Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: dicembre 2007

Citazioni autoironiche.

Se vediamo un gigante…

 Ombra Mai fu...

esaminiamo prima la posizione del sole e assicuriamoci che non si tratti dell’ombra di un pigmeo.

Georg Philipp Friederich von Hardenberg, detto Novalis.

Nuovi mostri, take four: il vero mostro.

Vedova Allegra a Roma.

Riporto, brevemente, alcuni stralci dai dialoghi pensati (???) da Vincenzo Salemme nel suo adattamento (???) per l’operetta di Lehàr, che in questi giorni è in scena a Roma al Teatro dell’Opera.
Lo faccio solo perché spero che così sia chiaro cosa intendo quando affermo che la TV è la Madre di Tutte le Disgrazie.
 
Kromov/Camuffo :Olga!Olga, vieni a ccà!…ti ho vista che stavi civettando sfacciatamente con Saint Brioche
Olga:Ma che dici?Io sono una femmina onesta e ‘a brioche non la tocco neanche nei giorni di festa

Cascada:…E se la vedova decide di sposare un forestiero?Che so…un parmigiano!
Pritschitch/Ciccio:Eh:’o parmigiano!S’ ‘o mette sopra ‘o brodo!

Barone Zeta/Passalacqua (chiedendo a Njegus se è riuscito a rintracciare Danilo):Ha cercato al circolo canottieri?
Njegus/Pulcinella:Era chiuso
Barone Zeta/Passalacqua:E perchè?
Njegus/Pulcinella:Stavano senza canottiere a torso nudo…
Barone Zeta/Passalacqua:Embè?
Njegus/Pulcinella:Il circolo canottieri senza canottiere!?

…di simile perle è pieno l’intero libretto riscritto dal buon Salemme, che a questo punto con l’autoironia che lo contaddistingue, avrebbe almeno dovuto parlare, più che di libero adattamento, di libero stravolgimento del libretto.

I primi a prendere Salemme a calci in culo dovrebbero essere proprio i napoletani, credo.
A tutti risparmio altri squallidi particolari.

De rerum Bloggorum, si potrà dire?

Raccolgo il testimone facoltativo di Giorgia, via Corona’s :

Tre aggettivi per descrivere il tuo blog:

Squinternato, ironico, melomaniaco.

Quanti blogger hai conosciuto di persona?

Margie (beh, ma ci conosciamo da ben prima) ed il QuasiAdatto, Cape (anche con lei…l’ho vista crescere, come peso, intendo…), quello famoso  (storia strana) , Bob, Grisù, La Ranger, Ivy, Manouche , Alessandro e Paola (di cui non trovo il link…), Marina , Mollybee .

Poi c’è la truppa di Operaclick, e ci metto solo coloro di cui ho le coordinate: Gabriele , Luciana , Kero , Luanossa , Tuosk , Em (ma ci sono Wotan, Gigio, Sacco, e sicuramente altri che colpevolmente ora non ricordo)

Quale blogger ti piacerebbe conoscere?

Insomma, un nome solo non me la sento di farlo: direi tutti gli "inadatti al volo" .

Poi, per affinità elettive, diciamo: Giorgia , Ghismunda , Filo, EBTG

Perché lo so io: Ariela .

Qual è il primo blog che leggi ogni mattina?

Boh, dipende, non c’è un ordine preciso e non ho idea di come funzionino quelle diavolerie tipo RSS, Reader & CO.

Qual è il blog di cui festeggeresti la chiusura?

Il dramma, per molti, è continuare a scrivere.

Fai il talent scout: lancia una giovane blog-promessa.

Questa è facile, ma vale come augurio per la vita, più che altro: Despinetta .

Chi ha voglia, prosegua pure ok?

Ho da far un dramma buffo e non trovo l’argomento…

…potrei dire, ma non certo se si deve parlare di malattia, magari da un punto di vista inconsueto.
Mi fa impazzire solo l’idea che, finalmente, qualcuno possa apprezzare il mio unico talento.
( UPDATE: su Rotocalco si parla di "Terrorismo ambientale", qui il mio contributo)
Vi chiederete: “Perché, hai un talento per qualcosa?”
Avoja, come diciamo qua al nord, se ne ho.
È una vita, neanche troppo corta perché ormai vado per i 53, che mi sento dire che sono inadatto.
E questo ovunque vada e qualsiasi cosa faccia eh?
Allora, il catalogo è questo.
Il primo a notare questa mia caratteristica precipua è stato un prete, all’oratorio: facevo il chierichetto e per poco non ho incendiato la chiesa con l’incenso facendolo dardeggiare per tutte le navate come fosse una cascata di lapilli durante un’eruzione: “Sei un inetto!”  (alcuni dei presenti invece, credono ancora oggi ad una manifestazione demoniaca e ne parlano ai nipotini, per spaventarli)
La mia prima ragazza, insomma, si fa per dire, in una situazione che definire imbarazzante è un pietoso eufemismo, esclamò ghignando: “Certo che sei inesperto forte eh?”
A scuola, quando i professori mi definivano impreparato, per me era un successone, perché almeno non m’insultavano. I miei compagni di classe facevano la ola, come se avessi segnato un gol in rovesciata all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare.
Mia moglie, appena ne ha l’occasione mi definisce dannoso e nocivo per la sua vita. E questo quando, presa dai rimpianti , vuole convincersi che il nostro matrimonio non è poi così male come sembra.
La mia ex-strizzacervaelli, nel momento in cui io, gioioso, le illustravo le mie nuove strategie di vita, mi rispondeva disarmata: “Ecco, questo sarebbe davvero controproducente…”
Il mio linguaggio è giudicato quasi sempre inopportuno e negli altri casi sconveniente. [memorabile quando fui ripreso da un burocrate lecchino, perché mi rivolsi al Prefetto chiamandolo “Signor Prefetto” e non “Eccellenza” (non sto scherzando, è successo davvero)]
Come finto critico musicale, se mi apostrofano quale incompetente spendo una fortuna per offrire da bere agli amici.
Voglio dire, vi serve una persona che non sia mai all’altezza e che si dimostri sempre inefficace, inabile, incapace, sballato, inutile?
Sono qui.
Presente.
Arrivo.
Ecco, per quanto possa sembrare inconcepibile, Giovanni Di Muoio cercava qualcuno con queste caratteristiche e, senza sbattersi neanche tanto, ne ha trovati 37.
A leggere i loro racconti, che appaiono insieme al mio nell’antologia “Inadatti al volo”, si direbbe che, in realtà, mi abbiano giocato tutti un brutto scherzo di carnevale, con l’unico scopo di farmi riprovare quella stessa sensazione di essere inidoneo che mi perseguita da sempre.
Oh, questi ragazzi e queste ragazze scrivono bene davvero. Sono originali e creativi.
Saranno pure inadatti, ma non certo a scrivere, a raccontare.
Io, noi, non ci guadagniamo nulla, se questo libro viene venduto, ma gli introiti vanno alla Fondazione Antonio Valentino.
È una cosa bella.
Chiedetelo al vostro libraio di fiducia o compratelo in Rete, e sappiatemi poi dire se vi ho dato un consiglio sbagliato.
Buon fine settimana a tutti.
 
 

Il viaggio onirico di Peer Gynt.

Ad un secolo dalla scomparsa, il Teatro Verdi di Trieste ha reso omaggio a Edvard Grieg, con la prima rappresentazione integrale in forma scenica del dramma “Peer Gynt” di Henrik Ibsen.
In buona sostanza è stata eseguita la partitura con testi cantati in lingua originale con sopratitoli, mentre la parte in prosa è stata recitata in lingua italiana.
È un’operazione culturale molto meritoria, e se ne comprende meglio la portata prestando attenzione alla complicata gestazione dell’opera di Ibsen.
Il drammaturgo norvegese scrisse il Peer Gynt nel 1867, durante un suo soggiorno in Italia.
Il testo è in versi, e la sua struttura richiama il “Faust” di Goethe.
Questa circostanza fa pensare che Ibsen ritenesse il suo lavoro più adatto alla semplice lettura che alla rappresentazione, anche a causa dei rapporti piuttosto tesi che aveva con la madre patria ed in particolare con il teatro di Christiania. ( l’odierna Oslo)
Dopo che questi rapporti, in qualche modo, si fecero più distesi ed alcuni suoi testi furono rappresentati con successo, il grande drammaturgo ripensò il suo Peer Gynt nella nuova dimensione di dramma musicale.
A questo scopo contattò Edvard Grieg per le musiche di scena. Il compositore a quel tempo era già affermato, grazie al successo ottenuto con il suo “Concerto per LA minore” per pianoforte ed orchestra.
Nel 1876, dopo che Grieg stesso superò parecchie perplessità e disagi d’ispirazione ( non gradiva molto il lato etnico, folclorico della storia ), il Peer Gynt fu finalmente rappresentato.
La creatività di Grieg si spinse molto avanti, tanto che il termine musiche di scena appare molto riduttivo a confronto della prassi di quegli anni, che intendeva con questo termine una melodia che facesse quasi da riempitivo disinvolto tra i dialoghi recitati: si tratta infatti di ventisei pezzi, alcuni molto brevi, sia cantati sia sinfonici. Tutte le singole composizioni si riferiscono a stati d’animo personali dei protagonisti o a situazioni naturali, come ad esempio il celeberrimo Morgenstemning. (Il Mattino, che probabilmente la maggior parte delle persone sopra gli anta conosce, perché fu la colonna sonora di un celeberrimo Carosello…ricordate il tormentone Matilde! La pancia non c’è più…” ? Mimmo Graig l’attore, mentre il prodotto pubblicizzato era l’Olio Sasso, 1966)
Inquadrata dal punto di vista storico musicale, seppur sommariamente, la genesi dell’opera, è ora necessario soffermarsi sulla trama, che tratta delle vicende di Peer Gynt, un ragazzotto molto avventato e pieno di sé che parte per il suo viaggio nella vita.
Peer va incontro a situazioni perigliose e s’imbatte in personaggi molto singolari, nel suo vagabondare anarchico e amorale, spinto solo dal desiderio di fare nuove esperienze; anche il ritorno a casa, dopo tanti anni, è funestato da un naufragio.
Il regista Pier Paolo Pacini sceglie, forte dei numerosi aspetti simbolici del testo, un’elaborazione registica che si rifà ai prodromi della psicanalisi, trasformando “i luoghi del viaggio di Peer in rappresentazioni di diversi luoghi della mente”. Pacini ha una buona intuizione, se consideriamo che il saggio “L’interpretazione dei sogni” di Freud, che segna l’avvento della psicanalisi, vide la luce solo qualche lustro dopo l’ideazione del Gynt.
Siamo quindi di fronte ad uno di quei casi, piuttosto frequenti a quei tempi, in cui gli intellettuali dell’epoca erano attratti, per affinità morali e culturali non consapevoli, dagli stessi aneliti di conoscenza.
In quest’ottica la madre Aase e la quasi fidanzata Solveig, interpretate da Teresa Fallai, diventano il punto di partenza e d’arrivo del viaggio di Peer.
Daniel Dwerryhouse è l’ipercinetico protagonista, un piccolo mattatore, mentre Roberto Gioffrè esprime la sua creatività nelle molteplici parti del Mago.
Sul versante musicale da segnalare, una volta di più, l’ottima prova del Coro.
Ragguardevoli, nei loro brevi ma fondamentali interventi, le prestazioni dei mezzosoprani Silvia Bonesso e Elena Boscarol, e dei soprani Silvia Verzier e Carolina Arditi.
Il soprano Valentina Farcas, oltre che per una bella presenza scenica, colpisce per il timbro molto gradevole ed il bel legato, che rendono particolarmente commoventi la “Canzone di Solveig” e la “Ninna nanna di Solveig” che chiude il lavoro teatrale.
Il direttore Gerd Albrecht non si segnala per particolare calore, tanto che in alcune situazioni è sembrato mancasse un po’ di fuoco all’orchestra, in particolare nell’episodio del Palazzo del Re della Montagna.
Il pubblico, ahimé, spiazzato dalla prevalenza di testo recitato e numericamente piuttosto scarso, ha tributato al lavoro applausi di cortesia.
Dal mio punto di vista, la serata è riuscita molto bene; la direzione del teatro rende un ottimo servizio alla città proponendo lavori forse un po’ ostici per lo spettatore tradizionalmente melomane, ma che hanno una valenza culturale rilevante.
Nella città che fu di Svevo, assiduo frequentatore del Verdi, c’è sempre buon tempo per l’ennesima Bohème.
 

Recensione, quasi seria, di Tristan und Isolde.

L’ho sempre detto, l’opera va vista in teatro, perché codesto è il luogo deputato all’ascolto e poi al giudizio.
Però ieri, straordinariamente, la televisione ha aggiunto una dimensione al consueto ascolto radiofonico e quindi la mia opinione, perché di questo si tratta e ci tengo a sottolinearlo, può essere più sfumata e ricca di sensazioni.
Allora, com’è stato questo Tristan und Isolde?
La prima risposta, di getto, è che è stata una serata meravigliosa.
Una direzione orchestrale di bellezza stordente, per cominciare.
Daniel Barenboim ha diretto l’orchestra della Scala, apparsa in gran spolvero come da anni non la sentivo, con un magistero tecnico tale da consentire leciti paragoni con i nomi che hanno fatto la storia delle esecuzioni di quest’opera a Milano: Victor de Sabata in primis, Carlos Kleiber poi.
Il suo maggior merito è stato, oltre alla sobrietà e l’efficacia del gesto, l’evidente intenzione di servire la musica umilmente e di favorire i cantanti sul palcoscenico nel rispetto della partitura wagneriana. È riuscito a tirar fuori dall’orchestra tutte le sfumature utili a far “vivere” al pubblico l’alternanza metaforica di luce e buio, d’amore e morte, che sono l’essenza stessa del Tristano.
Poi la regia di Patrick Chéreau, magnifica nell’ambito di un’opera difficilissima da dirigere perché statica, senza scene di massa o spettacolari. I cantanti si muovevano tutti con la coscienza di rendere un servigio a Wagner, più che al proprio lavoro.
Ancora, le scene di Richard Peduzzi, funzionali e bellissime, essenziali senza cadere nella trappola di un vieto minimalismo troppo spesso caricatura di se stesso.
I costumi di Moidele Nickel e le luci di Bertrand Couderc hanno contribuito in modo decisivo a comprendere, a mio parere, il disegno registico complessivo: la realizzazione di un atemporalità per un lavoro che è senza tempo, come tutte le grandi opere d’Arte.
Gli interpreti sono stati quasi tutti all’altezza di una tale serata.
Il soprano Waltraud Meier ha sviluppato, come anticipato nel post precedente, un Isolde nervosa, tesa, disperata. I suoi acuti non sono folgori, ma il fraseggio, l’accento!!! La capacità attoriale! La sensualità disperata, la nobiltà!
Waltraud è Isolde, e basta, non è necessario dire altro.
Il tenore Ian Storey ha voce scura, un po’anonima, ma il suo Tristan commuove per intensità drammatica.
La parte è tra le più temibili in assoluto, specie nel terzo atto, una specie d’agonia cantata per quattro ore. In un paio d’occasioni è mancato, anche lui, negli acuti, molto forzati.
Ebbene? Un artista non si giudica per una singola nota non riuscita, sia chiaro una volta per tutte!
Ciò che conta è che esca il personaggio che deve interpretare, tutto il resto sono chiacchiere.
E proprio da questo punto di vista è mancata Michelle De Young, la Brangäne di ieri sera: ed allora sì che anche le mende vocali sono da sottolineare con la penna rossa. La voce ballava, e c’era pure qualche difetto d’intonazione.
Ho trovato, con il mio metro di giudizio, assolutamente ineccepibile il Re Marke di Matti Salminen: addolorato, nobile, dotato di una presenza scenica mirabile.
Gloria del canto wagneriano, il basso finlandese ha fornito un’altra prova all’altezza della sua fama, conquistata a suon di successi nei teatri di tutto il mondo.
Discreti, ma ad un livello diverso dai protagonisti, tutti gli altri: il baritono Gerd Grochowsky ( Kurwenal) ed il tenore Will Hartmann ( Melot).
Ho pianto molto: nella scena finale, ed era scontato. Ma anche in altri punti, e non dirò quali, solo perché è una cosa che deve restare mia.
Da ultimo, voglio segnalarvi un’altra recensione, che è stata redatta da appassionati con i quali, a suo tempo, ho avuto scontri durissimi a livello personale e di valutazione artistica.
Questi uomini e donne (una) hanno una visione molto diversa dalla mia dell’Arte del Canto, ma sono competenti e scrivono bene; leggerli è comunque un arricchimento.
Comunque, la vita mi sembra troppo complicata per alimentare rancori con chi condivide la stessa passione.
Potenza della Musica di Wagner.
 

Tristan und Isolde, la Montagna Incantata in Musica.

Oggi, alle ore 17, il canale “Classica” di Sky trasmette in diretta (visibile a tutti, anche a chi non è abbonato) “Tristan und Isolde” di Richard Wagner, titolo che inaugura la stagione scaligera.
Molti ricorderanno l’inaugurazione dell’anno scorso con Aida, pessima ma lodata oltre ogni limite della decenza dalla critica ufficiale e da Rutelli & Co. Poi, alla seconda recita, la fuga di Roberto Alagna che era stato contestato da qualche loggionista, ha rivelato a tutti quella verità che la sparuta minoranza scrivente dei veri appassionati aveva già sottolineato.
Il “Tristan und Isolde” è una delle vette più alte dell’Arte “tout court”, aldilà del mio gradimento personale per Wagner e per la musica lirica, bisogna dirlo subito. È come un dipinto di Raffaello o una scultura di Michelangelo, patrimonio dell’umanità.
Wagner compose quest’opera mentre era follemente innamorato di Mathilde Wesendon(c)k e, a proposito del suo lavoro, le scrisse così:
 
“Bambina! Questo Tristano sta diventando qualcosa di spaventoso! Quest’ultimo atto! Temo che vietino l’opera, a meno che il tutto non sia messo in parodia da una cattiva rappresentazione: solo rappresentazioni mediocri potrebbero salvarmi. Se fossero perfette, potrebbero far impazzire gli spettatori!”
 
Scriveva Nietzsche in "Ecce Homo": “Ma ancora oggi vado in cerca di un’opera che abbia il fascino pericoloso, la dolce e tremenda infinitezza del "Tristano" – la cerco in tutte le arti, e invano. Tutti i misteri di Leonardo da Vinci, perdono la loro magia alla prima nota del "Tristano".
 
Carducci disse: “La morte d’Isotta è per me superiore a tutto quel che ho mai sentito in musica”.
 
Vorrei, senza soffermarmi troppo su tecnicismi incomprensibili ai più, considerare molto brevemente la figura di Isolde.
Chi è questa donna?
È una nessuna e centomila, da un certo punto di vista. Sicuramente è una donna molto amata.
Non esiste, a mio modestissimo avviso, una cantante che abbia dato di Isolde una lettura definitiva: ci sono invece tante interpreti che hanno connotato il personaggio Isolde delle sfumature che erano più nelle loro corde ( vocali, in questo caso) d’artista.
Tra le più grandi di sempre, la mia preferenza va a Kirsten Flagstad (direttore Wilhelm Furtwängler), Birgitt Nilsson (Georg Solti) e Margaret Price ( Carlos Kleiber).
Ognuna di queste interpreti illumina il personaggio Isolde con il fascio di luce della propria arte ma, allo stesso tempo, ne lascia un lato inesplorato, oscuro.
Kirsten Flagstad è forse quella che sottolinea meglio il viaggio metaforico dalla vita alla morte, dal giorno alla notte, dalla luce al buio.
Birgitt Nilsson seduce con lo splendore del suo strumento vocale, che sembra sottindere una straripante bellezza fisica.
Margaret Price è romantica, fragile, giovane, ma anche leggermente rassegnata all’ineluttabile finale tragico.
Alla Scala, domani sera, Isolde sarà interpretata da Waltraud Meier, che frequenta il personaggio da molto tempo con risultati eccellenti.
Con ogni probabilità tratteggerà la sua Isolde in maniera più fruibile al grande pubblico, liberando sentimenti forti di dolore e rabbia, sulla scia dei precedenti illustri di Astrid Varnay e Marta Mödl.
Questo è tutto ( e credetemi, è davvero poco!).
Ascoltate il preludio, il duetto d’amore ed il monologo del Re Marke del secondo atto, il tragico e meraviglioso finale dell’opera, il famoso “Mild und Leise”.
Per me, quest’opera rappresenta in campo musicale ciò che "La Montagna Incantata" significa in letteratura. Qualcosa che è diventato parte di me, tanto che ho scritto di getto questo post e non lo rileggo neppure.
Se ho sbagliato qualcosa, "mi corriggerete" (uargh e strasmile).
Insomma, provateci.

Liber, libertas.

Le recensioni di libri in rete, in particolare nei blog, sono molto diffuse.
Oggi, su Rotocalco, si discute appunto di libri.
 
 
Io ho provato a parlare di “La Montagna Incantata” ma, ci tengo a precisarlo, non ho scritto la classica recensione, perché non sarei stato in grado, è un romanzo troppo complesso.
Ho voluto quindi parlare di emozioni, mentre i miei compagni di viaggio sono stati molto più bravi di me, esaustivi e professionali.
Qui il mio contributo, ma mi preme sottolineare molto di più gli interventi degli altri amici.
Forse (lo spero) questa iniziativa interesserà il blogroll di gabrilu.
Commenti a vostra discrezione, come sempre: qui, di là, ma anche niente, va tutto bene.
Buona settimana a tutti.

Nuovi mostri, take three.

L’ospedale oppure, in senso lato, i presidi sanitari, si rivelano fucine di nuovi mostri.
Questa mattina mi è capitato un episodio meraviglioso.
 
 
Devo sottopormi ad una visita al secondo piano di una palazzina all’interno dell’ospedale di Trieste.
Arrivato all’ascensore, pigio il tasto numero due.
Si apre la porta, entro e vado in segreteria per chiedere lumi sulla locazione dell’ambulatorio, ma noto che sono al primo piano e non al secondo.
Avrò sbagliato tasto, penso, e mi guardo intorno un po’ confuso.
Il mio smarrimento doveva essere piuttosto evidente, tanto che la segretaria mi chiede, molto gentilmente, chi o cosa sto cercando.
“Il Dottor X…” – rispondo.
E lei serafica: “Signore, il Dottor X riceve al secondo piano, qui siamo al primo…” – avrà pensato, immagino: “Ah, questi anziani…”
Io: “Lo so, infatti credo di aver pigiato il tasto sbagliato dell’ascensore, chiedo scusa…”
Lei: “Lo sa vero che per andare al secondo piano bisogna premere il tasto per il terzo?”
Elementare, Watson.
In quest’ottica, pensavo poi mentre aspettavo il medico, è normale che il signore accanto a me, che aveva appuntamento alle 9, non batta ciglio quando gli viene comunicato che il luminare non arriverà prima delle dieci.
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