Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: ottobre 2008

Fu(r)or del mar.

Questa mattina a Trieste c’è stata una libecciata che non si vedeva da anni.

Allora, il prode (?) Amfortas ha preso la sua modesta fotocamera e ha scattato qualche foto. Questa era notevole!

Se fate click su questa sopra o questa sotto
Due tipi allibiti!

le potete vedere tutte.

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Piccole considerazioni semiserie sulla Terza sinfonia di Mahler.

Evidentemente, per tirarmi fuori di casa e sopportare dignitosamente il dolore alla schiena, ci voleva una serata a teatro.
In realtà l’unica cosa che non ho trascurato in questi giorni è il lavoro, per quel malinteso senso del dovere che mi accompagna da sempre, come se ciò che non è lavoro non fosse, in un certo senso, un dovere ancora più pressante.
Comunque, venerdì sera al Teatro Verdi di Trieste è finita la stagione sinfonica: non potevo mancare perché la terza sinfonia di Mahler è una di quelle pagine musicali che io considero come la coperta di Linus.
C’è un motivo specifico che mi lega a questa sinfonia e cioè il ricordo legato alla prima volta (quanti anni fa? Boh…) che ascoltai il pezzo: in particolare il sesto movimento, forse perché è il più orecchiabile e digeribile per un incolto come me, mi colpì in modo molto sensibile, riuscendo a smuovermi qualcosa dentro.
Smuovermi in senso positivo, intendo.
Sì, perché ci sono pure pagine musicali che è meglio che non ascolti quando sono giù di corda: un esempio per tutti il Preludio e la Morte di Isotta di Wagner, in versione orchestrale.
Tra gli strumenti musicali gli archi sono quelli che riescono a comunicarmi le emozioni più forti.
Riferendomi all’adagio del sesto movimento e parafrasando una celebre battuta di un film devastante, potrei dire:
“Mi piace il suono degli archi alla mattina, sa di vittoria.”
O perlomeno non sa di sconfitta, ecco, mi verrebbe da chiosare in questi giorni in cui il mio lato oscuro si fa sentire piuttosto pervicacemente.
Infatti, lo stesso Mahler disse che questo brano era destinato a simboleggiare “la sommità e il più alto livello dal quale si possa vedere il mondo”.
Insomma, magari non sarà quel sapore di vittoria che percepisco io, ma è qualcosa che non è poi così lontano.
Per me qui c’è solo Lenny Bernstein, ora e sempre: però questo Gustav Dudamel vale una sosta di dieci minuti, fidatevi.

L’orchestra triestina si è disimpegnata molto bene in questa partitura sterminata e faticosa, anche grazie alla lettura asciutta e sobria del direttore, Pinchas Steinberg.
Discreta la prestazione del contralto Hermine May, che nel quarto e quinto movimento ha il gravoso compito d’inserirsi in questa spettacolare ricerca orchestrale del big bang (definizione mia, a stretto uso personale) che è la terza sinfonia di Mahler; molto bene il Coro femminile del Teatro Verdi e apprezzabile anche il Coro di voci bianche, preparati rispettivamente da Lorenzo Fratini e Maria Susovky.
Il 18 novembre comincia la stagione lirica.
Purtroppo, l’attesa Francesca da Rimini di Zandonai non ci sarà: costa troppo e le casse della fondazione lirica triestina sono stremate al pari (e forse meno, a dire il vero) di quelle degli altri teatri.
Al posto di Francesca, Tosca: va bene così.
Buona settimana a tutti.
 
 
 

Tertium non datur.

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Ora, i casi sono due.

 

Prima ipotesi: ho somatizzato la sconfitta della Juventus di ieri sera.

 

Seconda ipotesi: ho parlato male di troppi cantanti, si sono tutti riuniti in un coro e mi hanno lanciato une delle tante maledizioni che conoscono a memoria, dopo averle ragliate in teatro.

 

Resta il fatto che la mia schiena ha ceduto di nuovo e che sono

 
FUORI SERVIZIO!
 
 
(notare i tag…)
 
 

Recensione abbastanza seria del Nabucco al Festival Verdi di Parma.

Ed eccomi qui a riferire dell’esito del Nabucco al Festival Verdi di Parma, allestito nella circostanza al Teatro Valli di Reggio Emilia.
Teatro Valli di Reggio Emilia Va detto subito che la recita alla quale ho assistito io, mercoledì 8 ottobre, si è risolta in un grandissimo successo.
Il merito va in primo luogo alla prestazione straordinaria dell’orchestra del Regio di Parma, detentrice di quello che si dice un suono verdiano invidiabile.
Questi professori d’orchestra sono sottoposti a un vero e proprio tour de force, poiché si spostano da Parma a Busseto e a Reggio Emilia (che ho scoperto che sul mio navigatore satellitare non esiste, mentre c’è Reggio nell’Emilia). La stessa considerazione vale per il meraviglioso Coro, particolarmente impegnato nel Nabucco.

Coro Regio di Parma

Onore e gloria quindi al Direttore Michele Mariotti, che sul podio è un po’ troppo gigione per i miei gusti, nel senso che si dimostra enfatico nel gesto, ma che evidentemente sa come trarre il meglio dall’organico parmense.
La regia dello spettacolo, piuttosto scialba e statica dal mio punto di vista, era di Daniele Abbado: accettabili scene e costumi di Luigi Perego, molto belle le luci di
Ero curioso di sentire in particolare Dimitra Theodossiou, soprano assai temperamentoso, nel ruolo monstre di Abigaille.
Ebbene l’artista greca è stata magnifica, bevendosi con facilità disarmante il famoso salto d’ottava della sua aria, mentre ha avuto un momento d’incertezza nell’acuto finale della cabaletta.
Però, ragazzi miei, che presenza scenica soggiogante! Che accento!
Non ho idea di che si dica in rete della sua prestazione, ma appigliarsi a un acuto un po’ urlato per affossare una prestazione come quella della sera scorsa è assolutamente capzioso.
Oggi, lo affermo senza alcun timore, è la migliore interprete possibile di questo ruolo. Brava!
Molto bene ha cantato anche il basso Carlo Colombara, nei panni dell’austero Zaccaria, uno dei ruoli più prestigiosi per questo registro vocale dell’intera produzione verdiana.
Trascinante, in particolare, la sua esecuzione di “Come notte a sol fulgente” che è difficile anche perché posta all’inizio dell’opera.
Nel ruolo del titolo c’era il baritono inglese Anthony Michael Moore, che non mi ha convinto troppo.
Non posso imputare al cantante alcun errore particolare, ma per delineare un personaggio così complesso e tormentato come Nabucco ci vuole più classe, più scavo psicologico, non si può risolvere tutto in una generica correttezza esecutiva.
Male, molto male, il tenore Mickael Spadacini, titolare del ruolo piuttosto ingrato di Ismaele: il problema è che si tratta di un guerriero, innamorato, ma pur sempre un guerriero, e quindi l’accento dovrebbe essere tosto, autorevole. Invece, ahimè, io ho sentito un adolescente piagnucoloso al quale non avrei affidato neanche il compito di tirare un gatto giù da un ramo.
Abbastanza fuori parte anche il mezzosoprano Daniela Innamorati, nei panni di Fenena, che ha una voce di colore gradevole ma anche molto studio davanti a sé, per migliorare il controllo sul suo strumento.
Discreti i comprimari, Luciano Montanaro (il Gran Sacerdote) e Maria Assunta Sartori (Anna), mentre dimenticherò volentieri la prova di Francesco Piccoli, Abdallo.
Il pubblico, molto attento e partecipe, ha gradito molto tributando applausi a tutti, con punte da delirio per la Dimitra e Michele Mariotti.
Per finire una piccola parentesi comica.
Come detto all’inizio lo spettacolo si è svolto a Reggio Emilia, che io ed ex-Ripley abbiamo raggiunto in automobile da Parma, dove alloggiavamo.
Mezz’ora di strada, all’andata.
Al ritorno, il prode Amfortas ha deciso di non seguire i consigli del navigatore e perciò, dopo un inutile peregrinare attraverso la via Emilia (che, come dire, può vantare frequentatori notturni molto singolari) siamo arrivati a Parma in un’ora e mezza.
Quindi, a letto senza cena, come i bambini cattivi. (strasmile)
Buon fine settimana a tutti.
 
 
 

Recensione semiseria della Giovanna d’Arco a Parma.

Le notizie che avevo sentito sugli esiti artistici di questa Giovanna d’Arco al Festival Verdi di Parma mi avevano un po’ allarmato.
In realtà le cose non sono andate poi così male e mi fa piacere sottolinearlo.
Intanto però vorrei ribadire un concetto che sembra banale ma, ogni volta che entro in un teatro dopo qualche mese di assenza (in questo caso per la pausa estiva, il caldo non fa proprio per me)l’emozione è grande.
Vedere gli orchestrali che si preparano, attendere che il direttore entri in sala e, perché no, guardarsi in giro e notare di essere irrimediabilmente old fashion sotto ogni punto di vista (strasmile).
La Giovanna è una di quelle opere che necessitano più di altre d’interpreti all’altezza, perché l’intreccio è deboluccio e, in alcuni passaggi, il libretto è comico (il coro dei demoni, mio dio!).
In concreto si trattava di un nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma e lo spettacolo, da questo punto di vista, è molto riuscito.
Sono magnifiche le scene di Alessandro Camera e molto belli i costumi di Andrea Viotti: molto suggestive anche le luci di Andrea Borelli.
La regia di Gabriele Lavia non mi ha convinto (lo ribadisco ancora, troppe volte si confondono scenografia e regia): nel complesso lo spettacolo è statico, con l’unica eccezione di una Svetla Vassileva molto impegnata a disegnare una Giovanna invasata ed ipercinetica.
Comincio proprio dal soprano, nella mia valutazione semiseria, premettendo che si è fatta annunciare indisposta prima della recita.
Indubbiamente Svetla non ha il peso vocale adatto a questi ruoli verdiani, e questa circostanza la costringe a forzare spesso.
Però, almeno ieri sera, dopo un inizio piuttosto stentato e qualche acuto un po’ ghermito (leggi urlato) ha cantato bene: in particolare nella scena del carcere e nel finale ha saputo trovare accenti commoventi e un canto morbido e convincente.
Dal punto di vista scenico è decisamente una Giovanna credibile: i capelli corti, lo sguardo allucinato, la figura minuta e nervosa.
Nel ruolo del padre della pulzella, Giacomo, era previsto il gloriosissimo baritono Renato Bruson, che ieri sera però era ammalato.
Al suo posto David Cecconi, che è stato molto bravo all’esordio nella fossa dei leoni del Regio. (un po’ incanutiti, a dire il vero. A questo proposito ecco qui una considerazione dell’amico Alessandro Cammarano su Operaclick)
Ho sentito David a Pordenone, mi pare tre anni fa, come Rigoletto: è giusto segnalare che lo studio paga, perché i progressi, in termini di consapevolezza della parola scenica e di controllo vocale sono risultati evidenti. La voce è scura e abbastanza gradevole, mentre manca ancora un po’ la capacità di connotare di sfumature e chiaroscuri l’interpretazione. Il fraseggio però è curato e si percepiva l’impegno teso ad alleggerire la voce nei passaggi più malinconici e intimi di un personaggio abbastanza grottesco. Un padre padrone rintronato, lo definirei. (strasmile)
Molto male invece ha cantato il tenore Evan Bowers, nei panni di Carlo VII: qui non si tratta di estraneità al repertorio verdiano, ma proprio di carenze tecniche evidenti.
La voce è sempre indietro, come dicono i critici veri, e di conseguenza il canto è sempre forzato e monocorde, sbilanciato su un perenne forte che tra l’altro risulta spesso inudibile: più volte il tenore americano è stato sovrastato dalla Vassileva e dall’orchestra.
Inoltre, la pronuncia è pessima e mi è sembrato che non capisse il senso di ciò che stava dicendo.
Nei loro piccoli ruoli, Luigi Petroni (Delil) e Maurizio Lo Piccolo ( Talbot) non mi hanno lasciato ricordi particolari.
Ottimo il Coro del Regio, preparato dal Maestro Martino Faggiani.
Molto bene l’orchestra ,che ha indubbiamente confidenza con il colore verdiano, diretta da uno splendido Bruno Bartoletti stremato dal caldo.
Queste opere degli anni di galera sono molto difficili da eseguire, il rischio di sentire la banda di Montefiascone (non chiedetemi perché mi è venuto il nome di questo paese, non lo so) è sempre presente, specie quando c’è lo stacco tra i momenti più intimistici e malinconici della partitura e quelli di furore, più infuocati.
Invece, nulla di tutto ciò, ma una lettura della partitura verdiana vibrante e consapevole.
Il pubblico ha gradito lo spettacolo, applausi per Vassileva e Cecconi, freddezza ma nessuna contestazione per Bowers, entusiasmo (meritatissimo) per Bartoletti.
Ho scattato alcune foto, ma sono in trasferta e non posso allegarle, sarà per quando rientro a casa, ok?
Un saluto a tutti da Parma, città responsabile del grave reato di spaccio di tortelli e prosciutto crudo, un vero e proprio attentato per il faticoso mantenimento di una figura snella ed attraente [che io non ho mai avuto, peraltro, ma tanto mica mi vedete… (strasmile)]
Ah, dimenticavo colpevolmente: ex-Ripley ha apprezzato pure lei e ha guardato con malcelato disgusto noi finti critici incapaci di goderci uno spettacolo.

Ricordi in pillole.

Solo oggi ho visto, e me ne scuso, che Giorgia mi ha invitato a proseguire un meme abbastanza interessante al quale do subito seguito.
Tra l’altro la stessa Giorgia,  e non avrebbe potuto essere diversamente visto che il Don Giovanni è la sua bibbia, mi ha anticipato nella segnalazione dell’ottima iniziativa della Royal Opera House.
Allora, il meme è questo:
 
 
“Dov’ero e cosa stavo facendo mentre succedevano questi fatti?”
La morte della Principessa Diana, 31 agosto 1997
Ero a casa e stavo ascoltando Wagner, precisamente il Lohengrin diretto da Rudolf Kempe.
Chissà, pensai, forse anche Diana avrebbe voluto conoscere un cavaliere che arriva dal nulla su una barca trascinata da un cigno.
Non è andata esattamente così, ma i sogni non s’avverano per nessuno, purtroppo.
Le dimissioni di Margaret Thatcher, 22 novembre 1990
Non ho nessun ricordo particolare, ma nel 1990 stavo lottando duramente con la depressione, quindi penso di essermene fregato ampiamente.
L’attacco alle Twin Towers, 11 settembre 2001
Stavo parlando stupidaggini con una mia amica al telefono ed avevo il televisore acceso: vidi la notizia, commentai brevemente e richiamai un’altra amica americana che lavorava, a quel tempo, a Milano.
Non ne sapeva ancora nulla e si mise a piangere disperatamente.
Io cercai di consolarla, in inglese, e la sua disperazione aumentò. (strasmile, scusate ma è andata proprio così, forse perché al momento non si rese conto della tragedia)
Semifinale di Coppa del Mondo Germania-Inghilterra, 4 luglio 1990
Non la vidi, perché ribadisco che il 1990 mi è scivolato addosso.
Esistevo solo io, e non mi piacevo per nulla.
Omicidio del Presidente Kennedy, 22 novembre 1963.
Ero a scuola, alle elementari.
Le lezioni furono sospese e ci mandarono in oratorio a pregare.
Tempo perso.
Morte di Franco, 20 novembre 1975
Ero all’università a lezione di esercitazioni di Geometria, che erano tenute da un assistente genialoide che ogni tanto scriveva da destra verso sinistra, per farci vedere quanto era bravo.
Si è suicidato qualche anno fa.
Vittoria della Spagna ai Campionati Europei di Calcio, 29 giugno 2008
Non ho idea, so che non ho visto la partita.
Nel pomeriggio ero a teatro a vedere un’operetta (mi pare Scugnizza) e faceva un caldo spaventoso.
 
Bene, a questo punto passo il testimone a Margot, Ariela (smile a te!), Elena,Flo : ma non è obbligatorio eh?

Da non perdere!

No ho il tempo di controllare, ma immagino che qualche altro melomane avrà già avvisato che si può vedere e sentire on line il recentissimo Don Giovanni allestito al Covent Garden.

Io lo comunico soprattutto perché questo blog è frequentato anche da neofiti.

Basta fare clic qui.

Buona settimana a tutti.

Pentiti, scellerata!

Insomma, considerate che seppur in tono semiserio qui si parla di musica lirica quasi sempre.
Ogni tanto mi lascio andare a qualche considerazione su qualche libro che ho letto, oppure lancio inutili invettive perché mi capita qualcosa di particolarmente fastidioso.
Eppure c’è chi è arrivato a questo blog cercando, come m’informa uno dei pulsantini qui sotto,
 
 
calci palle tacchi alti
 
Sono soddisfazioni, direi.
Inoltre, oggi leggendo il quotidiano della mia città, ho avuto l’ennesima conferma che la realtà supera sempre la fantasia.
Nella prossima stagione al teatro Verdi di Gorizia, tra le altre cose, potrò (ma anche voi eh? Non è che ci tengo ad avere l’esclusiva!) assistere ad uno spettacolo che s’intitola “Gloriosa”.
L’interprete di questo lavoro di cui non so nulla [potrei cercare su Google, ma sono già abbastanza disgustato (strasmile)] è Katia Ricciarelli.
Al momento ho solo questa informazione, tratta appunto dal quotidiano:
 
(un curioso testo teatrale intitolato appunto «Gloriosa», in cui la soprano ha scelto di interpretare la peggior cantante del mondo)
 
Bah, magari vi saprò dire.
Buon fine settimana a tutti.
P.S
Ho poco tempo, passerò da voi appena ce la faccio!

Il Corsaro di Giuseppe Verdi: “eccomi prigioniero” del Festival Verdi a Parma.

Il Festival Verdi inizia oggi a Parma e la prima opera in cartellone è la Giovanna d’Arco, di cui ho parlato brevemente qui.
Domani tocca a “Il Corsaro” e proprio di questo lavoro, tratto da “The Corsair” di Byron voglio parlare oggi.
Di Byron, o meglio dei suoi lavori si sono innamorati molti compositori e Giuseppe Verdi non fece eccezione: il poeta inglese è l’alfiere del romanticismo a cui il melodramma deve molto del suo successo autenticamente popolare.
Già nel 1844 Verdi (ma forse anche prima) ritenne che questo lavoro giovanile di Byron, che risale al 1814, fosse adatto ad una trasposizione in musica, ma a suo parere non erano disponibili interpreti all’altezza e, forse, non aveva nemmeno le idee troppo chiare sula distribuzione dei ruoli: a chi affidare la parte principale? Un tenore, un baritono?
Questo problema della scelta degli interpreti è ricorrente in tutti i compositori, tanto che alcuni studiosi ritengono addirittura che fu una delle concause della mancata realizzazione del sogno proibito di Verdi, un’opera basata sul Re Lear.
Il librettista Francesco Maria Piave aveva già dato prova di essere in grado di scrivere versi soddisfacenti il nuovo spirito romantico e quindi il Maestro affidò a lui l’incombenza, anche a costo di litigare con l’impresario londinese Francesco Lucca, che avrebbe preferito contare su Manfredo Maggioni.
Piave in tutta questa confusione non aveva certezze e manifestò il desiderio di disfarsi (nel senso di vendere ad altri, spesso ci dimentichiamo che questi artisti dovevano mangiare pure loro) del libretto già scritto.
Verdi gli rispose piuttosto rudemente:
 
“Ma che? Sei diventato matto o il sei per diventare?che io ti ceda Il Corsaro?Quel Corsaro che ho vagheggiato tanto, che mi costa tanti pensieri, che tu stesso hai verseggiato con più cura del solito? (omissis) E vuoi che te lo ceda?Va va all’ospedale e fatti curare il cervello.”
 
Insomma le vicende del Corsaro, tra ripensamenti e dubbi di Verdi, Piave e Lucca sono molto complesse.
Alla fine l’opera debuttò, pensate un po’, al Teatro Grande di Trieste nel 1848, quasi a conferma di un destino turbolento subito confermato da un’accoglienza pessima da parte del pubblico e della critica: i triestini sono sempre stati malmostosi e permalosi, e a quel tempo il rifiuto da parte di Verdi, per vili questioni di danaro, di dirigere personalmente l’opera a Trieste non fu un buon biglietto da visita.
Il lavoro fu ritirato dopo solo tre recite e Verdi lo ripropose in Italia appena nel 1852.
Il protagonista, Corrado, è un personaggio paradigmatico del romanticismo: se fosse uno sportivo, per gli americani sarebbe il classico pretty loser: solitario, tenebroso, affascinante, ma alla fine perdente.
Il classico tenore.
La stessa cosa vale per le due figure femminili: sono le donne di quel movimento artistico scellerato, per molti versi.
Medora è dolce, innamorata e ci lascia la pelle.
Gulnara, pure lei innamorata di Corrado, invece…pure! Ma prima uccide il suo ex, che è musulmano, cattivo e pure baritono.
Ah, ‘sti tenori! Che disastri hanno combinato! (strasmile)
La tessitura vocale di Corrado è la conferma delle indecisioni di Verdi di cui ho accennato all’inizio, perché la parte si può ben dire sia da baritenore.
Anche in quest’opera Verdi rielabora le sue conoscenze dei compositori precedenti e contemporanei da un lato (Donizetti, Bellini) e dall’altro risulta un po’ autoreferenziale: il duetto tra Corrado e Medora è psicologicamente sovrapponibile a quello tra Lucia e Edgardo nella Lucia di Lammermoor di Donizetti, mentre la cavatina di Gulnara è parente stretta della sortita di Elvira nell’Ernani.
Qualcuno sostiene anche che Corrado sia un piccolo Florestan, quello straordinario personaggio del Fidelio di Beethoven.
Non saprei.
Certo, la scena del carcere e la relativa aria sono tra le pagine più belle di Verdi, e non ci sono anni di galera che tengano.
Infine, da appassionato melomane voglio fare un grandissimo “In bocca al lupo” a tutti gli artisti impegnati in questo festival verdiano che comincia questa sera.
Per le valutazioni critiche semiserie c’è tempo la settimana prossima.
Qui un grande Carreras, tutta da godere anche per chi di lirica non capisce nulla.
 
 
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