Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: giugno 2009

Recensione abbastanza seria della Götterdämmerung alla Fenice di Venezia.

Qualche nota di costume.
Scusi, non ricordo dove devo scendere per andare alla Fenice, alla fermata della Maria del Giglio, vero?
Il bigliettaio del vaporetto mi guarda stupefatto e, dopo un silenzio interminabile, mi risponde così con la marcata e inconfondibile cadenza veneta: Sì, mi scusi se ho esitato ma sa, qui siamo abituati alle domande dei gorilla neri o gialli che di solito non sanno ciò che vogliono.
Ok, cominciamo bene.
Caldo umido nell’orrida Venezia, freddo polare in teatro, non so con che criterio usino l’aria condizionata, boh? Alla fine dello spettacolo esco e mi ritrovo sotto un diluvio di acqua tiepida degno di ben altre latitudini ed ulteriormente impreziosito dal tipico odore mefitico di fogna della città lagunare quando soffia lo scirocco.
Questa foto non ritrae me sotto la pioggia, ma Brünnhilde, lo dico a scanso di equivoci (smile)!

Jayne Casselman nella scena finale di Götterdämmerung alla Fenice di Venezia.

Nella stazione ferroviaria, ostaggio di un’umanità inquietante,  alle 22.00 chiude il bar ristorante e le macchinette che distribuiscono generi di conforto sono guaste o sigillate, per la gioia di chi, come me, è devastato da un giorno di forzato digiuno seppur per nobili impegni wagneriani.
Insomma, appena posso ci torno, nell’orrida Venezia (strasmile).
Lo straordinario allestimento di Robert Carsen è il punto di forza di questa Götterdämmerung ma, paradossalmente, tanta maestria inchioda alle sue responsabilità una compagnia di canto che, almeno ieri pomeriggio, definire scarsa è sottile eufemismo. Gli stessi artisti, peraltro, sono risultati ottimi dal punto di vista attoriale, con qualche distinguo che segnalerò più avanti.
Lo spettacolo di Carsen è veramente magnifico, seppure con qualche inevitabile punta di autocompiacimento, e riprende ovviamente il filo conduttore delle precedenti giornate.
Il mondo è purificato sì dal rogo finale del Walhalla, di cui si intravedono appena i bagliori, ma anche da una sottile pioggia che lava via tutte le menzogne su cui è basato l’effimero potere di Wotan e degli dei. Le Figlie del Reno allignano in una natura corrotta al pari degli altri protagonisti, si aggirano lacere, sporche, inquinate come l’immondezzaio in cui si è trasformato il letto del Reno.
Una regia attenta ai particolari, che spiega e non si limita ad illustrare; per esempio il patto scellerato tra Hagen, Gunther e Gutrune: scena di una intensità drammaturgica da togliere il fiato. Ci sono altri momenti grandiosi (il dialogo Alberich- Hagen!) in questa regia, ma mi rendo conto che le parole non bastano a descriverne le meraviglie con compiutezza.
Mi limito ad osservare che il lavoro fatto da Carsen sui cantanti dà un vero significato alla parola “regia”. Addirittura stupefacente nel recepire le direttive del regista è sembrata Jayne Casselman, nei panni di una Brünnhilde svestita di ogni retorica da wagnerismo illustrato.

Ancora Jayne Casselman alla Fenice.

Quindi, ecco qui a che servono le regie serie, a donare ai melomani una prospettiva nuova, ad aprire altri orizzonti.
Alla riuscita dello spettacolo hanno contribuito le livide luci di Manfred Voss, mentre le tetre ma efficacissime scenografie e i costumi (in alcuni casi banalotti)sono firmati da Patrick Kinmonth.
Jeffrey Tate ha diretto da par suo l’Orchestra del Teatro la Fenice, ogni tanto un po’ sbadata ma complessivamente in buona serata. Il direttore sceglie un’interpretazione rilassata, sensuale, quasi ipnotica della sterminata partitura wagneriana. In singole occasioni ho sentito qualche clangore, ma era evidente anche nel gesto l’intenzione di Tate di enfatizzare la tensione nei momenti più drammatici.
Il Coro, impegnato poco, mi è sembrato difettasse di volume.
I cantanti mi hanno fatto disperare!
Sono state discrete, ma niente di più, le Norne (Ceri Williams, Julie Mellor, Alexandra Wilson) e le Figlie del Reno (Eva Oitivanyi, Stefanie Iranyi, Annette Jahns).
Il soprano Nicola Beller Carbone se l’è cavata nei panni della stranita Gutrune, anche se la voce non mi è parsa quella di un lirico, bensì di un lirico leggero.
Bravissima, di gran lunga la migliore della serata il mezzosoprano Natascha Petrinsky, che oltre a cantare bene ha sfoggiato una voce molto bella e sonora, timbrata. La parte di Waltraute è breve ma difficile, il personaggio un po’ sfuggente, ma il vigore e la vitalità della cantante meritano una segnalazione non svagata.
Il soprano Jayne Casselman, Brünnhilde, ha cominciato in maniera terrificante e ha portato a casa la recita solo perché in alcuni momenti si è limitata ad accennare. Troppo spesso la voce non passava l’orchestra e, consentitemi la battuta, sono stati i momenti migliori della sua prestazione (smile).
Io spero (ma le cronache della prima che si è svolta giovedì scorso non sono confortanti, in tal senso) che fosse preda di un malessere stagionale. Non so, se qualcuno dei miei lettori la sente più a suo agio nelle prossime recite me lo segnali. Ieri ha cantato malissimo.
L’artista è stata invece grandiosa dal punto di vista della recitazione e gliene va dato atto, non deve essere facile, in quelle condizioni vocali, rimanere concentrati.
Che posso dire del Siegfried di turno, Stefan Vinke?
Diciamo che la sua prestazione è stata altalenante, passando dal pessimo al mediocre. Non ha steccato, ok, ma ad un interprete di Siegfried io posso perdonare una stecca, non una prestazione sbilanciata sempre su di un declamato in mezzoforte o fortissimo! Dov’erano la malinconia, la dolcezza, quando racconta le sue imprese giovanili, poco prima d’essere assassinato da Hagen? Tra l’altro la voce non è neanche particolarmente bella, anzi, è solo (abbastanza) sonora. Gli acuti faticosissimi, catarrosi, lo squillo inesistente. In questo caso l’artista, al di là dei problemi vocali che possono essere frutto di una serata negativa, ha dimostrato che come minimo deve approfondire lo studio del personaggio.
Il basso-baritono Gabriel Suovanen, Gunther, ha sbraitato per tutto lo spettacolo con una voce sbiancata e querula, non dico altro, mentre un po’ meglio mi è sembrato, nella sua breve apparizione, Werner Van Mechelen, forse perché, appunto, ha cantato poco.
E veniamo ora al maggior equivoco della serata cioè alla prestazione di Gidon Saks, nella parte di Hagen.
Qui proprio si scontrano due modi d’intendere e percepire il teatro d’opera ed entra in gioco, forse, anche la necessità da parte del pubblico di essere rassicurato sull’esito dello spettacolo e un’impreparazione culturale di fondo. Il basso alla fine ha raccolto un’ovazione, circostanza che va segnalata e sono contento per lui. Io, se fosse mio costume, l’avrei buato, e spiego i motivi.
Saks ha una voce abbastanza ampia e sonora, ma è andato clamorosamente in overacting, riducendo troppo spesso una figura grandiosa nella sua malvagità ad un teppistello su di giri per una sniffata di coca.
Cito direttamente il libretto di sala, interessante e curato, nel quale a proposito della parte di Hagen, si legge:
 
Ruolo perfettamente emblematico delle esigenze drammatico musicali del teatro di Wagner (…) sulle sue robuste spalle grava non poco la credibilità di ogni allestimento dell’ultima giornata del Ring. Una grande voce è indispensabile, un timbro nero e cavernoso, una granitica emissione di fiato; e , tuttavia la sola voce può affondare il ruolo nella noia, se non nella caricatura macchiettistica del vilain da cartone animato. All’opposto c’è chi, per scelta o necessità, pilota la parte verso la recitazione, verso il teatro di parola: ed è egualmente il naufragio, questa volta nel manierismo insopportabile di una declamazione vocale che occhieggia allo Sprechgesang, senza averne il diritto.
 
Ecco, dal mio punto di vista (evidentemente opinabile) molto peggio Saks della svociata Brünnhilde.
Il pubblico ha decretato un grandissimo successo allo spettacolo, anche se ho visto qualcuno (io tra questi) indeciso, per l’evidente differenza di livello artistico tra direzione e regia da una parte e compagnia di canto dall’altra. La Casselman si è presa un paio di "buuu" da uno spettatore arrabbiato, col quale ho scambiato qualche parola fuori dal teatro. Era giustamente assai deluso per la pessima prova del soprano.
Per finire, nonostante la compagnia di canto sia molto modesta, consiglio a chi piace Wagner di andare a vedere questo spettacolo, ne vale la pena.
E ora via, verso nuove avventure, a sentire l’Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea, compositore spesso accusato biecamente di wagnerismo, come se fosse peccato metabolizzare e rielaborare le influenze dei grandi geni dell’umanità.
Buona settimana a tutti.
 
 
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Varie ed eventuali dalla Fenice di Venezia al Regio di Torino.

L’altro giorno dopo molto mesi sono andato a vedere le statistiche del mio blog. Ebbene, nella lista delle chiavi di ricerca ho trovato una sorpresa.
Come tutti i miei lettori sanno io mi occupo quasi esclusivamente di musica lirica, da quando ho abbandonato la vecchia piattaforma. Mi aspettavo che tramite i motori di ricerca si arrivasse su “Di Tanti Pulpiti” cercando qualcosa di attinente alla disciplina di cui mi occupo, ed è così, effettivamente, però questo mese le chiavi di ricerca più frequenti sono “Hedestad” e (aaaaaaargh!) “Renato Balestra”!
Insieme concorrono per più del 10% delle visite al mio blog.
Ora, capisco che il successo planetario di “Uomini che odiano le donne”, il libro di Stieg Larsson, sia stato ulteriormente amplificato dall’omonimo film (by the way, mi dicono che è molto bello), ma qualcuno mi spiega chi cerca ancora l’immagine di Renato Balestra (o vista o vista orribile, una volta di più, strasmile!).
Poi, più seriamente, informo che domenica prossima tornerò alla Fenice, nell’orrida Venezia, per assistere a un altro Götterdämmerung dopo quello fiorentino, questa volta diretto dall’amatissimo Jeffrey Tate e per la regia di Robert Carsen.
Martedì 1 luglio, invece, recensirò per OperaClick l’Adriana Lecouvreur al Regio di Torino.
A beneficio di chi fosse interessato, segnalo qui la discussione che si è aperta sul forum di OperaClick sulle problematiche della regia nel teatro d’opera.
Purtroppo non ho tempo per scrivere una breve introduzione al lavoro di Cilea, perciò accontentatevi di un ascolto, peraltro magnifico.

Per quei pochi che non conoscono il giapponese e per la quasi totalità che non riesce a decifrare ciò che dice la Caballè (ultrasmile), ecco qui il testo.

Poveri fiori,
gemme de’ prati,
pur ieri nati,
oggi morenti,
quai giuramenti
d’infido cor!
L’ultimo bacio,
o il bacio primo,
ecco v’imprimo,
soave e forte,
bacio di morte,
bacio d’amor.
Tutto è finito!
Col vostro olezzo
muoia il disprezzo:
con voi d’un giorno
senza ritorno
cessi l’error!
Tutto è finito!

A presto con nuove recensioni semiserie e buon fine settimana a tutti.

Non più andrai, farfallone amoroso.

 

Dedico questo filmato, che mi ha segnalato margie, a chi segue Lost e particolarmente a gabrilu.

Vissi d’erte.

Una delle caratteristiche peggiori della ribalda italica gente è di attribuire ad altri i propri vizi.
Vale anche per il piccolo microcosmo dei blog o siti che si occupano di critica musicale, purtroppo.
Se qualcuno parla bene di un cantante lo fa per captatio benevolentiae, se ne parla male si passa immediatamente al polo opposto identificato con un’altra espressione latina, damnatio memoriae.
Rivelerò, eccezionalmente, un grande segreto.
I cantanti sono portatori sani di un terribile morbo: l’umanità.
Succede quindi che una sera cantino male e quella successiva bene, e a questa “regola” non si è mai sottratto alcuno, dall’ultimo dei comprimari ai più celebrati divi del passato.
La Rete assomiglia sempre più alla Madre di Tutte Le Disgrazie, vale a dire la televisione.
La visibilità è l’unico fine da raggiungere, perciò, proprio come in televisione, c’è chi fa la gara a chi urla di più, o chi la spara più grossa.
Tutto fa audience.
Scrivo queste poche righe per ricordare, soprattutto a me stesso, che tra l’informazione embedded e il solipsistico piacere di distruggere ogni spettacolo al quale si assiste c’è una via di mezzo, quella dell’onestà intellettuale.
È la famosa terza via, come sempre più accidentata e faticosa delle altre.
Sento che di questo piccolo sfogo dovrò fare uso spesso, in futuro, magari con qualche aggiunta contingente, ci scommetterei una cifra.
Passo e chiudo.

Stagione operistica 2008/2009 al Verdi di Trieste: i premi, le bocciature e altro.

Bene, ora che la stagione operistica al Verdi di Trieste si è conclusa, mi pare manchi solo una recita dell’Italiana in Algeri, posso assegnare i premi per le migliori (e peggiori…) performance dell’anno.
Si tratta di award semiseri, evidentemente, nello stile di questo blog, come feci l’anno scorso.
In generale la stagione è stata caratterizzata dalle numerose defezioni di artisti che erano stati annunciati, dovute alla drammatica situazione economica in cui versano tutte le fondazioni liriche italiane.
Il fenomeno della sparizione di cantanti o direttori (ah avessi anch’io la bacchetta magica, strasmile!) è infatti abbastanza comune, qui in Italia.
All’estero, in linea generale, ciò avviene con frequenza minore ma, soprattutto, i motivi sono diversi. Cantanti affaticati da scelte di repertorio sbagliate, per esempio. Ma questo è altro argomento e non è mia intenzione addentrarmi, almeno per il momento, in questa discussione.
Oggi, in questo post, mi limiterò ad assegnare i premi e a qualche episodica chiosa.
Se qualcuno fosse interessato (bah…non ci credo molto!) ad approfondire le motivazioni che hanno portato alle mie scelte può sempre leggere le recensioni semiserie di cui per comodità faccio qui sotto un elenco.
 
Migliore spettacolo : Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij.

I mimi convitati di pietra.

Le numerose le lettere di protesta al quotidiano locale da parte di melomani giurassici autoctoni sono la conferma della bellezza di questo lavoro, importato dal Teatro Stanislavskij di Mosca. Se ci mettiamo a contestare spettacoli belli come questo, siamo a posto!
 
Peggiore spettacolo: dovrei assegnare il premio a Giovanni Agostinucci per la Tosca, ma lo spettacolo è stato ampiamente riscattato dalla felicissima prestazione dei cantanti, perciò quest’anno m’astengo.
 
Migliore regia: Federico Tiezzi per la Norma di Bellini.
 
Peggiore regia: Giovanni Agostinucci per Tosca di Puccini. In alcuni momenti ridicolmente subilme, e pensare che i cantanti hanno cercato di migliorarla, rifiutandosi di seguire alcune indicazioni originali.
 
Migliore scenografia: sono molto in dubbio tra Pier Paolo Bisleri di Norma e David e Aleksandr Borovskij dell’Onegin, quindi un pilatesco ex aequo ci sta tutto.
 
Peggiore scenografia: Giovanni Agostinucci per Tosca, un vero e proprio orrore (in my humble opinion, obiouvsly)
 
Migliori costumi: Ol’ga Polikarpova per Evgenij Onegin.
 
Peggiori costumi: Giovanni Agostinucci per Tosca.
 
Migliori luci: Damir Ismagilov per Evgenij Onegin.
 
Peggiori luci: Giovanni Agostinucci per Tosca.
 
Migliore coreografia: Irina Lyčagina per Evgenij Onegin.
 
Peggiore coreografia: non ho visto nulla di scandaloso, di conseguenza m’astengo anche in questo caso.
 
Miglior tenore: Fabio Armilato, Cavaradossi, Tosca.

Tosca alla Fenice, 30.05.08

Ottima prestazione e soprattutto Armiliato (sopra la scena della fucilazione, nella regia di Robert Carsen alla Fenice di Venezia)  si conferma cantante intelligente, che non dorme sugli allori ma cerca di migliorare la resa psicologica dei suoi personaggi, anche nel caso di Cavaradossi, interpretato un’infinità di volte.
 
Peggior tenore: Brandon Jovanovich, Pollione, Norma.
Cantante non del tutto disprezzabile, ha ottenuto un buon successo al San Carlo di Napoli, in altro repertorio: con lo stile belliniano non c’entra nulla, però.
 
Migliore baritono: Juan Pons, Scarpia, Tosca.
Il cantante spagnolo è ancora in forma e la sua presenza scenica è soggiogante.
 
Peggior baritono: Bruno Caproni, Amonasro, cast alternativo Aida.
Una prova incolore, certo non raccapricciante, ma non andrei a rivederlo.
 
Miglior basso:  Dmitrij Ul’janov, Gremin, Evgenij Onegin.
Voce caldissima e da vero basso profondo, una graditissima sorpresa.
 
Peggior Basso: Nikolaj Didenko, Oroveso, Norma.
 
Miglior soprano: Daniela Dessì, Floria Tosca, Tosca.

Tosca alla Fenice, 30.05.08

C’è poco da aggiungere, la Dessì è una grande artista e in questa parte regge il confronto con qualsiasi cantante, anche del passato, l’ho scritto anche in altre occasioni e lo confermo oggi (anche lei qui ritratta nella Tosca di Carsen alla Fenice).
 
Peggiore soprano: Adriana Marfisi, Aida, Aida.
Non aggiungo altro perché ne ho parlato spesso.
 
Migliore mezzosoprano: Daniela Barcellona, Isabella, L’italiana in Algeri.
Una sicurezza, sono molto contento perché l’artista ha dimostrato che è in costante miglioramento.
 
Peggiore mezzosoprano: Renata Lamanda, Adalgisa, Norma.
Interpretazione del tutto sbagliata dal lato stilistico.
 
Migliore Direttore d’orchestra: Nello Santi, Aida.
 
Peggiore Direttore d’Orchestra: Julian Kovatchev, Norma.
 
Sorpresa positiva: in questo caso “sorpresa” non è il vocabolo giusto, perché Davide Livermore è un regista ampiamente affermato, però mi preme sottolineare come con pochi mezzi e tanta ironia si possa allestire uno spettacolo rispettoso delle esigenze dei cantanti e allo stesso tempo moderno ed intelligente.
 
Sorpresa negativa: come ho scritto all’inizio le troppe sostituzioni nei cast, a prescindere dalle motivazioni. Opere come Norma necessitano di specialisti e non di volenterosi sostituti, il pubblico ha diritto ad essere rispettato.
 
Varie ed eventuali: non so perché ma sono perseguitato da una terribile eventualità, che appaia cioè un direttore d’orchestra che abbia la mano pesante come Kovatchev e l’acconciatura di Ettinger. Un vero nuovo mostro (strasmile).
Non avrei mai pensato di vedere Eva Mei che si leva le caccole dal naso e le tira dietro ai compagni, ma anche cogliere le occhiate furiose di Daniela Dessì , inferocita perché inciampava continuamente su degli insensati veli di cui era ricoperto il pavimento, è stato esilarante.
E poi, ovviamente, tanti piccoli episodi, che rendono una serata in teatro qualcosa di magico ed irripetibile.
Di questa più ampia emozione devo ringraziare tutti, anche chi non ha dato il meglio dal punto di vista artistico.
Per ragioni personali nei prossimi mesi scriverò ancora meno del solito, so che potete farcela ugualmente a passare una bella estate (smile).
Un saluto e buon fine settimana a tutti.
 
 
 
 

Maria Callas, straordinaria anche nei momenti difficili.

In alcune occasioni, per capire la grandezza di un artista, basta scorrere la cronologia dei suoi impegni. Prendiamo il 1955, anno funesto soprattutto per un motivo, che svelerò più avanti.
Nell’aprile del 1955 Maria Callas cantò la parte di Fiorilla nel Turco in Italia alla Scala di Milano, oltre che qualche recita della Sonnambula, ovviamente come Amina.
Due produzioni storiche, in cui il soprano più celebre di sempre era in compagnia di artisti straordinari come Nicola Rossi Lemeni, Cesare Valletti, Leonard Bernstein, Mariano Stabile, Gianandrea Gavazzeni. Cantanti e direttori d’orchestra che hanno fatto la Storia della Lirica. Non si possono dimenticare i registi, Luchino Visconti e Franco Zeffirelli.
Dal 28 maggio al 7 giugno ritroviamo la Callas alla Scala di Milano, impegnata nella Traviata di Giuseppe Verdi, con Giuseppe Di Stefano ed Ettore Bastianini.
A fine giugno, sempre del 1955, all’Auditorium della RAI, Maria Callas registrava la Norma di Bellini, diretta da Tullio Serafin ed insieme a Ebe Stignani e Mario Del Monaco. Ne esce uno di quei dischi che sono considerati imprescindibili dagli appassionati.
Insomma, nonostante già a maggio del 1955 fosse evidente che stava per accadere qualcosa di terribile in Italia, ma che dico, nel mondo, Maria Callas proseguiva nella sua carriera rivoluzionaria.
Fiorilla, Amina, Violetta, Norma: creazioni artistiche straordinarie.
Eppure, proprio il 7 giugno 1955 nascevo io, che di artistico ho poco e di straordinario ancora meno.
Pensateci, mentre io venivo al mondo, Maria Callas trovava la forza, la concentrazione, per cantare la Traviata alla Scala di Milano!
(anche se, come potete vedere dalla foto, non prese benissimo la notizia)
I grandi artisti si vedono anche da come affrontano le difficoltà, le inquietudini della loro epoca.
Un altro, l’ennesimo, esempio della grandezza di Maria Callas.
 
 
Buona settimana a tutti (strasmile).
 
 

Recensione semiseria dell’Italiana in Algeri al Verdi di Trieste.

Venerdì scorso al Verdi di Trieste, con L’italiana in Algeri di Gioachino Rossini, è calato il sipario sulla stagione operistica 2008/2009.

Partitura chiusa!

Vi chiederete – Perché, Amfortas, pubblichi la foto della copertina della partitura? –
Beh –rispondo- perché immagino che neanche il direttore Dan Ettinger abbia aperto il fascicolo, avrei dovuto farlo io (strasmile)?
Solo così, infatti, si può spiegare la sciagurata lentezza dei tempi scelti da Ettinger, che è riuscito ad annoiarmi già dalla sinfonia iniziale.
E sì che il direttore israeliano pare essere, almeno a giudicare dalla pettinatura, una persona che sta molto attenta ai dettagli, seppure con risultati discutibili dal punto di vista estetico (capelli biondo platinato stile punk con ricrescita da afroamericano, un Johnny Rotten sul podio, ultrasmile. Eccolo qui nella versione sobria dalla sua home page su facebook).
Vabbè, non è certo questo il problema, si scherza, Maestro!
È che un Rossini piatto, privo di contrasti dinamici, monocorde, non funziona.
Peccato, perché Ettinger aveva a disposizione una compagnia di canto buona con punte d’eccellenza.
Prima di ragionarci sopra però spendo un paio di parole per l’allestimento di Pier Luigi Pizzi, qui ripreso da Paolo Panizza, che oltre alla regia firmava pure scene e costumi (qui le foto del Teatro Verdi).
Insomma, nulla di speciale.
La classica rivisitazione nel solco della tradizione; scena fissa, coro perlopiù schierato sullo sfondo, costumi che tendono ad esaltare giustamente la figura della protagonista, Isabella, sempre vestita da Diva eccentrica e volitiva. Anche alla regia, forse, mancava un po’ di brio, ma bisogna pur tener conto che è il lavoro è ormai vecchiotto, i gusti si evolvono. Rimane comunque uno spettacolo scorrevole, senza pacchianate o baracconate di regime.
Dal lato musicale, Daniela Barcellona, che rientrava da protagonista nella città natale, era attesissima.
La sua è un’ Isabella è di gran classe, sobria ma determinata, anche nel gesto scenico ma soprattutto impeccabile dal lato vocale. L’aria di sortita, Cruda Sorte, è stata affrontata con l’indispensabile cautela, ma già nella maliziosa cabaletta l’artista ha dimostrato che non è solo “chiacchiere e distintivo” (scusate, ho rivisto per la centesima volta Gli Intoccabili qualche giorno fa, smile).
Ottima poi nelle altre arie celeberrime, Per lui che adoro e Pensa alla Patria. In tutta l’opera Daniela è apparsa in gran forma: agilità fluide, fraseggio preciso, registro acuto sicuro, disinvoltura scenica e ottimo gusto. La voce poi è bellissima e non lo scopro certo io, accidenti! Molti applausi a scena aperta hanno sottolineato la sua prestazione.
In particolare sono molto contento perché la Barcellona è parsa sicura negli acuti, che le hanno dato qualche problema in passato. La puntatura finale in Pensa alla Patria ne è testimonianza.
Una prova davvero rilevante, tra le migliori alle quali ho assistito quest’anno dal vivo.
Potrei dire la stessa cosa per Lawrence Brownlee, che ha dato una lezione di canto rossiniano, semplicemente.
Il tenore americano ha una voce gradevole, non enorme certo, ma proiettata magnificamente. Acuti facili a dir poco, dizione nitida, linea di canto immacolata. Non si percepisce alcuna forzatura, non c’è mai quello sgradevole senso di disomogeneità tra registri vocali che invece si percepisce in alcuni suoi colleghi anche più acclamati. Tra l’altro il bravo Lawrence non si è fatto certo sconti nella coloratura, anzi. Dopo il Languir per una bella il pubblico si è esaltato, e alle prime triestine non succede di frequente.
Ho notato con piacere che rispetto alle ultime esibizioni la voce, specialmente nel registro centrale, si è irrobustita, diventando così più virile e corposa. Bravo!
Paolo Pecchioli era nei panni del Bey Mustafà, una parte che è insidiosa perché spesso gli interpreti vanno in overacting, volgarizzando un personaggio che non richiede lazzi inopportuni, ma solo brio e vivacità.
Il basso non ha, a mio parere, una grande personalità né uno strumento particolarmente prezioso, però la sua prova è stata complessivamente discreta. La voce in alcune occasioni è sembrata velata, poco incisiva. Brillante invece nel difficile sillabato rossiniano, che spesso ho sentito risolto in un indistinto gargarismo assai fastidioso. Bene negli acuti, un po’ cavernosi e sofferti i gravi.
Paolo Bordogna è un basso buffo che s’ispira in modo evidente al grandissimo Enzo Dara nella gestualità e, se non vuole strafare come l’anno scorso nel Turco in Italia, è oggi uno dei pochi artisti (insieme a Alfonso Antoniozzi, per esempio) che riesce a divertire con classe ed intelligenza. La voce è di timbro quasi tenorile, timbrata e sonora. Il suo Taddeo, personaggio sfigato come pochi, esce bene nella connotazione di cicisbeo sempre preso in mezzo tra le furbate di Isabella e l’ardore ormonale di Mustafà (non so che significhi ciò che ho scritto, però suona bene, smile).
Qualche forzatura in acuto si è percepita nella prova, comunque discreta, del soprano Carla Di Censo, Elvira, la moglie momentaneamente ripudiata di Mustafà. Nei concertati la sua voce spiccava, comunque.
Bravo pure il basso baritono Marco Camastra, incisivo nella piccola parte di Haly e buon interprete dell’aria Le femmine d’Italia, cantata con gusto mentre sullo sfondo erano proiettate le immagini di alcuni quadri famosi che io, ignorante come pochi in questo campo, non ho riconosciuto (urge un corso che mi dia almeno un’infarinatura sull’argomento, mannaggia).
Completava il cast il mezzosoprano Elena Traversi, che è sembrata dignitosa nella breve parte di Zulma.
Bene il Coro, ma ormai non fa più notizia. La compagine triestina, diretta dal serio e bravo Lorenzo Fratini, è una sicurezza per il futuro del Verdi di Trieste.
L’orchestra triestina si è espressa ad ottimi livelli e credo sia da sottolineare il rendimento complessivo in tutta la stagione, perché sul podio, quest’anno, ne ha viste davvero tante.
Pubblico non particolarmente numeroso, parecchi i posti vuoti in platea, circostanza dovuta, credo, all’imminente lungo ponte (f)estivo.
Trionfo per Daniela Barcellona e Lawrence Brownlee, successo pieno per tutti gli altri.
Quando ho tempo, come ho fatto l’anno scorso, assegnerò i premi ai protagonisti della stagione che si è appena conclusa, nella forma nazional-popolare e stucchevole che mi è consueta: il miglior soprano, il peggior regista ecc.
So che non aspettate altro… (strasmile)
Buona settimana a tutti.
 
 
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