impegni pregressi sarò fuori Trieste.
A maggior ragione, allora, scrivo volentieri due righe di presentazione della pagina musicale scelta per la serata: lo Stabat Mater di Gioachino Rossini.
La tribolata genesi di questa sequenza liturgica in musica (in cui nel corso dei secoli si è cimentata una pletora di compositori, da Pergolesi a Piovani, passando per Haydn e Penderecki, solo per citarne alcuni) è singolare e appartiene al periodo in cui Rossini si era ritirato ufficialmente a vita privata e non componeva più. Nel 1832 il fortuito incontro con un prelato spagnolo spinse il compositore pesarese a un ripensamento, non troppo convinto evidentemente, perché in un primo tempo furono scritti solo sei dei dieci pezzi dello Stabat. Solo una complessa controversia giudiziaria convinse poi Rossini all’ultimazione del suo lavoro, che fu eseguito per la prima volta nel 1842, ovviamente a Parigi – dove viveva ormai da molti anni – raccogliendo un successo strepitoso. In Italia lo Stabat Mater arrivò qualche mese dopo, a Bologna, e a dirigerlo – ancora con straordinario successo – fu Gaetano Donizetti.
Di là di questo, ritengo che lo Stabat Mater sia una di quelle composizioni che si possono definire metaforicamente di confine, nel senso che è enigmatico, sospeso com’è tra un retrogusto teatrale sottotraccia e una sacralità non ostentata ma ben percepibile sia in alcuni interventi dei solisti sia nello splendido e liberatorio fugato finale affidato al Coro.
Lo Stabat Mater si compone di dieci numeri, dei quali do una sintetica guida giustappunto per orientarsi un minimo in questa pagina musicale ricca di suggestioni sacre e…profane.

1. Introduzione (per Coro e Soli)
Stabat Mater dolorosa: è un brano fortemente drammatico, connotato da contrasti cromatici e di spessore quasi sinfonico in cui l’atmosfera è schiettamente chiesastica.
2. Aria (tenore)
Cuius animam: aria di tessitura impervia, che costringe l’interprete a difficili saliscendi sul pentagramma che culminano in un re bemolle pesantissimo. Concordo con i molti che la considerano quasi un’aria operistica.
3. Duetto (soprano e mezzosoprano)
Quis est homo: brano di suprema dolcezza, virtuosistico, in cui è fondamentale l’intesa tra le interpreti.

4. Aria (basso)

Pro peccatis: anche in questo caso sembra quasi che l’aria sia estrapolata da qualche opera. Nel finale il virtuosismo richiesto è estremo e, oltretutto, su di una scrittura orchestrale densissima.

5. Coro e recitativo (basso)
Eia, mater: coro maschile e femminile sono i protagonisti, che si alternano al basso che fa quasi da raccordo tra le due compagini.

6. Quartetto (Soli)
Sancta Mater istud agas: protagonisti, appunto, i quattro cantanti solisti. Anche in questo caso è indispensabile amalgama tra gli interpreti e un direttore di polso, altrimenti il rischio di andare fuori tempo tra canti e controcanti è altissimo.

7. Cavatina per mezzosoprano
Fac ut portem: altra aria di estrazione operistica, che a me ricorda per vari aspetti i melodrammi rossiniani del periodo napoletano.

8. Aria per soprano e coro
Inflammatus et accensus: aria di difficoltà estrema già dall’incipit, in cui il soprano deve avere accento tragico, dizione scandita e notevoli capacità tecniche.

9. Quartetto (soli)

Quando corpus: gli interpreti cantano a cappella, cioè senza l’accompagnamento dell’orchestra. Anche qui, difficile, molto difficile.

10. Finale (Coro)
Amen, in sempiterna: fugato severo e solenne, che chiude questo meraviglioso lavoro.

A seguire il testo:

Stabat Mater dolorósa
iuxta crucem lacrimósa,
dum pendébat Fílius.

Cuius ánimam geméntem,
contristátam et doléntem
pertransívit gládius.

O quam tristis et afflícta
fuit illa benedícta
Mater Unigéniti!

Quae moerébat et dolébat,
Pia Mater dum videbat
nati poenas íncliti.

Quis est homo, qui non fleret,
Matrem Christi si vidéret
in tanto supplício?

Quis non posset contristári,
Christi Matrem contemplári
doléntem cum Filio?

Pro peccátis suae gentis
vidit Jesum in torméntis
et flagéllis sùbditum.

Vidit suum dulcem natum
moriéndo desolátum,
dum emísit spíritum.

Eia, mater, fons amóris,
me sentíre vim dolóris
fac, ut tecum lúgeam.

Fac, ut árdeat cor meum
in amándo Christum Deum,
ut sibi compláceam.

Sancta Mater, istud agas,
crucifíxi fige plagas
cordi meo válide.

Tui Nati vulneráti,
tam dignáti pro me pati,
poenas mecum dívide.

Fac me tecum pìe flere [Fac me vere tecum flere],
Crucifíxo condolére
donec ego víxero.

Iuxta crucem tecum stare,
Et me tibi sociáre [te libenter sociare]
in planctu desídero.

Virgo vírginum praeclára,
mihi iam non sis amára,
fac me tecum plángere.

Fac, ut portem Christi mortem,
passiónis fac consòrtem
et plagas recólere.

Fac me plagis vulnerári,
cruce hac inebriári
et cruòre Fílii.

Flammis ne urar succènsus [Inflammatus et accensus],
per te, Virgo, sim defénsus
in die iudícii.

Fac me cruce custodíri
morte Christi praemuníri,
confovéri grátia.

Quando corpus moriétur,
fac, ut ánimae donétur
paradísi glória.

Amen.

Date fondamentali.

La reazione di Maria Callas quando venne informata che a Trieste, oggi nel 1955, nascevo io. Come tanti, nel crescere, seguii il miraggio di prostituirmi agli angoli delle strade, ma poi la vita mi obbligò al più degradante mestiere di critico musicale.

Una Liederabend in casa grazie a un trio tutto al femminile.

Una decina di giorni fa, per la rassegna “Aperitivo Classico al DoubleTree by Hilton” patrocinata dall’Associazione Chamber Music e curata dal direttore artistico Fedra Florit, si è svolta una matinée di musica cameristica e liederistica. Protagoniste le tre interpreti dell’interessante compact “Le son du cor” di cui vado a scrivere.
Laura Menegozzo (viola), Hiromi Arai (pianoforte) ed Elif Canbazoğlu (mezzosoprano) formano un trio al femminile che si caratterizza per scelte di repertorio non banali e una solidissima preparazione tecnica.
Con l’unica eccezione di Johannes Brahms, Il disco è un viaggio che raccoglie alcune pagine musicali di compositori tutti nati nella seconda metà dell’Ottocento che hanno messo in musica i versi di poeti diventati icone di movimenti culturali diversi: dai poètes maudit come Baudelaire e Verlaine ai romantici Rückert e Heine, passando, tra gli altri, per Shelley e Goethe.
Ma chi sono questi compositori?
Oltre ai celeberrimi Brahms e Richard Strauss – rappresentato con il Lied Morgen! – compaiono Charles Martin Loeffler, Frank Bridge, Adolf Georg Wilhelm Busch e Joseph Marx, tutti di formazione anglotedesca e a loro volta solisti, quando non virtuosi, di uno strumento.
L’atmosfera generale è quella, intima e raccolta, della Liederabend che a chi scrive manca molto, soprattutto dopo un anno e mezzo di quasi totale astinenza teatrale.
L’amalgama tra le artiste è davvero encomiabile e l’ascolto piacevolissimo, anche per le belle doti del mezzosoprano Canbazoğlu, che può contare su una voce calda e educata, screziata da qualche nuance sombre che ben si addice ai versi poetici.
La pianista Arai lavora sottotraccia, ma con grande tocco e sensibilità dinamica, mentre Laura Menegozzo fa cantare mirabilmente la sua viola.
Registrato a Trieste presso l’Auditorium della Casa della musica nello scorso settembre, il compact è disponibile su numerosi negozi online.

Charles Martin Loeffler
  

4 Poèmes Op.5
  

Frank Bridge
  

Three songs for medium voice, viola and piano H.76
  

Adolf Georg Wilhelm Busch
  
3 Lieder Op.3a 
 
Joseph Marx
 
Durch Einsamkeiten
 
Johannes Brahms
 
Gesange Op.91
 
Richard Georg Strauss
 
Morgen!
 
ViolaLaura Menegozzo
PianoforteHiromi Arai
MezzosopranoElif Canbazoğlu
  
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