Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: agosto 2007

Comunicazione di sevizio.

La mia schiena mi ha mandato un segnale forte della sua esistenza.

Quindi, il sottoscritto è costretto a letto fino a nuova data.

Lo so che non interessa a nessuno ma, insomma, mi sembrava giusto rendervi partecipi del gioioso evento.

Che palle…si diceva.

Zubin Mehta, un Direttore d’Orchestra coraggioso.

Zubin Mehta è una delle star del firmamento musicale odierno. Dico musicale, in senso lato, perché la sua popolarità si estende aldilà dei confini della musica seria, grazie soprattutto all’enorme ritorno d’immagine che ha avuto dirigendo i discussi concerti dei “Tre tenori” ed altre manifestazioni a scopo benefico.
Da qualche mese è uscita la sua autobiografia, “La partitura della mia vita”, raccolta da Renata Matuschka.
Nella prefazione, il direttore d’origine indiana afferma: “Da quasi cinquant’anni mi dedico a quella che secondo me è la più bella professione del mondo. Sono direttore d’orchestra. Sono costantemente circondato da un mondo di capolavori e di bellezza.”
Proprio questa frase indica la strada giusta per apprezzare questa autobiografia che si legge come un romanzo, tanto è avvincente e stimolante.
Allora si capiscono meglio le sue “battaglie” per riuscire ad ottenere un suono più europeo dalle orchestre americane; la sua nostalgia, quasi un richiamo della foresta, per Vienna.
Certo, molto spesso Mehta è indulgente con se stesso e tende ad essere autoreferenziale ma il testo è una miniera d’aneddoti, di riflessioni, d’incontri straordinari. Vi appaiono i nomi che hanno fatto la Storia della Musica: da Mahler a Toscanini, da Furtwängler a Karajan, fino a Solti (col quale litigò a causa di un equivoco) e Abbado ( molto divertente il loro rapporto all’inizio della carriera, all’insegna di una spiccata goliardia ).
Con Daniel Barenboim ha un rapporto che travalica felicemente i confini professionali e sconfina nell’amicizia personale più schietta.
Se qualche volta, come riportato sopra, Mehta è indulgente con se stesso, allo stesso tempo però mette nero su bianco una grande professione d’umiltà.
Dice infatti: «…devo ammettere, molto seriamente, che Bach costituisce una lacuna nella mia formazione musicale. Amo Bach, lo ascolto molto volentieri. In seguito anch’io ho diretto qualche volta la Passione secondo Matteo, il Magnificat o le Cantate, ma non sono in grado di trasmettere agli orchestrali una mia visione di Bach; è una mia carenza, perciò preferisco lasciare questo compito ad altri colleghi».
Ma gli spunti più interessanti sono da ricercare, a mio avviso, nella descrizione del suo rapporto con la musica. Un rapporto in continuo divenire, anche quando affronta partiture che potrebbe dirigere a memoria, perché trova sempre il suggerimento di un orchestrale esperto, oppure ha un’intuizione legata all’emozione del momento.
Si definisce un direttore generalista, nel senso virtuoso del termine, ed è interessante scoprire che diresse la sua prima opera lirica appena nel 1964 ( Tosca, Montreal).
Molta cura è data all’approccio musicale che vorrebbe, non sempre ottenendolo, dagli orchestrali: un’ispirazione cameristica, nella quale i professori d’orchestra abbiano modo d’ascoltarsi intimamente, in maniera da trovare il suono giusto, adatto a svelare gli intendimenti del Compositore.
Oltre al musicista, al direttore, esce prepotentemente l’uomo: quando, ad esempio, nel momento dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni accorre, in condizioni di sicurezza precaria, a sostituire un suo collega che non aveva retto alla tensione sul podio della Israel Philarmonic Orchestra, un complesso musicale che ha sempre seguito con grande abnegazione.
Dopo complesse indagini (strasmile), ho scoperto il nome del direttore incriminato: si tratta di Erich Leinsdorf. A questo proposito, Wikipedia sottolinea: "he left so hurriedly that he even forgot to take his tuxedo".
Ma non voglio rivelare di più. Ritengo che questo libro debba essere gustato, scoperto, da tutti coloro che amano la Musica che si conferma, una volta di più, come linguaggio universale, veicolo di pace e solidarietà.
Buon fine settimana a tutti.
 
 
 

Hai voluto la bicicletta? Pedala, allora!

In montagna le cose sono estremamente chiare, e non si prestano ad eccessivi malintesi.

I montanari sono gente schietta, che dice pane al pane ecc ecc.

Ad esempio, non ci sono dubbi sul motivo per cui questa via è detta Via della Bicicletta, vero?(smile)

Buona settimana a tutti.

P.S.

La foto è stata scattata da ex-Ripley, evidentemente, mica penserete che io m’azzardi ad intraprendere azioni così temerarie, no?

Pensieri e parole post ferragosto.

 
Aldilà delle considerazioni sensate di Luca Sofri (un giorno, se m’autorizza, racconto il nostro breve incontro) io 1000 euri non li spenderei (pur se potessi permettermelo) per vedere nessuno.
Ma se proprio il famoso genio della lampada mi comparisse davanti all’improvviso in tutta la sua generosità, ed insistesse per farmi spendere ‘sti soldi, allora vorrei vedere “Die Walküre” al Festival di Bayreuth, anno di grazia 1953.
Dice: “Ma non eri neanche nato!”
Ho capito, ma sono 1000 euri eh? Ci sarà il modo di trovare qualche falla nel circuito spazio temporale no? (smile)
Invece, forse, e senza l’ausilio di nessun genio della lampada, mi dovrò accontentare di questo.
Cambiamo argomento.
Oggi il consueto spam è stato più divertente del solito. Mi è arrivata una mail dalla “Banda di Roma”; all’inizio ho sorriso per l’errore di questi dilettanti dell’imbroglio, ma poi ho pensato: “E se fosse che i dirigenti delle banche stanno finalmente prendendo coscienza della loro reale vocazione?”
No, perché dovete sapere che a suo tempo, ho sottoscritto un fondo con FriulAdria.
Mi avevano garantito che in caso di necessità avrei potuto smobilitare ed avere il contante disponibile in qualche giorno.
Ora, secondo voi, che significa “qualche giorno”?
Per me “qualche giorno” sono tre, quattro, massimo cinque giorni.
Siamo a dieci e per ora non ho ancora disponibile un bel nulla.
Saluti a tutti.

Rossini Opera Festival: questa sera l’apertura con Otello.

Update dopo l’ascolto radiofonico:
Le previsioni, sin troppo facili, si sono avverate.
Grandissimo Floréz, la cui prestazione è stata esaltata dalla pochezza degli altri.
Reso l’onore delle armi a Merritt, sul quale è ingeneroso infierire, va detto che avrebbe dovuto essere protestato, come si dice in gergo. Il Festival non si può permettere, a mio avviso, di ingaggiare un cantante dal passato prestigioso ma dal presente imbarazzante. È stato un fenomeno, ma gli anni passano per tutti.
Kunde ha cercato di scurire la voce in modo innaturale, gonfiando i centri ed i gravi a dismisura, ma non ha la vocalità adatta per questo ruolo.
Olga Peretyatko mi è parsa buona, anzi forse sorprendente dal punto di vista tecnico, ma il personaggio non le appartiene: la voce è troppo esile e leggera per il ruolo.
Sono rimasto soddisfatto dalla direzione di Renato Palumbo, un direttore che non amo molto, ma che stasera è stato all’altezza della situazione.
Questo è tutto, almeno per ora.
Oggi è un giorno importante per i melomani di tutto il mondo.
Si apre a Pesaro il Rossini Opera Festival.
L’opera che inaugura la stagione è, quest’anno, l’Otello.
Otello? Sì, pure Rossini ha preso spunto dal dramma scespiriano. (ci sarebbero da fare molti distinguo, ma non è questa la sede).
Gli appassionati del Belcanto sono in fibrillazione e hanno motivo di contendere, anche aspramente, per vari motivi.
Il principale nodo da risolvere è quello dei cantanti. Rossini, quando l’opera debuttò a Napoli nel 1816, aveva a disposizione un manipolo straordinario di artisti: per il Moro, un tenore dalle risonanze baritonali, Andrea Nozzari; nella parte di Rodrigo un tenore contraltino, Giovanni David.
Desdemona fu affidata nientemeno che a Isabella Colbran (che qui vediamo proprio nelle vesti di Desdemona) un mezzosoprano tra i più celebri di sempre.
La diatriba tra appassionati nasce proprio da questi dati. I falchi, cioè l’ala più oltranzista, sostengono che in mancanza di cantanti che abbiano le caratteristiche necessarie, sia meglio non rappresentare l’opera.
È una posizione dura, ma che ha i suoi fondati motivi per essere sostenuta.
Le colombe invece, che sono i rossiniani più morbidi, ritengono che l’opera debba essere rappresentata comunque, servendosi dei migliori specialisti del ruolo odierni.
Purtroppo, a mio avviso, la direzione artistica del festival ha optato per una soluzione che scontenta tutti.
Se nessuno contesta l’eccellenza e la congruità, anche storica, di Juan Diego Floréz nella parte di Rodrigo (uno dei migliori tenori contraltini di cui vi sia traccia sonora) le perplessità sono molte sull’ottimo Gregory Kunde nella parte del Moro, perché, in teoria, è un tenore che ha caratteristiche sovrapponibili a Floréz stesso.
Nella parte di Desdemona abbiamo addirittura il debutto di Olga Peretyatko, in quella di Jago una vecchia gloria ( con tutto quello che ne consegue) del belcanto rossiniano come Chris Merritt.
Insomma, si poteva fare meglio, anche per una colomba come me.
Naturalmente, tutti gli appassionati sarebbero ben felici di essere smentiti dai fatti, vale a dire da una serata memorabile dal punto di vista artistico.
Però, e questo vale anche per il debutto di Alessandra Marianelli (splendida cantante e simpaticissima ragazza) quale Fiorilla, nel Turco in Italia di domani sera, il ROF ( acronimo che significa appunto Rossini Opera Festival ) dovrebbe essere un punto d’arrivo per gli specialisti di questi ruoli, non il punto di partenza.
L’allestimento è di Giancarlo Del Monaco, regista figlio dell’indimenticabile Mario.
Allora, appuntamento per chi vuole questa sera alle 20, su RADIO3, che trasmetterà questo controverso Otello in diretta.
Dimenticavo, questo blog ha un grosso debito di riconoscenza con il Rossini serio: “Di Tanti Pulpiti” è solo uno sciocco calambour che scimmiotta maldestramente una meravigliosa aria del Tancredi (“Di Tanti Palpiti”), forse l’opera di Rossini che amo di più.
Buon ascolto agli appassionati e ai volenterosi (smile)
 

Cielo e mar.

Come ho già scritto più volte, sono affascinato da Georges Simenon.
In particolare, mi reputo preda di una vera e propria addiction nei confronti del Simenon romanziere, mentre il mio giudizio è più tiepido per quanto riguarda il suo personaggio più noto, il Commissario Maigret.
Adelphi si è impegnata a stampare l’opera omnia dello scrittore francese ed io, periodicamente, scopro veri e propri capolavori.
Dopo essermi entusiasmato, qualche tempo fa, per La Camera Azzurra, ieri ho divorato Cargo.
Scritto nel 1935 e pubblicato a Parigi l’anno successivo, questo romanzo trae ispirazione da unviaggio che lo scrittore intraprese a cavallo tra il 1934 e i primi mesi del 1935 e che lo portò da Panama alla Nuova Zelanda.
La vicenda è semplice: a causa di un delitto politico commesso in Francia, una coppia di giovani amanti è costretta alla fuga per evitare il carcere, e s’imbarca su un mercantile.
Lei, Charlotte, è una donna che cerca il riscatto di una vita ai margini della società conferendo dignità politica all’omicidio di un amante borghese.
Lui, Mittel, figlio di un famoso anarchico incapace di sopportare il peso del nome che porta, è un ragazzo sensibile, delicato, che troverà il riscatto ad una vita grigia ed inutile affrontando le tempeste dei tropici e quelle, ben più perigliose, dell’anima.
Entrambi, loro malgrado, affronteranno questo viaggio tra Cielo e Mar.
Simenon con il suo solito stile asciutto, conciso, tratteggia benissimo caratteri e situazioni: sono splendide le descrizioni della vita sulla nave, dove convivono senza attriti il sottoproletariato multietnico della bassa manovalanza ed il capitalismo senza scrupoli del Capitano, che vuole solo fare soldi con qualsiasi mezzo.
Una situazione che si ripresenta a Tahiti, dove lo sfruttamento degli indigeni in una miniera copre, forse, una gigantesca truffa organizzata ad alto livello da ogni sorta di mediatori politici.
Ma i negri sorridono, vivono, amano; i bianchi, nella cieca rincorsa alla ricchezza, impazziscono, si uccidono tra loro.
Se la vita è una tempesta, in questi marosi ognuno di noi è un cargo in cerca di un porto sicuro.
Il capitalista di Quarto Potere, Citizen Kane, in fin di vita pronuncia una parola alla quale nessuno riesce a dare un significato tangibile: “Rosebud”.
È solo un nome inciso sulla slitta con la quale giocava da bambino.
Sono le piccole cose alle quali ancoriamo la nostra vita.
Buona settimana a tutti.
 

Gelato Jazz.

 
Il primo gelato di cui ho memoria è il ghiacciolo.
Nelle immediate vicinanze di casa mia, c’era una panetteria dove i miei “avevano il conto”. Quindi io, ragazzino, entravo, aprivo il frigorifero dall’alto, mi sporgevo rischiando di cadere dentro, allungavo la mano e dicevo “mi metta in conto”. Un ghiacciolo costava 15 Lire.
I ghiaccioli, a quei tempi, erano al sapore di limone, arancia, menta; c’era una versione che anticipava il nefasto uso degli “assaggini” al ristorante, e cioè il ghiacciolo “arcobaleno”, ma costava 20 Lire ed era pressoché riservato ai bambini ricchi.
Mi ricordo che mi sedevo su di un muretto, quasi sempre da solo, e cominciavo a gustare questa prelibatezza rinfrescante. Chissà quanti e quali coloranti mi sono sorbito.
Facevo collezione di “stecchi”, allora. Gli stecchi intorno ai quali s’avvolgeva il mio momentaneo benessere. Quando faceva troppo caldo, il ghiaccio si scioglieva e m’impiastricciava le dita che diventavano un insperato prolungamento di frescura: gelate, dolci, al gusto di menta.
C’era anche la “banana”, un gelato confezionato che aveva un forte sapore di burro e latte condensato, oltre che un appena accennato aroma del frutto da cui prendeva il nome. Costava ben 35 Lire. Inavvicinabile, per me.
Poi c’era la “coppetta”, ai gusti di cioccolata e panna o in alternativa di limone e fragola. Il cucchiaino di plastica era appiccicato sopra la confezione con una goccia di colla, mi pare di ricordare. Credo costasse 50 Lire e si vendeva al bar, non in panetteria. Il bar era un lusso dove si vendevano gelati lussuosi; la panetteria era popolare, c’era il pane e c’era il ghiacciolo.
Ogni tanto papà arrivava a casa con tre coppette e la mamma lo rimproverava per la spesa eccessiva.
La coppetta era una festa, tanto che io la facevo sciogliere piano piano, rimestandola con il cucchiaino, per prolungare la gioia del palato. Qualche volta rimestavo tanto che il sottile fondo di cartone s’incrinava e il prezioso gelato mi colava ancora tra le dita.
Ma il massimo era il carretto del gelatiere: tutto vestito di bianco, l’omino era quasi un’apparizione miracolosa. Vendeva i coni di gelato, una prelibatezza da gourmet. Un cono costava anche 70 Lire, credo. I gusti erano i soliti: cioccolato, fiordilatte (panna, si diceva), limone, fragola. Ah sì, c’era pure la crema. Ma, soprattutto, c’era il cono, che sapeva di niente, ma era croccante, si sbriciolava ed io mi divertivo a spingere il gelato con la lingua fino in fondo, in modo che anche l’ultimo boccone restasse buono e sorprendente come il primo.
Sì, ma io mi ricordo con particolare piacere del ghiacciolo.
Alla menta.
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