Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: gennaio 2008

Ebben? Sono andato lontano.

Insomma ero a Montecarlo in missione speciale per conto di Operaclick.
Ho visto una splendida Forza del Destino e…
Botero non solo è stato così gentile di omaggiare me ed ex-Ripley dei due bronzi che vedete, ma ci ha fatti apparire più magri e, soprattutto, ha abbondato generosamente sulle dimensioni del mio apparato genitale esterno.
Bravo e complimenti!
A presto, buona settimana a tutti. (strasmile)

Mala tempora currunt.

Per questioni professionali che riguardano il mio impegno di finto critico musicale, mi sono imbattuto in questa perla meravigliosa:
 
Daniela Dessì, nata a Genova, è da molti oggi considerata come uno dei più grandi soprani al mondo, lo stesso giornalista Alfonso Signorini, dopo la presentazione del sua romanzo su Maria Callas avvenuta a Monaco nei giorni scorsi, l’ha definita una delle sue interpreti preferite.
 
Siamo al punto che Alfonso Signorini, che ha scritto una biografia (?) di Maria Callas in stile gossip, cioè quanto di più detestabile ci possa essere per un melomane,  è l’Uomo del Monte della Lirica.
Vista la scucchia che si ritrova, al massimo potrebbe essere l’Uomo del Mento.
Comunque, parto in missione speciale, per qualche giorno.
Questa notte non ho dormito, perché sono agitato per il viaggio.
Ho pensato a lungo alla spigolosità del mio carattere, mi sono rammaricato del fatto che mi espongo sempre in prima persona, che non ho nessuna capacità diplomatica e sono follemente innamorato di me stesso.
Insomma, un sacco di dubbi esistenziali.
Sono giunto ad una conclusione storica: mi vado benissimo così e non trovo motivi validi per cambiare.
Non voglio imparare a porgere l’altra guancia, il pensiero non mi sfiora neppure.
A Roma intanto, sabato 26 gennaio alle 18.30, presso il Lettere Caffè di Via S. Francesco a Ripa 100, si presenta il libro "Inadatti al volo".
Io non ci sono, ma saranno presenti parecchi amici di cordata.
Insomma, amici romani, se siete da quelle parti…
Che la farsa sia con voi, a presto.
 
 
 

Il mio stato voglio a tutti palesar…

Il libro “Inadatti al volo”, ha raccolto una buona recensione.
Ringrazio anche qui Ghismunda, sia per aver espresso un’opinione positiva sia per la curiosità intellettuale che l’ha spinta a leggere un lavoro un po’ inadatto. (smile)
E visto che, in qualche modo, si parla di libri, segnalo che il qui presente Amfortas sarà a breve impegnato
 in una ristrutturazione del suo antro, che lo costringerà ad un non brevissima vita da pendolare.
Primo problema: inscatolare i libri, affinché le barbariche orde di operai edili non ne facciano scempio. ( oh vista oh vista orribile! )
Ovviamente perdo tempo in modo intollerabile: questa mattina mi sono ritrovato a curare amorevolmente la copertina del “Ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde con la mano destra, mentre con la sinistra accarezzavo “Il Giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani.
E non solo, ero seduto sul ponderoso, ma solido,  “I Princípi della Matematica” di Bertrand Russel.
Ne consegue che la mia presenza nei vostri blog sarà ancora più evanescente: “Miei Signori…perdono, pietade…al vegliardo la colpa perdonate” [e che mi perdoni anche Francesco Maria Piave (strasmile)]
 
Poi, finito il lavoro sui libri, toccherà ai vinili ed ai compact disc ma, per ora, non ci voglio neanche pensare…
Buon fine settimana a tutti.
 

Intramuscolare.

Sia detto in velocità.
Noi che abbiamo studiato Marx, avremmo dovuto dedicare più tempo agli omonimi fratelli.

Maria Stuarda, Ratzinger e tenori sulla carta.

Ho seguito su Radio3 la diretta dalla Scala di Maria Stuarda di Donizetti.
Alcune brevi impressioni, perché non ho tempo di scrivere una recensione circostanziata.
Prima considerazione: Mariella Devia (Sua Mariellestà, appunto, come dice Giorgia) è una cantante straordinaria, da brividi.
Nell’arco di tutta la sua lunga carriera, le è sempre stata rimproverata una certa freddezza interpretativa, spesso dalle stesse persone che poi straparlano di suggestioni veriste ogni volta che un(a) cantante mette un po’ di pepe nella recitazione.
Transeat.
Ieri sera è stata grandissima: nobile nell’accento, acuti e sovracuti sfolgoranti, fraseggio magnifico.
E mi fermo qui.
Meno convincente l’Elisabetta di Anna Caterina Antonacci, di cui posto una foto che spiega perché, incrociandola all’aeroporto, ho sbattuto contro una porta a vetri.
Qualche acuto calante si è sentito, effettivamente, ma a mio parere il problema maggiore è la scarsa aderenza al personaggio.
Il tenore Francesco Meli ha voce bellissima, accento giusto ed una naturale eleganza vocale.
Però da un tenore si pretenderebbe che non si strozzi dal SOL (ad essere generosi) in su.
O no?
Parlando d’altro: sapete quando si dice “mettere su di un piatto d’argento”?
Oppure “un rigore a porta vuota”?
Anche "Vittoria di Pirro", mi viene.
Ecco, questo hanno fatto gli studenti dilettanti con il professionista Ratzinger.
 
 
 

Recensione semiseria del Turco in Italia: ovvero

Non tutte le ciambelle riescono col buco, si dice…ed è vero!
Come avevo anticipato, venerdì al Verdi di Trieste si è svolta la prima del “Turco in Italia”, di Rossini.
Il Turco è un’opera che per molto, troppo tempo, è stata in qualche modo considerata come una specie di continuazione ideale della precedente “Italiana in Algeri”, o meglio, una sorta di rovesciamento in termini, tra l’altro di errata collocazione non solo geografica.
Ma il Turco è ben altro, rappresenta un passo in avanti perché è una commedia borghese, in cui i protagonisti non sono solo macchiette idealizzate, ma personaggi reali con una psicologia ben definita.
Insomma se è vero che entrambi i lavori hanno radici nella farsa del ‘700, il Turco ha un respiro più ampio, che porta in un discorso ideale sino al Falstaff di Verdi, e quindi al fine ‘800.
La differenza si coglie analizzando i comportamenti dei protagonisti.
Vediamo ad esempio i turchi in questione: il Mustafà dell’Italiana è un turco stereotipato, da cartolina illustrata, una maschera. Il Selim del Turco è invece un principe che quando vede le coste italiane si emoziona e canta estasiato:
 
Bella Italia, alfin ti miro,
Vi saluto amiche sponde;
L’aria, il suolo, i fiori, e l’onde
Tutto ride e parla al cor.
Ah! Del cielo e della terra,
Cara Italia sei l’amor.
 
È una persona civile e scomoda, perché la sua presenza farà da cartina di tornasole all’ipocrisia borghese di un matrimonio che si regge sulla noia di un ménage familiare stanco.
Ancora più evidenti, le disparità caratteriali tra Isabella e Fiorilla.
La prima è la classica eroina idealizzata tout court, la sua controparte no, accidenti: vive, soffre, s’incasina e poi cerca di rimediare e (forse) ci riesce.
S’accorge, a sue spese, dell’opportunismo degli amici e riflette:
 
Falsi amici, voi pur mi lasciate!
Ah! Comincio a conoscervi appieno.
Voi restate, se il cielo è sereno,
Voi fuggite se nero si fa.
 
Altre differenze sostanziali ci sono, ovviamente, anche sul lato squisitamente musicale, ma non è questa la sede opportuna per affrontarle.
A questo punto (forse) chi legge si chiederà: “Ok, ma com’era ‘sto Turco”
Dipende.
La prima è stata disastrosa, per tantissimi motivi: un direttore, Antonello Allemandi, soporifero e pesante. Uno dei protagonisti, Paolo Bordogna (Don Geronio) che mi ha fatto vedere tutto quello che odio nelle caratterizzazioni dei personaggi buffi di Rossini: urla, cachinni, mossette da avanspettacolo di provincia.
Una ragazzina (bravissima, a mio avviso, in linea teorica) come Alessandra Marianelli alle prese con un personaggio complesso qual è Fiorilla, incapace di coglierne la sensualità ed il tormento interiore e di tradurlo in un’interpretazione plausibile: il regista Antonio Calenda? Dov’era?
Nella pomeridiana del giorno dopo, nonostante il direttore ed il resto, c’era una Fiorilla vera, Silvia Dalla Benetta, forse meno dotata dal punto di vista tecnico, ma che per questioni anagrafiche e d’esperienza professionale sa che vuol dire sedurre, piangere, interpretare.
Ed è stato subito Rossini, sicuramente non un Rossini storico, ma civile e di buon gusto.
Ad ulteriore dimostrazione che anche nella Lirica non contano i nomi, ma le persone che salgono sul palcoscenico.
Buona settimana a tutti e grazie a chi è arrivato alla fine di questo mio post. (smile)

Memento muri.

I casi della vita.
Questa mattina stavo amabilmente chiacchierando degli anni del liceo, come fanno tutti i signori un po’ agée per dimostrare che “ai loro tempi” non erano da buttare e, come sempre mi succede, mi sono ritrovato a pensare a quella stronza supplente di italiano e latino che pensò bene d’interrogarmi il giorno successivo alla morte di mia madre.
Ok, lo stronzo più puzzolente sono stato io, perché potevo starmene a casa, ma nella mia famiglia il malinteso senso del dovere l’ha fatta da padrone da sempre.
Resta il fatto che da quel giorno, perlopiù inconsciamente, ho cominciato a tirare su muri per difendermi e mi è costato tanto, anzi tantissimo, cercare di sbriciolarli negli anni successivi.
Ebbene, poi mi sono messo al computer e per caso ho letto questa considerazione espressa da un signore evidentemente tabagista:
 
 
…e non ho mai capito come cazzo fosse possibile che l’istituzione accademica gli facesse maneggiare l’oggetto più fragile che esista (la pre-adolescenza degli allievi)…
 
 
Allora mi sono posto anch’io una domanda.
 
“Se e quando saprò che la stronza è morta, saprò provare pietà per lei?”
 
La risposta è “No!”.
Non mi passa neanche per la testa.
 
 

Il fantasma della Callas.

Mentre su Rotocalco si parla di cinema, la città di Trieste è in lutto.
È morto il Barone Raffaello de Banfield che per quasi 25 anni, se non mi sbaglio, è stato il Direttore Artistico del Teatro Verdi.
Una perdita irreparabile per il mondo culturale triestino, e non voglio aggiungere altro.
Venerdì invece, c’è la prima di “Il Turco in Italia” di Rossini, di cui vedrò entrambi i cast per OperaClick.
A quest’opera è legato in modo indissolubile il nome di Maria Callas.
Proprio la sua interpretazione di Fiorilla a Roma, diretta da Gavazzeni (vado a memoria, 1950), diede il via alla riscoperta di questo straordinario compositore di cui, all’epoca, si rappresentavano sostanzialmente solo quattro opere: Barbiere di Siviglia, Cenerentola, Italiana in Algeri e Guglielmo Tell ( quest’ultimo con un gusto decisamente discutibile, alieno ai dettami del maestro pesarese).
Per la Callas era il primo ruolo rossiniano e la circostanza fu di portata storica, proprio nel senso pieno del termine, perché da quel momento in poi gli studiosi ripresero a interessarsi a Rossini.
Nel 1952 [ e questa volta sono sicuro della data (strasmile)] fu ripresa Armida a Firenze, poi ancora l’incisione EMI in studio del Turco e il Barbiere alla Scala.
A Trieste il personaggio di Fiorilla sarà affidato ad Alessandra Marianelli, che lo riprende dopo l’esperienza contrastata al Rossini Opera Festival dell’estate scorsa, mentre nel secondo cast la volubile signora sarà interpretata da Silvia Dalla Benetta.
Vi saprò dire. (anche del resto del cast, ovviamente)
 

Farinelli & Co: a gentile richiesta…

…ripropongo un mio vecchio post tiscaliano, che si rifà ai sacri testi.

Gli esteti del belcanto non avevano dubbi: la voce maschile era troppo volgare per esprimere un sentimento puro come l’Amore, e non ammettevano perciò che ci fossero dei trasporti passionali, ferini, carnali; insomma non volevano sentire echi della vita reale, fatta di sordidi amplessi ed urla da squallida alcova.

Quindi, imposero che questo sentimento universale potesse essere espresso in modo non inverecondo solo da donne, e così si spiegano le decine di parti en travesti presenti nel melodramma fino almeno a Rossini.
C’era però ancora il problema della bolla papale, che non ammetteva l’esibizione pubblica delle donne. Come superarlo? Ecco che appaiono i castrati.
La Diana schernita del post precedente, a questo punto, s’illumina di una luce sinistra (smile), quando ci si soffermi sull’abbraccio fatale tra una Diana interpretata da un castrato ed un Pan, del quale, a questo punto, è davvero impossibile determinare l’identità sessuale (rismile); a questo aggiungiamo pure che l’operazione di orchiectomia donava aspetto femmineo e voce flautata, ma non intaccava la potentia coeundi , che come tutti sanno è ben diversa dalla potentia generandi .
Mille aneddoti si potrebbero raccontare, a questo punto, alcuni esilaranti, altri francamente raccapriccianti, come la comparsa dell’avviso Qui si castrano ragazzi , appeso all’entrata d’alcune botteghe a Roma, ma anche a Napoli e Lecce.
Parini scrisse addirittura un’ Ode all’evirazione , mentre il Belli dedicò ai cantori evirati questi feroci versi:

Cuello è un cappone senza cuajjottare,
Cuello è un castrato con vosce de crapa:
Cuello non è ccommare né compare;
Ma un mezzo maschio, un musico der Papa

Angelo Amorevoli (nomen atque omen?) il fatal romano che è stato uno dei primi tenori veri, nell’accezione che diamo oggi a questo vocabolo, fece strage di cuori a metà del ‘700, ma dovette subire la fiera e turgida concorrenza di contraltisti e sopranisti quali il Siface (al secolo G.B.Grossi), il Caffarelli (Gaetano Majorano) e Luigi Marchesi.
I sacri testi, a proposito di Amorevoli, che fu notissimo soprattutto a Milano, ci aiutano forse a comprendere l’accesa rivalità tra le due metropoli; così viene infatti descritto dal librettista Felice Romani: “…per di più, essendo romano, aveva portato seco ne’suoi viaggi tutti que’ modi risoluti e troppo espressivi onde quella frazione di popolo sa imprecare più di tutti i popoli del mondo…” . Un modo molto elegante per dare degli zotici ai romani, vero? (già so che qualche lettore dell’Urbe mi riprenderà, inventandosi una natalità ciociara del tenore) (smile).
Ovviamente, parlando di castrati, non mi posso dimenticare di Carlo Broschi, detto il Farinelli , ma merita un discorso a parte.
Chiudo il discorso sui castrati, ricordando che essi pur tra alterne fortune, cantarono fino all’inizio del secolo scorso, addirittura di Alessandro Moreschi e Domenico Mustafà esistono registrazioni fonografiche.
Alla fine, personaggi davvero incredibili e memorabili…

Contrappasso.

In un impeto di megalomania, ho spedito in giro qualche copia di “Inadatti al volo”.
Alcuni destinatari scrivono sul blog, e forse diranno cose…
Marina, che incautamente ha acquistato il libro, ha già esercitato il suo diritto di critica.
È il giusto contrappasso per un finto critico musicale. (strasmile)
Intanto il prode Bob rilancia sull’argomento "giornalisti incapaci".
Questo tag diventerà molto popolare, ci scommetto una cifra…
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