Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Intervista a Beatrice Biggio.

Al di là della soddisfazione personale, una delle occasioni più gratificanti che mi ha fornito l’opportunità di pubblicare un mio racconto nell’antologia “Inadatti al Volo”, è stata quella di venire in qualche modo a contatto con realtà e persone che mi erano sconosciute.
In particolare ho incontrato una donna che, senza paura di peccare di retorica, definisco spesso un’eroina dei nostri tempi, e cioè Beatrice Biggio.
Ho pensato così di rivolgerle un paio di domande, per mettere al corrente i miei pochi lettori che, effettivamente, l’abusato slogan “stiamo lavorando per voi” ha, seppur saltuariamente, qualche riscontro effettivo.
Questo è uno di quei casi, appunto.
Bea, tu fai un lavoro oscuro ma molto importante. Ci spieghi in che consiste?
“Io lavoro come operatrice al Centro Antiviolenza di Trieste. L’Associazione GOAP, di cui faccio parte dal 2000, si occupa da una ventina d’anni di violenza contro le donne, e più in generale di tutte le tematiche che riguardano i diritti negati del genere femminile. Tu lo definisci oscuro, in un certo senso è vero, non si conosce molto il lavoro dei Centri Antiviolenza, sebbene ce ne siano in Italia oltre un centinaio. I Centri sono nati nei primi anni ottanta, in Italia, e fanno propria la metodologia e l’esperienza dei centri e case rifugio americane ed anglosassoni, attivi già dagli anni ’70. Essenzialmente, il mio lavoro consiste nell’offrire sostegno alle donne che sono sottoposte a violenze, non soltanto fisiche, da parte di partner o ex partner. Io e le altre donne che lavorano al Centro, attraverso le tecniche del counselling ma anche con azioni pratiche di tutela, cerchiamo, insieme alle donne che si rivolgono a noi, di trovare le strade possibili per affrancarsi dalla violenza, e per proteggersi. Direi che c’è molto di oscuro, ancora, nella comprensione del fenomeno, e dei meccanismi che lo caratterizzano.”
 Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel tuo lavoro?
“La difficoltà più grande non è sicuramente il lavoro con le donne, ma piuttosto le incredibili resistenze della società e degli individui ad acquisire il dato che la violenza di genere esista, che si tratti di una violazione dei diritti umani e quindi di un fatto pubblico, che riguarda la società intera, e non di una questione privata, da tenere confinata fra le mura domestiche, o nei discorsi fra amici, oppure, cosa ancora più diffusa, da ignorare come “qualcosa che riguarda qualcun altro, e non me”. Sconfiggere questa cultura, ancora diffusissima, è il lavoro più faticoso e spesso frustrante.”
Che supporto vi forniscono le istituzioni?
“Le istituzioni a livello locale ci sostengono finanziariamente. Una delle poche leggi regionali esistenti in Italia a sostegno dei Centri e delle Case Rifugio è quella del Friuli Venezia Giulia. Verrà ridiscussa quest’anno, con l’apporto e i suggerimenti dei Centri della Regione (oltre a Trieste, Udine, Gorizia, Monfalcone e Pordenone). Inoltre esiste una convenzione con il Comune di Trieste, che viene ridiscussa periodicamente, che assegna al GOAP la gestione del Centro e garantisce un finanziamento per una Casa Rifugio d’Emergenza. La Provincia, inoltre, sostiene le nostre campagne di informazione e sensibilizzazione. Ma questo è un territorio fortunato, sui generis, dove evidentemente la consapevolezza delle responsabilità istituzionali è più alta che altrove. Nella maggior parte d’Italia, le cose non stanno così, i Centri e le Case spesso sono realtà basate solo sul volontariato e questo aggiunge un elemento ulteriore di precarietà e frammentarietà che rende ancora più difficile garantire gli interventi.”
Ce la fai a liberarti dalle angosce che ti arrivano addosso, quando torni a casa?
“Naturalmente ci sono risorse di cui facciamo grande uso per evitare che l’alto livello di emotività che caratterizza le situazioni con le quali ci confrontiamo ci porti al cosiddetto “burn out”. Le supervisioni, la condivisione e il lavoro di gruppo sono fondamentali perché non rimaniamo “schiacciate”. Ma le donne che vengono al centro, devo dire, non portano solo dolore, ma anche una grande forza. Io continuo a vedere questo lavoro come un arricchimento, e non come un peso.”
Quest’esperienza “letteraria”, in cui ci siamo trovati compagni di cordata, ti ha soddisfatta?
“Io ho sempre scritto, da che ricordi. E, nella vita in generale, non sono mai soddisfatta, di niente. Nel senso che c’è sempre qualcosa d’altro che devo scoprire, provare. Di “Inadatti al volo” mi è piaciuto molto lo spirito della cosa, il fatto che si fosse tutti così diversi, per età, esperienze, stile di scrittura. Credo che questo sia l’aspetto più interessante del libro. Tempo fa ho ringraziato Giovanni Di Muoio, il curatore dell’antologia, per aver messo insieme 37 serpi di questa fatta nella stessa cesta. Dentro ci sono autori che definirei surrealisti, altri che scrivono in modo cinematografico, altri più teatrali, alcuni hanno un ritmo sincopato, serrato, altri un andante lento. E nessuno ha scritto niente di pietistico o scontato sulla malattia, un tema che poteva prestare il fianco a pericolosissimi “trattatelli” sull’argomento. E, naturalmente, sono felice di vedere stampato, sulla carta, un mio scritto.”
Io non aggiungo altro, perché mi pare che Bea sia stata estremamente chiara.
Anzi no, direi che un bel grazie ci sta tutto.
Inoltre, mi ha detto di essere disponibile a rispondere a qualche domanda dei lettori, se mai ce ne fossero.
Beatrice Biggio, quando ha voglia, scrive (benissimo) su questo blog.
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13 risposte a “Intervista a Beatrice Biggio.

  1. utente anonimo 27 febbraio 2008 alle 9:13 am

    I miei più sinceri complimenti a Beatrice. È bello sapere che esistono queste reti di salvataggio, anche se devono affrontare tante difficoltà per restare tese.

    E ora vado ad affrontare la mia giornata. E speriamo bene. :o)

    Margot e basta.

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  2. utente anonimo 27 febbraio 2008 alle 10:21 am

    carissimo
    spronata soavemente da IVY ho già ordinato il volume.
    Grazie per esserci, a presto!

    1) PS: come vorrei volare a Trieste! Pensa che tanti anni fa ho fatto una foto seduta su un “trono” nel palazzo di Massimiliano…
    2) PS: e pazienza se non vai a votare……

    Flavia/ingeborg

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  3. utente anonimo 27 febbraio 2008 alle 12:58 pm

    Beh, non mi stupisco più di tanto: solo una grande sensibilità, così percepibile nella scrittura e nel racconto di Beatrice, permette di affrontare un impegno come il suo, spesso unica risorsa e riferimento per tante donne. Tra le innumerevoli difficoltà (indifferenza, pregiudizi, paure, reticenze), una delle più grandi da superare, e che mi fa più rabbia, è l’incredulità: il non credere al numero incredibilmente alto dei casi di violenza, il sospettare esagerazioni, fantasie… Con il risultato che, insieme alla violenza, aumenta, per le donne, la solitudine, una solitudine sconfinata…
    Grazie Beatrice!
    Ghismunda

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  4. Moher66 27 febbraio 2008 alle 1:05 pm

    Ci sono persone che ti fanno sentire al calduccio.
    Che bello, sempre, passare da qui
    🙂
    Elena

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  5. utente anonimo 27 febbraio 2008 alle 6:42 pm

    Congratulazioni. Sei “adatto” al volo.
    ciao dal polpo ammirato

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  6. megbr 28 febbraio 2008 alle 2:09 pm

    ringrazia beatrice anche da parte mia! essere donne vere, oggi, non è facile ..

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  7. beabigg 28 febbraio 2008 alle 2:11 pm

    Grazie da parte mia a tutti voi… e ad Amfortas in particolare. beatrice

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  8. utente anonimo 28 febbraio 2008 alle 4:07 pm

    Non avevo mai sentito parlare del GOAP, nè tantomeno so se esista qualcosa di simile dalle mie parti e Dio sa quanto ne avrei avuto bisogno quando sono stata x mesi vittima di stalking…la mia profonda gratitudine a chi come Beatrice svolge lavori come questo.
    Penso che comprerò il libro, che oltretutto è x una buona causa. Mi dispiace essere così distante, ma in bocca al lupo x domani. Ciao 🙂

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  9. filorosso 28 febbraio 2008 alle 4:50 pm

    in bocca al lupo a tutti e due per la presentazione.
    Peccato non essere di Trieste
    baci, filo

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  10. grigietta 28 febbraio 2008 alle 7:07 pm

    bella cosa! a ammirare e da seguire come esempio.

    ps: non mi ricordare il Parsifal… opera meravigliosa, ma che mi ha distrutto una spalla!

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  11. amfortas 29 febbraio 2008 alle 12:36 pm

    Grazie a tutti, ovviamente a Bea in primis.
    megbr, sei una forza, lasciatelo dire!

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  12. utente anonimo 1 marzo 2008 alle 9:40 am

    ho letto questa mattina il tuo racconto.Mi è piaciuto tantissimo, forte,schietto reale perchè no?Mi hai lasciato una dedica ieri sul libro, ma io non c’ero.

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  13. amfortas 1 marzo 2008 alle 11:45 am

    #12: ti ringrazio molto, davvero. Penso di averti individuata, anche se, appunto, non eri presente.

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