Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: luglio 2007

Non l’avrei giammai creduto…

 
Uno dei vantaggi di abitare sul Carso, il noto altipiano triestino, è sempre stato quello di godere di una piacevole frescura serale e notturna anche nei mesi più torridi.
Da qualche tempo, diciamo una decina d’anni, non solo fa caldo anche qui ma, addirittura, durante le ore più soleggiate le temperature massime sono più elevate che a Trieste.
Io ho sempre sofferto molto il caldo, nel senso che spesso sono finito in pronto soccorso in preda agli ormai famigerati colpi di calore, e vi assicuro che non è un’esperienza piacevole.
Inoltre, considerato che:
 
1)      Il caldo mi ha reso definitivamente un invalido sociale, tanto che le mie apparizioni pubbliche sono ormai considerate leggende metropolitane.
2)      La recente visione del film “An inconvenient truth” mi ha convinto definitivamente che dal punto di vista meteorologico sarà sempre peggio.
3)      Non sono propriamente un giovinetto e, come dice Il Moro dell’orrida Venezia, “discendo nella valle degli anni”.
4)      Dilapido una cifra indecente nell’acquisto di integratori salini.
5)      “Son tre notti che non dormo trallalallà” (tre? Magari…)
 
 
Ebbene, ho deciso di comprarmi un climatizzatore.
Non so di che marca, non so quando spenderò, voglio solo che me lo installino as soon as possible.
Sono sempre stato contrario all’uso dei condizionatori ma, a questo punto…che devo fare?
È proprio il caso di citare, per la gioia di Giorgia, il Don Giovanni:
Non l’avrei giammai creduto…
 
Buona settimana a tutti (smile)
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A domanda risponde…

Sono stato chiamato in causa da Giorgia, rispondo assai volentieri.
.4 dei miei cibi preferiti:
  1. Zuppa di pesce e cous cous
  2. pizza (quella fatta da mia moglie, a casa)
  3. Filetto di San Pietro alla griglia
  4. Macedonia di frutta (per il mio compleanno la Saint-Honorè sarebbe d’obbligo, ma con la crema chantilly )
4 cibi che non mangerei mai e poi mai:
  1. Fegato, cuore, animelle
  2. rane & lumache (però le lumache le ho mangiate, e cavolo, me le sentivo risalire l’esofago per un paio di giorni)
  3. cani, gatti, scimmie (un mio amico le ha mangiate),
  4. insetti e animaletti striscianti assortiti.
4 cose che faccio quando navigo su Internet:
  1. ascolto musica e spesso canto pure ( insomma, canto…è un parolone)
  2. leggo i blog dei miei amichetti 
  3. scrivo sul blog;
  4. faccio ricerche con Google.
4 impieghi che ho svolto nella mia vita:
  1. ho venduto fotocopiatrici e computer
  2. ho gestito una palestra di squash [insomma, ne ero il proprietario, l’istruttore (dilpomato alla Federazione eh? Aggiornamento con l’allora allenatore della nazionale inglese Paul Wright… Mica pizza e fichi!) e facevo pure le pulizie]
  3. brokeraggi vari
  4. Selezioni di personale
 
 
4 film che potrei rivedere almeno altre 4 volte:
  1. The Rocky Horror Picture Show
  2. La piccola bottega degli orrori
  3. Blade runner
  4. Quarto Potere
  5. Mean Streets
  6. Shine
  7. La dolce vita
  8. Monty Python: Il senso della Vita
  9. L’uomo che non c’era
  10. La sottile linea rossa
4 trasmissioni o serials TV che guardo (o meglio, che ho guardato):
  1. Lost
  2. CSI (quello ambientato a Las Vegas, gli altri due li guardo solo se proprio non trovo nient’altro di decente);
  3. Will & Grace
  4. Seinfield
4 posti in cui vorrei essere in questo momento:
  1. a Bayreuth (è cominciato oggi il festival, sto ascoltando Die Meistersinger proprio ora)
  2. a Rovigno
  3. in una qualsiasi foresta del Canada
  4. in un fiordo norvegese
4 persone che mi farebbero piacere rispondendo a questo meme:
  1. gabrilu
  2. luanossa
  3. sc
  4. Ariela
 
 

La stagione operistica 2007-2008 a Trieste: brevi considerazioni.

La stagione operistica 2007/2008 al Teatro Verdi di Trieste
 sarà presentata ufficialmente in settembre, ma la direzione del teatro ha provveduto a divulgare già il programma, pur senza sbilanciarsi sugli interpreti e riservandosi variazioni dovute ad impedimenti vari.
Dalla semplice lettura dei titoli sembra una stagione molto interessante, che mantiene le promesse fatte più volte dal sovrintendente Giorgio Zanfagnin: recupero di titoli desueti per il teatro triestino, pur restando nell’ambito della tradizione, ed inserimento di qualche opera contemporanea.
Ecco di seguito alcune mie considerazioni, forzatamente monche, in quanto mancano i nomi degli interpreti che spesso garantiscono il successo di un allestimento.
Ciccando sul nome dell’opera, c’è un collegamento ipertestuale con “La Bibbia dei melomani”, dove chi è interessato può trovare qualche ulteriore notizia sul lavoro proposto.
Alla fine del post una lista d’incisioni discografiche, reperibili con facilità, che io considero di riferimento. Sono graditi ulteriori suggerimenti da parte dei più volenterosi. (smile)
L’apertura avverrà in novembre con Ernani di Giuseppe Verdi, che manca dal palcoscenico triestino da quasi trent’anni.
È un’opera magnifica, emozionalmente incendiaria per il pubblico e molto impegnativa per i cantanti, specie per la parte affidata al soprano ( Elvira ) che deve affrontare a freddo un’aria di difficoltà spaventosa ( Ernani, Ernani involami…): sono richieste agilità di forza e voce da soprano drammatico. Una sciocchezza. (smile)
Il 2008 si aprirà all’insegna del belcanto con Il turco in Italia di Gioachino Rossini, dramma buffo che è forse tra le opere più innovative del genio pesarese; infatti, come spesso succede in campo artistico e non solo, il lavoro fu accolto freddamente al debutto milanese, nel 1814.
Peraltro il motore dell’ispirazione è la satira della borghesia, come dire che Rossini si permetteva il lusso di prendere in giro il suo pubblico.
Fiorilla, la protagonista, è uno di quei (tanti) personaggi in cui l’interpretazione di Maria Callas resta d’assoluto riferimento.
Il terzo titolo della stagione è Iris di Pietro Mascagni, e qui la cosa si fa davvero molto intrigante.
Siamo nel tanto vituperato verismo, che spesso è superficialmente considerato come il figlio impresentabile di una famiglia perbene. I melomani più intransigenti, quando vogliono esprimere il loro disprezzo per l’interpretazione di un cantante, dicono che la sua prestazione “è stata inficiata da accenti veristici”.
È pure vero che in alcune occasioni, specie negli anni passati, gli interpreti si sono lasciati andare a qualche urlo di troppo, ad una partecipazione emotiva troppo sanguigna, ma questo genere musicale è tra i più fruibili anche per i neofiti, proprio per l’immediatezza con la quale si trasferiscono i sentimenti al pubblico.
Con il quarto appuntamento, Les pecheurs des perles di Georges Bizet, si torna alla beata soavità ed alle atmosfere rarefatte del romanticismo. In questo contesto la parte più ardua spetta al tenore, che deve avere una vocalità raffinata, saper cantare a fior di labbra, ma non indugiare troppo in sdolcinature eccessive. C’è una magnifica aria per il tenore "Je crois entendre encore ", che è stata il cavallo di battaglia di molti tenori di grazia e proprio per questo piuttosto nota.  Ma perla tra le perle (scusate il gioco di parole di bassissima lega), anche se meno conosciuto, è il duetto del primo atto tra tenore e baritono, “Au fond du temple saint”, che sprigiona un meraviglioso senso di malinconia e dolcezza.
E siamo così arrivati a metà aprile, quando al Verdi si presenta l’appuntamento per certi versi più interessante e cioè il dittico I Sette Vizi Capitali (musica di Kurt Weil su libretto di Bertold Brecht) e Trouble in Tahiti, atto unico di Leonard Bernstein.
Sarà bello essere solo a teatro, credetemi. (strasmile)
Non voglio millantare conoscenze che non ho e ricorrere a San Google, ma anche questo dovrebbe essere compito di un teatro, stimolare il pubblico ad allargare i propri orizzonti culturali. Io accetto volentieri la sfida.
Si torna alla tradizione, ma con un titolo che non è stato mai rappresentato a Trieste, il Roberto Devereux di Gaetano Donizetti, uno dei pilastri della “trilogia Tudor”, assieme a “Maria Stuarda” ed “Anna Bolena”. E qui ci troviamo di fronte ad una delle opere più ardue da rappresentare: il ruolo della protagonista è semplicemente mostruoso, per lunghezza e difficoltà, una parte da vera regina del belcanto. Coloratura, agilità di forza, temperamento drammatico, abbandoni amorosi, credibilità scenica, fraseggio impeccabile, tutto in una sola protagonista che deve rappresentare la lacerazione di una donna di stato al massimo livello che è innamorata come una liceale in piena tempesta ormonale. ( e pure cornuta nelle intenzioni)
Ecco, proprio qui sento già gli strali dei puristi che parleranno (magari a ragione, vedremo) di quei deprecabili accenti veristi di cui sopra. Saranno serate incandescenti, prendete nota. (smile)
La chiusura della stagione è affidata ad un Giacomo Puccini non troppo frequentato, quello di La Rondine.
Lo stesso compositore, dopo il debutto a Montecarlo, apportò numerose modifiche alla partitura senza essere mai del tutto soddisfatto ed ancora oggi in molti definiscono “La rondine” un’operetta.
Io affermo solamente che si tratta di Puccini e quindi chapeau!
Bene, sono certo che questo mio breve ed incompleto excursus sarà letto da pochi intimi, però che ci volete fare, ognuno ha le sue addiction.(strasmile)
Buona settimana a tutti, e speriamo che piova, governo ladro.
Discografia:
 

I quattro elementi.

Ho cominciato la lettura di “La ballata di Iza”, della scrittrice ungherese Magda Szabò, circa un mese fa, dopo una segnalazione sul blog dell’ottima gabrilu.
La lunga frequentazione con i romanzi mi ha fatto capire subito, dopo dieci pagine, che si trattava di un libro memorabile. Io però, non c’ero con la testa, troppi problemi pratici da risolvere, scarsa concentrazione, perciò ho preso il volume e l’ho messo da parte in attesa di tempi migliori.
Ho fatto bene, perché nei giorni scorsi ho potuto apprezzare questo bellissimo libro, dedicandogli l’attenzione che merita.
Il romanzo è diviso in quattro capitoli, diciamo così: Terra, Fuoco, Aria, Acqua.
Io, che sono melomane marcio, mi sono ritrovato a pensare al Rossini di “Il Turco in Italia”, quando nella sua cavatina di sortita Selim canta “l’aria, il suolo, i fiori, l’onda: tutto ride e parla al cor.” Le analogie però, finiscono qui.
Certo, questo è un libro “che parla al cor”, che fa riflettere intensamente sul nostro futuro, sui rapporti familiari ed interpersonali, su come sia difficile e faticoso vivere: è faticoso per i giovani, è terribilmente difficile per gli anziani.
È difficile vivere per chi vuole mantenere la propria integrità morale, ad esempio rifiutandosi, come il giudice Vince, di compiacere il potere e condannare ingiustamente qualcuno.
E poi c’è Iza, figlia modello ma quasi arida di vero sentimento, di passione. Quel fuoco per le piccole cose che non manca ad Etelka, l’anziana vedova di Vince.
E che dire di Antal, che potrebbe permettersi qualcuno che gli lavi le stoviglie o che rassetti la casa, ma non vuole farlo, perché anche il disbrigo di queste umili faccende lo riempie di soddisfazione e dignità?
Non voglio svelare oltre, ma vi consiglio di leggere questo straordinario romanzo che assolve il compito che dovrebbero avere tutti i libri, e cioè ci fa pensare, ci costringe a confrontarci con noi stessi e con i nostri inevitabili limiti; forse ci migliora o perlomeno ci indica la strada per farlo.
Lunedì sera, tornavo a casa dopo un brevissimo soggiorno al mare: stavo ascoltando il Don Giovanni e mi è costato molto parcheggiare ed entrare in casa perché stavo bene lì, in compagnia di quella musica.
La stessa cosa mi è successa con questo libro: non volevo che finisse.
Buona settimana a tutti.

E il Ciel non ha più fulmini? (speriamo…)

Dunque, martedì mattina un temporale si è abbattuto su Trieste ed un fulmine ha messo ko il mio computer.
Tra le altre cose, ho perso tutti gli indirizzi e-mail, perché si è bruciato anche un hard disk.
In questa occasione ho notato che ho un talento particolare nel fare il back up dei dati inutili e trascurare quelli fondamentali, ma è un po’ un lato del mio carattere, sono superficiale ed incostante, totalmente incapace di raziocinio.
Invito quindi chi era solito scrivermi per manifestare privatamente il proprio disagio per le cretinate che pubblico a rifarlo sollecitamente, perché io non ho idea di come contattarvi.
Poi, mi scuso con gli amici di Tiscali, ma purtroppo non riesco a lasciare i miei sapidi commenti ai loro post, a causa dell’oculata gestione del rinnovo della piattaforma. (ho provato ovunque, e dopo aver consumato il tasto enter della tastiera ed aver digitato combinazioni numeriche sorprendenti senza alcun risultato, ho rinunciato)
Bene, una volta espresse nel solito italiano stentato queste comunicazioni, passiamo ad altro.
Tra i comici statunitensi è consuetudine, parlando di solito di politica o spettacolo, usare una specie di tormentone semantico: “If your (parola a caso: look ,work, suit) is so bad that…I mean…”
Esempio: se il vostro aspetto è così brutto che vi propongono in continuazione di fare il modello per la foto “prima della cura”, è il caso di prendere qualche provvedimento. Voglio dire, aspettate forse di essere scelti quali modelli per le foto di una pubblicità di una ditta di onoranze funebri?
Ecco, questa cosa mi è venuta in mente ieri, quando ho sentito Mastella reclamare chiarezza nella maggioranza.
Cioè, “se il vostro governo è così incasinato che anche Mastella sente l’esigenza di stigmatizzare la confusione politica, che aspettate a cambiare?Voglio dire, ricordatevi che se andiamo al voto c’è sempre la possibilità che torni Berlusconi.”
Grande Capo Amfortas ha parlato.
Buon fine settimana a tutti, per ora (strasmile)

Aida all’Arena di Verona, recensione semiseria.

Quante volte da questo blog ho tuonato (si fa per dire, ovviamente) contro gli allestimenti operistici troppo tradizionali?
Spesso, anche recentemente.
Altre volte mi sono inferocito per il genio di alcuni registi, i quali, fondamentalmente, sono geniali solo nello spillare denaro pubblico.
Questa volta, all’Arena di Verona,
 in una sorta di meritata nemesi sono riuscito ad arrabbiarmi per entrambe le cose: un regista geniale, Giampiero Solari (artefice, ho scoperto, dell’ultima performance su Rai1 di Gianfranco Funari, mica pizza e fichi) è riuscito a vilipendere l’Aida di Giuseppe Verdi. Oppure a migliorarla, dipende dal punto di vista, perché ha connotato lo stupido melodrammone verdiano di una comicità non prevista dal compositore di Busseto.
Sono bastati pochi tocchi illuminati: alcuni sarcofaghi simili ai bacelli di un mitico film di fantascienza (L’invasione degli Ultracorpi, di Don Siegel ) ed una meravigliosa famigliola di elefanti volanti ( subito battezzati i Dumbo-Jet da me e Betta). Non ci credete? Ciccare qui, grazie.
Cioè, dovete capire che ascoltare un’opera all’Arena è già un problema ( Toscanini diceva, giustamente, che “all’aperto si gioca a bocce, non si fa musica!”) tra telefonini che squillano (la signora dietro di me ci è riuscita due volte in cinque minuti! Voglio dire, ti perdono, perché sono magnanimo, la prima volta, ma la seconda???), barattoli di Pepsi che rotolano dalle gradinate, gente che mangia e mastica rumorosamente, alcuni che bestemmiano perché una bottiglietta d’acqua non gasata da 0.50 L costa 5 euro ( giuro!) ed altre simili amenità.
Ci mancavano gli elefanti volanti, davvero. Dio quanto ho desiderato che fossero pure diarroici, e scaricassero l’intestino sul regista! Per non parlare delle stelline colorate tipo Campanellino-Trilly, la fatina di Peter Pan, che hanno perseguitato gli orchestrali che se le sono viste arrivare addosso per tutta la recita da ogni punto cardinale, spostate dal vento. E pensare che dovevano già difendersi dalle urla belluine e dai cachinni del Maestro Daniel Oren, poveri diavoli.
Un genio, questo Giampiero Solari, perché è riuscito ad imbastire uno spettacolo orribilmente tradizionale e allo stesso tempo di un trash moderno di cui cercherò di scordarmi al più presto possibile.
Aggiungo che in random si accendevano fuochi ovunque (e spero che una di queste fiammate sia stata il segno della sua dipartita per autocombustione), che alcune comparse sono state costrette a fare il serpente come i bambini all’asilo comunale e i cantanti, in alcuni momenti, si sono esibiti sui trampoli. Vi siete fatti un’idea, vero?
Bene, faccio il serio, ora.
Hui He si è confermata un buon soprano drammatico, nel ruolo del titolo. La voce non è indimenticabile però è ben proiettata e corre bene negli ampi spazi areniani. Le intenzioni interpretative sono corrette e quasi sempre realizzate: particolarmente riuscito il duetto con il padre Amonasro, nel quale è riuscita a rappresentare la lacerazione interiore tra l’amore per Radames e quello per la Patria natia. Una prestazione convincente, in un ruolo difficilissimo.
Frank Porretta era nei panni del condottiero Radames: l’accento era quello giusto, di condottieri mollaccioni alla Alagna versione inaugurazione Scala 2006 ne avevo le scatole piene.
L’aria di sortita ( la famosa “Se quel guerrier io fossi” ) è stata risolta decentemente, con un SI Bemolle abbastanza sicuro e sonoro. Nell’arco della recita mi è parso più a suo agio nel registro acuto che in quello grave. La voce è scura, adatta alla parte: ho notato una fastidiosa tendenza ad abusare di portamenti di cattivo gusto, ma ho visto e sentito di peggio, e dopotutto è il tenore del secondo cast ( Marco Berti il titolare del ruolo). È mancato, a mio avviso, un po’ d’abbandono nelle scene più marcatamente amorose, ma la sua prova è stata sufficiente.
Marianne Cornetti ha cercato di risolvere il personaggio di Amneris sfruttando il vocione di cui l’ha dotata madre natura. Non basta, ovviamente, perché così si trascura tutto lo scavo psicologico indispensabile. Solo in qualche sporadica occasione ha cercato di piegare la voce ad accenti più sfumati, ma, ad esempio, nel duetto con Aida del primo atto non ha reso la perfidia insinuante necessaria. Insomma, non mi è piaciuta molto, anche perché Cornetti è una Amneris tra le più celebrate e le aspettative erano piuttosto alte.
Ambrogio Maestri, nel ruolo di Amonasro, è stato il migliore della serata. Il baritono è sfuggito alla trappola principale del ruolo e cioè una caratterizzazione eccessivamente verista, da orco cattivo. Al contrario, è risultato nobile e mai volgare, un vero Re.
Sono molto contento per Maestri, perché è la prima volta dopo qualche tempo che lo sento in decisa ripresa vocale.
Duccio Dal Monte e Giorgio Surjan, rispettivamente il Re e Ramfis, mi sono parsi appena accettabili.
Daniel Oren è stato all’altezza della situazione, ma il vento che ha disturbato la serata non mi consente una valutazione più precisa. Molto buona, comunque, la scena del Trionfo.
Bene, è ora di andare a mangiare qualcosa, buona settimana a tutti. (smile)
 
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