Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: luglio 2008

Die Walküre a Bayreuth: altra recensione semiseria.

Chi mi legge da qualche tempo sa che Die Walküre è una delle mie opere preferite, una specie di coperta di Linus da tirare fuori quando è il caso.
Voglio dire, qui non si parla più di musica o di Wagner, ma di qualcosa che m’appartiene quasi come l’eleganza del portamento, lo sguardo profondo e indagatore, il fascino irresistibile. [la smetto subito, era solo per tirarmi su di morale, ché in questi giorni ne ho bisogno (strasmile)]
Ieri da Bayreuth, grazie a RADIO3 (trasmissione tecnicamente ancora una volta terribile, ma mi hanno detto che la spagnola Radio Clasica ha addirittura interrotto la diretta per qualche minuto, quindi i problemi dipendono dal satellite come ha detto alla fine il giornalista RAI) ho sentito una bellissima Walküre, ancora nel segno di Christian Thielemann, direttore d’orchestra, ma supportata in modo molto più cospicuo dalla compagnia di canto.
Endrik Wottrich, tenore, è stato davvero molto bravo: il suo Siegmund è un vero guerriero e si sente che è braccato, disperato, pronto a tutto, temibile.
Rispetto all’ultima volta che l’ho sentito in questo ruolo la voce si è imbrunita, ispessita, ma non è apparsa mai forzata: molto bella la duplice invocazione al padre (Wälse, Wälse), suggestivo il Winterstürm, mentre il LA del finale del primo atto è stato ghermito con un po’ di fatica, ma è uscito abbastanza pulito.
Nella scena dell’agnizione con Brünnhilde è apparso leggermente ingolato all’inizio, ma poi ha chiuso bene.
Una bella prestazione, impreziosita da un accento molto pertinente.
Buona anche la prova di Eva-Maria Westbroeck, nei panni di Sieglinde: il soprano può contare su una voce molto gradevole e un’ottima musicalità. A mio parere, è riuscita a connotare di sensualità il suo personaggio che, ricordo, è una ragazza giovane, maltrattata in casa da un marito dispotico e violento.
Questo marito si chiama Hunding ed è stato interpretato con gusto e misura da Kwangchul Youn: troppo spesso, anche recentemente, il personaggio è stato ostaggio di cantanti vociferanti, quasi che la malignità e la violenza si potessero rendere solo con un canto rozzo.
Albert Dohmen ha tratteggiato un Wotan abbastanza buono, nonostante non stia attraversando un periodo di forma vocale straordinario: la mia sensazione è che la voce sia sempre un po’ morchiosa, affaticata.
È veramente molto difficile dirlo da un ascolto radiofonico, ma io credo che un minimo di responsabilità per la prestazione non brillantissima di Dohmen ricada anche su Thielemann, che mi è sembrato tenere il volume orchestrale piuttosto alto.
Peraltro l’accento e le intenzioni del basso baritono, che è arrivato alla grandiosa scena finale molto stanco, sono state sempre molto pertinenti.
Indicativo il fatto che io, che normalmente (ri)comincio a piangere un po’ prima di Der Augen leuchtendes Parr e non la finisco più, non abbia versato neanche una lacrimuccia.
Michelle Breedt ha confermato la buona prestazione del Rheingold, nei panni di Fricka, dispotica compagna di Wotan: forse l’accento era più da moglie ferita nell’onore che da dea, ma io odio le interpretazioni asettiche.
Linda Watson (che mi pare debuttò una decina d’anni fa a Bayreuth quale Kundry, con Sinopoli sul podio, ma potrei sbagliarmi)aveva l’arduo compito d’impersonare uno dei personaggi simbolo di Wagner, la straordinaria Brünnhilde: personaggio difficile dal lato vocale, ma soprattutto indecifrabile o almeno controverso dal punto di vista psicologico.
La figlia adulterina di Wotan deve palesare un turbinio di sentimenti contrastanti, e dico deve proprio perché se il cantante non fa almeno intuire i mille dubbi del personaggio, beh, allora non c’è DO che tenga, la missione è fallita.
Con questa premessa penso di poter affermare che la Watson abbia fornito una prestazione di rilievo, non scevra di difetti, ma comunque convincente.
Mi sono sembrate molto inferiori al resto del cast le altre Valchirie, e questa circostanza, al Festival di Bayreuth, è inconcepibile e inaccettabile.
Thielemann anche oggi mi è sembrato perseguire una visione dell’opera molto sobria, con l’unica eccezione della famosa “cavalcata delle valchirie”, in cui mi è sembrato un po’ troppo compiaciuto e stentoreo.
Al di là di questo e, come ho detto sopra, con qualche dubbio sul volume orchestrale, ha firmato una buona Valchiria.
Chiudo con la versione for dummies della quarta scena del secondo atto, perché è buon viatico per il prossimo post:
 
Brünnhilde avvicina Siegmund che, stremato, sta aspettando l’arrivo di Hunding. La Valchiria gli annuncia la morte e poi l’immediata salita al Walhalla.
Siegmund le chiede: “Potrò portarmi dietro la mia Sieglinde, nel Walhalla?”
Lei dice: ” No, però troverai un sacco di belle ragazze, da bere e mangiare a volontà e rivedrai papà!”
“Ma vaffanculo, stronza!”-le risponde lui.
Così va a combattere, sicuro che la sua spada, Notung, lo difenderà da chiunque.
Non sa che papà l’ha tradito e ha mandato Brünnhilde ad aiutare Hunding.
Lei si pente, cambia idea, cerca di aiutarlo all’ultimo momento ma arriva papà Wotan e con la sua lancia spezza la spada di Siegmund.
Allora lei gli salva Sieglinde, che è incinta e porta in grembo un ragazzino che si chiamerà Siegfried, delle cui vicende, se ho tempo, parlerò domani, dopo la diretta di RADIO3.

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Vexata quaestio a Bayreuth.

Da qualche minuto è cominciata Die Walküre, qui Daland dice la sua sulle regie wagneriane.

Approvo incondizionatamente e aggiungo l’opinione di Fabio Armiliato e Daniela Dessì sull’argomento, estrapolata dalle interviste che mi rilasciarono a suo tempo.

Qui l’intervista completa a Fabio Armiliato.

Qui invece, quella a Daniela Dessì.

Fabio Armiliato.

Secondo te,  perché oggi è quasi impossibile vedere un’opera com’è descritta nel libretto, specialmente nella scuola registica tedesca?
Ci sono varie motivazioni, una sicuramente è il lato economico: molti registi di prosa sono passati alla lirica perché girano più soldi, più investimenti, ed anche perché, in secondo luogo, l’attenzione del pubblico è maggiore.
Se un regista allestisce, tanto per fare un esempio, un Don Carlo, ha più spazio sui media, e maggiore visibilità ovunque.
Eppure se qualcuno andasse a chiedere a Andrew Lloyd Webber d’ambientare il suo Fantasma dell’Opera in Cina, ad esempio nella Città proibita, gli sarebbe risposto di no. Mancherebbe l’aderenza alle esigenze del Compositore, al testo. Non credo che Webber sia da rispettare meno, che ne so, di Puccini.Bisogna usare le tecnologie moderne per rendere meglio di una volta il pensiero del compositore, non per soddisfare il nostro egocentrismo o quello dei registi. Ora, ci sono anche idee innovative e valide, non bisogna buttare tutto via, ma occorre avere rispetto di capolavori immortali che tengono alto il nome dell’Italia e dell’italianità in un momento in cui il nostro paese ne ha molto bisogno.
Bisogna ristabilire i ruoli, il cantante deve tornare ad essere figura centrale nell’economia di un allestimento, in collaborazione attiva con il direttore ed il regista, ricordando però, anche con un occhio al passato, che senza le grandi voci l’opera scomparirebbe in breve tempo.
Daniela Dessì.
In Germania tu non lavori molto, vero?
No, perché io non posso permettermi di provare un mese e mezzo per poi vedere una regia che stravolge tutto, preferisco fare allora qualche serata di gala, passando da una città all’altra, o qualche concerto. Mi dispiace, perché il popolo tedesco ama molto la lirica italiana, in particolare Verdi. Il mercato tedesco è un po’ particolare, richiede dei compromessi che io sinceramente non me la sento d’affrontare.
Beh, e te lo puoi permettere…
Questo lo lascio dire agli altri (si sente che sorride)…peccato perché specialmente in un paio di teatri tedeschi si lavora molto bene . Intanto nei mesi scorsi ho cantato Tosca a Vienna, alla Staatsoper, dove sono di casa, ed ho pure partecipato come ospite d’onore all’Opernbal (il ballo delle debuttanti ).
Ottimo ascolto a tutti i blogger di buona volontà! (smile)

Considerazioni semiserie sul Rheingold a Bayreuth.

Come ho segnalato nel post precedente ieri a Bayreuth è partito il Ring, con il Prologo del Rheingold.
Mi sono divertito, mentre ascoltavo, a prendere alcuni appunti di questo viaggio lungo il Reno che durerà qualche giorno, anche se purtroppo RADIO3, con una decisione che mi limito a definire discutibile, non seguirà in diretta il Götterdämmerung.
La prima considerazione è un po’ avulsa dal contesto generale e riguarda proprio RADIO3.
Possibile che la trasmissione sia così disturbata?
Saranno contenti quegli ascoltatori che si sono premurati di mandare sms o mail affermando che la musica di Wagner non dovrebbe essere trasmessa, perché è noiosa: se proprio qualche sfigato desidera ascoltare Wagner, che lo si accontenti pure mandando in onda una versione ridotta e tagliata delle sue opere, un bonsai musicale.
Cavolo, che colpo di genio!
Io non sopporto Rossini (non è vero, è solo un esempio), quindi dopo la trasmissione delle opere al prossimo ROF di Pesaro manderò qualche protesta: esigo un’Ermione sintetico, che duri un’ora scarsa ché poi devo andare a mangiare il gelato.
Me ne frego se altri lo definiscono (arbitrariamente) il più insigne musicista italiano, a me non piace e quindi bisogna purgarlo.
Bene, detto questo, andiamo avanti con questa piccola recensione senza pretese. (dice: “Perché non una revisione critica?” –rispondo- “perché per fortuna non ho ancora perso il senso della realtà, e so che posso solo esprimere opinioni e non revisioni critiche.”)
Nonostante la lunga frequentazione, quando parte l’accordo iniziale in MI bemolle mi si riapre un mondo d’emozioni che mi rapisce, tanto che il primo “Weia” di Woglinde mi coglie quasi impreparato.
Le “Rheintöchter” (Figlie del Reno) se la spassano nel brodo primordiale, abbastanza incautamente, a dire il vero.
Woglinde, Wellglunde e Flosshilde sono interpretate rispettivamente da Fionnuala McCarthy, Ulrike Helzel e Simone Schröder: mi sono parse abbastanza buone, e mi sento d’esprimere un particolare plauso per Wellglunde, dalla voce piena e fascinosa.
Entra in scena il baritono Andrew Shore nei panni dello spregevole Alberich e di primo acchito la sua interpretazione mi pare un po’ macchiettistica, caricata eccessivamente e più parlata che cantata: efficace in teatro, probabilmente, ma a me manca la dimensione visiva, vale la pena ricordarlo.
Insomma ‘sto nanetto di Alberich vede le tre gnocche che nuotano e si eccita: siccome è brutto, le ragazze lo provocano e poi lo prendono per il culo.
Intanto però è comparso l’oro, e Alberich, umiliato, all’idea di quel metallo ha già cambiato obiettivo: non può scopare? Ok, ma almeno vuole essere ricco, ché con i soldi almeno il piacere, se non l’amore, se lo procura di sicuro.
Le tre sciacquette non si accorgono di nulla e continuano a giocare. (saranno state bionde, dirà margie)
La faccio corta: Alberich ruba l’oro e se ne va tra la serotina costernazione delle tre cretine.
Intanto, da un’altra parte, Wotan e Fricka, marito e moglie un po’ annoiati, stanno a dormi’.
Fricka è Michelle Bredt, molto brava in una parte ingrata sotto ogni punto di vista: vocalmente è difficile, il personaggio è antipatico e causerà più avanti casini bestiali per lenire il suo orgoglio ferito.
Wotan è Albert Dohmen, che non mi ha convinto troppo durante tutta l’opera, tanto da farmi temere per questo pomeriggio, ché lo aspetta un lavoro per niente facile.
Insomma Fricka e Wotan cominciano a litigare perché lo sbruffone, che ha commissionato a due giganti, Fasolt e Fafner, la costruzione di un luogo superfigo che si chiama Walhalla, ha avuto l’ideona di pagare i due energumeni regalando loro la sorella di Fricka, la bella Freia.
I due litigano, Freia (una Edith Haller molto sbiadita, a dire il vero)cerca di nascondersi e strepita il suo terrore quando arrivano i giganti.
Fasolt è Kwangchul Youn, in ottima serata, che connota il suo personaggio senza eccessi, con un canto sobrio e preciso; l’altro mostro, Fafner, è Hans-Peter König, dalla voce morbida e pastosa, molto buona anche la sua prova.
Nel frattempo è comparso, in deplorevole ritardo, uno dei compagni di merende di Wotan, Loge. (il tenore Arnold Beyuzen, in costante difficoltà sugli acuti, ma abbastanza convincente nel rendere la doppiezza di questo personaggio fondamentale)
Per la scena girano anche altri due potentati, Froh e Donner: niente più che discreto Clemens Bieber, mentre il Donner di Ralf Lukas è parso davvero censurabile.
Freia è rapita dai giganti, che attendono di essere pagati con l’oro che è stato rubato da Alberich alle ninfe. (la faccio molto facile eh?)
Wotan e Loge scendono nel Nibelheim, dove con uno stratagemma riescono a portare via tutto a Alberich, che ha sfruttato, tra le altre cose, il lavoro del fratello Mime (discreto il tenore Gerhard Siegel).
Tornano su da dove son partiti e dopo che Fafner ha ucciso per cupidigia il fratello Fasolt e soprattutto dopo l’apparizione di Erda che ammonisce, inascoltata, Wotan, gli dei salgono nel Walhalla felici e contenti.
(si fa per dire, con quello che succederà dopo!).
A proposito di Erda devo fare una considerazione: ieri era interpretata da Christa Meyer che non mi ha soddisfatto per nulla.
Il ruolo di Erda è fondamentale, si dovrebbe cercare una cantante che scolpisca le poche frasi in modo inquietante e profetico, presago del Götterdämmerung! Ahimé succede di rado…
Non ho parlato del direttore d’orchestra, Christian Thielemann; ebbene è stato di gran lunga il migliore della serata e mi aspetto meraviglie dalla sua lettura delle giornate successive: sì Die Walküre, ma soprattutto dal Siegfried e dal “Crepuscolo degli dei”.
Ieri sera la sua direzione è stata asciutta, scabra, precisa.
Il suo è un Wagner lirico, affatto mitico, una visione che io adoro perché non è ridondante e retorica.
Tra i tanti momenti davvero magici ne segnalo uno in particolare: la discesa di Wotan e Loge nella caverna di Alberich.
Non posso mancare l’appuntamento.
Ciao a tutti!
 
 

Comincia il viaggio!

Alle 17.57 su Radio3

BAYREUTH FESTIVAL
R.Wagner: DAS RHEINGOLD (L’ORO DEL RENO)
Prologo in quattro scene a "Der Ring des Nibelungen"

Loge, Arnold Bezuyen
Erda, Christa Mayer
Mime, Gerhard Siegel
Wotan, Albert Dohmen
Alberich, Andrew Shore
Freia, Edith Haller
Fricka, Michelle Breedt
Woglinde, Fionnuala McCarthy
Wellgunde, Ulrike Helzel
Flosshilde, Simone Schröder
Froh, Clemens Bieber
Donner, Ralf Lukas
Fasolt, Kwangchul Youn
Fafner, Hans-Peter König

Orchestra del Festival di Bayreuth
direttore, Christian Thielemann
regia, Tankred Dorst
scene, Frank Philipp Schlössmann
costumi, Bernd Ernst Skodzig

Qui il libretto

Buon ascolto agli appassionati e ai…volenterosi!

Buona settimana a tutti.

 


I’m in a Bayreuth state of mind.

Durante questi giorni un po’ pigri, quasi nell’indifferenza generale, sta per cominciare il Festival di Bayreuth.
In un mondo nel quale sembra che la velocità e l’immediatezza del consumo siano valori preminenti, essere melomani oggi è considerata una specie di perversione da nascondere con vergogna, una confessione da estrinsecare solo agli amici più cari.
I parenti guardano il povero appassionato e mormorano, costernati:
“No, non viene al mare, sai è melomane…”
Ora, figuratevi un povero disgraziato che, come me, è pure wagneriano fradicio.
Mi sento appartenente ad una specie di corpo speciale d’emarginati.
Wagner è roba forte, si parla di 3-4 ore di musica, addirittura 4 ore e mezza è durato il Parsifal diretto ieri sulla collina da Daniele Gatti.
È stato un buon Parsifal, diretto senza particolari alzate d’ingegno nel solco della tradizione, direi quasi alla Knappertsbusch.
I cantanti non mi hanno entusiasmato, ma non ci sono stati orrori particolari.
Molto bravo Christopher Ventris nel ruolo del titolo, anche se forse non ha la vocalità e soprattutto la maturità artistica necessarie per il personaggio.
Eccellente Detlef Roth nei panni di Amfortas [quello vero eh? (smile)], tanto bravo da farmi scordare che io preferisco voci più brunite.
Deludente (non scandalosa, solo deludente), ma c’era da aspettarselo, Mihoko Fujimura, che nel registro acuto ha palesato molte difficoltà e, circostanza assai più fastidiosa, non mi ha comunicato quel senso di ferinità estatica (non mi viene altro, abbiate pazienza) proprio di questa donna ambigua, tormentata, redentrice e redenta.
Magnifiche invece le prestazioni di Kwangchul Youn e Thomas Jesatko, rispettivamente Gurnemanz e Klingsor.
Ma, come giustamente fa notare anche Daland, la vera sorpresa è venuta dal pubblico che, incredibilmente per Bayreuth, ha applaudito con qualche secondo d’anticipo il finale del terzo atto.
E anch’io tendo a pensare che più che di entusiasmo si sia trattato d’incompetenza.
Ricordo registrazioni storiche in cui tra l’ultima nota ed il primo applauso c’era una specie di momento di sospensione, d’irrealtà stupita: forse anche questo è segno dei tempi che cambiano, non so.
Domani, e dopo lunga meditazione ho rinunciato a questa opportunità, si passa ai meravigliosi Meistersingers, mentre oggi cercherò di non lacerarmi ulteriormente col Tristan.
Poi, da lunedì, si riprende la strada mai troppo conosciuta e sempre sorprendente del Ring, anche quest’anno nel segno della bacchetta di Christian Thielemann.
Se ce la faccio, riferirò le mie sensazioni, ahimé ancora una volta veicolate solo dall’ascolto radiofonico.
Buon fine settimana a tutti.
 
 

Marina Garaventa.

Mentre io scrivo stronzate, c’è chi affronta i problemi in modo serio, approfittando della sua visione privilegiata dell’argomento.

(io so che a Marina questa mia presentazione piacerà)

Savignone, 16 Luglio 2008
 
Caro Direttore,
sono Marina Garaventa, ho 48 anni e sono, più o meno, nella stessa situazione di Piergiorgio Welbi: come lui, ho il cervello che funziona benissimo, diversamente da lui, posso ancora usare le mani e la minima facciale. Come ho seguito il caso Welbi, esprimendo la mia opinione, ho seguito il caso, ben più grave del mio, di Eluana Englaro e mi sono “rallegrata” della sentenza che ne sanciva la conclusione, sperando che nessuno si permettesse di intromettersi in un caso così delicato e personale. Non avevo la benché minima intenzione di dire o scrivere alcunché fino a stamattina alle 7 quando, ascoltando i primi notiziari, ho sentito tante “cazzate” che mi sono decisa a dire la mia. Io sono abituata a esprimere opinioni, dare giudizi e consigli solo su cose che conosco bene e che ho vissuto personalmente e mi piacerebbe tanto che tutti si regolassero così, evitando di aprire la bocca per dare aria a sentenze basati su mere teorie filosofiche e moral-religiose.
Con queste parole mi riferisco, in particolare, alle recenti “sortite” di alcuni personaggi noti che, in un delirio di onnipotenza, dicono la loro, scrivono lettere patetiche e organizzano raccolte pubbliche di bottiglie d’acqua: le bottiglie, a Eluana, non servono perché sia l’acqua sia la nauseabonda pappa che la tiene in vita e che anch’io ho provato per mesi, le arriva attraverso un sondino. Bando quindi ai simbolismi di pessimo gusto di Giuliano Ferrara, stimato giornalista, e al paternalismo di Celentano, mio cantane preferito. In quanto al mio esimio concittadino, il Cardinal Bagnasco, sarebbe cosa buona e giusta che, prima di esprimersi su quest’argomento, avesse la bontà di spiegarci perché a Welbi è stata negata la messa e, invece, il “benefattore” della Magliana, Renatino De Pedis, è sepolto in una nota chiesa romana.
A questo punto, però, siccome neppure a me piace fare della teoria, propongo a questi signori di prendersi un anno sabbatico e offrirlo a Eluana: passare col lei giorni e notti, lavarla, curarle le piaghe, nutrirla, farla evacuare, urinare, girarla nel letto, accarezzarla, parlarle nell’attesa di una risposta che non verrà mai. Sono disponibile anche a mettermi a disposizione per quest’esperimento ma, devo avvisare tutti che, per loro sfortuna, io sono sicuramente meno docile di Eluana e se qualcuno, chiunque sia, venisse per insegnarmi a vivere, lo manderei, senza esitazione, “affanc…”.
A sostegno di quanto detto finora, aggiungo che, nonostante io non possa più camminare, parlare, mangiare, scopare e quant’altro, amo questa schifezza di esistenza che mi è rimasta e mai ho avuto il desiderio di staccare la spina del respiratore che mi tiene in vita. Nonostante tutte le mie limitazioni, io ho una vita intensissima: scrivo su alcuni giornali locali, tengo un blog (www.laprincipessasulpisello.splinder.com) , ho un’intensa vita di relazione e, in questo periodo, sto promovendo un mio libro che narra di questa mia splendida avventura. (La vera storia della principessa sul pisello” Editore De Ferrari Genova).
Sicuramente qualcuno penserà che voglio farmi pubblicità e, in un certo senso, è vero: io voglio, per quanto posso, dar voce a tutti quelli che sono nella mia condizione e non sanno o non possono dire la loro.
Parliamoci chiaro: i malati come me, come Welbi ed Eluana sono già morti! Sono morti  il giorno in cui il loro corpo ha "deciso" di smettere di funzionare e hanno ricevuto dalla tecnologia, che io ringrazio sentitamente, l’abbuono, il regalo di un prolungamento dell’esistenza. Ma come tutti i regali, anche questo vuol essere contraccambiato con merce altrettanto preziosa: una sofferenza fisica e morale che solo una grande forza di volontà può sopportare. Nel momento in cui il gioco non vale più la candela il  paziente deve poter decidere quando e come staccare la spina. Lo stato deve garantire la miglior vita possibile a questi malati, tramite assistenza, supporti tecnologici e contributi ma non può arrogarsi il diritto d decidere della loro vita sulla base di astratti principi etici, molto validi per chi si  sta col culo su un bel salotto, ma che diventano  assai stucchevoli quando   si sta nel piscio. Eluana non può più decidere ma chi le è stato vicino, nella gioia e nella sofferenza, chi l’ha conosciuta e amata non può dunque decidere per lei, mentre possono farlo persone che, fino a ieri, non sapevano neppure che esistesse?
Io sono pronta a chiedere umilmente perdono se questi signori mi diranno che, nella loro vita, si son trovati in situazioni come la mia o come quella di Eluana e delle nostre famiglie ma, francamente non credo che la mia ammenda sarà necessaria.Per chiarire meglio la mia situazione allego una foto e il link di un video: http://video.google.it/videoplay?docid=-8906265010478046915 
 
Concludo ringraziandola e sperando che voglia dare voce anche a me che parlo con cognizione di causa e non per fare della filosofia.
 
Marina Garaventa
 
Marina Garaventa
Via Grendi 16
16010 Savignone Ge
Italy
             marinagaraventa@alice.it

II puntata: l’informazione un tanto al litro.

Continua la saga del Piccolo, quotidiano triestino:

Questo il titolo:

Caduti 50 litri d’acqua al metro quadro.

In 5 ore si è riversata la quantità di pioggia prevista per l’intero mese.

Ma non c’è stato alcun allagamento.

Poi, nell’articolo si legge:

"Massiccio il numero di interventi dei vigili del fuoco richiamati fin dalle 9.30 del mattino da allagamenti di scantinati e cadute di alberi. Venti sono state le principali uscite dalla caserma di via D’Alviano. "

Sono meravigliosi, io non ho bisogno di altro.

L’informazione un tanto al chilo.

Adoro il mio quotidiano, giuro.

Questo uno dei titoli di oggi, nella cronaca triestina.

IL CAROVITA HA RIVOLUZIONATO LE ABITUDINI

I CONSIGLI
I consumatori: si dimezza la quantità.

«Per salumi e formaggi ormai nessuno parla più di chili ma solamente di etti»

Come è vero, sono finiti i bei tempi in cui al banco di salumeria si sentivano in continuazione frasi tipo:

"Mi dia 3kg di salame, 2 di prosciutto crudo e una forma di latteria, ma non troppo grande, al massimo 5-6 kg eh?"

Buon fine settimana a tutti. ( e non abbuffatevi con i panini, ché se ci mettete dentro mezzo kg di salame e sette etti di gorgonzola è meglio che andiate al ristorante)


O cima, o cara cima, alfin ti veggo!

La parete sud della Punta Grohmann è stata salita per la prima volta nel 1908 dalla guida cortinese Antonio Dimai. (qui un’immagine storica dell’evento)

Per l’occasione, i suoi compagni di cordata erano Johan Summermatter e le giovani ed intrepide baronessine ungheresi Ilona e Rolanda von Eotvos.

Cent’anni dopo invece…

…Ex-Ripley, assieme al compagno di cordata Stefano, una coppia priva di ogni quarto di noblità (sic transit gloria mundi) ha ripetuto l’impresa.

Betta e Stefano

Cliccando vedrete altre foto che testimoniano la follia di questi due elementi.

 

 

Plus blanche que la blanche ermine.

Qui a Trieste da qualche giorno si respira, perché il caldo umido è stato spazzato via dal maltempo.
Stamattina, per dire, a Opicina dove abito io, c’erano 15 gradi.
Altri soffrono ancora il caldo, specialmente al centro e al sud.
Allora ho pensato di pubblicare
un paio di foto scattate da ex-Ripley (per qualche nuovo lettore: ex-Ripley è mia moglie) nelle sue scorribande alpinistiche, così magari chi sta sudando sul lavoro si prende una bella pausa psicolgica rinfrescante.
Quindi, se cliccate sulla foto, mettetevi un maglioncino ok? (smile)

Laghetto glaciale Marmolada.

Ora ex-Ripley sta affrontando la Cima Grohmann (3114m) e ovviamente mi ha detto che devo stare tranquillo.
Sì, come no.

Cima Ellie.

Fresca giornata a tutti.

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