Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Guida ragionata all’ascolto della musica lirica, terza e forse ultima puntata.

Però, con che Compositore cominciare?
Beh, allora parliamo d’amore, o almeno di sentimenti amorosi, perché tutti, prima o poi, passiamo sotto queste forche caudine.
Credo che Rodolfo Celletti (mi pare) non si sbagliasse quando ha affermato che Puccini è stato l’ultimo spacciatore d’amore in musica.
Dopo di lui, quest’attività malavitosa è passata al cinema. Quindi, io direi che una bella Bohème non si nega a nessuno e una al giorno leva il medico di torno. Scelta personalissima e discutibile, la mia, ovvio.
Cominciate da questa, che è semplicemente straordinaria e così ricordate (e lo faccio anch’io, ciao Luciano!) il secondo anniversario della scomparsa di Pavarotti.
Per curiosità, facciamo qualche passo indietro nel tempo, nel tentativo di ricercare le origini del melodramma, beninteso in modo scherzoso.
Poco fa ho parlato, celiando, di attività malavitosa; forse non tutti sanno che tra il 500 ed il 700 la professione dell’attore era ritenuta, diciamo così, disdicevole.
Per esempio a quei tempi essere donna, oltre che attrice, era considerata un’aggravante (che strano, vero?)! Le donne che si esibivano in pubblico, nel caso mantenessero un atteggiamento decoroso (da notare l’uso dei verbi), erano gratificate dalla Chiesa con questo appellativo: meretrices honestae.
No, ma grazie eh? La Chiesa è sempre avanti, non c’è nulla da fare.
Addirittura il Papa Sisto V firmò nel 1588 una bolla che vietava alle donne, attrici o cantanti che fossero, di esibirsi a Roma: magari si potesse fare oggi, con certi attori e cantanti, e su tutto il territorio nazionale isole comprese.
Anche a quei tempi però, si chiudeva un occhio per alcune privilegiate, non sempre di talento eccelso (almeno, come dire, in pubblico). Vi ricorda qualcosa?
In realtà, proprio al tanto deprecato nepotismo dobbiamo la diffusione della lirica in Italia; a fare la frittata fu Urbano VIII Barberini,
nominando cardinali i suoi tre nipoti, che dissestarono in modo molto “creativo” (ehm…) le casse dello Stato Pontificio: “A Roma, quello che non fecero i barbari, fecero i Barberini”, si dice ancora oggi nell’Urbe Eterna.
Tutti e tre i nipoti amarono molto la musica, tanto che nel teatro privato dei Barberini, che poteva ospitare 3000 persone (!) fu probabilmente allestita per la prima volta la Diana Schernita
di Giacinto Cornacchioli, che doveva essere una specie di film porno dell’epoca, visto che la trama comprendeva uno spogliarello della dea, che finiva poi languidamente tra le braccia frementi di un arrapatissimo Pan in una grotta!
Ma il lavoro che lanciò in tutta Europa la lirica fu il Sant’Alessio di Stefano Landi.
Uno dei tre nipoti porcellini di Urbano, Antonio, curò personalmente l’allestimento dell’opera nel teatro di famiglia e affidò la scenografia nientemeno che a Lorenzo Bernini, il quale ovviamente sfruttò al massimo il suo talento ed i soldi che aveva a disposizione per stupire gli spettatori.
Il successo fu tale, che il lavoro fu esportato a Venezia, Vienna, Parigi.
Ma non solo, in questa grande disponibilità di mezzi finanziari, c’è in nuce la spiegazione della complessità della trama di maggior parte dei libretti operistici: nei numerosi cambi di scena, gli artisti come Bernini
potevano dare sfogo a tutta la loro creatività virtuosa.
Quindi, da oggi in poi, chi si ritrova annoiato a leggere le mie esternazioni musicali, sappia che la colpa non è solo mia, ma anche della Chiesa e del nepotismo.
Allora, concludendo questo mio piccolo “dietro alle quinte”, qual è il consiglio?
Andiamo a Teatro: fa bene alla salute, vediamo gente, apprezziamo il valore reale degli artisti e viviamo in un ambiente non troppo sofisticato dalla tecnologia la nostra passione per l’Opera, ne trarremo in ogni caso occasione di divertimento. Chissà che non capitiamo, per caso, in una di quelle serate magiche, tanto musicalmente non ortodosse e poco filologiche come quegli spettatori che nel 1951, a Mexico City, si esaltarono seguendo lo scontro tra Maria Callas e Mario Del Monaco nell’Aida di Verdi.
Di quella serata resta la documentazione storica in un disco live, assolutamente genuino, della EMI.
Certo, ci sarebbe da porre l’accento e puntualizzare ancora moltissime circostanze, ma questa è una divulgazione dilettantesca, e per di più, semiseria.
Se c’è qualche imprecisione, fatemelo sapere.
Buona settimana a tutti.
 
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13 risposte a “Guida ragionata all’ascolto della musica lirica, terza e forse ultima puntata.

  1. annaritav 7 settembre 2009 alle 4:17 pm

    Ho letto con grande interesse queste tue lezioni tra il serio e il faceto e ciò che racconti sulla genesi delle registrazioni mi ha lasciata di stucco. Hai dunque ragione nell’invitarci a teatro, anche se lì a volte mi distraggo ugualmente perché la mia saltellante attenzione si fissa su un particolare, su un movimento, su un gruppo di suoni. L’attività propedeutica che suggerisci io in parte già la applico, cerco infatti di informarmi o di rinfrescarmi la memoria sull’opera originale e leggo sempre il libretto, per farmi un’idea più precisa della storia. Mi è molto piaciuto il racconto dell’iniziazione lirica di Gabrilu; mi ha ricordato quella di mio marito che a quindici anni andò alla sua prima opera avendo dimenticato a casa gli occhiali. Mi ha raccontato che non vide nulla, ma fece una sconvolgente esperienza uditiva proprio grazie a Mario Del Monaco.
    E intanto io ringrazio te per questa piacevole escursione 🙂
    A presto e salutissimi.
    Annarita

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  2. gabrilu 7 settembre 2009 alle 6:34 pm

    Dear Amfortas, intanto ti comunico che mi sono comprata un paio di occhiali nuovi apposta per leggere i tuoi post e quindi ho letto/recuperato anche la seconda puntata di questa tua semiseria (?) dissertazione.
    Poi.
    Sui retroscena delle incisioni è proprio come dici tu. Sono cose note e non mi ci soffermo.

    Mi soffermo un attimo invece sull’andare a teatro, perchè a questo proposito pensavo una cosa un po’ perversa ma forse poi mica tanto (decidi tu), e cioè che oggi noi tutti ci lamentiamo (io almeno mi lamento) di telefonini non spenti, di chiacchiericci, bisbigli e maleducazioni varie.

    Vorremmo (vorrei) che in sala ci fosse silenzio assoluto, che chi ha la tosse se la ingoi, che chi scarta un caramella venga fulminato sul posto etc. etc.

    Eppure, anche questo nostro (mio) desiderio ormai purtroppo quasi sempre frustrato appartiene ad una modalità di fruizione dell’opera lirica che non è quella delle origini.

    Perchè il teatro d’opera lirica, proprio nei momenti del suo massimo splendore, era un luogo in cui la gente andava per amoreggiare, mangiare, spettegolare, intrigare.

    Ascoltare la musica e i cantanti era un’optional, non l’obiettivo principale di chi andava a teatro.

    Dalle Memorie di Casanova a Stendhal non mancano certo le testimonianze.

    Eppure, pur sapendolo, noi cerchiamo di rimuovere questa consapevolezza.

    Tutto questo per dire (non voglio farla lunga) che in fondo anche la nostra idea idealizzata di un bell’ascolto di opera lirica è qualcosa che non ha a che fare con la Storia dell’Opera, il nostro ideale di ascolto in teatro è comunque (ed io credo inevitabilmente) storicamente stravolto.
    Non dico che oggi sia meglio o peggio di ieri, ma certamente le modalità sono cambiate profondamente.

    Mi vengono in mente le splendide pagine di NIetzsche a proposto dell’origine della tragedia greca e della fruizione di essa da parte degli antichi greci e in epoca moderna.

    Noi oggi andiamo a vedere una tragedia greca (Siracusa, tanto per citare uno dei luoghi migliori) e guardiamo una cosa che con Eschilo, Sofocle ed Euripide non c’entrano quasi nulla.

    Noi assistiamo oggi ad una tragedia greca in un modo, un atteggiamento mentale, una emotività, che con quelle del pubblico degli antichi greci ha poco o nulla in comune.
    Ma qui il discorso diventa troppo lungo, era solo un parallelismo che mi era venuto in mente leggendoti.
    Ho già occupato troppo spazio.

    Ad majora.

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  3. utente anonimo 7 settembre 2009 alle 7:03 pm

    Meretrices honestae o meno…
    A Genova bastava che pagassero un balzello che in parte(piccola) finiva alla Chiesa. Pratico.
    ciao dall’onesto polpo

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  4. amfortas 8 settembre 2009 alle 8:30 am

    Annarita, è sicuro che il metodo migliore per godere della lirica è vederla a teatro, però è importante anche accostarsi all’ascolto di questi capolavori con un minimo di preparazione, altrimenti si rischia, anche qui, di apprezzare ciò che non è valido.
    Vai a Venezia, allora?
    Ciao!
    gabrilu, hai perfettamente ragione, una volta i teatri erano veramente un casino da certi punti di vista. Non credo che il silenzio fosse particolarmente apprezzato, forse con l’eccezione delle arie più famose.
    Il problema che poni è rilevante proprio dal punto di vista antropologico e vale anche per altre forme di spettacolo. Esempio banalissimo, la televisione, pensa un po’. Una volta, per quanto possa oggi apparire incredibile, vedere la televisione era motivo persino d’aggregazione: le famose puntate di Lascia o raddoppia viste accalcandosi davanti alle vetrine dei negozi ne sono la testimonianza. Oggi, invece, la televisione isola in un primo tempo e poi crea delle piccole isolette di confronto: chi guarda il Grande Fratello il giorno dopo parla di quello, chi guarda Lost ne scrive sul blog (strasmile) e condivide con altri appassionati emozioni e altro.
    Qui a Trieste, come immagino ovunque, abbiamo vestigia di un antico teatro romano. Ora, è chiaro che vedere uno spettacolo teatrale in luoghi del genere è suggestivo, però gli antichi romani non avevano come sottofondo i clacson e il rumore indistinto della movida cittadina.
    Ciao, spero che tu non abbia speso troppo per gli occhiali eh? 🙂
    octopus, beh allora, se la metti così, mi sa che dovremmo leggere meglio l’albero genealogico di gran parte dei banchieri di Dio, no?
    Ciao!

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  5. utente anonimo 8 settembre 2009 alle 10:25 am

    da Giuliano:
    …io partivo dall’Euridice di Peri e dalla Camerata dei Bardi! Fin lì non c’ero mai arrivato, anche se di Stefano Landi qualcosina conosco (poco).
    So anche che già ai tempi di Leonardo si facevano spettacoli complessi, molto simili all’opera come la pensiamo oggi, e che Leonardo era attivissimo anche come regista e scenografo.
    A giudizio comune, la prima grande opera è l’Orfeo di Monteverdi (1607), a Mantova: questo va detto – ma se fai la quarta e quinta puntata…
    PS: non so se te lo hanno detto (forse sarà uno shock), ma oggi le “meretrices honestae” fanno il ministro e il parlamentare europeo… (e ben pagate!)
    PPS: non so che emoticon mettere. C’è da ridere o da piangere?

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  6. amfortas 8 settembre 2009 alle 11:12 am

    Giuliano, non esiste emoticon che possa esprimere quello che penso io…ma grazie per il tuo commento.
    In generale, non so se ci saranno altre puntate perché nei prossimi giorni dovrei dedicarmi ad altro, ma non si sa mai.
    Ciao!
    P.S.
    Su questo blog il vocabolo “camerata” è sconsigliato 🙂

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  7. utente anonimo 8 settembre 2009 alle 12:37 pm

    da Giuliano:
    “meretrices” non nel senso delle attrici, si intende! che ben vengano le attrici in Parlamento, quelle vere: ce ne sono tante brave e preparate
    🙂
    e Camerata nel senso che aveva nel ‘500, s’intende!
    (in Emilia, e penso anche in area veneta, “compagno” significa uguale: due scarpe compagne, per esempio).

    Posso aggiungere, per i curiosi, che nel romanzo di Gautier “Capitan Fracassa” è descritta nei dettagli la vita dell’attore (e delle attrici) del periodo di cui hai parlato, compreso un funerale molto commovente, in terra non consacrata.

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  8. megbr 8 settembre 2009 alle 4:22 pm

    anch’io .. anch’io voglio il seguito… e l’inizio della Camerata dei Bardi e l’Euridice del Peri (vista, un pò di anni fa a Batignano …) ed un hip hip urrà alle meretrices honestae (che, e contraddico Giulio, NON fanno, aimè, le ministre… altrimenti darebbero solo lustro ed onore agl’infangati incarichi…)

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  9. amfortas 8 settembre 2009 alle 5:14 pm

    Giuliano, che ne dici di meratricces? In giro ci sono neologismi peggiori…
    Quanto a “compagno” confermo: a Trieste lo dicono di più gli anziani, perché anche qui nella mitteleuropa la lingua si evolve, però significa uguale o identico.
    C’è anche l’accezione che significa “simile”: no go mai visto un mona compagno, ad esempio, che è una delle frasi che sento più spesso, riferite alla mia persona.
    Poi dicono che non sono auoironico, mannaggia.
    Ciao 🙂

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  10. amfortas 8 settembre 2009 alle 5:17 pm

    Ah sì, e grazie per il consiglio letterario!

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  11. amfortas 8 settembre 2009 alle 5:21 pm

    megbr, un saluto anche a te! Per il futuro non so perché tra qualche giorno vado a vedere a Venezia una delle più famose meretrici dell’opera, anzi direi proprio la più famosa.
    Chissà che nel frattempo Splinder riesca a far sì che i commenti appaiano a tempo debito, ma mi pare più facile che Violetta resusciti e ricompaia nei Vespri Siciliani…

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  12. colfavoredellenebbie 10 settembre 2009 alle 8:56 pm

    Ho letto tutte e tre le puntate, con la stessa attenzione e coinvolgimento con cui mi sono lasciata ‘addomesticare’ alla lirica.

    La mia prima supplenza, lunga un anno, l’ho fatta nel liceo di un paese distante venti km dal mio.
    Mi passavano a prendere ogni giorno e mi riportavano a casa due colleghi ‘grandi’ in tanti sensi: ne sostituivo uno, che aveva ricevuto l’incarico di preside.

    Quella è stata la mia università più importante.

    Appena salivo in macchina venivo accompagnata dal segmento lirico appropriato all’occasione, a canto spiegato.

    Mai nella vita ho fatto viaggi più piacevoli.
    Il piacere è diventato passione, ma da autodidatta che sa sempre troppo poco poco.

    Quindi, grazie:)
    ciao, eh
    z.

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  13. amfortas 10 settembre 2009 alle 9:48 pm

    Zena ciao!
    Belli i viaggetti con i compagni che cantano no? Almeno erano intonati? No, perché io quando canto in auto vengo zittito brutalmente 🙂
    E poi guarda che gli autodidatti spesso hanno molto da insegnare ai “tecnici”, perché spesso colgono aspetti che sfuggono e godono della musica in modo assai più naturale.
    Mi fa molto piacere la tua visita qui, io ho lasciato un saluto collettivo in una stanza ormai abbandonata, ricoperta da qualche ragnatela 🙂

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