Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria del Rigoletto a Dresda: habemus Rigolettum?

 
 
Rigoletto è opera paradigmatica della produzione artistica verdiana: tutti i temi cari al Compositore vi compaiono evidenti.
Il Potere, il Destino, l’Amore.
Allo stesso tempo risalta la qualità principale dell’Opera d’Arte in generale, vale a dire una specie di sospensione temporale, che ne perpetua la modernità a prescindere dallo scorrere del tempo.
L’emarginazione del diverso, l’arroganza del potere costituito, l’influenza nefasta del denaro sulle azioni degli uomini, sono temi con i quali ognuno di noi è costretto a confrontarsi giornalmente.
Ancora, il desiderio di un riscatto sociale per i figli, la speranza che arrivino là dove noi abbiamo fallito.
In questo senso mi pare che l’aggettivo popolare sia collocato a ragion veduta, quando si parla di Rigoletto.
Per queste ed altre ragioni, che non mi va d’approfondire in sede di recensione di uno spettacolo, oggi il capolavoro verdiano, seppur rappresentato con grande frequenza, garantisce sempre o quasi il tutto esaurito in teatro e l’attenzione degli appassionati.
Emozioni e sentimenti forti, dicevo all’inizio.
Bene, proprio il mio versante più viscerale è rimasto scontento, inappagato, e se c’è stata emozione questa è venuta dalla Musica di Verdi, sommo compositore che è stato un vero e proprio spacciatore d’emozioni. Voglio dire che, con gli ovvi limiti imposti dalla situazione (l’opera è uno spettacolo che deve essere visto in teatro e non in televisione) ho percepito una certa mancanza di continuità, quasi di necessaria complicità, tra il Direttore e i cantanti, forse dovuta alla tensione della prima, e che questa mancanza ha fatto sì che la rappresentazione deficitasse, in alcuni momenti, di fluidità.
Il grande richiamo di questo spettacolo era il debutto europeo di Juan Diego Flórez nel ruolo del Duca. Molte ombre e pochissime luci, dal mio punto di vista. Non mi è piaciuto il tentativo, che a me è parso evidentissimo, di gonfiare la voce, di renderla, gli appassionati mi capiranno, più verdiana. Gli acuti spettacolari sono sempre stati il punto di forza di Flórez: ieri sera a causa di questo artifizio mi sono parsi meno svettanti del solito (mi è sembrato non proprio una folgore il re bemolle alla fine della cabaletta) e una puntatura aggiunta e non scritta può accontentare chi ama gli effetti speciali, non certo chi apprezza il gusto e il fraseggio. Fastidiosa la recitazione, scolastica e più adatta ad un Nemorino sdolcinato che a un nobile puttaniere screanzato ed arrogante. Com’era ampiamente prevedibile, il tenore peruviano ha dato il meglio nei momenti amorosi o dove può far brillare la sua vocalità solare: così il duetto con Gilda nel primo atto è risultato molto buono, ad esempio, ed anche nella celeberrima canzone del terzo atto mi ha convinto.
Complessivamente la prestazione di Flórez è stata discreta, ma al momento non può svettare in questo repertorio come fa in Rossini, dove è veramente un fenomeno, bisogna dirlo.
Željko Lučić era Rigoletto e mi è piaciuto moltissimo. Il baritono serbo (credo, così mi pare a giudicare dal patronimico, noi triestini abbiamo buon naso per gli ex-jugoslavi) ha dimostrato che ci può essere un’alternativa a Leo Nucci, che di questo personaggio verdiano è stato l’ultimo interprete credibile. Lučić ha tratteggiato un bellissimo carattere, senza istrionismi e forzature, cercando di esprimere attraverso il canto i sentimenti forti e contrastati di quest’uomo cattivo e tenero insieme, comunque beffato dalla sorte. Dal punto di vista vocale ha cominciato assai cauto, ma poi nel prosieguo dell’opera è uscito molto bene e senza affanni. Molto bella l’esecuzione dei cortigiani e emozionante, senza esagerazioni belluine, il celeberrimo “Sì Vendetta”.
Il finale nonostante una regia insopportabile sulla quale tornerò in chiusura, è stato il momento migliore della serata per il baritono, a coronamento di una prestazione che ci restituisce un Rigoletto cantato con grande civiltà.
Diana Damrau era Gilda, un personaggio che non consente né grandi approfondimenti psicologici né particolari intellettualismi: è proprio una ragazzina un po’ melensa e stupidina, diciamolo. È difficile che non ne esca una bambolina manierata. (ricordo Renata Scotto come magnifica Gilda, ma era la Scotto, appunto)
Il soprano tedesco, che a ragione oggi è tra i più quotati per i ruoli da leggero di coloratura, è stata protagonista di una prova magnifica. Il “Caro nome” è un’aria rischiosa perché spesso si trasforma in un’esibizione fredda di canto e virtuosismo, ed anche in questo caso è stato così. Poi però, gli accenti malinconici e una recitazione appropriata hanno fatto la differenza tra una prestazione di routine ed una se non straordinaria, d’assoluto rilievo. Il finale, tutto cantato a fior di labbra con un filo di voce, è stato davvero emozionante.
Fabio Luisi, complessivamente, non mi è dispiaciuto: tra i punti a suo favore, io che non sopporto i clangori orchestrali, metterei subito la direzione leggera e rispettosa delle esigenze dei cantanti.
La scelta dei tempi mi ha lasciato perplesso, invece: qualche volta mi sono sembrati troppo lenti e, almeno così sembra a me, è mancata una visione unitaria della partitura che esprimesse continuità narrativa.
Per brevità accomuno in un generale abbastanza bene tutti gli altri protagonisti e comprimari.
La regia e le scenografie di tristi figuri di cui mi rifiuto di scrivere il nome, è stata terrificante sotto ogni punto di vista: spessissimo in conflitto col libretto e priva di una logica anche deviata. Un vero orrore.
Peraltro, almeno a quanto ho visto e sentito in televisione, il pubblico ha tributato un trionfo a tutti.
Mi sta bene per quanto riguarda i cantanti, ma i responsabili dello scempio (costumisti compresi) in Italia, nonostante ormai si accetti quasi ogni nefandezza, non sarebbero usciti al proscenio così pimpanti.
Purtroppo, ho potuto ascoltare in diretta ma non sono riuscito a rivedere, perché il mio DVD recorder mi ha piantato in asso proprio ieri sera.
Sarà per le maledizioni che gli ho mandato un milione di volte: quel vecchio maledivami, appunto, avrà pensato esalando l’ultimo respiro.
Buona settimana a tutti.
 
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11 risposte a “Recensione abbastanza seria del Rigoletto a Dresda: habemus Rigolettum?

  1. utente anonimo 22 giugno 2008 alle 6:21 pm

    … o magari non ce l’ha fatta a registrare le orribili scenografie. Forse non è forte come la fotocamera, che è sopravvissuta agli elefanti volanti.

    Ah, come sono contenta quando posso fornirti nuove chiavi di lettura! Fornisci ‘sto -censored-, lo so.

    La cavallerizza nera Margot :p

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  2. amfortas 22 giugno 2008 alle 6:31 pm

    margie, le sole chiavi che vorrei da te sono quelle della tua stanzetta di manicomio.
    Per buttarle via per sempre, ovvio.

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  3. utente anonimo 22 giugno 2008 alle 6:34 pm

    mi azzardo questa volta per una nota, non propriamente in merito alla tua recensione e quanto meno all’opera,a motivo della mia già nota incompetenza. Ma un ricordo, di quando bambino, con mio padre, dopo l’opera – Rigoletto -, mi era rimasto a lungo come una cupa oppressione, tetra, e solo quel grido pieno d’amore disperato per la figlia persa, più a lungo mi ha portato conforto, rabbioso quanto piangente ma così ricco d’amore, che lega per sempre. Poi s’intrecciano burle e maledizioni, e bene sottolinei quell’aggettivo:popolare. Ma tutto mi sembra tessuto per quel grido d’amore, che ora mi fa riflettere nuovamente e ancor più su quella mia emozione (forse per il timbro del Rigoletto d’allora), grido tanto disperato d’andare oltre la disperazione. Mi spiace aver perso l’occasione di quella trasmissione TV. L’occasione per il mio più cordiale saluto, rinnovandoti il mio: BENE!, anche per i tuoi interventi -( oltre che d’arte, anche per la rilevanza sociale) che già apprezzai sul blog di Ariela ecc. Ciao da Giovanni

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  4. amfortas 22 giugno 2008 alle 6:40 pm

    Giovanni, ti ringrazio moltissimo per il bellissimo contributo.
    Sai, qualche volta anche il blog può essere veicolo d’amarezza o d’incomprensione, però quando si leggono interventi come i tuoi, ci si dimentica volentieri di tutto.
    Grazie.

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  5. Moher66 23 giugno 2008 alle 8:08 am

    Una volta di più mi fai pensare quanto l’arte in molte sue manifestazioni, anzi azzarderei tutte, non sia affatto un modo di fuggire la realtà, ma al contrario fornisca chiavi di lettura utilissime del mondo in cui viviamo. E non parlo solo delle passioni e dei sentimenti forti, ma anche del disegno di una società universale i cui meccanismi si ripropongono a distanza di secoli.
    Ciao e grazie!
    Elena :-))

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  6. amfortas 23 giugno 2008 alle 8:55 am

    Elena, ho scritto sospendere non fuggire.
    La sospensione ha in sé il concetto di ritorno, ed è qualcosa che decido io.
    Insomma mi sento padrone della situazione.
    Invece la fuga sa di panico, ed è irrazionale e non gestibile.
    Lasciami illudere di poter sospendere senza fuggire 🙂

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  7. megbr 24 giugno 2008 alle 11:08 am

    anche per me questo Verdi di moda oggi, intimista e per niente bandistico.. bè non mi piace punto … e questo per tralasciare le mille invenzioni registiche che ci propinano: dal bunker di Hitler, al bordello ani 30, alla metafisica junghiana, alla Roma imperiale.. non si può certo dire che manchi la fantasia…

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  8. amfortas 24 giugno 2008 alle 2:49 pm

    megbr, ho riascoltato questo Rigoletto e confermo tutto ciò che ho detto.
    Fabio Luisi ha diretto discretamente, ma certo non ha brillato per originalità: credo che la sua direzione cameristica, come dici tu, sia anche dovuta al tonnellaggio delle voci a disposizione.
    Per me non è un difetto, anzi.
    Per la regia, terribile, almeno non siamo arrivati a Walt Disney, perché ci aveva già pensato qualcuno per questo Ballo in Maschera.
    Ciao 🙂

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  9. Badoero 25 giugno 2008 alle 9:20 pm

    ho sentito tante critiche ma non ho ben capito la regia cos’ha di tanto brutto…me la puoi descrivere?

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  10. amfortas 26 giugno 2008 alle 8:53 am

    Badoero, non è facile.
    Sostanzialmente sembra una regia pensata per la TV o per il cinema, insomma per un pubblico non presente in teatro. Inoltre ci sono varie incongruenze col libretto ed è scontata; i costumi sono bruttissimi.
    Direi che può bastare 🙂

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