Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Giovanna d’Arco di Verdi e piccola sorpresa finale.

Nella mia annunciata trasferta a Parma per il Festival Verdi, la prima opera alla quale assisterò è la Giovanna d’Arco, il 7 di ottobre.
Mi fa piacere quindi approfondire un minimo il discorso su questo lavoro, che come dicevo nel post precedente è stato concepito durante i famosi anni di galera.
La Giovanna d’Arco è probabilmente tra le meno note e rappresentate opere del Maestro di Busseto, e ha caratteristiche piuttosto peculiari.
La fonte letteraria è il dramma teatrale Die Jungfrau von Orléans di Schiller e la vicenda era stata già musicata in precedenza da altri compositori: particolare risalto ebbe la versione di Giovanni Pacini, che debuttò alla Scala di Milano già nel 1830.
Verdi s’era impegnato con il grande teatro milanese a presentare un’opera nuova per il 1845 e nonostante fosse sotto pressione per una ripresa dei Lombardi alla prima crociata, riuscì a consegnare il lavoro in soli quattro mesi.
Non fu presente alla prima del 15 febbraio, forse perché un po’ spaventato dalle notizie che arrivavano da Milano di prove piuttosto burrascose, dovute a qualche sbavatura nell’orchestra e alla forma non smagliante dei cantanti.
L’accoglienza della critica fu tiepida e infastidì comunque molto il Maestro, che reagì come spesso facciamo anche noi quando abbiamo la coscienza un po’ sporca, cioè attaccando.
In una lettera a Francesco Maria Piave, Verdi, forte anche del buon successo di pubblico ottenuto, scrive:
 
"L’opera ha avuto un esito felice ad onta di un immenso partito contrario. È la migliore delle mie opere senza eccezione e senza dubbio!”
 
Una dichiarazione di guerra, quasi. [ah, questa stampa! (strasmile)]
Non solo, anche alcuni screzi con l’impresario Merelli contribuirono a una scelta clamorosa, quella cioè di non presentare più un’opera debuttante alla Scala.
Questo litigio con il teatro milanese non si ricompose che nel 1887, quando andò in scena l’Otello in prima mondiale.
Insomma tra i soliti critici pedanti che pretendono di saperne sempre di più degli altri e l’orgoglio del “Verdi Furioso”, appare abbastanza ragionevole supporre che la giusta misura stia, come quasi sempre, nel mezzo.
Se è vero (e proprio a questo proposito nel post precedente ho parlato di autoreferenzialità) che si colgono qua e là echi dei precedenti Ernani e I Due Foscari, per esempio, è pure vero che l’opera brilla per alcuni sprazzi originali, frutto della straordinaria esperienza dell’ascolto e studio di compositori italiani notissimi.
La rielaborazione di spunti rossiniani, belliniani e donizettiani è così evidente che il ruolo di Giovanna si può considerare tra i più schiettamente belcantistici composti da Verdi.
Scorrendo i nomi delle interpreti dell’eroina nel dopoguerra se ne ha conferma palese: Renata Tebaldi, Montserrat Caballè, la giovanissima Katia Ricciarelli (che, lo ricordo, è stata una grandissima cantante, anche se la sua parabola artistica si è conclusa relativamente presto e ora come dire, non sta offrendo il meglio di se stessa nelle sue comparsate televisive), June Anderson e nientemeno che Mariella Devia (Sua Mariellestà, vero Giorgia?), artista che quasi mai s’è avventurata in ruoli che mettessero a rischio la propria vocalità immacolata. ( e con che risultati, aggiungerei, visto l’esito straordinario di un recentissimo concerto tenuto a Roma!)
Dal mio punto di vista, il momento più interessante e ispirato dell’opera si trova nel duetto soprano-tenore del primo atto: con l’eccezione dei Due Foscari, sino a quel momento Verdi prediligeva i duetti soprano-baritono.
In questo punto, come opportunamente nota Julian Budden, s’anticipa l’erotismo incandescente del grande duetto del Ballo in Maschera.
Mentre il ruolo del soprano protagonista sembra essere cucito idealmente addosso a qualche primadonna, ricco com’è di arie e potenzialità belcantistiche, la parte del tenore (Carlo VII Re di Francia) è particolarmente infida per motivi opposti.
L’accento, il fraseggio, la nobiltà, prevalgono sull’acuto spettacolare, sulla frase musicale memorabile, su quei momenti durante i quali il pubblico va in visibilio.
I sentimenti devono essere espressi piegando la voce alle mezzevoci, all’interpretazione sobria e puntuale: non a caso la più bella testimonianza ( a mio parere eh?) del momento più noto del ruolo ( l’aria “Sotto una quercia parvemi”) è di Carlo Bergonzi, all’interno della famosa raccolta di arie verdiane. Magnifico, anzi, forse in una delle prestazioni meno pubblicizzate ma più consapevoli, anche Placido Domingo nell’edizione EMI dei primissimi anni settanta.
Molto simile il discorso per quanto riguarda il baritono che interpreta Giacomo, il padre di Giovanna: in questo caso la mia preferenza va all’americano Sherrill Milnes.
Da rilevare ancora, in questo semi approfondimento semiserio, l’importanza del Coro, impegnato spesso nell’arco dell’opera.
Bene, detto questo e sperando d’aver fatto cosa gradita, rimando il discorso Giovanna d’Arco a ottobre, quando su questo schermo apparirà la recensione (semiseria? Abbastanza seria? Intristita? Non si sa!) dello spettacolo parmense.
Comunque, per chi non amasse la musica lirica, ci sono sempre alternative: eccone una molto commovente.
Buon fine settimana a tutti.
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14 risposte a “Giovanna d’Arco di Verdi e piccola sorpresa finale.

  1. utente anonimo 20 settembre 2008 alle 7:58 pm

    Siamo un po’ risorgimentali, attualmente: tu Verdi, io Mazzini…
    Buona domenica, Amfortas!
    Ghismunda

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  2. Badoero 20 settembre 2008 alle 11:08 pm

    Giovanna è una delle parte religiose più belle di tutti i soprani verdiani.
    Carlo VII è un principe ancora ragazzo e come i ragazzi si lascia trascinare dall’amore a prima vista per una ragazza che gli salva il regno. L’unico momento di maturità che assume sembra negli ultimi momenti dell’opera.
    Giacomo probabilmente ha il titolo di personaggio più imbecille dell’opera lirica. Dimmi tu se un padre che vede la figlia trionfare deve dire “oh, certamente è aiutata dal demonio” ma come ca**o fai a dirlo?
    Il coro mi ricorda in alcuni tratti il Nabucco: stesso coro iniziale che compiange la propria sorte, stesso coro che maledice lo/la sventurato/a di turno, stesso coro che perdona la povera Abigaille/Giovanna e la compiange.

    Un’opera che mi piace, ma del Verdi minore preferisco soprattutto i due Foscari, Attila e Corsaro.

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  3. pears 21 settembre 2008 alle 10:03 am

    Sempre un piacere leggerti. Per me Giovanna d’Arco non può che essere la registrazione della Caballe… credo abbia emesso, in tale occasione, tra i suoni più belli mai sentiti sulla terra…

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  4. ivyphoenix 21 settembre 2008 alle 9:12 pm

    come fanciulla ribelle è un mio idolo.. la preferisco in lirica che nel video che hai scelto però..

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  5. amfortas 22 settembre 2008 alle 7:01 am

    Ghismunda, appena ho tempo passo da te, ciao!
    Badoero, l’opera tutto sommato non si scosta dal solito triangolo tenore-soprano-baritono.
    Di personaggi dementi la lirica è piena, lo sai benissimo 🙂
    Anche a me piace molto Il Corsaro, ma purtroppo non credo che ce la farò a vedere questa produzione a Parma.
    pears, grazie della stima.
    La Caballè in quegli anni era onnipotente, non c’è nulla da fare.
    Grosso contributo al successo artistico di quell’incisione va anche all’ottimo Levine.
    Ivy, a me i martiri non piacciono molto, a dire il vero…la versione di Faber è curiosa, però.
    Ciao!

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  6. Moher66 22 settembre 2008 alle 9:23 am

    Schiller? Friedrich? Ah lo vedi, c’è sempre un nesso tra i libri che leggo e ciò che leggo qui.. Ho giusto letto Le notti bianche di Dosto un mesetto fa .. 😉
    Ciao!
    Elena

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  7. Badoero 22 settembre 2008 alle 6:32 pm

    Vero…pirla la Leonora del Trovatore perchè si avvelena e va a quel paese il tentativo di salvare Manrico; scema la Tosca a fidarsi di quel sadico di Scarpia; idioti gli amici di Gennaro che dopo aver insultato la Borgia vanno alla prima festa a Ferrara che beccano, eccetera…

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  8. utente anonimo 22 settembre 2008 alle 6:38 pm

    Non sapevo che i festeggiamenti per il 7 ottobre includessero anche la rappresentazione di opere liriche.
    Ok, ho esagerato, lo so… ma non ti brillano un po’ gli occhi?

    La simpatica Margot :p

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  9. amfortas 23 settembre 2008 alle 8:34 am

    Elena, letture impegnative eh?
    Badoero, eh, cercando se ne trovano di questi esempi 🙂
    margie, non ho parole, sei sempre più indisciplinata.
    Sono previsti pure sguardi verso l’infinito per il 7 ottobre eh? 🙂

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  10. mozart2006 23 settembre 2008 alle 11:30 am

    Bella la tua lettura dell´opera.Personalmente io me ne innamorai a 16 anni,quando uscí l´incisione di Levine che allora fu giustamente additata dalla critica come nuovo modo di intendere l´interpretazione verdiana.
    Vorrei solo aggiungere che in quest´opera Verdi mostra un´attenzione alle scene di massa ed al rapporto col mondo soprannaturale chiaramente derivata dallo studio del Robert le Diable di Meyerbeer.Di questo si accorse per primo tanti anni fa un amatore di genio come Luca Fontana,nella sua storia di Verdi corredata dalle tavole fumettistiche di Christian Olivares,pubblicata dal Saggiatore nel 1982.
    Ciao

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  11. amfortas 23 settembre 2008 alle 6:40 pm

    Mozart2006, grazie dell’intervento che completa il mio volutamente sintetico post.
    Ci sarebbe da scrivere molto, come saprai bene, su ogni opera di Verdi (ma ovviamente anche sui lavori di altri compositori).
    Di solito cerco di privilegiare l’aspetto divulgativo, nella speranza d’incuriosire qualche passante.
    Pensa che alcuni miei lettori si sono appassionati alla lirica leggendo le mie cronache semiserie, e questo è per me motivo di grande soddisfazione.
    Per approfondimenti più seri e/o rigorosi, ci sono altre piazze telematiche che hanno scelto un taglio più tecnico, quindi l’offerta è ampia e diversificata.
    Credo vada bene così, no?
    Ciao!

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  12. utente anonimo 23 settembre 2008 alle 6:51 pm

    Hai visto alcuni bozzetti della regia? Carini, ma forse…un po’ troppo patriottici…

    Badoero

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  13. utente anonimo 24 settembre 2008 alle 9:41 am

    si è conquistati dalla lirica e perchè no, anche De Andrè merita la sua parte, eccome. Mi sono domandato perchè hai scelto quel video, uso lamento funebre. – …l’ha spiata ogni giorno…e solo lui, forse, tra le fiamme ha visto il suo sogno di ragazza, sposa vestita di bianco. Sogno di una ribelle, martire e santa, pazza come tutti i ribelli. Mi interessa, sulle tue parole, quel duetto tra soprano e tenore, nell’opera che non conosco. Ne leggerò con la tua recensione, dopo l’evento annunciato a Parma, cercando anche di ritrovarne il brano. Ciao da Giovanni.

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  14. amfortas 24 settembre 2008 alle 7:30 pm

    Badoero, ho visto, valuterò in teatro 🙂
    Giovanni, ho scelto il brano perché come spesso è successo, Faber ha una visione inconsueta dell’argomento.
    Il duetto è molto bello, lo trovi in rete se cerchi in rete su google il libretto dell’opera.
    Ciao!

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