Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Furie di donna irata.

“Folli, sonnambule, sartine”: dietro questo titolo un po’ frivolo (esigenze di marketing?), Simonetta Chiappini cela un interessante ed approfondito excursus sui personaggi operistici femminili nell’ottocento italiano, partendo dalla Médée di Cherubini (fine ‘700) fino alle eroine pucciniane del primo quarto del novecento.
Lo stile è divulgativo ma i riferimenti storici e musicali sono rigorosi, precisi; in questo modo il libro può essere apprezzato sia dal neofita curioso sia dal melomane più esigente.
La lettura consente di rispondere finalmente alla fatidica domanda che ogni appassionato di lirica si è sentito rivolgere almeno una volta: “Ma scusa, le donne nell’Opera devono sempre morire ammazzate o suicidarsi?”
Ecco, diciamo che sempre è eccessivo, però è vero che molto spesso le eroine (altrimenti che eroine sarebbero, peraltro?) ci lasciano le penne.
Ciò che cambia, nella concezione di compositori e librettisti, è la motivazione che porta al sacrificio estremo.
Molto interessante pure, a mio avviso, rilevare come il melodramma non sia una specie di monolite indifferente ai cambiamenti sociali ed alle esigenze estetiche del pubblico, ma si possa considerare semplicemente come una forma di comunicazione inserita in un contesto, quello dell’Arte in generale, più ampio.
E allora analizzando le scene di pazzia o sonnambulismo (due facce della stessa medaglia?), trampolino di lancio di tutte le più grandi cantanti di sempre, scopriamo che non sono altro che la metafora di un eros represso, perché rivoluzionario ed inquietante, non controllabile.
L’onore dei padri, della famiglia, si regge sulla forzata castità delle figlie che giocoforza impazziscono. Questa, semplificando un po’ per non appesantire troppo il discorso, è la cifra paradigmatica del romanticismo.
Poi però, con il verismo, arriva la donna peccatrice, sensuale, che gestisce la sua sessualità in modo del tutto diverso: quindi niente più pazzie, sono gli uomini che “impazziscono” e si trasformano in assassini.
Oppure, come nel caso di molte eroine pucciniane, le donne decidono della loro sorte e si uccidono. Il suicidio però è un gesto lucido, autonomo, quasi un’affermazione d’identità: si pensi alla statura morale di una Tosca, innamorata di un pasticcione velleitario come Cavaradossi, un personaggio che starebbe bene nelle “Anime morte” gogoliane, tra Cicikov e Nozdrëv, per non parlare del turista sessuale ante litteram Pinkerton, che gioca stupidamente con l’onore di Butterfly.
Insomma, una lettura molto gradevole, che consiglio a tutte le persone che coltivano una visione sinestetica dell’Arte.
Buon fine settimana a tutti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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31 risposte a “Furie di donna irata.

  1. utente anonimo 12 aprile 2007 alle 12:08 pm

    Tra tutte quelle che conosco, Carmen forever direi.
    Le monache infilzate non mi piacciono in nessun caso, neanche nelle opere liriche.

    L’acida Margot. :o)

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  2. utente anonimo 12 aprile 2007 alle 12:25 pm

    io propendo per il periodo del verismo, non so come mai il solo fatto che la donna finalmente gestisca la sua sessualità mi ha convinta. 😀
    O forse è perchè impazziscono gli uomini??? Boh….

    grisù

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  3. utente anonimo 12 aprile 2007 alle 1:55 pm

    Questo me lo segno.
    Buon fine settimana acnhe a voi.
    medusa

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  4. Flormanouche 12 aprile 2007 alle 3:41 pm

    Voto Carmen anche io, Amfortas, ma metto Toscasubito dopo, amore carnale e amore sublime. Perché mai non si riesca a tenere insieme le due dimensioni ha qualcosa del dilemma filosofico, temo; eppure entrambe appartengono all’animo umano e non mi è stato ancora dato di trovarne una che mancasse totalmente dell’una parte o dell’altra.
    Mi procurerò questo libro, mi interessa troppo l’evoluzione storica della rappresentazione della donna.

    P.s.: Ritemprato bene dopo la scalata? 😉
    Ciao

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  5. lucamadeus 12 aprile 2007 alle 3:57 pm

    grazie mille della segnalazione, interessantissima!

    Martucci è un ottimo compositore, forse non tutto è allo stesso livello (i due concerti per pf e orch sono prolissi e troppo debitori dell’ultimo Brahms, che era decisamente il suo modello) ma ha avuto l’indubbio merito di contribuire, insieme Sgambati e Bossi, a non far morire completamente la musica strumentale pura nell’Italia dell’800 (totalmente rivolta al melodramma…e torniamo in tema :))

    ciao carissimo
    L.

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  6. utente anonimo 12 aprile 2007 alle 4:33 pm

    Sinesteticamente rifletto sulla triste condizione della donna nell’opera. Ciao amfortas 🙂

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  7. gabrilu 12 aprile 2007 alle 7:42 pm

    Lodo il lodevole impegno che hai messo nell’arrampicarti sugli specchi. Clap Clap.

    … Epperò io dico in lingua Terronia (=siciliano) che
    “conzala come vuoi, sempre cucuzza è”. Autrement dit: “Condiscila come vuoi, sempre di zucchina si tratta” = “Dillo come vuoi, ma è sempre la stessa cosa”).

    Dunque, permettimi di spiegarti una cosa: nelle opere le femminucce muoiono sempre (meglio se tra troci dolori e agonia prolungata) per la semplicissima ragione che i loro autori mai e poi mai avrebbero sopportato che vivessero. La morte delle loro eroine erano l’unica possibilità che avevano di sublimare le loro frustrazioni di poveracci maschi. Punto.

    Non c’è niente di interessante da rivelare, su queste cose. Basta leggersi le biografie di questi Grandi. Lì c’è tutto.

    La crudeltà di Puccini verso le donne reali in Real Life non sono certo io che te la devo raccontare. Di Verdi non ne parliamo. Su Wagner stendiamo un velo pietoso.

    Se poi ragioniamo in termini non umani ma musical/musicofili constatiamo che (e ne siamo felici, nevvero) che le nefandezze, le isterie, le paranoie, le erotomanie, le necrofilie di questi loschi figuri non ha impedito loro (giacchè erano artisti, e grandi) di immaginare, musicare immense ed immortali figure femminili (la mia preferita in assoluto essere Brunhilde, giusto per capirci. :-).

    Perciò se vogliamo parlare dell’arte e delle sublimi eroine di Puccini, Verdi, Wagner etc. eccomi qua, sono io la prima a sdilinquirmi e ad agitar festose bandierine.

    Ma se invece vogliamo parlare di Puccini, Verdi, Wagner, Strauss Richard & Co. come uomini… beh. Il discorso si farebbe, temo, pesante.

    A te la scelta delle armi ^_____^
    (Scherzo. Naturalmente. Sono troppo pigra e troppo ignorante per impegnarmi seriamente. Però il tema meriterebbe)

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  8. amfortas 13 aprile 2007 alle 7:09 am

    margie, non avevo dubbi sulle tue preferenze, credimi 🙂
    grisù, diciamo che un mix delle due ipotesi ti soddisfa 🙂
    med, ok mi saprai dire 🙂
    Manou, hai ragione, e questo vale per tutte le Arti, credo. Mi sto riprendendo dalla gita…un po’ alla volta 🙂
    Luca, credo non ci sia nessun compositore che non abbia qualche momento di flessione creativa, e Martucci non fa eccezione 🙂
    gabrilu, veniamo a noi :-).
    Prima di tutto noto che il triestino ed il siciliano hanno delle affinità: diciamo conzare anche noi.
    Per il resto, come sai, il discorso è complesso. Hai ragione sul fatto che i compositori (ci sarebbe da fare qualche distinguo, ovviamente) hanno scaricato le frustrazioni della vita nelle opere, e questo vale soprattutto per Puccini e Wagner, le loro biografie sono lì che lo testimoniano.
    Però la mia opinione è che non tutto possa ricondursi a disastri personali, sinceramente.
    Per condurre una speculazione seria, bisognerebbe comparare la figura della donna nell’opera e in altre discipline artistiche in quell’arco di tempo: nella Pittura o Letteratura, per esempio. Purtroppo anch’io sono abbastanza ignorante, e poi sai, lo scopo del post è la divulgazione leggera, non l’indagine culturale rigorosa.
    Comunque, per quanto riguarda il privato degli artisti in generale, meglio lasciar perdere: ci sono decine d’esempi in tutte le discipline artistiche, e tu lo sai benissimo, di piccoli uomini che sono stati artisti immensi.
    Accetto volentieri la tua benevola bacchettata, comunque :-).

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  9. utente anonimo 13 aprile 2007 alle 7:18 am

    …Sto facendo un vero e proprio studio sui TAMARRI(la specie è molto diffusa sai?)
    il tamarro D.O.C.
    non fa l’amore nella Smart perché sennò gli nascono i figli nani!!! Nenè
    ______________
    Leggendoti: mi verrebbe da dire che la lirica nei confronti del genere femminile, assume spesso “posizioni” clericali e mi fermo qui…(grrr)

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  10. minstrel 13 aprile 2007 alle 11:05 am

    Ti leggo a pranzo e te faccio sapé! ^__^

    yours

    MAURO

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  11. megbr 13 aprile 2007 alle 11:54 am

    posso confessare che “la visione sinestetica dell’arte” mi fa venire il torcibudella come una splendida Pretty Woman davanti alla Traviata?? :-)))

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  12. utente anonimo 13 aprile 2007 alle 1:11 pm

    Sono troppo ignorante in merito x lasciarti un commento sensato. Forse ci vorrebbe un compositore donna x ribaltare la visione e i destini delle figure femminili e maschili nell’opera…ma a proposito ce ne sono?
    Comunque il libro sembrerebbe interessante anche x una neofita come me. Ciao e buon we 🙂

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  13. utente anonimo 13 aprile 2007 alle 4:13 pm

    Premetto che so molto poco, ma ho questa impressione.
    I librettisti sono maschietti e maschilisti.
    Ergo, le donne soffrono e fanno brutta fine. I protagonisti di genere maschile al massimo muoiono con l’alloro da eroe. E’ una stupidata?
    ciao dalla piovra

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  14. sgnapisvirgola 13 aprile 2007 alle 11:04 pm

    Effettivamente…l’opera alla fin fine sarebbe maschilista:)
    Ciao amfortas, buon w.e.:)

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  15. amfortas 14 aprile 2007 alle 6:58 am

    nenè, allora nello studio devi inserire qualche tenore, loro sono dei tamarri veri 🙂
    mauro, ok quando hai tempo ripassa.
    megbr, perchè mi dici cio? 🙂
    Come Alice, diciamo che non ci sono donne tra i compositori di opere famose dal secondo 700 fino ad oggi, o perlomeno io non ne conosco…
    octopus, hai fatto un breve sunto del 90% delle trame operistiche 🙂
    sgnapisvirgola, hai ragione e buon weekend a te!

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  16. utente anonimo 14 aprile 2007 alle 8:50 am

    Insomma gira e rigira, che sia per una pellicina, per l’onore, per scelta, chi paga è la donna. Sempre attuale.
    Le parolacce le dico in aramaico.
    Buona domenica.

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  17. utente anonimo 14 aprile 2007 alle 11:27 am

    Non è che i librettisti siano maschilisti: è l’intero Ottocento che è maschilista (e sessuofobo).
    Anche nella letteratura si presenta puntuale la dicotomia: la donna o è Eva o è Maria, o è santa o è perduta. Comunque è sottomessa. Anche in uno stesso autore. Alcuni esempi? Lucia e la monaca di Monza in Manzoni, la “Lupa” e Mena Malavoglia in Verga, Elena Muti e Maria Ferres in D’Annunzio…
    Io sto con le perdute (Emma Bovary e Anna Karenina, su tutte) anche se finiscono male. Le altre sono una noia mortale.
    Ciao!
    Ghismunda

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  18. amfortas 14 aprile 2007 alle 1:17 pm

    Ariela, il tuo commento da margie mi ha fatto troppo ridere 🙂
    Ghismunda, ecco, era quello che mancava a questo post e che richiedeva anche gabrilu.
    Che facciamo, li assolviamo allora, librettisti e compositori? 🙂

    Mi piace

  19. VanaMind 14 aprile 2007 alle 2:56 pm

    Ciao Amfortas, una scappatina veloce per un bacio!

    🙂

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  20. utente anonimo 14 aprile 2007 alle 3:51 pm

    Direi che Gabrilu, rifacendosi alla vita degli autori, affronta la questione dal punto di vista psicanalitico: un punto di vista sovente messo in discussione dai puristi dell’arte, ma secondo me utile (non esclusivo), a dar conto della genesi di un’opera (per il valore estetico altri sono gli strumenti da utilizzare). Al momento sto leggendo un illuminante approccio “psichiatrico” a Pascoli. L’ indagine psicologica deve unirsi a quella storica (il riferimento all’Ottocento) per favorire al meglio la comprensione di un prodotto artistico che però, in quanto tale, affonda sempre nel terreno, mai del tutto esauribile nell’indagine, della creatività e del talento personali.
    Amfortas chiede se assolvere librettisti e compositori: sono entrambi figli del loro tempo e di se stessi ed hanno prodotto cose sublimi… ma sì, assolviamoli!
    Ciao!Ghismunda

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  21. filorosso 14 aprile 2007 alle 5:08 pm

    Una volta per affermare la propria identità le donne si suicidavano.
    Oggi basta fare un calendario.
    O tempora, o mores!
    Buon w.e.
    Baci, Filo

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  22. evbtg 15 aprile 2007 alle 12:21 pm

    Ciao carissimo, tra un time out e l’altro della partita su sky (Roma-Climamio, vince Roma per ora bene), passo per un saluto. Non c’entra niente e forse è fuori luogo ma il tuo post mi ha fatto ricordare qualcosa della tragedia greca, dove in genere sono le donne le “depositarie” dei sentimenti più forti, la passione, la follia, il sacrificio, che spesso porta al suicidio o a atti violenti.. che questa costante nella lirica non debba qualcosa anche al modello dei tragediografi greci, di cui tanti compositori hanno adattato le storie? Non a caso il libro che citi parte da una Medea.Elena

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  23. ivyphoenix 15 aprile 2007 alle 5:14 pm

    sarà… ma io appunto preferisco le operette e i musical appunto perchè almeno finiscono bene…
    non guardo neanche i film dove alla fine l’eroe muore..
    sono ancora scioccata da quando gigliana mi ha fatto guardare il gladiatore…..

    Mi piace

  24. amfortas 16 aprile 2007 alle 7:47 am

    VanaMind, sempre incasinata con la linea, immagino…saluti a te 🙂
    Ghismunda, per fortuna il genio non è mai spiegabile in tutte le sue sfaccettature, ed è bene che un po’ di mistero resti anche per le vite delle persone normali come me.
    Filo, il tuo paradosso è molto divertente.
    Da nude il rischio è al massimo un raffreddore, però 🙂
    ebtg, credo non ci sia disciplina artistica che non abbia attinto dal teatro tragico greco, sinceramente…ma mi fermo qui altrimenti il discorso si farebbe davvero difficile 🙂
    Ivy, io invece, non so perchè, non amo molto le operette e sono attratto sempre dai finali tragici 🙂

    Mi piace

  25. MariaStrofa 16 aprile 2007 alle 8:57 am

    Ciao Amfortas, segnalazione molto interessante di cui ti ringrazio.

    Mi piace

  26. utente anonimo 16 aprile 2007 alle 9:31 am

    Sono d’accordissimo con Ghismunda!
    Tutto l’Ottocento è maschilista! O sante o peccatrici… mai una via di mezzo.
    I “remotissimi avi” erano convinti che il sole girasse intorno alla terra e hanno cambiato idea. Credevano nella superiorità del maschio, anche in questo caso, per fortuna, hanno cambiato idea…
    Mary

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  27. utente anonimo 16 aprile 2007 alle 1:10 pm

    Caterinè teneve teneve, che ce sape che teneve’?

    Dimentichi la tisi…il mal sottile: che romantico però l’ottocento!
    by malmostosa

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  28. utente anonimo 16 aprile 2007 alle 5:41 pm

    concordo con il commento che critica, nelle opere liriche in generale, una concezione ingiusta della donna.
    Uscire di scena tragicamente dopo aver goduto di qualche attimo effimero, oscurato da una colpa ineluttabile è quanto di più sadico un autore possa concepire.
    La musica, però, riscatta l’umanità.

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  29. amfortas 16 aprile 2007 alle 5:55 pm

    MariaStrofa, figurati, è un libro molto interessante.
    Mary, aldilà di tutto, la donna resta quasi sempre la figura centrale dell’ispirazione operistica, consoliamoci così…
    sally, ti vedo bene nel Romanticismo…
    Fiore, Karajan diceva:“Una vita senza musica risultrebbe inconcepibile”
    Mi scuso se non sono molto presente nei vostri blog, ma sono incasinato.

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  30. annaritav 17 aprile 2007 alle 6:31 am

    Concordo con ciò che dicono Gabrilu e Ghismunda, ma ritengo che il libro da te suggerito sia comunque molto interessante. Domenica prossima andiamo all’opera di Roma per La traviata e a proposito di Violetta, non è un personaggio grande? Accetta di lasciare Alfredo per far contento il bacchettone Giorgio Germont e favorire il matrimonio di sua figlia con un altro “benpensante” e in punto di morte perdona pure il povero giovane che si è lasciato raggirare così facilmente. Forse l’ho resa troppo semplice, amfortas, non te la prendere… 😉

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  31. amfortas 17 aprile 2007 alle 7:02 am

    Annarita, quindi vedrai la mitica vampiressa Gheorghiu?
    Massimo Ranieri, che curò la regia della Traviata triestina l’altr’anno, mi disse che a suo parere il bacchettone Germont padre era già passato pure lui per il letto di Violetta…magari aveva ragione!
    Inoltre, sai che si disse di Violetta, vero?
    “Guarda quella puttana, sta per morire e ride ancora!”
    Ciao 🙂

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