Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Iphigénie en Aulide a Roma.

Premetto una volta di più che tentare la recensione, anche semiseria, di un’opera lirica basandosi sull’ascolto radiofonico è un’operazione piuttosto accidentata.
Mancano troppe coordinate, evidentemente (regia, scenografia, recitazione, proiezione della voce dell’artista in sala ecc ecc).
Però Iphigénie en Aulide di Christoph Willibald Gluck è lavoro di rara rappresentazione (a Roma mancava da più di cinquant’anni) e di grande fascino, o almeno tale pare a me.
Sicuramente non è un’opera di quelle che ti prendono subito dal lato emozionale, anzi, in qualche occasione è un po’ noiosa, ma ho cercato di spiegare i motivi del mio interesse nel post precedente e, aggiungo, non è impossibile che mi organizzi una trasferta a Roma per l’occasione.
Quindi, ecco qui alcune impressioni, riferite ai personaggi principali.
Intanto ancora gloria per Riccardo Muti e per l’Orchestra di Roma che mi è parsa in ottima serata, come peraltro il Coro.
Del direttore non condivido la scelta di riproporre (fece così anche alla Scala, nel 2002) il finale rimaneggiato da Wagner nel 1847, che mi è sembrato un corpo estraneo proprio dal punto di vista musicale, e le spiegazioni filologiche di una presunta continuità tra la musica di Gluck e quella di Wagner non mi convincono.
Transeat, sono opinioni, mi pare.
Molto buona invece la concertazione di Muti, attenta a fornire il giusto rilievo ai contrasti dinamici anche violenti della partitura, senza per questo cadere nella trappola della prevaricazione sul canto.
A mio parere sono riusciti meglio i momenti più drammatici, ma forse perché i cantanti non hanno dato il massimo nelle occasioni più liriche, con l’unica eccezione della Stojanova.
In questo senso, molto debole il tenore nel ruolo di Achille, Avi Klemberg, che spesso era in grave difficoltà con gli acuti, forzatissimi o risolti con un falsetto di gusto discutibile, che lo rendeva simile a un cantante di musica leggera. La voce è risultata spesso chioccia, quando non addirittura senescente.
Clytemnestre era Ekaterina Gubanova e, nell’ambito di una prestazione generosa, il suo rendimento è stato altalenante. Il mezzosoprano bulgaro, molto giovane, mi sembra una di quelle cantanti un po’ irrisolte artisticamente, con una voce da soprano corto. Acuti non perfettamente a fuoco e gravi cavernosi con abbondante uso di note di petto non gradevolissime.
Per i due ruoli di basso (Agamennon e Calchas) si dovrebbe fare un discorso molto ampio: la tessitura, specie per Agamennon, è molto alta, come spesso succedeva a quei tempi, e quindi qualche difficoltà era in preventivo.
Alexey Tikhomirov mi ha convinto abbastanza, specialmente perché è riuscito a esplicitare col canto e l’interpretazione i dubbi del personaggio, sempre lacerato tra i doveri di “stato” e la condizione di padre costretto a sacrificare la figlia. Certo, anche qui gli acuti non erano folgori, bisogna rilevarlo.
Molto bene nell’ultima aria che chiude il secondo atto, lunga e difficile, che definirei quasi un’aria di pazzia per basso (mica impazziscono solo i soprano eh? Smile).
Molto brava, a mio parere di gran lunga la migliore della serata, Krassimira Stoyanova, nei panni di Iphigénie, già dall’aria iniziale Hélas! mon cœur sensible et tendre.
Il soprano bulgaro ha reso benissimo Iphigénie, una ragazza travolta dagli eventi, incredula, commovente e determinata. Acuti sicuri, qualche pianissimo suggestivo, temperamento notevole.
Insomma, una serata discreta, che sicuramente in teatro sarebbe stata ancora più godibile.
Il pubblico, da quello che si è sentito per radio, ha gradito molto, nonostante in sala fossero presenti un sacco di politici.
A questo proposito, ricordo che all’Opera di Roma distribuiscono un foglio con l’elenco delle personalità presenti, quelle cioè che sono attualmente responsabili delle sorti della lirica italiana.
Insomma, se parlo ogni momento di acuti potrò spendere una parola per gli ottusi, no? (strasmile)
Farò loro il favore di non citarli.
Ciao a tutti.
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13 risposte a “Recensione semiseria di Iphigénie en Aulide a Roma.

  1. daland 18 marzo 2009 alle 12:00 pm

    Non ho tempo di fare verifiche puntuali con altre registrazioni, di sicuro c’è che Muti ha tagliato, nell’Atto I, buon parte della Scena V (dal balletto n°7 in avanti). Poi i Balletti dell’Atto II (dal n°28) credo siano stati accorpati con quelli del finale dell’opera (n°52 in avanti) poichè il finale stesso è quello accorciatissimo (per me efficace peraltro, anche se – come giustamente scrivi – troppo chiaramente distinguibile nello stile) di Wagner.

    Direi bravi a tutti, Stoyanova in testa, ovviamente; ma io non crocifiggerei neanche il povero Avi Klemberg, che si è fatto anche i ritornelli del “Chantez“, con quegli interminabili SOL e che, come ha diplomaticamente ammesso lo stesso Muti alla fine, ha almeno avuto il coraggio (o l’incoscienza) di salire in palcoscenico a sostenere quella parte impossibile!

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  2. utente anonimo 18 marzo 2009 alle 1:47 pm

    da Giuliano:
    Me la sono persa, non c’ero. Però mi hai fatto venire in mente una cosa che mi ha sempre reso molto simpatico il buon Riccardo: alle prime coi politici e gli stilisti, metteva sempre in programma opere lunghissime, e micidiali per chi non le conosce. Mai una Traviata, per intenderci: La Vestale di Spontini, le Ifigenie di Gluck, e anche quando metteva Verdi e Rossini erano le versioni integrali del Guglielmo Tell e dei Vespri, dodici ore di fila, con tutti i balletti, tutte le arie tagliate e anche quelle che i compositori avevano solo pensato ma che non avevano scritto.
    Non che Muti sia un fenomeno di simpatia, ma in queste occasioni mi piaceva moltissimo.

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  3. utente anonimo 18 marzo 2009 alle 2:01 pm

    Nel foglio delle “personalità”, accanto al nome dovrebbero indicare anche il posto che occupano. Per facilitare i fan che volessero stringere a qualcuno il collo… ehm… la mano.

    La pacifista Margot :o)

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  4. amfortas 18 marzo 2009 alle 3:24 pm

    Daland, seguendo il libretto ho notato anch’io qualche taglio, però questa volta non ho sentito Muti parlare di versione assolutamente integrale ecc ecc come faceva, qualche volta a sproposito, ai tempi della Scala.
    Non sono d’accordo su Klenberg, che a me è parso veramente scarsino.
    Chi c’era in teatro, inoltre, mi ha parlato di una voce molto strimizita.
    Il finale di Wagner non è brutto, ok, però la differenza era da balzare sulla sedia, quasi fosse saltato un cd nel disco.
    Ciao!
    Giuliano, il tuo commento mi ha fatto assai ridere 🙂
    Tieni conto però, che a Roma, per l’Otello che ha aperto la stagione, tutti i notabili se la sono filata via dopo il primo intervallo.
    Qualche volta è meglio così, ricordo ancora con raccapriccio le dichiarazioni di Rutelli dopo l’Aida di qualche anno fa alla Scala… 🙂
    La Marini sembrava un critico musicale togato, al confronto!
    Ciao 🙂
    margie, di solito stanno tutti nel palco reale e dicono ‘namo famo magna’ se sentimio ecc ecc.
    Prrrrr 🙂

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  5. Moher66 18 marzo 2009 alle 3:42 pm

    Ho letto tutto con vero interesse perchè lo sai, ma quel “nonostante” al penultimo capoverso vale davvero tutto il post.
    🙂
    Elena

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  6. utente anonimo 18 marzo 2009 alle 5:06 pm

    Volemose bene, notung!

    Margot :p

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  7. amfortas 18 marzo 2009 alle 6:13 pm

    Elena, grazie.
    Però sparare sui politici è veramente facile e, forse, lo è sempre stato, non so…
    margie, lo sai come vorrei rispondere, ma non posso 🙂

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  8. utente anonimo 19 marzo 2009 alle 8:36 pm

    D’accordo sulla Stoyanova, è stata davvero la migliore e l’aria del terzo atto (Adieu, conservez dans votre ame) non a caso applaudita, è stato il clou della serata: Meglio della Urmana agli Arcimboldi, vocalmente sontuosa, ma sempre un po’ algida. Anch’io sarei un po’ meno severo con Klemberg, che è stato alterno, ma complessivamente ha retto, fra l’altro con un ottimo francese. Il ruolo è massacrante e il tenore degli Arcimboldi non era molto superiore. Non mi è invece piaciuto per niente il baritono Tikhmomirov che interpretava Agamennone: voce sgradevole, ma soprattutto scadente l’interprete, anche se si avvertiva la mano di Muti a guidarlo in qualche colore. L’aria finale del secondo atto mi è sembrata particolarmente infelice, senza considerare un francese molto approssimativo. Orchestra e coro non all’altezza di quelli della Scala, ma Muti in questo repertorio è sempre ispirato e ha fatto un buon lavoro anche a Roma. L’opera, inferiore sì alla TAURIDE, mi si conferma tuttavia sempre più bella ad ogni ascolto. Brenno di Reggio Emilia

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  9. amfortas 19 marzo 2009 alle 9:31 pm

    Brenno, grazie del tuo contributo.
    Oggi, riascoltando la registrazione, mi sono accorto anch’io di qualche sbavatura del basso e del suo francese approssimativo.
    Il tenore continua a non piacermi, invece.
    Ciao!

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  10. utente anonimo 21 marzo 2009 alle 2:03 pm

    da Giuliano:
    Caro Paolo, scusa il fuoritema ma oggi ore 12 stavo ascoltando Radiotre ed ero ben disposto all’ascolto quando una tal Valentina Losurdo ha ritenuto indispensabile aggiornarmi sulla cartella clinica del compositore a quell’epoca (risparmio i dettagli, anche perché già sai…). Che si fa, un’azione singola o collettiva? Per conto mio, ho già provveduto: non so se arriverà mai a saperlo, ma io un consiglio sulle sue prossime mete glielo ho già dato, seduta stante.
    Com’era quella frase? “Un bel tacer non fu mai detto” – ma oggi funziona così, si pensa che al pubblico interessino solo quelle cose lì e che l’ascolto di per sè non basti…

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  11. amfortas 21 marzo 2009 alle 6:30 pm

    Giuliano, ehm…sarà perché sono un po’incasinato con la zucca, ma non capisco a che compositore si riferisse la Valentina, di cui so solo che è una bellissima ragazza bionda.
    Capisco invece il senso del tuo commento, ma oggi sembra che il gossip sia veicolo principale d’informazione.
    Io invece mi sono arrabbiato ieri sera, seguendo un dibattito su di una Tv regionale, argomento i tagli alla cultura.
    Si sono dette cose raccapriccianti…ognuno tirava l’acqua al proprio mulino, mentre se non c’è una visione unitaria e solidale del problema vincerà Baricco.
    Mah…

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  12. utente anonimo 21 marzo 2009 alle 6:53 pm

    da Giuliano:
    Beh, non era importante il nome esatto. Vedo che hai capito cosa intendevo, gli intervalli tra un brano e l’altro sono pericolosissimi da frequentare… Ma, almeno quando il concerto non è in diretta si potrebbe pensare prima di parlare.
    ciao, e un saluto alla tua famiglia.

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  13. amfortas 22 marzo 2009 alle 9:00 am

    Giuliano, esatto, almeno in diretta se uno dice uno sproposito ha qualche scusante 🙂
    Sto per andare in gita…

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