Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Mariella Devia a Gorizia.

Questa sera sono qui a vedere sua Mariellestà, come la chiama Giorgia. (leggete anche il post, ne vale la pena…)
Non vedo l’ora!
In attesa della recensione semiseria, che arriverà nel fine settimana, vi propongo un’intervista che Mariella Devia ha rilasciato a Alex Pessotto e pubblicata sul quotidiano locale di oggi.
 
Signora Devia, cosa potrà ascoltare il pubblico goriziano?
«Ho scelto gli autori che prediligo, quindi Bellini e Donizetti, con arie tratte, ad esempio, dal Pirata, dai Capuleti, e dalla Maria Stuarda che debutterà a Catania il 15 marzo e di cui, proprio in questi giorni, sono in corso le prove. Ci sarà anche “Casta diva” dalla Norma».
Quando ha scoperto di avere una voce da cantante lirica?
«Da ragazzina. Ho cominciato a studiare a 16 anni frequentando il conservatorio di Milano; poi ho seguito la mia insegnante, Iolanda Magnoni, a S. Cecilia, dove mi sono diplomata. Oggi frequento soprattutto Bellini e Donizetti, i più adatti alla mia vocalità, ma frequento anche il Rossini serio. Ho appena cantato il Tancredi a Siviglia con Daniela Barcellona, che voi conoscete bene».
E il suo ruolo prediletto?
«Vengo ancora identificata con Lucia di Lammermoor anche se ho deciso di non cantarla più».
Tutti ruoli legati al bel canto ma cos’è il bel canto per lei?
«Bel canto vuol dire esprimersi attraverso la vocalità e ciò richiede controllo, tecnica, un determinato tipo di fraseggio e gli abbellimenti mai legati al caso ma all’espressività. Quanto ai ruoli, dopo ”Lucia” e ”Rigoletto”, Konstanze del ”Ratto dal Serraglio” è il ruolo che ho cantato di più; poi ho fatto anche ”Don Giovanni”. Di Verdi ho cantato Rigoletto, Traviata, Giovanna d’Arco, e Falstaff nel ruolo di Nannetta».
Quali sono stati i suoi modelli?
«Penso alla Scotto, certo alla Callas, alla Caballé, a tutte le grandi voci del passato anche se ho sempre tentato di usare la farina del mio sacco. Quanto ai direttori, ho lavorato con alcuni fra i più grandi, da Sawallisch a Prêtre, da Muti a Mehta e Chailly. E da ciascuno di loro ho imparato qualcosa».
I momenti più belli della sua carriera?
«Ricordo soprattutto i debutti: al Metropolitan con ”Rigoletto”, alla Scala con i Capuleti diretti da Muti. Anche l’ultima ”Lucia” alla Scala è stata una grande emozione».
C’è qualche nuova leva che promette particolarmente bene?
«Sì, penso ci sia, anche se, oltre a quelle già in carriera, non ne conosco. Penso ci sia un ricambio generazionale ma non mi rimane del tempo per frequentare i teatri come spettatrice».
Che cosa pensa della crisi economica che stanno attraversando i teatri italiani con tagli all’ordine del giorno?
«È una questione difficile. Abbiamo inventato l’opera, siamo all’estero conosciuti per l’opera e non per le canzoni ma sembra che questo, in Italia, non importi a nessuno. Le classi di canto dei nostri conservatori sono piene di studenti stranieri».
Ma a teatro si vedono pochi giovani…
«I teatri stranieri hanno un numero superiore di giovani fra il pubblico rispetto a noi, perché hanno un’educazione musicale diversa. Però di giovani spettatori ne vedo anche in Italia».
Lei ha cantato in tutto il mondo. Dove s’è creato il legame più intenso col pubblico?
«Non ho un pubblico prediletto. Il pubblico reagisce a seconda di quello che ascolta. Quello italiano è sempre un po’ protagonista, si distingue sempre nel bene e nel male».
A presto, quindi.
Buon fine settimana a tutti (senza smile, perché leggere il post di Giorgia, non mi ha messo propriamente di buon umore…)
 
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