Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

De gustibus? Sì ok, ma con qualche distinguo…

Anche quest’anno sono stati resi noti i risultati delle preferenze del pubblico al Teatro Verdi di Trieste. (dice: come si fa a saperlo? Facile, è stato distribuito un questionario in sala il giorno dell’ultima rappresentazione)
Come troppo spesso mi accade, e lo dico senza nessuno snobismo inutile, non sono d’accordo con la maggioranza dei miei concittadini.
Concordo sul voto positivo espresso sulla qualità complessiva della stagione triestina.
Sono note a tutti le difficoltà finanziarie in cui versa il teatro lirico in Italia ( e la cultura in generale, vedi i tagli ai finanziamenti ecc ecc ), quindi è sicuramente meritorio riuscire ad organizzare, in una città piccola come Trieste, un cartellone che allinea sette opere liriche e due balletti.
Trovo invece del tutto fuori luogo, s’intende per la mia sensibilità, che lo spettacolo che ha raggiunto il maggior numero di consensi sia stato il Rigoletto che ha aperto la stagione.
Non certo per demeriti artistici, perché anzi è stato un allestimento abbastanza buono, ma perché questo giudizio rappresenta, una volta di più, che il pubblico triestino è troppo tradizionalista.
Rigoletto è l’opera verdiana per eccellenza, assieme a Traviata e Trovatore non a caso fa parte della cosiddetta trilogia popolare, e per di più è stata proposta con una regia ed una scenografia che definire tranquillizzante è un eufemismo.  
Il protagonista era Renato Bruson, cantante straordinario anche alla soglia dei settant’anni, ma appunto per motivi anagrafici legato al passato.
Insomma tutti segnali che Trieste, ahimé, guarda indietro e non al futuro.
Ora, io ho compiuto 52 anni, non sono un ragazzino, eppure sono culturalmente curioso e trovo appassionante confrontarmi con realtà che mettono in discussione le mie certezze, anche le più radicate.
Non pretendo che gli altri si adeguino a me, che detto tra parentesi non sono nessuno, ma almeno che provino a sintonizzare le antenne su qualche lunghezza d’onda inconsueta.
Quindi, dopo tutta ‘sta tirata ed in totale controtendenza con i risultati del sondaggio di cui sopra, affermo che gli spettacoli che complessivamente mi sono piaciuti di più in questa stagione operistica sono a pari merito il Don Giovanni di Mozart, Der Fliegende Holländer di Wagner e La Voix Humainedi Poulenc, seguiti a breve distanza dalla Sonnambula di Bellini.
Questi allestimenti non sono affatto esenti da mende, anzi, ma almeno mi hanno stimolato intellettualmente ed incuriosito in qualche modo; sono frutto di una sperimentazione artistica intelligente, rispettosa della musica e dello spirito dell’opera.
I cantanti protagonisti sono stati tutti all’altezza ma, soprattutto, sapevano quello che stavano cantando, e questo va a loro esclusivo merito, perché si può anche cantare bene stilisticamente ma essere lontani mille miglia dal personaggio dal punto di vista psicologico.
Auguro una felice settimana a tutti.
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7 risposte a “De gustibus? Sì ok, ma con qualche distinguo…

  1. utente anonimo 25 giugno 2007 alle 12:19 pm

    Questa cosa di guardare al passato invece che al futuro credo sia comune un po’ in tutti i campi. Purtroppo.
    Non ti consola un po’?

    :p

    Margot

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  2. utente anonimo 25 giugno 2007 alle 4:17 pm

    sempre tutti attaccati alle tradizioni! Secondo me è da qui che si vede che stiamo diventando un popolo “vecchio” . Ovviamente tu sei l’eccezione, figuriamoci….

    buona settimana!

    grisù

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  3. Princy60 25 giugno 2007 alle 4:41 pm

    Qui ci vorrebbe un tomo! Premesso che sono verdiana ma che la trilogia, per troppa dose ricevuta negli anni, non la posso più sentire, ho idea che tu sia troppo utopisticamente ottimista nei riguardi dei tuoi concittadini. Ti sei chiesto, infatti, se abbiano le famose antenne da drizzare? Più del 50% di quelli che vanno all’opera non capiscono un fico secco: van lì per mettere lo smoking, per incontrare l’onorevole, per essere “in”. Vuoi anche che si mettano a pensare a quello che sentono e vedono? Consolati, sei “solo, abbandonato in quel popoloso deserto che appellano teatro…” Passa da me che vorrei un parere… ;-)***

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  4. filorosso 25 giugno 2007 alle 6:50 pm

    Poche storie, sei snob!

    scherzavo.
    🙂
    Ovviamente non posso valutare, data la mia abissale ignoranza in materia.
    Suppongo però sia normale, che un palato un po’ più raffinato della media riesca a distinguere più sfumature.
    Bacioni, Filo

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  5. utente anonimo 25 giugno 2007 alle 9:23 pm

    Sono tornata in pessime condizioni. Il medico da cui sono andata oggi pensa sia uno strano virus che ha attaccato il mio occhio e la mia narice destra. Soffro e non in silenzio, infatti smoccolo tutto il giorno e mi lamento pure. Speriamo che le medicine che mi ha prescritto servano a qualcosa. Stasera preferisco pensare al passato, diciamo lunedi’ scorso, quando ancora stavo bene.
    Ciao Amf, grazie del tuo passaggio, e guardiamo con speranza al futuro (futuro=da domani)

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  6. utente anonimo 26 giugno 2007 alle 7:58 pm

    Passato, presente, futuro… ho parlato in fondo della stessa cosa, seppure da un punto di vista più generale.
    Ciao!
    Ghismunda

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  7. minstrel 28 giugno 2007 alle 9:01 am

    Il tradizionalismo è una piaga comune nel panorama lirico.
    Canta modestamente il nessun dorma e viene giù il teatro.
    Canta divinamente Monteverdi e verranno a dirti: “ha mai pensato di darsi alla lirica?”.

    A mio avviso è anche questione di “RIconoscere” non più di “conoscere”.
    C’è più sete di riconoscersi nelle opere che nel conoscerne di nuove. Probaiblmente non si ha voglia nemmeno di mettersi in discussione attraverso il nuovo.
    Non tutte le menti sono come la tua carissimo.
    E’ un bel lusso, tienila d’acconto!

    yours

    MAURO

    Mi piace

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