Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Norma a Trieste: a Carnevale ogni scherzo vale?

Poi, ovviamente, su Operaclick la recensione "seria" (non questa eh?) è tradotta in inglese da Giorgia, che ringrazio ancora.

Nella migliore tradizione carnascialesca, venerdì sera a Trieste ho visto un’opera mascherata.

 
 
Il direttore (mascherato) Julian Kovatchev, infatti, ha pensato bene di rallegrare il pubblico triestino con una variante inedita della Norma di Bellini, travestendola con la versione bandistica di un’opera degli anni di galera verdiani.
 

Partitura Norma Trieste

L’operazione, molto ardita, è riuscita magnificamente, bisogna dirlo.
Mano de pedra Julian Kovatchev non ha trascurato nulla. La Sinfonia iniziale è risultata cromaticamente varia come un completo nero di Gasparri, seppur meno volgare. La chiusura dei concertati lieve come un’impepata di cozze servita al posto del dessert dopo un pranzo a base di trippa e peperonata. L’accompagnamento ai cantanti soave ed etereo, tutto giocato sulle sfumature e i sottintesi, come una telefonata a una hot-line con sede alle Isole Fiji. (credo di aver reso l’idea, strasmile)
Ovviamente, per farsi sentire, i cantanti sono stati costretti a sgolarsi, seguiti loro malgrado dagli artisti del Coro. Il tutto, come si può facilmente immaginare, ha creato un ambiente particolarmente favorevole alla musica di Bellini.
Detto questo, passiamo alle cose semiserie.
June Anderson, soprano di grandissima caratura tecnica e meritata fama internazionale, impersonava Norma.
Che dire?
L’inizio è stato scoraggiante, perché sia il recitativo Sediziose voci sia l’aria Casta diva non sono risultati all’altezza della fama dell’artista: per accento e per intonazione. Peraltro durante tutta l’opera, negli attacchi, la voce della Anderson ha sofferto di una specie di effetto sirena, che è andato affievolendosi nel corso della recita.
Il soprano però se l’è cavata bene negli acuti, che sono sempre sicuri, e soprattutto ha una reale affinità col Belcanto che si evidenzia nella capacità di legare benissimo le melodie lunghe lunghe di Bellini, un controllo dei fiati ammirevole, buonissima musicalità e fraseggio curato.
Spesso questa cantante è stata definita noiosa, ma mi sembra davvero una definizione ingenerosa. Piuttosto direi che il suo modo di porgere è più adatto ai momenti più malinconici e lirici della partitura, mancando un po’ di quella grinta interpretativa che ci vorrebbe nei passi più drammatici: I Romani a cento a cento fian mietuti fian distrutti oppure In mia man alfin tu sei, solo per fare due esempi.
Tenete presente che aveva sotto mano de pedra, quindi anche lei, poverina, sarà rimasta agghiacciata da tanto furore.
Nel complesso la sua prova è stata positiva.
Il povero Brandon Jovanovich, giovane tenore americano, convinto dal direttore che a carnevale ogni scherzo vale, ha pensato di cantare Pollione come fosse il Turiddu della Cavalleria Rusticana, agevolato dal fisico e dal portamento nobile di un cowboy a caccia di donne in un saloon di Yuma (il treno lo faceva Kovatchev, smile).
E dire che la voce, scura e sonora, avrebbe potuto essere accettabile per rendere in maniera meno greve il proconsole romano che scopa tutto quello che si muove. Invece, costretto dalla scarsa tecnica e dall’uragano di suono a forzare, ha cannato di brutto il si bemolle della cabaletta, esalando un urlaccio lacerante.
Ma la stecca si potrebbe perdonare, hanno steccato tutti i più grandi tenori, poteva farlo anche lui. Il problema è che il suo canto è mancato completamente di nobiltà e gusto, palesando inoltre pronuncia tipicamente yankee (circostanza grave, perché sposta il ritmo della melodia, che s’inceppa e arranca) e canto sbracato. Dopo la bastonata iniziale, si è deciso a più miti consigli, ma con la vocalità di Bellini, almeno al momento, non ha nulla a che vedere.
Ha dalla sua la giovane età, può fare molto meglio, applicandosi nello studio e lasciando da parte il Belcanto.
Il mezzosoprano Laura Polverelli è stata, complessivamente, l’artista più in palla della serata, anche se pure lei è stata costretta ad alzare il volume inopinatamente (sempre a causa del direttore).
Adalgisa è personaggio difficile, contrastato, al pari di Norma della quale come ho scritto nei post precedenti è quasi il contraltare psicologico. Anche lei, per amore, tradisce il suo credo e inconsapevolmente pugnala Norma. La Polverelli ha reso bene l’aspetto ingenuo del suo personaggio, caratterizzandolo con una recitazione sobria e controllata.
Giacomo Prestia era Oroveso, e ovviamente ha cercato di connotare di autorevolezza il Capo dei Druidi, riuscendoci attraverso la scorciatoia di un’interpretazione sbilanciata sul canto tutto forte, che non è esattamente ciò che voleva Bellini. La sua prova è stata comunque discreta, la voce è sonora anche se un po’anonima.
Il tenore Antonello Ceron (Flavio) e il mezzosoprano Sara Zaramella (Clotilde) sono parsi sufficienti, ma nulla di più.
Ho sentito, per la prima volta da lunghi anni, il Coro in difficoltà, costretto a sgolarsi e incerto negli attacchi: la responsabilità è, a mio parere, ancora una volta del direttore, perché la compagine triestina è sempre stata il fiore all’occhiello del teatro Verdi.
La stessa considerazione vale per l’orchestra, mal diretta e obbligata a fragori eccessivi.
L’allestimento di Federico Tiezzi è a mio parere molto bello e godibile, colto e di ottimo gusto.
Il regista ha una visione dell’opera unitaria e ispirazione originale. L’idea di considerare parimenti terribili la guerra di sentimenti e la guerra tra Romani e Galli è ben realizzata dalle magnifiche scenografie di Pier Paolo Bisleri e dalle luci straordinarie di Gianni Pollini. I costumi di Giovanna Buzzi, invece, seppur funzionali allo spettacolo, sono un po’pacchiani (i guerrieri con una specie di carapace…mah…non so…sembravano tartarughe ninja sfigate)
Un discorso a parte merita la parte squisitamente visiva e cioè i sipari ricavati dai bozzetti originali di Mario Schifano.
La quercia, coloratissima, sembra quasi preludere, anticipare gli stati d’animo dei protagonisti nel susseguirsi della vicenda. Di grande impatto emotivo l’ultima scena, con il sipario che s’illumina di giallo e rosso a simbolo del rogo.
Oggi mi tocca l’orrida Venezia, dove alla Fenice vedrò il Romeo et Juliet di Gounod. (non si giudica uno spettacolo da una foto, certo che però è davvero Carnevale eh?)
Ho acquistato il biglietto quattro mesi fa, quando non sapevo della rinuncia del tenore Jonas Kauffman e, soprattutto, non avevo idea che fosse l’ultima domenica di Carnevale.
Venezia deve essere davvero bella piena di gente ubriaca e travestita, sì sì, il fascino della città lagunare si accresce di molto, così.
Speriamo almeno cantino bene (gli artisti, non le maschere), già sono abbastanza inferocito, poi mi tocca scrivere un’altra recensione semiseria incazzata. (smile)
 
 
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6 risposte a “Recensione semiseria di Norma a Trieste: a Carnevale ogni scherzo vale?

  1. utente anonimo 22 febbraio 2009 alle 7:42 pm

    …grazie, vedrò la Norma alla fine, il 3 Marzo, volevo saperne qualcosa di più rispetto a quello che ha scritto oggi il Piccolo.
    Mi è piaciuto leggere i tuoi commenti.
    Li trovo troppo esagerati e troppo verbosi.
    comunque grazie 1.000!
    PL

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  2. utente anonimo 22 febbraio 2009 alle 8:00 pm

    riuscita magnificamente,,,come una telefonata hot line.. Amfortas, questa tua recensdione me la devo proprio leggere con attenzione, per assaporarla come merita!. Gustosamente le tue spiegazioni, sopperiscono alla mia ignoranza musicale. ! Inciso: Considerate le modifiche piattaforma per un servizio blog di altro portale, mi pare già attuate,Temo che a breve sarà obbligatoria la registrazione dei commentatori e quindi un domani anche dei lettori, fornando dati e password. E’ corretto. Con tutte le giuste considerazioni che rendono in molti casi deprecabile l’anonimato (quindi anche il mio, pur essendomi scusato inizialmente e quasi presentato attraverso un titolare di bloggher così da ritenermi accolto nella cerchia di amici, tra di voi reciprocamente ospiti), tuttavia mi spiace se diventasse obbligatoria dìtale registrazione, mape rora non occorre motivarla. E grazie dell’ospitalità. Ciao.

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  3. utente anonimo 22 febbraio 2009 alle 8:09 pm

    mi scuso se sono fuori tema, ma la curiosità:- iersera ho ascoltato e visto il pianista LANG LANG da Fazio Rai 3 che ha suonato un pezzo classico di CHOPIN. Poichè in altre sedi ho letto qualche critica, vorrei gentilmente sapere la vostra opinione. Vi ringrazio e saluto

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  4. utente anonimo 22 febbraio 2009 alle 11:24 pm

    da Giuliano:
    i nostri vecchi le chiamavano “spedizioni punitive”…
    Ma canta ancora June Anderson? Me la ricordo molto bella e molto brava, purtroppo il tempo passa per tutti.

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  5. amfortas 23 febbraio 2009 alle 8:59 am

    PL, grazie per l’attenzione 🙂
    Giovanni, grazie anche a te per la costanza che hai nel seguirmi…io purtroppo leggo sempre di meno gli altri blog, per mancanza di tempo.
    Non so nulla di ciò che combina Splinder 🙂
    Giacomo, di Lang Lang non so nulla o quasi. Comunque non vedo Fazio, che trovo insopportabile 🙂
    Giuliano, sì canta ancora, credo abbia 58 anni, è ancora in condizioni più che valide, perché ha una tecnica solidissima e, come sai, lunghissima frequentazione col Belcanto.
    Ciao!

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  6. utente anonimo 25 febbraio 2009 alle 2:14 pm

    da Giuliano:
    Allora quando June Anderson ha cominciato ad essere famosa era giovanissima… Però, chissà com’è, quando hai vent’anni le persone di trenta ti sembrano vecchissime. E’ un bel mistero!

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