Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: marzo 2009

Recensione semiseria di Eugenio Oneghin a Trieste: dalla Russia con amore.

La prima considerazione che mi viene dopo aver visto questo Eugenio Oneghin (Evgenij Onegin) al Verdi di Trieste è abbastanza fastidiosa.

Partitura Onegin

Mi rendo conto che la mia città è piuttosto decentrata, però è un peccato che uno spettacolo interessante come questo non goda di visibilità sulla stampa nazionale e si debba accontentare di queste quattro righe asfittiche che scrivo io qui o su Operaclick, quando la mia recensione sarà pubblicata, impreziosita dalla traduzione in inglese di Giorgia.
Intanto da questo modesto pulpito rivolgo un plauso a tutta la compagnia artistica moscovita del Teatro Stanislavskij. Questi ragazzi, oltre che cantare complessivamente bene, sanno ballare e recitare in modo eccellente, a conferma che la preparazione in Russia non è ancora una parola vuota di significato.
Ora, non è certo il caso di fare prediche, ma senza lanciarsi in ardite speculazioni sociologiche, è evidente che da loro la scuola funziona e che c’è amore per la cultura e le tradizioni nel senso più ampio e meno strumentale dei termini.
Dalla Russia con amore per l’arte, insomma.
E quindi siamo già a due considerazioni fastidiose, ma scrivo di getto quindi magari ne seguiranno altre.
Insomma, ciò che voglio dire è che dovremmo avere l’umiltà di imparare dove c’è da farlo, invece che scimmiottare il peggio di ogni paese del mondo.
Transeat dai, ché altrimenti mi chiamano nel nuovo PdL oppure, se mi va di sfiga, nel PD (strasmile, ammazza se siamo messi male, ma i saluti fascisti di quelli li avete visti?).
L’Oneghin è un’opera molto bella, ma lo sapevo già. A dimostrazione che esistono ancora regie che non si perdono in follie (trasposizioni temporali, personaggi vestiti da UFO, volgarità assortite) la coppia di scenografi David e Aleksandr Borovskij e il regista Aleksandr Titel’ hanno messo su un allestimento molto bello, elegante, raffinato, di ottimo gusto, nel solco di una tradizione rispettosa del libretto e degli artisti.
Lo spettacolo è davvero molto difficile da descrivere a parole, consiglio chi è curioso di vedere le foto su Flickr (scattate da ex Ripley) per farsene un’idea, per quanto approssimativa.
Tatiana, la ragazza che s’innamora del cinico Onegin, era impersonata dal soprano Natal’ja Petrožickaja che ha fornito una prestazione buona per partecipazione emotiva, attoriale e linea di canto inappuntabile.

Natal’ja Petrožickaja alla festa.

Nella scena della lettera si è disimpegnata molto bene e ha ricevuto l’applauso a scena aperta del pubblico, meno incartapecorito del solito (probabilmente perché si trattava di una pomeridiana e i vampiri sono ancora nella cripta, strasmile).
La voce del soprano è bella, non particolarmente voluminosa ma neanche piccola, sale con facilità agli acuti, i centri sono pieni e i gravi timbrati. L’interpretazione sobria, la presenza scenica, favorita da una bella figura, molto gradevole. Bravissima!
Lo sprezzante (e alla fine sfigatissimo e giustamente gabbato, diciamolo) Eugenio Oneghin è stato impersonato dal baritono Dmitrij Zuev, che sembra il sosia di mio nipote Giovanni. Che c’entra, direte voi? Niente, è solo invidia. Comunque assai bravo pure lui, anche se la voce, scura, ha palesato qualche difficoltà negli acuti. Peraltro questo personaggio è veramente rognoso, costretto com’è a cantare a spizzichi e mozzicchi quasi fino alla fine, quando può finalmente sfogare la voce e dare qualche testata contro il muro per la sua idiozia.
Il suo amichetto Lenskij (sono stato contagiato da margie dalla sindrome amichetto che impera su face book…anche senza essere iscritto) era l’ottimo tenore Aleksej Dolgov. Cavolo, che bravo! Nell’aria famosa, certo, ma in tutta l’opera. Attento al fraseggio, curatissimo, alle sfumature e alle mezzevoci, mi è parso l’artista che ha meglio centrato lo spirito del personaggio.
Quando, nella scena del duello, viene ucciso da Oneghin mi è scappata una lacrimuccia! Sto invecchiando, una volta non l’avrei mai fatto. Tra l’altro, a sottolineare la sventatezza della scelta di duellare, il corpo del povero Lenskij è stato scopato via insieme alla neve come fosse un corpo morto (ehm…lo era, effettivamente).
Olga era il mezzosoprano Larisa Andreeva e si è ben comportata pure lei, senza indugiare in bamboleggiamenti inutili.
Addirittura spettacolare la prova di Dmitrij Ul’janov nei panni del vecchio Gremin: il ragazzo ha una voce da basso profondo di quelli seri e una tecnica di grande qualità che gli ha consentito di affrontare un’aria difficile. Volume notevole, tra le altre cose, legato impeccabile.
Non ho tempo di soffermarmi su tutti gli altri coprotagonisti, ma è giusto almeno nominarli perché sono stati tutti meritevoli di appausi: Natal’ja Vladimirskaja (Larina), Ella Fejginova (Filip’evna), Denis Makarov (Capitano), Roman Ulybin (Zareckij), Vjacˇeslav Sergeev (Guillot), Čingis Ajušeev (Capo dei contadini) e soprattutto Vjačeslav Vojnarovskij, che ha impersonato un Triquet molto civile e scevro da tentazioni macchiettistiche.
Il direttore Feliks Korobov ha scelto una lettura quasi cameristica della partitura, il che non è male, ma è mancata un po’ di tensione drammatica in alcuni punti chiave dell’opera (la lettera, il duello) e le feste (ce ne sono due, come già sottolineato nel post precedente) con relative danze sembravano troppo rumorose.
Molto buona la prova dell’orchestra triestina e del Coro del Teatro Stanislavskij.
Applausi per tutti, che io avrei voluto ancora più accesi.
C’è da rimarcare una circostanza.
All’inizio, prima che cominci lo spettacolo vero e proprio, alcune ragazze vestite da contadine russe sparpagliano sul palco delle foglie secche, e ai lati del palcoscenico ci sono alcune statue, o meglio, quelle che IO pensavo fossero statue: erano invece quattro mimi agghindati alla maniera degli artisti di strada e quando si sono mossi mi sono prima spaventato e poi sono scoppiato a ridere per la mia stupidità.

I mimi convitati di pietra.

Ex Ripley, invece, che è intelligente, aveva intuito che erano dei convitati di pietra.
Mi pare che uno dei due ragazzi abbia severamente guardato verso il mio palco e mormorato Di rider finirai pria dell’aurora.
È che io in strada non ci vado mai, da bravo intellettuale vivo in una torre d’avorio, cercate di capirmi.
Buona settimana a tutti (strasmile).
 

Eugenio Oneghin a Trieste: piccola presentazione semiseria e relativo ascolto serissimo.

Ogni tanto, anche recentemente, passa da questo blog qualche lettore russo.
Bene, comincio col chiedere scusa a questi lontani lettori perché spesso italianizzerò alcuni nomi dell’opera che voglio, molto brevemente, introdurre e cioè l’Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij.
Chiedo scusa anche per il riassunto semiserio della trama, ok?
A Trieste il lavoro, in un nuovo allestimento del Teatro Stanislavskij di Mosca, avrebbe dovuto esordire questa sera.
Purtroppo, a causa della tensione provocata dai tagli al FUS, i sindacati hanno proclamato lo sciopero e quindi l’appuntamento salta e la recita sarà recuperata il 2 aprile.
Io, e non mi va di dare troppe spiegazioni, questa volta sto senza esitazioni con i lavoratori del teatro, anche se ovviamente spiace sempre che si creino disagi agli spettatori.
Gli avvoltoi, quelli che danno la colpa del dissesto economico dei teatri ai più deboli sono sempre lì a sfruttare la situazione, mentre non si parla mai seriamente di sprechi nella gestione e di malversazioni.
Vabbè.
L’Oneghin ha una particolarità, è cioè una di quelle opere in cui una lettera, di quelle che si scrivevano una volta con carta e penna, diventa quasi protagonista o almeno rappresenta uno snodo drammatico significativo.
Se scrivessi per Abbracci e popcorn, per esempio, potrei inaugurare una serie di post col titolo “Le lettere nel cinema” (magari un filone con questo tema c’è già, che ne so, quelli hanno scritto su ogni argomento dello scibile umano, strasmile)e avrei solo l’imbarazzo della scelta.
E, sia detto per inciso, proprio la scena della lettera per il soprano e l’aria del tenore sono due momenti topici dell’opera e allo stesso tempo due di quei passi in cui si riconoscono i grandi artisti: non ci sono acuti particolarmente impegnativi, ma bisogna saper cantare, avere classe interpretativa e qualità vocali per evidenziare la molteplicità di sentimenti e le lacerazioni dei protagonisti.
La trama è molto semplice.
Onegin, un uomo estremamente pieno di se stesso, snob, arrogante, turba la vita serena di una tranquilla ragazza di campagna, Tatiana, che vive con la mamma Larina e la sorella un po’zoccola, Olga. La contadinella sognatrice s’innamora e si appalesa al bellimbusto, ma il cretino la rifiuta sdegnosamente.
La sorella generosa, invece, è innamorata e corrisposta dal solito tenore un po’scemo, Lenskij, che è amico di Onegin. Un giorno a una festa Olga e Onegin smignottano tra loro (per scherzare, ovvio…), Lenskij se ne accorge (non che ci volesse un genio eh?) e diventa una bestia, tanto da sfidare l’amico a duello. Ovviamente, dopo aver cantato la sua aria (che tenore sarebbe?), si fa uccidere.
Qualche tempo dopo Onegin a un’altra festa ritrova Tatiana, che si è fatta furba e ha sposato un vecchio, Gremin, un po’ rinco ma tanto buono e ricco. Onegin ci prova lui, questa volta, ma Tatiana lo manda a cagare. Fine.
Insomma si nota che, per una volta, la figura dell’idiota la fa l’uomo.
Più seriamente, questo è un lavoro che andrebbe indagato nelle pieghe più nascoste perché Caikovskij ci ha messo molto di suo, in questa storia, a cominciare dalla lettera.
Egli stesso, infatti, ricevette una missiva da un’ammiratrice e acconsentì a sposarla, pur sapendo di andare incontro a problemi, perché il compositore era gay. Il matrimonio durò tre settimane e non è un record, lo dico subito, perché una coppia di amici miei si è sposata e si è lasciata dopo un giorno.
Inoltre, il compositore ebbe una corrispondenza febbrile con la sua mecenate, Nadezda von Meck.
Ma c’è molto altro, come per esempio il rapporto d’amicizia ambiguo tra Oneghin e Lenskij, l’amore per le feste, di cui Caikovskij era grande frequentatore, la Russia contadina e quella borghese.
La musica è avvolgente, ricca, melodiosa, c’è molto di quel canto di conversazione che negli anni successivi divenne così caro a Puccini.
L’opera è tratta dall’omonimo romanzo di Alexsandr Puskin, in alcuni tratti ne conserva proprio le stesse parole.
C’è un allestimento di Robert Carsen che è straordinario e ne hanno ricavato un magnifico DVD che consiglio a tutti, anche a chi non ama questo regista.
Ho scelto un ascolto che mi commuove molto, perché si tratta del mio tenore preferito, Fritz Wunderlich.
Volevo allegare anche la traduzione italiana del testo, ma fa talmente schifo (dal punto di vista poetico) che ci rinuncio.
Sappiate che è un addio alla vita, basta e avanza poiché Wunderlich è stato uno di quei tenori che avrebbe reso commovente anche la classica lista della spesa.
Qui canta nella sua lingua, il tedesco.
A presto, per la recensione semiseria ufficiale, e buon fine settimana a tutti.

Nessun dorma!

Se da un lato il governo continua a tagliare i fondi per la cultura e la ricerca, dall’altro, per fortuna, nell’editoria privata ma anche universitaria, come in questo caso, le pubblicazioni di alto profilo intellettuale non mancano.
“Miti e note. Musica con antichi racconti” di Franco Serpa, a cura di Lorenzo De Vecchi e Corrado Travan, si inserisce a pieno titolo in questo filone di divulgazione colta.
Il volume, edito da EUT Edizioni Università di Trieste, è una raccolta degli scritti del Professor Serpa pensati in occasione di conferenze, lezioni accademiche, saggi e libretti di sala.
Al centro delle approfondite speculazioni c’è il rapporto tra la musica e il mondo classico e quello cristiano, la necessità che questi argomenti siano continuamente ripensati e riproposti.
In questo modo ci si trova catapultati in un viaggio che parte dalle Odi di Orazio e si conclude con Phaedra di Hans Werner Henze, spettacolo rappresentato durante il Maggio Fiorentino dell’anno scorso.
Ogni capitolo affronta un tema diverso ed offre interessanti spunti di riflessione, come per esempio le analogie tra l’Arte del Canto e l’Ars Oratoria romana, che necessitava di una tecnica precisa proprio per l’emissione e il controllo della respirazione.
Anche la frequente riproposizione, giudicata dai profani un po’ stucchevole, di scenari comuni nelle opere liriche (interno di palazzi, giardini, carceri e sotterranei), specialmente sino al Romanticismo, è indagata con curiosità. I compositori e i librettisti dovevano fare di necessità virtù per focalizzare l’attenzione del distratto pubblico di quei tempi e cercarne il consenso.
I teatri, come è noto, erano spesso delle vere bolge, in cui si mangiava, si beveva ed anche si ascoltava musica. Da queste circostanze oggettive nasceva il bisogno di rappresentare in modo almeno parzialmente rassicurante, noto, vicende diverse, in maniera di ottenere l’attenzione del pubblico negli snodi più significativi dell’opera: le arie virtuosistiche, i duetti più infuocati.
L’appassionato wagneriano (come me per esempio) troverà in questo libro un excursus molto interessante sulle origini del mito del Graal, sulla storia del Tannhäuser, del Lohengrin, e su come le vicende personali hanno inciso sull’urgenza psicologica di Wagner nello scrivere il Tristan.
Personalmente leggendo questi passi mi è venuta voglia di riascoltare con orecchio più attento alcuni brani di questi capolavori, e credo che ciò sia indicativo dell’interesse che suscita la lettura.
Ho trovato molto stimolanti anche i capitoli dedicati a Richard Strauss e al complesso rapporto di collaborazione artistica che il compositore instaurò prima con il poeta Hugo von Hofmannsthal e poi con Joseph Gregor, il tutto sullo sfondo della tragedia dell’ascesa del nazionalsocialismo di Hitler.
Il lavoro del Professor Serpa non trascura poi altri compositori moderni, tra cui gli alfieri della dodecafonia Arnold Schönberg e Luigi Dallapiccola.
Ovviamente, come tutte le persone di profonda cultura, l’Autore impreziosisce il testo di riferimenti al panorama artistico che fa da sfondo alle varie osservazioni specifiche: frequenti, quindi, le citazioni dalla Poesia e dalla Pittura, ma anche dalla Psicanalisi.
La scrittura colta e lo stile divulgativo favoriscono la lettura di questo bellissimo volume, anche nei momenti in cui la ricostruzione dei miti (Orfeo, Edipo, Elettra) si avventura in tempi storici che ci appaiono remoti, mentre invece i conflitti che li generano sono attuali e presenti nella vita e nella cronaca quotidiana.
Il libro ha inoltre un grandissimo merito e cioè quello di sottolineare con i fatti che la cultura è un campo in cui né pubblico né privato possono accampare diritti di controllo esclusivo né tantomeno ricatti finanziari, ma è patrimonio di tutti e quindi deve essere tutelato ad ogni costo.
Le logiche mercantili, ormai dilaganti, non possono governare le attività dell’intellettuale e dello studioso.
Il lavoro è arricchito, inoltre, da una puntualissima bibliografia, che ripercorre il percorso intellettuale dell’Autore, sempre a cavallo tra filologia e musicologia.
Ecco, scrivendo e pensando questo tipo di libri si fa realmente cultura, non certo blaterando in televisione durante dibattiti assurdi, in cui la mancanza di un conduttore preparato e serio consente agli invitati di parlarsi addosso per ore, unica attività in cui costoro sono realmente straordinari.
Intanto, al momento in cui scrivo questo post, sembra che dopo la prima di ieri, a Bologna saltino per sciopero anche le prossime tre recite della Gazza Ladra; a Roma, non c’è certezza né per le prossime rappresentazioni di Ipghigénie en Aulide di Gluck né per quelle del Re Nudo di Luca Lombardi.
Questa è la situazione in cui si trovano i teatri italiani, per cui mai come in questo caso la citazione del titolo cade a fagiolo.
Nel frattempo Daland, in questo post, ospita tra i commentatori Angelo Foletto, attuale Presidente dell’Associazione Critici Musicali Italiani.
Buona settimana a tutti.

Recensione semiseria di Iphigénie en Aulide a Roma.

Premetto una volta di più che tentare la recensione, anche semiseria, di un’opera lirica basandosi sull’ascolto radiofonico è un’operazione piuttosto accidentata.
Mancano troppe coordinate, evidentemente (regia, scenografia, recitazione, proiezione della voce dell’artista in sala ecc ecc).
Però Iphigénie en Aulide di Christoph Willibald Gluck è lavoro di rara rappresentazione (a Roma mancava da più di cinquant’anni) e di grande fascino, o almeno tale pare a me.
Sicuramente non è un’opera di quelle che ti prendono subito dal lato emozionale, anzi, in qualche occasione è un po’ noiosa, ma ho cercato di spiegare i motivi del mio interesse nel post precedente e, aggiungo, non è impossibile che mi organizzi una trasferta a Roma per l’occasione.
Quindi, ecco qui alcune impressioni, riferite ai personaggi principali.
Intanto ancora gloria per Riccardo Muti e per l’Orchestra di Roma che mi è parsa in ottima serata, come peraltro il Coro.
Del direttore non condivido la scelta di riproporre (fece così anche alla Scala, nel 2002) il finale rimaneggiato da Wagner nel 1847, che mi è sembrato un corpo estraneo proprio dal punto di vista musicale, e le spiegazioni filologiche di una presunta continuità tra la musica di Gluck e quella di Wagner non mi convincono.
Transeat, sono opinioni, mi pare.
Molto buona invece la concertazione di Muti, attenta a fornire il giusto rilievo ai contrasti dinamici anche violenti della partitura, senza per questo cadere nella trappola della prevaricazione sul canto.
A mio parere sono riusciti meglio i momenti più drammatici, ma forse perché i cantanti non hanno dato il massimo nelle occasioni più liriche, con l’unica eccezione della Stojanova.
In questo senso, molto debole il tenore nel ruolo di Achille, Avi Klemberg, che spesso era in grave difficoltà con gli acuti, forzatissimi o risolti con un falsetto di gusto discutibile, che lo rendeva simile a un cantante di musica leggera. La voce è risultata spesso chioccia, quando non addirittura senescente.
Clytemnestre era Ekaterina Gubanova e, nell’ambito di una prestazione generosa, il suo rendimento è stato altalenante. Il mezzosoprano bulgaro, molto giovane, mi sembra una di quelle cantanti un po’ irrisolte artisticamente, con una voce da soprano corto. Acuti non perfettamente a fuoco e gravi cavernosi con abbondante uso di note di petto non gradevolissime.
Per i due ruoli di basso (Agamennon e Calchas) si dovrebbe fare un discorso molto ampio: la tessitura, specie per Agamennon, è molto alta, come spesso succedeva a quei tempi, e quindi qualche difficoltà era in preventivo.
Alexey Tikhomirov mi ha convinto abbastanza, specialmente perché è riuscito a esplicitare col canto e l’interpretazione i dubbi del personaggio, sempre lacerato tra i doveri di “stato” e la condizione di padre costretto a sacrificare la figlia. Certo, anche qui gli acuti non erano folgori, bisogna rilevarlo.
Molto bene nell’ultima aria che chiude il secondo atto, lunga e difficile, che definirei quasi un’aria di pazzia per basso (mica impazziscono solo i soprano eh? Smile).
Molto brava, a mio parere di gran lunga la migliore della serata, Krassimira Stoyanova, nei panni di Iphigénie, già dall’aria iniziale Hélas! mon cœur sensible et tendre.
Il soprano bulgaro ha reso benissimo Iphigénie, una ragazza travolta dagli eventi, incredula, commovente e determinata. Acuti sicuri, qualche pianissimo suggestivo, temperamento notevole.
Insomma, una serata discreta, che sicuramente in teatro sarebbe stata ancora più godibile.
Il pubblico, da quello che si è sentito per radio, ha gradito molto, nonostante in sala fossero presenti un sacco di politici.
A questo proposito, ricordo che all’Opera di Roma distribuiscono un foglio con l’elenco delle personalità presenti, quelle cioè che sono attualmente responsabili delle sorti della lirica italiana.
Insomma, se parlo ogni momento di acuti potrò spendere una parola per gli ottusi, no? (strasmile)
Farò loro il favore di non citarli.
Ciao a tutti.

Iphigénie en Aulide: Riccardo Muti e Gluck.

Domani al Teatro dell’Opera di Roma esordisce Iphigénie en Aulide di Christoph Willibald Gluck, con la direzione di Riccardo Muti.
L’opera potrà essere ascoltata in diretta su RADIO3, domani a partire dalle 20.30.
È un occasione ghiotta per parlare di miti.
A suo tempo, ho recensito un libro che parlava proprio del mito e l’Autore lo definiva così:
 
“una storia tradizionale con una straordinaria e vastissima diffusione culturale, cui si attribuisce una verità quasi storica e che incarna o simbolizza alcuni dei valori fondamentali della società.”
 
Direi che è una bella definizione.
Il mito, si potrebbe affermare, è una fonte di energia inesauribile, perché ha ispirato e continua ad ispirare artisti che si esprimono con linguaggi diversi: Musica, Poesia, Pittura, Scultura, Letteratura.
C’è qualcuno che non ha mai sentito parlare di Edipo o Elettra? Di Agamennone o Oreste? Di Clitennestra e Achille?
Ecco, con quest’opera di Gluck siamo in codesta zona, forse un po’ oscura oggi, perché la cultura classica tende ad essere soppiantata dalle logiche mercantili, che individuano come “utile”, e quindi degno d’attenzione (anche economica) solo una speculazione che ottiene risultati pratici.
Muti ha scelto di proporre l’opera con il finale riadattato da Richard Wagner, e anche questa circostanza (che potrebbe essere discutibile, per mille motivi) torna utile al fil rouge del mio post: tra il Ring e i miti ellenici ci sono molte affinità.
Chi conosce l’Elektra di Richard Strauss non si aspetti la forza evocativa, violenta di quella musica, qui le emozioni sono filtrate attraverso la sensibilità del 700, quando di Freud non si sapeva ancora nulla.
Questo lavoro ha un protagonista muto, in qualche modo: il mare.
A tal proposito mi torna utile parte di un altro mio vecchio post nel quale, riferendomi al Crociato in Egitto di Meyerbeer, in cui compare la frase “mare immenso ci separa”, osservavo:

Crociato3

 
 
Mare: già basterebbe per perdere la nostra mente in una distesa liquida ed informe d’ipotesi, un labirinto in cui non si lascia traccia del nostro passaggio, poiché l’acqua non ci consente di sapere se per quella via siamo già passati…si richiude uguale dietro di noi, come la scia di un relitto alla deriva.
Immenso: non grande, non enorme, non gigantesco bensì incommensurabile, al di là della nostra comprensione.
Ci: chi c’è dietro questo “ci”? Un uomo ed una donna, due popoli, un figlio e una madre, due amanti che si sono perduti?
Separa: divide, impedisce di esplicitare i nostri sentimenti, condanna alla solitudine, al rimpianto, al ricordo, all’abbandono, alla perdita, all’attesa.
 
Qui la trama dell’opera, forse ci scappa una recensione semiseria, se ho tempo.
Intanto, dopo questa botta autoreferenziale, buona settimana a tutti. (smile)

Se quel creativo io fossi…

Ieri riflettevo sul fatto che i cosiddetti creativi della pubblicità stanno ultimamente attingendo a piene mani dall’Opera, per promuovere i jingle dei prodotti più disparati.
Quindi, mi sono detto: “Perché non fare di questo blog una fucina d’idee per gli strateghi del marketing?”
Ecco alcuni suggerimenti, magari un domani accendo la televisione e vedo che qualcuno dei miei consigli è stato preso in considerazione, non si sa mai che poi posso accampare i diritti sulle royalties.
Per esaltare l’effetto miracoloso di un collirio, ad esempio, si potrebbe far cantare a qualche estasiata fanciulla l’aria V’adoro, pupille dal “Giulio Cesare” di Haendel, mentre una casalinga disperata ed entomofobica, impaurita dagli insetti che le infestano la casa potrebbe ispirarsi al Mozart delle “Nozze di Figaro” ed intonare Non più andrai, farfallone amoroso mentre spruzza un antinsetticida.
Rifacendosi agli “Ugonotti” di Meyerbeer, il testimonial di un detersivo potrebbe solfeggiare che la biancheria diverrebbe, con l’uso del prodotto pubblicizzato, Bianca al par di neve alpina ; i benefici della sottoscrizione d’una polizza assicurativa sarebbero messi in grande rilievo, se il promotore finanziario li presentasse cantando Madamina , il catalogo è questo dal “Don Giovanni” di Mozart.
Dopo essersi impiastricciata i capelli, una ragazza si sentirebbe davvero irresistibile, se il suo boy-friend le cantasse Tu che di gel sei cinta dalla “Turandot” di Puccini, non vi pare?
L’efficacia dei farmaci che promettono di migliorare l’esuberanza sessuale, sarebbe esaltata se in sottofondo qualche esausta ragazza cinguettasse languidamente Oh, quante volte , aria da “I Capuleti e i Montecchi” di Bellini.
Certo, in alcuni casi le arie d’Opera potrebbero essere pure controproducenti.
Ad esempio, mettiamo che io abbia bisogno di qualcuno che mi dia una sistemata al giardino: se mi si presenta un venditore di falciatrici cantando Ecco l’orrido campo dal “Ballo in Maschera” di Verdi, lo prenderei a calci in culo.
Peraltro, se un cliente si presentasse dal becchino cantando Tra poco a me ricovero, darà negletto avello dalla “Lucia di Lammermoor” di Donizetti, forse potrebbe impietosire il beccamorto, ed ottenere uno sconto sull’acquisto di una bara extralusso.
E che direbbe il Ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, se con fiero cipiglio Epifani della CGIL nel rifiutare il contratto per i metalmeccanici modulasse Questa è dunque l’iniqua mercede da “I due Foscari” di Verdi?
Sul successo commerciale dei piani finanziari del Governo forse sarebbe bene intonare in coro un prudente Un bel dì vedremo dalla “Madama Butterfly” di Puccini.
Ma il fatto più clamoroso è questo; sembra che negli studi di Mediaset, un Berlusconi esasperato dalle continue leccate di culo del direttore del TG4 sia sbottato così: Oh, fede negar potessi parafrasando la celeberrima aria dalla “Luisa Miller” di Verdi.
Peccato però che una volta ripresosi, se ne sia andato cantando Largo al factotum , dal “Barbiere di Siviglia” di Rossini.
Quando penso alla sinistra italiana, invece, sono io che tristemente intono “Oh de’verd’anni miei” dall’Ernani…
Mi sto impantanando nella politica…eh no…le maledizioni nella Lirica sono davvero troppe eh? (strasmile)
 

Mariella Devia a Gorizia.

Questa sera sono qui a vedere sua Mariellestà, come la chiama Giorgia. (leggete anche il post, ne vale la pena…)
Non vedo l’ora!
In attesa della recensione semiseria, che arriverà nel fine settimana, vi propongo un’intervista che Mariella Devia ha rilasciato a Alex Pessotto e pubblicata sul quotidiano locale di oggi.
 
Signora Devia, cosa potrà ascoltare il pubblico goriziano?
«Ho scelto gli autori che prediligo, quindi Bellini e Donizetti, con arie tratte, ad esempio, dal Pirata, dai Capuleti, e dalla Maria Stuarda che debutterà a Catania il 15 marzo e di cui, proprio in questi giorni, sono in corso le prove. Ci sarà anche “Casta diva” dalla Norma».
Quando ha scoperto di avere una voce da cantante lirica?
«Da ragazzina. Ho cominciato a studiare a 16 anni frequentando il conservatorio di Milano; poi ho seguito la mia insegnante, Iolanda Magnoni, a S. Cecilia, dove mi sono diplomata. Oggi frequento soprattutto Bellini e Donizetti, i più adatti alla mia vocalità, ma frequento anche il Rossini serio. Ho appena cantato il Tancredi a Siviglia con Daniela Barcellona, che voi conoscete bene».
E il suo ruolo prediletto?
«Vengo ancora identificata con Lucia di Lammermoor anche se ho deciso di non cantarla più».
Tutti ruoli legati al bel canto ma cos’è il bel canto per lei?
«Bel canto vuol dire esprimersi attraverso la vocalità e ciò richiede controllo, tecnica, un determinato tipo di fraseggio e gli abbellimenti mai legati al caso ma all’espressività. Quanto ai ruoli, dopo ”Lucia” e ”Rigoletto”, Konstanze del ”Ratto dal Serraglio” è il ruolo che ho cantato di più; poi ho fatto anche ”Don Giovanni”. Di Verdi ho cantato Rigoletto, Traviata, Giovanna d’Arco, e Falstaff nel ruolo di Nannetta».
Quali sono stati i suoi modelli?
«Penso alla Scotto, certo alla Callas, alla Caballé, a tutte le grandi voci del passato anche se ho sempre tentato di usare la farina del mio sacco. Quanto ai direttori, ho lavorato con alcuni fra i più grandi, da Sawallisch a Prêtre, da Muti a Mehta e Chailly. E da ciascuno di loro ho imparato qualcosa».
I momenti più belli della sua carriera?
«Ricordo soprattutto i debutti: al Metropolitan con ”Rigoletto”, alla Scala con i Capuleti diretti da Muti. Anche l’ultima ”Lucia” alla Scala è stata una grande emozione».
C’è qualche nuova leva che promette particolarmente bene?
«Sì, penso ci sia, anche se, oltre a quelle già in carriera, non ne conosco. Penso ci sia un ricambio generazionale ma non mi rimane del tempo per frequentare i teatri come spettatrice».
Che cosa pensa della crisi economica che stanno attraversando i teatri italiani con tagli all’ordine del giorno?
«È una questione difficile. Abbiamo inventato l’opera, siamo all’estero conosciuti per l’opera e non per le canzoni ma sembra che questo, in Italia, non importi a nessuno. Le classi di canto dei nostri conservatori sono piene di studenti stranieri».
Ma a teatro si vedono pochi giovani…
«I teatri stranieri hanno un numero superiore di giovani fra il pubblico rispetto a noi, perché hanno un’educazione musicale diversa. Però di giovani spettatori ne vedo anche in Italia».
Lei ha cantato in tutto il mondo. Dove s’è creato il legame più intenso col pubblico?
«Non ho un pubblico prediletto. Il pubblico reagisce a seconda di quello che ascolta. Quello italiano è sempre un po’ protagonista, si distingue sempre nel bene e nel male».
A presto, quindi.
Buon fine settimana a tutti (senza smile, perché leggere il post di Giorgia, non mi ha messo propriamente di buon umore…)
 

Recensione semiseria di Norma a Trieste, secondo cast. Primo esperimento di blogvoto.

Anche Daland, su Baricco, la pensa come me. Siamo strani noi o il pretty boy l’ha fatta fuori dal vasino?

La settimana scorsa ho visto anche il secondo cast di Norma, qui a Trieste.

 
 
Che dire?
Il direttore mano de pedra Kovatchev è riuscito, forse, a fare peggio che alla prima, per quanto possa sembrare incredibile. In qualche momento sembrava fosse una prova invece che una recita normale, tanto era scarsa la comunicazione tra buca e palcoscenico. Quindi, ancora una volta, attacchi incerti, gesti confusi, peraltro molto belli da vedere, coreografici, ecco. Pare sia anche un bell’uomo, ma anch’io non sono poi da buttare via e non dirigo orchestre.
Già la serata non era cominciata benissimo, considerato che in palco con me c’erano tre persone preoccupate perché l’opera durava ben tre ore intervalli compresi.
La domanda è sempre quella: che ci venite a fare in teatro? Non certo a sfoggiare abbigliamenti eleganti, visto che erano vestiti peggio di me, che già sono zotico e goffo proprio di natura, ecco.
Tatiana Serjan era al debutto quale Norma e rappresentava l’unico motivo d’interesse della serata.
Il soprano russo, seppure con alcuni distinguo, ha centrato l’obiettivo.
Molto buono il recitativo iniziale (“Sediziose voci”) e il “Casta diva”, che insieme al duetto con Pollione “In mia man alfin tu sei” sono stati i momenti migliori della serata. La voce, gradevole, tende a stimbrarsi negli acuti che risultano ogni tanto forzati, ghermiti. Belli i pianissimi, che sottolineano i momenti di malinconia e abbandono. Nei passi più drammatici (ce ne sono molti) la Serjan non si è mai lasciata andare ad effettacci, anzi, ha supportato una certa mancanza di vigore espressivo con una recitazione controllata e pertinente.
Nel complesso, solo la dizione è sembrata rivedibile, e sarebbe pure auspicabile una maggiore attenzione al testo. Però, era all’esordio eh? Ci sono, a mio parere, ottimi margini di miglioramento.
Sung- Kyu Park era Pollione e non è adatto al ruolo, non c’è nulla da fare. Anche il tenore coreano (come lo yankee del primo cast) con lo stile belliniano c’entra come i classici cavoli a merenda, risultando sempre inespressivo e generico. In scena, inoltre, è mobile come un comò, ma molto più ingombrante e senza i cassetti. Certo, non ha steccato come il cowboy, è già qualcosa…
Renata Lamanda, mezzosoprano, evidentemente pensava di interpretare Eboli o Amneris, dal punto di vista stilistico. Ne è uscita una Adalgisa virago, che non mi pare possa essere una soluzione adatta per rendere il personaggio di una fanciulla sensuale ed innocente, seppur determinata.
Nikolaj Didenko ha vociferato tutta la sera, scambiando l’autorevole e saggio Oroveso per uno stregone tarantolato.
L’allestimento del regista Tiezzi, visto da una posizione più centrale, mi è sembrato ancora più affascinante e intelligente.
Basta così, ché ci sono cose più urgenti.
Dunque, dopo l’intervento di Baricco, che propone di usare la televisione come veicolo per acculturare le masse (lì, sostiene, c’è il paese reale), ho pensato che si potrebbe cogliere l’occasione per riscoprire qualche capolavoro dell’opera lirica ingiustamente dimenticato.
Due piccioni con una fava, insomma, un classico.
Io proporrei che a occuparsene sia Maria De Filippi e il suo team di aspiranti attori, cantanti, registi & Co.
I lavori poi potrebbero essere trasmessi a reti unificate come già è consuetudine per i discorsi del Presidente della Repubblica, e sottoposti al giudizio del televoto.
Siccome le rivoluzioni devono partire dal basso, direi di esagerare e cominciare il lavoro di manovalanza da questo blog, che è di profilo nano più che basso.
Allora, facciamo così, io propongo dei titoli e voi che mi leggete, votate, scrivendo nei commenti le vostre preferenze. Procediamo a una prima scrematura.
Insomma, facciamo il lavoro sporco, ché siamo abituati a peggio.
Quale il criterio di scelta?
Io proporrei la visibilità, la capacità cioè che ha il singolo titolo d’incontrare il gusto delle masse, a prescindere dai contenuti. Un’operazione demagogica e populista in linea con l’attività delle migliori menti del Paese che ci governano o che fanno opposizione (eh? Ma dove, quando?)
Questi i titoli.
 
1) L’orfano della China di Francesco Bianchi (1788)
2) La bambola nella prateria di Bela Zerkowitz (1923)
3) La moglie di tre mariti di Pietro Generali (1816)
4) Il marito decorativo di Adolfo Bossi (1918)
5) Il brutto preferito di Marcello Bernardini (1791)
6) La bella marmottara di Francesco Gnecco (1801)
7) Il trombetta di Josif Dusek (1819)
8) Il controllore dei vagoni letto di Romolo Alegiani (1925)
9) Il regno delle donne emancipate di Pasquale Fonzo (1881)
10) L’amore di un mozzo di Alessandro Andreoli (1884)
11) Gola d’oro di Mario Barbieri (1920)
12) La finta muta per amore di Giuseppe Moneta (1876)
13) La signorina Ettore di Karl Weiberger (1897)
14) Il signore del tassametro di Alberto Rendegger (1916)
15) L’avvocato ballerino di Walter Schutt (1915)
16) Maledetta di Giuseppe Ferri (1897)
17) L’anitra a tre becchi di Emile Jonas (1876)
18) La piccola cioccolataia di Achille Schinelli (1922)
19) La supermoglie di Gian Felice Checcacci (1920)
20) La monacella della fontana di Giuseppe Mulè (1934)
 
Come potete vedere ho spaziato dalla fine del 700 al 900 inoltrato, in modo sia ampia la scelta anche dal punto di vista stilistico.
Votate numerosi e che la farsa sia con voi.
Buona settimana a tutti. (strasmile)
 
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