Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: marzo 2008

Esercizio abusivo della critica letteraria: Uomini che odiano le donne, di Stieg Larsson.

Dopo un paio di settimane di forzata assenza, riprende la mia collaborazione con il Rotocalco di Fabrizio Rusconi: questa settimana si parla, in quella sede, di noi e gli USA e il Canada.
Io invece, con il mio post, faccio un viaggetto in Svezia.
Come si sceglie un libro? Già ho risposto tempo fa alla domanda, in modo un po’ retorico, sostenendo che qualche volta sono i libri a scegliere noi. In realtà, in occasione d’incontri molto fortunati continuo a pensare sia così, ma solo per le letture che rientrano nel novero dei “libri per la vita”, quel ristretto numero di volumi che ci accompagnano e che ci lavorano dentro, ci fanno crescere.
Nella stragrande maggioranza degli altri casi il romanzo accontenta il nostro desiderio di sospensione della realtà, spesso salvifico, ed è già gran cosa. E credo che lo stesso concetto si possa ampliare per tutte le opere d’arte, anche di livello non eccelso.
Nel caso dei libri la scelta è condizionata dal consiglio dell’amico, dalla recensione in rete o sulla rivista specializzata, insomma ci sono mille consigli ovunque.
Negli ultimi quattro anni mi sono fidato, tra le altre cose, dei suggerimenti della sempre ottima rivista “Il Giudizio Universale”: forse ho avuto fortuna, non so, ma non ho mai provato delusioni significative e, soprattutto, non ho mai percepito la sensazione d’incappare nel classico redazionale, la marchetta mascherata che imperversa in tutti i campi e di cui conosciamo gli effetti nefasti.( specie sui momentanei beneficiati di tanta finta maestria, mi verrebbe da dire: penso a guitti rivenduti per attori, poveri ragazzotti incolti catapultati in televisione e similia )
Tra i generi letterari, quello che più mi dà delusioni è il giallo, che è arte molto difficile, e di ciò parlo oggi.
Amo molto codesto tipo di scrittura e l’ho molto frequentata da sempre, da Poe all’ultima scoperta, la bravissima Fred Vargas.
Sulla rivista di cui sopra una sezione è interamente dedicata alla critica letteraria, e il mese scorso a “Uomini che odiano le donne” (Marsilio) di Stieg Larsson, scrittore svedese prematuramente scomparso, è stato elargito un parere più che lusinghiero, tale da convincermi ad acquistarlo.
Perché sono rimasto deluso? Per tante circostanze, che cercherò di motivare.
Prima di tutto l’insopportabile dovizia di particolari, di descrizioni dettagliate, d’oggetti o situazioni tra le quali si muovono i protagonisti, responsabile di una lettura faticosa, ciangottante, stentata. All’inizio ho pensato che questa minuziosità fosse indispensabile per la comprensione della vicenda, ma non è così, anzi, e scoprirlo dopo 676 estenuanti pagine non è stato particolarmente eccitante. Voglio dire, se non è fondamentale non m’interessa sapere che un’automobile noleggiata è una Corolla del 2001, rossa, con gli interni neri, il park control, l’ABS, che consuma il 6.5% sul misto: mica sono da un concessionario e devo comprarne una no? Lo stesso discorso vale per la capacità dell’hard disk di un powerbook, poco importa che da 40 Giga o 60, mi pare. Ed è così troppo spesso: per la fotocamera, per l’abbigliamento, per le scritte sulle t-shirt.
Che palle.
C’è poi il meteo: temperatura, umidità, pressione appena uno dei personaggi esce da casa. Abitazioni che sono molte e sparse su di un’isola, di cui ovviamente c’è la piantina dettagliatissima: case padronali, enormi, lussuosamente arredate, dependance piccoline, in legno (e ne sappiamo la specie e qualità).
Tutti questi vani abitativi sono popolati dai membri di una famiglia, della quale c’è pure l’albero genealogico, neanche fossero i Wagner.
Tale certosina pazienza nel connotare luoghi e personaggi, porta ad un risultato deprimente.
Gli uomini sono tutti dei duri terribili: bevono caffé in quantità industriale, sono straordinariamente intelligenti, ricchi, abili, disinibiti e scopano benissimo, ovunque.
Le donne sono tutte, sotto l’apparente scorza di fragilità, delle dure terribili: bevono caffé in quantità industriale, sono straordinariamente intelligenti, ricche, abili, disinibite e scopano benissimo, ovunque.
Il colpevole è difficilissimo da individuare, è vero: io ci sono riuscito appena è entrato in scena, dopo poche pagine. La persona al centro della pseudo indagine…beh…non voglio svelarne la sorte scontata, magari qualcuno sta leggendo il libro.
Non manca il doppio finale: era difficile anche per Rossini e Mozart, dai, figuriamoci per il povero Larsson.
Come se non bastasse, la trama ed i personaggi sono un coacervo di luoghi comuni: c’è il buono, il cattivo, il calcolatore, il perverso, il gay, il nazista idiota, l’ebreo perseguitato. Non manca il finanziere che esporta capitali alle Cayman attraverso il solito e risibile mezzo delle società “scatole cinesi”.
L’investigatore giornalista è bello, perdente ma alla fine vincente, disincantato ed un po’ sfigato. Ha un’amica, sposata, che però ogni tanto gliela dà, così, senza fare troppe storie, per amicizia insomma.
La protagonista femminile, sua aiutante, diciamo così, è una ragazza border line, asociale, ma genialoide ed ovviamente forse s’innamora ma non ne siamo certi.
Questo romanzo è il primo di una trilogia, e nonostante il parere positivo di parecchi lettori, puntualmente riportati su IBS, io mi fermo tranquillamente al primo episodio.
Vi faccio un esempio, tratto dal libro, in modo che possiate capire meglio.
 
“Mikael andò a Hedestad e trascorse il pomeriggio a passeggio per la città, visitando la biblioteca e facendo sosta in una pasticceria per un caffè. La sera andò al cinema a vedere “Il signore degli anelli”, che si era perso nonostante fosse uscito già da un anno. Gli sembrò che gli orchi a differenza degli essere umani fossero creature poco complicate. Concluse la serata al McDonald’s di Hedestad e ritornò all’isola di Hedeby solo con l’ultimo autobus, verso mezzanotte. Preparò del caffé, si sedette al tavolo della cucina e aprì un fascicolo. Andò avanti a leggere fino alle quattro del mattino.”
 
Sarebbe bastato ampiamente scrivere:
 
“Mikael andò in paese e tornò a casa verso mezzanotte. S’addormentò alle quattro del mattino.”
 
 
Buona settimana a tutti.
 

Io crepo, se non rido.

Oggi mi cimento in un’impresa disperata.
Non passa giorno senza che qualcuno m’accusi di qualche nefandezza, quindi cercherò di consolarmi affidandomi ad alcuni aforismi, in modo da trarre un seppur effimero beneficio spirituale; almeno, confortato dalle parole dei Grandi le mie miserie m’appariranno degne di essere sepolte da una risata, o perlomeno da uno stirato sorriso.

1)Sei abitudinario
L’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose. Esopo
2)Sei ingrato
La gratitudine è un debito che di solito si va accumulando, come succede per i ricatti: più paghi, più te ne chiedono. Mark Twain
3)Sei superbo
Apprezzatemi adesso, eviterete la coda. Ashleigh Brilliant
4)Hai pochi amici
Non farti più amici di quanti non possa tenerne il cuore. Julien De Valckenaere
5)Odi gli animali
Quando ero piccolo i miei genitori mi volevano talmente bene che mi misero nella culla un orsacchiotto. Vivo. Woody Allen
6)Sei sciupato
All’età di cinquant’anni ogni uomo ha la faccia che si merita. George Orwell (in realtà, ne ho quasi 53…)
7)Hai troppe certezze
Le mie opinioni possono essere cambiate, ma non il fatto che ho ragione. Ashleigh Brilliant
8)Sei incoerente
Il rimangiarmi le mie parole non mi ha mai dato l’indigestione. Winston Churchill
9)Odi la televisione
Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende, vado in un’altra stanza e leggo un libro. Groucho Marx
10)Non puoi dire che tutti i politici sono uguali
Se l’esperienza ci insegna qualcosa, ci insegna questo: che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto. Henry Louis Mencken
11)Non hai manualità
E’ un errore far capire ad un oggetto meccanico che hai fretta. Anonimo
12)Sei ipocondriaco
L’ipocondria è l’unica malattia che non ho. Anonimo
13)Sei troppo preso dalla Musica
Senza musica la vita sarebbe un errore. Friedrich Nietzsche
14)Non sai perdonare nessuno
Ognuno dovrebbe perdonare i propri nemici, ma non prima che questi siano impiccati. Heinrich Heine
15)Sei troppo spesso offensivo
Se dici qualcosa che non offende nessuno, non hai detto niente. Oscar Wilde
16)Sei pessimista
Diffidate degli ottimisti, sono la claque di Dio. Gesualdo Bufalino
17)Non prendi nulla sul serio
L’umorismo è il più eminente meccanismo di difesa. Sigmund Freud
18)Sei vanesio
Amare se stessi è l’inizio di un idillio che dura una vita. Oscar Wilde
19)Sei pieno di difetti
Soltanto i grandi uomini possono avere grandi difetti. François de La Rochefoucauld

Detto questo, prometto a breve la stroncatura di un libro, per la gioia di gabrilu che adora queste cose (smile)

Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Così Fan Tutte a Parma.

Con il Così Fan Tutte ( ossia la scuola degli amanti) al Regio di Parma, si è probabilmente conclusa per questo marzo la mia peregrinazione attraverso i teatri lirici italiani.
Oddio, volendo c’è pur sempre un noto barbaro a Verona, ma non so se ce la faccio ad essere presente.
Parma, già l’ho scritto una volta, è una città molto bella ma, soprattutto, è ambiente a misura di melomane: purtroppo è stridente il contrasto tra l’età media degli spettatori a Trieste, che si misura normalmente con il Carbonio14, e il pubblico autoctono del Regio (qui un’immagine del Palco reale), dove sono presenti molti appassionati giovani. Meglio per Parma e per l’opera, in generale.
Sì, lo so che io alzavo la media, quindi si evitino battutacce, grazie. (smile)
Così Fan Tutte è un’opera sulla quale si potrebbero spendere molte parole, in questa sede è sufficiente segnalare che si tratta del lavoro straordinario di un genio assoluto, Mozart, supportato dall’eccellente librettista (definizione quanto mai limitativa) Da Ponte.
Dramma giocoso in due atti, il primo più scanzonato, leggero, il secondo più riflessivo, nel quale i personaggi sono costretti a confrontarsi con le proprie contraddizioni.
Siccome, anche recentemente, ho spesso sparato sulle regie d’opera, è giusto sottolineare il bel lavoro di Adrian Noble (ripreso da Elsa Rooke) per quest’allestimento mozartiano.
Una regia giovane, innovativa, anche un po’ ardita, ma rispettosa della musica e delle esigenze degli artisti.
Descriverla è esercizio ozioso: diciamo che questa foto, per quanto scioccante, rende bene l’idea.
La compagnia di canto è stata all’altezza, la regia pure, chi può fare da bersaglio?
Il direttore, ovvio.
La concertazione di Marco Zambelli, che ha sostituito Attilio Cremonesi, non mi è piaciuta per nulla. Pesante, schizofrenica, soporifera e con seri problemi di comunicazione col palco e l’orchestra, che, comunque, non ha palesato un grandissimo feeling con le dinamiche musicali mozartiane, bisogna dirlo.
Molti gli attacchi imprecisi e le sonorità eccessive, mentre Mozart pretende un accompagnamento lieve, quasi un tappeto floreale per le voci dei cantanti.
Discutibile, ma solo per la dizione approssimativa, la Despina di Stefanie Irányi, che ha cantato discretamente e risolto bene il personaggio, senza cadere in trucchetti interpretativi di cattivo gusto.
Molto bravo Andrea Concetti nei panni di Don Alfonso, motore della commediola degli equivoci di Da Ponte: grande presenza scenica, voce sicura e timbrata, recitazione misurata e sobria, ma molto efficace.
Le due sorelline Dorabella e Fiordiligi erano Serena Gamberoni e Irina Lungu: entrambe spigliate e simpatiche, hanno connotato piacevolmente di gioventù ed un po’ di follia i rispettivi personaggi.
Applausi a scena aperta per entrambe, in particolare dopo il “Come scoglio” della Lungu.
Bravissimo anche Alex Esposito, ottimo Guglielmo, dalla voce scura e corposa, ma sempre morbida e di pregevole gusto.
Per la prima volta ho sentito dal vivo Francesco Meli, giovane ma già affermato tenore, che nelle ultime uscite mi era parso in difficoltà sin dai primi acuti. Il suo Ferrando è risultato convincente sotto ogni aspetto: curatissimi i recitativi, dizione molto buona, accento pertinente.
L’aria “Un’aura amorosa” è stata cantata molto bene, con ampia dovizia di colori e nuances interpretative. La voce è bellissima, calda, maschia, (odio i tenori mozartiani cicisbei) e la ricchezza d’armonici la rende sensuale ed accattivante. Ho notato, ma proprio volendo cercare il pelo nell’uovo, qualche incertezza negli attacchi, ma il direttore, dal gesto molto confuso, potrebbe avere qualche responsabilità, in questo senso.
Alla fine, applausi per tutti, più marcati per Meli.
Il vero finale, per me, si è svolto in un noto ristorante del luogo, dove ho ingurgitato una quantità industriale d’affettati misti, accompagnati da torta fritta e un migliaio di tortelli alle erbe conditi con burro fuso, salvia e parmigiano. Poi, non pago, ho demolito una mattonata di crostata di frutta.
Vabbè, transeat.
Buona settimana a tutti.

Di me (me).

Sinceramente, non è facile per me trovare sei cose sei che mi piacciano davvero, però non posso disertare l’invito che mi è stato rivolto da Tuosk.
Intanto perché Tuosk mi ha gratificato, e non sto scherzando, di un bel complimento, che fotografa perfettamente quello che sono, nel bene e nel male.
Inoltre ho la possibilità di esercitare almeno una delle mie passioni, vale a dire scrivere.
Ma andiamo per ordine.
 
– indicare il link di chi vi ha coinvolti
– inserire il regolamento del gioco sul blog
– citare sei cose che vi piace fare
– coinvolgere altre sei persone
– comunicare l’invito sul loro blog
 
Allora, come potrete vedere, dal primo punto derivano direttamente gli altri, che non sono necessariamente in ordine di preferenza.
 
 
1) Mi piace enormemente stare da solo. Non sono socievole, per niente, anzi, mi definisco incompatibile socialmente. In silenzio ho costruito le poche vittorie della mia vita e, soprattutto, ho reso insopportabili le moltissime sconfitte. Perché mi piace fare le cose in grande:l’autoflagellazione non ha segreti, per me.
Stare tra la gente mi rende nervoso, perché mi sento costretto ad adeguarmi e non ne sono capace, mi costa troppa fatica e poi sbotto malamente e finisco per ferire chiunque.
Molti mi hanno detto, nel corso degli anni, che sono terribilmente cattivo, perfido: è vero, e non aggiungo altro.
2) Passo molto tempo (quando ne ho) a scrivere. La scrittura m’affascina per un motivo specifico: mi sento libero. Il più bel complimento che mi si possa fare è che ho uno stile, che sono riconoscibile. La forma m’interessa relativamente, odio i corsi di scrittura creativa e balle del genere (si vede, dirà qualcuno), non saprei neanche dove cercarne uno. Certo, provo ad esprimermi correttamente, ci mancherebbe, però non sto certo ore a trovare il vocabolo giusto.
3) Ho la passione, purtroppo sempre meno frequentata negli ultimi anni, della pesca.
Non me ne frega nulla di riempire il frigo, la pesca è per me occasione di riflessione in un ambiente favorevole.
Se, e succede quasi sempre, torno a casa senza una preda, va bene comunque: contano le catture del cervello. Un ricordo, un pensiero originale, uno scorcio di mare irripetibile. Basta che non siano progetti. Quelli mi disturbano.
Pesco da terra e dalla barca: alcune notti di luna piena in barca, al largo delle mie isole, m’appartengono come i miei scatti d’ira e la consapevolezza che ho sprecato gran parte della vita.
4) Non so resistere al gusto di una battuta, con risultati catastrofici per le mie già anemiche frequentazioni sociali. A causa della ferocia dei miei motti di spirito ho perso qualche presunto/a amico/a, ma mi sono fatto una quantità impressionante di nemici sinceri, sui quali posso contare sempre.
Ho rivolto la mia peggior carognata ad una ragazza impegnata in politica. Lei adorava Martelli (chissà se qualcuno lo ricorda), era il suo riferimento e mi stracciava le pelotas sempre con ciò che diceva e faceva e brigava. Una sera, mentre eravamo in compagnia di altre persone, le citai un discorso che San Martelli aveva tenuto a Pavia, e le chiesi se concordasse con quel cumulo d’idiozie.
Ovviamente concordava.
Però il discorso me l’ero inventato io, forse a Pavia il bel Claudio non c’è mai stato.
Glielo dissi, che l’avevo presa in giro.
Ci restò male.
Vabbè, succede.
5) Ascolto musica, non solo lirica: amo i King Crimson, i Pink Floyd e tanti altri. Gaber, De Andrè, Guccini. Mahler, Beethoven.
Domani vado a Parma, a vedere il Così Fan Tutte di Mozart, una di quelle opere alle quali bisogna accostarsi con prudenza, consapevoli che si è in cospetto del Genio, di una delle più grandi manifestazioni della mente dell’Uomo.
La musica si ascolta in teatro, non c’è posto migliore. Però me la godo anche in auto o a casa o nella mia testa.
Wagner. Il preludio del Parsifal. Una volta l’ho ascoltato al sorgere del sole, in mezzo al mare.
Roba da matti.
Provate.
6) Leggere. I classici, ma non solo. Anche Julian Budden o Massimo Mila.
Gianni Gori mi ha emozionato con un libro che ho regalato a tante persone: quando regalo un libro sono contento.
Björn Larsson ha scritto uno dei più bei romanzi degli ultimi anni.
C’è sempre un libro che sto leggendo e ho sempre ampia scelta per quello successivo.
Un paio di riviste mensili, il quotidiano della mia città.
Ho la capacità di leggere molto velocemente, non so se sia questione d’abitudine o cosa.
Quando leggo, non fumo, e l’unico svantaggio.
 
Filo
Vediamo, se avete tempo, che v’inventate.
Buon fine settimana ed auguri a tutti.
 

Ecce bresaola.

Mentre, negli Usa, maliarda propone un argomento di discussione interessante, Walter Veltroni si becca un elogio sul blog di Luca Sofri.
La stessa frase campeggiava dai muri già all’inaugurazione della mia vecchia, ed ormai abbandonata, casa su Tiscali: si parla di quattro anni fa, e nessuno mi ha proposto di guidare una coalizione politica.
Ora, o Walter è in ritardo di quattro anni o voi mi sottovalutate. Anzi, saranno entrambe le cose. (strasmile)
Ieri sera, appena si è alzato il sipario al Teatro Verdi di Trieste ed ho visto che il regista Fabio Sparvoli aveva ritenuto opportuno rappresentare le spiagge di Ceylon con delle dune di sabbia di (immagino) cartapesta, ho pensato: “Accidenti, sono pericolose, qualcuno potrebbe inciampare!”
Appunto.
Il baritono Pierre-Yves Pruvot è rovinato sul coro di pescatori che, per sua fortuna, essendo avvezzi alla fatica, l’hanno sostenuto senza problemi.
Segnalo anche il costume indossato da Annick Massis nel primo atto (nelle foto non si vede), che rendeva simile il soprano francese a Belfagor, che ha popolato per anni i miei incubi da adolescente.
Ancora, tra i ballerini spiccava, e non per maestria tecnica, un grande obeso. ( e per fortuna non si è esibito nella danza della ventresca)
Inoltre, appena si è fatto buio in sala ho percepito un intenso odore di bresaola. Ho pensato che probabilmente una delle eleganti dame sedute al mio fianco indossasse una nuova fragranza di cui ignoravo l’esistenza.
Al primo intervallo ho notato che la signora alla mia destra aveva con sé, nascosta sotto la poltroncina di platea, la borsa della spesa.
Era bresaola, quindi.
La galleria di nuovi mostri s’arricchisce.
Son soddisfazioni.
Buona giornata a tutti. (strasmile)
 

Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Les Pêcheurs de Perles a Trieste.

 “Les Pêcheurs de perles” (I Pescatori di perle) di Georges Bizet, debutterà martedì prossimo al Teatro Verdi, nel nuovo allestimento della fondazione triestina.
I Pescatori (d’ora in poi li chiamerò così, per mia e vostra comodità) è un’opera francese, su questo non ci sono dubbi, ma per tanti motivi la si può definire di gusto musicale italiano.
Bizet, come tanti musicisti della seconda metà dell’800, è attratto dall’esotico oriente, che è un non luogo che è stato fonte d’ispirazione costante per l’Arte europea in generale. Peccato che spesso quest’attrazione fatale non sia stata supportata da una reale conoscenza della cultura orientale.
Ad esempio, già molto più tardi, un tipo tosto e colto come Mascagni non trovò di meglio che chiamare i protagonisti maschili della sua Iris con il nome di due città: Osaka e Kyoto. Un po’ come se un giapponese ambientasse un dramma in Italia con protagonisti due ribaldi di nome Milano e Roma. [lo so, poi in realtà a qualcosa di simile ha pensato Bossi, ma ci ha messo solo un testo un po’ volgare (strasmile)]
Ma torniamo al nostro Bizet, che era un signorino di buona famiglia che probabilmente si scopava la cameriera{o almeno così disse lei, indicandolo come padre del frutto del suo ventre: perché non crederle? [peraltro, c’è pure un famoso detto latino( mater sempre certa est, pater numquam) a parziale difesa del bellimbusto francese] }e studiava musica e composizione con profitto, tanto da vincere una specie di borsa di studio in Italia.
Insomma, ‘sto ragazzetto, a 24 anni, tira fuori “I Pescatori” che debuttano a Parigi nel 1863 con esito non straordinario, tanto che l’opera, in breve tempo, scompare dai cartelloni dei teatri europei e il francesino non la rivide più rappresentata..
Bizet stesso contribuì alla sfiga dei Pescatori, scrivendo poi un’altra operina, Carmen, che ebbe un successo un po’ più marcato.
La trama è molto semplice, e se ad un primo sguardo non si affranca dal solito “Il tenore vuol scopare il soprano, ma il baritono non vuole”, che potrebbe riassumere gran parte delle vicende operistiche, in realtà ha almeno un altro topos da sottolineare, vale a dire l’amicizia virile tra Zurga e Nadir. (con sospetti d’omosessualità, ça va sans dire, vedi l’infante di Spagna e Rodrigo nel Don Carlo(s) di Verdi)
L’azione si svolge sull’isola di Ceylon (appunto, in Europa ‘ste cose vergognose non possono accadere), dove un gruppo di pescatori sfigati elegge come capo, per acclamazione, Zurga (baritono). Siccome andar per mare è sempre un casino, ci vuole anche una sacerdotessa vergine (Léïla, soprano) che preghi affinché il tempo sia favorevole.
Poi c’è una figura religiosa, Nourabad (basso) che coordina il tutto e dà l’imprimatur. ( e che palle, ‘sti religiosi, sono ovunque eh?)
Proprio mentre sbarca a Ceylon la sacerdotessa vergine, arriva il solito tenore rompicoglioni, Nadir, che riconosce in lei la donna per la quale s’era accapigliato, alcuni anni prima, con l’amico Zurga.
Lo scioperato fa finta di niente, e comincia a cantare di come e quanto gli sia mancata l’amicizia con Zurga (sì, come no): i due, commossi, giurano che tra loro non ci saranno mai più screzi, e ricordano insieme la bellezza di Leila.
Insomma, per farla breve, Nadir mette nei casini Leila, facendosi beccare come un cretino da Nourabad mentre amoreggia con lei. Il sacerdote, ovviamente, s’incazza come una biscia e li denuncia entrambi a Zurga. La pena è la morte, non c’è nulla da fare.
A questo punto però, Zurga si ricorda che Leila l’aveva levato dai casini anni prima, e così decide di salvarli distogliendo l’attenzione dalla loro sorte: non trova di meglio che appiccare il fuoco al villaggio di pescatori sfigati, i quali, come potrete ben comprendere, non gradiscono particolarmente la piazzata del capo.
I due amanti, Nadir e Leila, se ne vanno impuniti, mentre Zurga…beh…dipende.
Siccome il finale previsto da Bizet non sembrava sufficientemente spettacolare, per rendere l’opera più appetibile è stato più volte ritoccato da alcuni maneggioni dello spartito.
Pertanto, lo sfigatissimo Zurga deve crepare: arso sul rogo, infiocinato da un pescatore, trafitto da Nourabad oppure, ed è davvero il colmo per uno che è stato preso per il culo da tutti quelli che passavano, suicidandosi. Dipende dalla versione.
Ma si può? Non era meglio lasciare il finale di Bizet, animo sensibile, al quale sembrava abbastanza che se ne stesse lì sulla riva reietto, a contemplare per sempre in solitudine il mare?
Insomma con questa trovatona l’opera rientra in repertorio e, nel 1886 il Teatro alla Scala la ripropone in Italia con gran successo, complice l’editore Sonzogno che si era accaparrato i diritti sulle opere di Bizet, ed i funambolismi vocali del soprano Ernestina Bendazzi Secchi Garulli. (che non so perché, ma mi ricorda la fantozziana Servelloni Mazzanti Vien dal Mare, ma transeat)
Ora è necessario un attimo di serietà, altrimenti i consueti soloni della critica ufficiale perdono tempo a scrivermi mail infuocate.
Da quel momento, nel ruolo di Nadir si sono cimentati tutti i più grandi tenori del secolo scorso: Caruso, Gigli, Tagliavini, Vanzo, Gedda, Kraus, solo per nominarne alcuni.
A Trieste, nel 1947, Giuseppe Di Stefano debuttò il personaggio: a questo grande cantante, recentemente scomparso, è dedicata questa tornata di recite triestine.
L’opera manca al Verdi dal 1978, nientemeno, ed il fardello della pesante eredità dell’ultimo interprete, Alfredo Kraus, ricadrà su Celso Albelo, promettente e giovane tenore spagnolo.
Nella sua apparente semplicità, è parte molto perigliosa da cantare anche per il soprano: i richiami a due sacerdotesse famosissime nella storia del melodramma, la Vestale di Spontini e la Norma di Bellini, sono evidenti almeno come ispirazione culturale.
È ruolo da Belcanto: ci proverà una specialista come Annick Massis.
Buona fortuna a loro e buona settimana a tutti voi, che avete avuto la pazienza d’arrivare in fondo a questo mio post strampalato.
P.S.
 
 

Andar per preti, o per prati.

Col passare degli anni mi sono disamorato del calcio, inteso come sport, però, ogni tanto, qualche partita la vedo ancora.
Ieri la delusione dell’Inter, che è tornata alla sua natura, cioè quella di perdere.
Quando penso a ciò che è diventato oggi il calcio, rivolgo sempre un’occhiata al passato.
Il mio è uno sguardo proiettato ai miei teneri nove anni, quando giocavo nella squadra dell’oratorio, il Don Bosco. A dire il vero, nella foto ero già più grandicello, ma non ne ho altre disponibili.
Mi ricordo come fui reclutato: c’era un campionato tra le classi elementari e fui notato da quello che oggi si chiamerebbe un talent scout .
Mi chiese se volessi far parte della squadra dell’oratorio.
Accidenti se lo volevo!
Era il massimo per un ragazzino che dava calci ad un pallone, ero orgoglioso di questa chiamata.
Ovviamente era indispensabile il consenso dei genitori, che furono più entusiasti di me, probabilmente perché potevano restare qualche mezza giornata privi della mia presenza, tanto che misero in cantiere mio fratello.
Una volta organizzata dai dirigenti la squadra di piccoli campioni, ci si allenava presso un campo in cemento (il materiale più duro del mondo, credo) nel comprensorio pretesco, per tre volte la settimana.
I prati in erba, sintetica e non, oggi diffusi ovunque, non esistevano per i ragazzini come noi.
Alla domenica, dopo la Messa grande, si disputavano le partite, ancora profumati d’incenso, freschi d’assoluzione confessionale e dopati dall’ostia; dai, ora, a tanti anni di distanza ne sono sicuro, come si spiegherebbe altrimenti la coercizione a lasciarla sciogliere in bocca e non masticarla?
Ovvio, l’effetto eccitante si protraeva per il tempo della partita.
Al lunedì, esposti nella bacheca, c’erano i risultati delle altre squadre e soprattutto, i voti che il nostro mister assegnava alle nostre acerbe prestazioni agonistiche: Livio 6, Giorgio 8, Maurizio 5 e così via, febbrilmente, fino al mio nome, ultimo della lista, perché ero il capitano .
C’erano già i premi partita eh?Chi risultava il migliore, riceveva un buono per mangiarsi un panino e bere un ginger al bar dell’oratorio.
E poi, ambizione estremamente più gratificante, c’era l’ammirazione delle ragazze dell’oratorio femminile, rigorosamente separato dal nostro, e pattugliato da suore arcigne e feroci, da far impallidire la Zia Principessa della Suor Angelica di Puccini.
Sul muro che separava i due comprensori c’era pure il filo spinato, giuro.
Però, voglio dire, se m’avevano nominato capitano della squadra ci sarà stato un motivo no?
Quindi un giorno proposi che nell’imminenza di una partita importante del campionato “Speranze” (forse chiamato così per la speranza che avevamo di entrare in contatto con le bambine), sarebbe stato utile che si pregasse tutti insieme, maschi e femmine.
La proposta fu recepita molto bene dal parroco e dalla Madre Superiora, tanto che mi tolsero la fascia da capitano e mi estromisero per un mese dalla squadra.
Pagai a caro prezzo la mia audacia, quindi.
Ma il Don Bosco perse la partita contro il Santa Maria Maggiore.
E pensare che sarebbe bastato pregare, cazzo.

Elektra a Venezia: un’esperienza sconvolgente.

Come anticipato nel post precedente, ieri mi sono recato alla Fenice, nell’orrida Venezia, dove ho assistito ad una replica dell’Elektra di Richard Strauss.
Mentre mi facevo trasportare dal vaporetto, guardavo scorci della città lagunare, tristissima, in totale abbandono ed ulteriormente vilipesa da una quantità impressionante di turisti villani, ignoranti e ghignanti. Tutti fotocameramuniti, ovviamente, oppure, male che vada, dotati dell’ultimo modello di cellulare che scatta foto a ripetizione a qualsiasi cosa.
Però, questa massa di pecoroni incivili, spendono tanto ovunque: del resto, voglio dire, hanno le loro ragioni. Chi non pagherebbe
una cifra spaventosa per un piatto di spaghetti scotti alle vongole, mentre dal mare (?) sale uno straordinario odore di fogna ed i piccioni ti cagano direttamente nel piatto, fornendo ulteriore sapore mediterraneo all’intingolo?
Chi, ancora, non dilapiderebbe un patrimonio per godere di una breve regata in gondola, mentre un veneziano con la fisarmonica gorgheggia una canzone napoletana ed il Caronte di turno ammanisce sobri gestacci presaghi della presumibile attività ginnica notturna della coppia di novelli sposi?
Sono soddisfazioni, diciamolo.
Transeat.
Non me la sento di esprimere un commento tecnico alla serata, sono ancora troppo emozionato.
O meglio, sono disastrato. Mi sento come se mi fosse passato sopra un TIR, ma di quelli grandi eh?
La signora inglese vicino a me, ha dormito dall’inizio alla fine, ma ha applaudito pure lei, appena si sono riaccese le luci di sala. La sua è stata la classica visione onirica.
Io, invece, quando è risuonato l’ultimo accordo, non mi sono mosso dalla sedia, né ho applaudito.
Una statua, per cinque minuti buoni. Non c’era riuscito nemmeno Wagner, sempre alla Fenice, un paio d’anni fa.
Quando sono rientrato a Piazzale Roma a riprendere l’auto, circa un’ora dopo la fine dello spettacolo, ero ancora imbalsamato, tanto che mi sono reso conto di aver pagato 24 euro per il parcheggio solo alle porte di Trieste.
La trama di Elektra è abbastanza fedele all’originale di Sofocle, ma c’è una dimensione in più, la Musica di Richard Strauss. Musica che non so descrivere, sinceramente, ma gli effetti sono stati quelli descritti qui sopra.
Elektra, me ne sono reso conto in maniera definitiva, è un’opera che deve essere vista in teatro, non c’è nulla da fare. Qualcuno, giustamente, potrebbe obiettare che ciò vale per ogni opera, ma in questo caso non appaiono arie, romanze, cabalette da gustare dal punto di vista schiettamente melodico. C’è solo tensione emotiva.
Quando Oreste, sotto mentite spoglie, torna a casa ed incontra Elettra, la musica si addolcisce, eppure questo duetto atipico è forse il momento più drammatico.
Fratello e sorella si riconoscono, si toccano, si annusano come due bestie. La gioia feroce di Elettra per l’imminente vendetta spazza via qualsiasi altro sentimento. Il suo unico rimpianto è essersi scordata di dare al fratello la scure, già macchiata dal delitto, che ha cullato per anni come un figlio.
In quel momento, il rimpianto della sorella Crisotemide per la mancata maternità, che tanto mi aveva scosso, scompare.
Elettra, follemente calma e placata, invita Egisto a rientrare in casa: gli si mostra per la prima volta beffardamente ubbidiente. In casa c’è Oreste, che ha già straziato la madre Clitennestra.
Tutto è finito.
Elettra balla sulle note di una musica folle, inaudita, e cade a terra, mentre Crisotemide urla, forse conscia che il delitto e la violenza non finiranno lì.
“Orest, Orest”.
Cazzo. Quasi due ore senza tirare fiato.
Tornare a casa, svegliarmi stamattina, dopo una notte passata a sognare incubi di sangue, scrivere questo post.
Ringraziare Gabriele Schnaut (Elektra), Mette Ejsing (Clitennestra), Elena Nebera ( Crisotemide), Peter Edelmann (Oreste) e Kurt Azesberger (Egisto).
Il direttore Eliahu Inbal, il regista Klaus Michael Grüber, lo scenografo Anselm Kiefer.
E tutti gli altri coprotagonisti.
E basta, davvero.
Buona settimana a tutti.
 

Che soave zeffiretto…

Sì, diciamo che la bora in questi giorni ha fornito una bella prestazione.
Con un exploit notevole, ha ritenuto di migliorare di qualcosa la punta massima di velocità di una singola raffica, riferendosi al mese di marzo.
Però, come potete vedere agevolmente da questa immagine può fare meglio, basta che s’impegni un po’.
Vale la pena raccontare un aneddoto, successo ieri pomeriggio.
Stavo al telefono con una mia amica, tale margot, che era piuttosto impressionata dal rumore del vento. Allora io, con quell’astuzia che mi contraddistingue, ho pensato: “Apro la porta finestra del balcone, così margie sentirà meglio l’ululato del vento!”
Un genio.
Mi sono dimenticato che non risiedo nel mio appartamento abituale, e che per far uscire un po’ di odore di fumo, ma anche quel meraviglioso afrore animale che s’appiccica ai muri quando sto per qualche tempo in una stanza, avevo già spalancato l’altra porta finestra di casa.
Quindi, nel breve volgere di un paio di secondi, non di più, ho creato una leggera corrente d’aria, i cui effetti sono stati i seguenti.
Sradicamento di una tenda, che è volata fuori impigliandosi ai rami più alti di un abete a circa 250 metri da casa; breve sosta, ed immediata ripartenza verso l’ippodromo, che dista 500 metri, dove la suddetta tenda, ha sostanzialmente fatto incespicare un orrido ronzino che è rovinosamente caduto alla penultima curva di una gara sul miglio. Questo piccolo incidente ha innescato un simpatico effetto domino, tanto che alcuni cavallacci si sono, a loro volta, accatastati alla curva successiva, trascinandosi sulky e relativi jockey.
Ha vinto, per dispersione, un cavallo che era dato dagli allibratori più ottimisti 100 a 1.
E fin qui, come dire, speriamo di aver reso contento qualcuno no?
Però, l’improvviso refolo che mi è entrato in casa ha avuto anche altri effetti, che elenco alla rinfusa.
Distruzione di 4-5 tazzine da caffè ed un paio di bicchieri, distruzione di un mestolo di legno tra i più amati da ex-Ripley; rovesciamento di una pianta non ben definita, con relativa oculata distribuzione di terriccio ovunque, che peraltro spiccava benissimo sulle pareti bianche dell’appartamento.
Ah, il meglio mi scordavo, la porta finestra mi arrivata in faccia, connotando, a distanza di poche ore, il mio naturale colorito grigiastro di sfumature blu e rosse: sembro un apache prima dell’assalto alla diligenza.
Ci penserà ex-Ripley al suo ritorno, suppongo, a rendere uniforme il blu sul mio viso.
Gli allibratori danno alla pari tale evento.
Se resto, miracolosamente, vivo, domani vado nell’orrida Venezia a vedere l’Elektra. (confortato dai preziosi consigli dell’amico Bob)
Buon fine settimana a tutti. (strasmile)
 
 

Zoppicare.

 
Dunque, non voglio che pensiate che mi sono messo in testa di essere uno scrittore, però i miei cassetti sono pieni di questi piccoli flash, e sto facendo ordine. Questo raccontino non vuol saperne di rientrare in sede. Le osservazioni critiche sono graditissime.
Augusto il jolly
 
 
Ancora un colpo di pettine ai capelli.
Ecco, così va bene.
I pantaloni del vestito blu, cadono perfettamente.
Una stropicciata al colletto della camicia azzurra, per non avere un’aria troppo perfettina; insomma l’immagine di un uomo raffinato ma un po’ trasandato, che tanto piace alle donne.
Anche la moglie di Augusto è una donna, e che donna!Ma si sa, dopo qualche anno le femmine sono tutte uguali, ed il gusto dell’avventura prevale.
Istinto dell’uomo cacciatore, lo chiamano, per dare una patina scientifica darwiniana alla voglia di scopare tutto quello che si muove, purché soddisfi il proprio orgoglio di maschio.
Augusto ha una motivazione in più, rispetto agli altri: deve dimostrare a se stesso che quella zoppia evidente, che gli mangia l’anima da dentro fin da bambino, non è un ostacolo sufficiente a fermare il suo fascino.
Le donne sono la sua rivincita.
Allora di giorno, dietro al suo banco di pescheria, lavora duramente; guadagna bene ed elargisce in uguale misura pesce freschissimo ed ammiccanti sorrisi alle mamme, figlie, mogli, lusingate da quel bell’uomo dietro al banco.
Poi, nel pomeriggio, via con quella femmina che tra una moina e l’altra, esibisce un rifiuto che è più di una certezza, bisbigliato tra un chilo di sgombri lucenti e gli allegri spiccioli del resto.
Il copione è immutabile, ma solo per Augusto: per la preda di turno, annoiata dalla stanca routine familiare, è vita nuova, è emozione. Un salto al casinò oltreconfine, l’esibizione piaciona ed ostentata di familiarità con i croupier, la tristemente lussuosa camera dell’albergo che ospita le sale da gioco.
Il sesso frizzante della clandestinità, del pericolo di essere riconosciuti, una nuova avventura da raccontare ma anche, una nuova, ennesima lite da affrontare con la moglie.
Una moglie, che parliamoci chiaro, una volta mangiata la foglia, gli rende pan per focaccia.
Tu mi tradisci?Bene, io tradisco te.
Augusto ritiene di non tradire, le sue sono solo avventure, mentre quelli di sua moglie sono comportamenti da puttana, che ricambia così non le sue innocenti scappatelle, ma il suo sacrificio sul lavoro, la televisione, lo stereo, la coupè nuova, le cene al ristorante.
Un pomeriggio la lite non si ricompone, quel pomeriggio Augusto e la moglie non finiscono a letto insieme, per ricomporre rabbiosamente con un sesso rancoroso ma liberatorio lo scoppio d’ira.
Quel giorno lei non ci sta, dice basta.
Tutti, nel rione, si affacciano alle finestre.
E guardano.
Vedono una pioggia d’oggetti che sgorga dal balcone di Augusto il jolly, che nella sua furia ha davvero quella faccia da matto dell’omonima carta da gioco.
Alla fine, rimane solo un cumulo di transistor, cristalli, dischi di musica sinfonica spezzati.
Una colonna sonora stridente d’oggetti che si schiantano a terra ed un duetto dal testo composto da parolacce, insulti, strepiti ed urla; poi la porta di casa che sbatte violentemente, come un gong, ed il silenzio rotto solo dai sommessi singhiozzi di una donna stanca.
Fine della rappresentazione.
Augusto sale sul suo coupè e sparisce nel nulla, facendo urlare i pneumatici della sua Alfa sportiva.
Lo scatto furioso d’ira è pagato caro, una denuncia per maltrattamenti, la separazione definitiva.
La pena ha la forma di una bottiglia di whisky, per dimenticare quella stronza che non voleva farsi umiliare senza reagire: il supplemento di condanna è la roulette, una volta semplice passatempo, ora vizio incontenibile e devastante.
Quella ruota sì che è una troia vera, e quanto si fa pagare, e come non si può fare a meno di lei e le si offre tutto ciò che si possiede! E lei un giorno ti sorride invitante e quello successivo fa finta di non conoscerti, anzi ti sghignazza in faccia.
Come quell’ultima volta, quando Augusto, dopo aver dilapidato tutto su quel maledetto numero, il trentadue, invece di andarsene col suo amico Ricci e farsi offrire un caffè, rimane lì, a vedere ancora un ultimo maledetto giro di quella puttana di ruota, senza poter puntare una lira.
E la puttana, ora che non può pagarla, apre oscenamente le gambe, impudica. Una sfida.
“Trente-deux, rouge, pair, passe”-dice annoiato il croupier col suo francese improbabile-
Augusto sbianca in volto e guarda Ricci.
“Hai visto anche tu?”- gli chiede allucinato-
“Cosa”- risponde Ricci, desolato-
“Come cosa?Non le hai viste anche tu?Non le hai viste anche tu quelle due piccole braccine che sono uscite dalla pallina e mi hanno fatto il gesto dell’ombrello?”
A casa, torniamo a casa.
Augusto ora zoppica più del solito.
Ha perso. Tutto.
 
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