Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: novembre 2009

Tancredi di Rossini al Regio di Torino: qualche considerazione semiseria preliminare.

Forse qualcuno, segnatamente tra i non melomani, si sarà chiesto come mai questo sordido postaccio virtuale si chiami “Di tanti pulpiti”.
Beh, l’allestimento del Tancredi di Rossini al Regio di Torino mi dà l’occasione per spiegarlo.
Il Tancredi è l’opera del genio pesarese che amo di più e tra le mie opere preferite tout court.
Non mi metto a spiegare come e perché, sarebbe noioso, ma sappiate che un tale capolavoro è rimasto praticamente sconosciuto sino a circa trent’anni fa.
Evidentemente per qualche anno s’è portato dietro un po’ di sfiga, come avvenne per la prima del 6 febbraio 1813 a Venezia, quando due protagoniste

Adelaide Malanotte (una bella veronese cara alle Grazie e alle Muse-disse Ugo Foscolo-) e Elisabetta Manfredini, s’ammalarono e la recita fu sospesa. Solo qualche giorno dopo,  il lavoro fu rappresentato nella sua completezza (11 febbraio).
Insomma, uno dei momenti più belli è proprio la cavatina di Tancredi che s’intitola “Di tanti pAlpiti” ed io, da simpatico umorista quale sono, con ardito calembour l’ho trasformata nel titolo di questo blog.
Bene, risolto il mistero, andiamo avanti.
Il Tancredi è l’esempio di quanto prezioso sia il lavoro dei filologi, un lavoro che spesso porta a risultati controversi, come vedremo nei prossimi giorni a proposito della Carmen che aprirà la stagione scaligera.
L’opera originariamente nasce con un finale lieto, com’era d’uso in quei tempi e contrariamente dalla tragedia di Voltaire da cui è tratto.
Nello stesso anno il musicista su pressione del marito (o compagno o amante, non ricordo) della Malanotte, per una rappresentazione ferrarese, scrisse il finale tragico, che all’inizio non fu capito e apprezzato dal pubblico del tempo.
Quindi anche Rossini, come hanno fatto tutti i grandi compositori, dovette venire a patti con le esigenze, o se preferite gli isterismi, delle primedonne che se non avevano un loro momento di gloria personale davano fuori di matto.
In questa specialità si distinsero la stessa Malanotte ma anche la più celebre interprete di Tancredi (che è una parte en travesti, lo ricordo per chi non lo sapesse), Giuditta Pasta,

che non conoscendo il finale tragico e non apprezzando quello lieto pretese che Rossini scrivesse delle variazioni per un’aria scritta (Il braccio mio conquise) da un altro compositore, Giuseppe Nicolini.
Vi figurate un giovane di ventuno anni (tanti, o meglio, così pochi, ne contava Rossini) alle prese con questi artisti, famosi e affermati? Una vitaccia, davvero (smile).
Insomma, spesso orientarsi tra le varie edizioni è arduo, tanto che anche nella versione prevista per questo allestimento al Regio di Torino, è in programma qualche taglio strano.
Sulla carta la compagnia di canto è di eccellente livello: Patrizia Ciofi, Daniela Barcellona, Antonino Siragusa. Tutti artisti di cui ho parlato più volte e quasi sempre bene, speriamo che non mi deludano.
Ho qualche perplessità sul direttore, Kristjan Järvi, che mi pare sia all’esordio rossiniano. Rischioso mettere un neofita alla testa dell’orchestra in una partitura così ricca di colori e sfumature come questa.
Vedremo che succede in teatro, giovedì prossimo.
Fuori dal teatro, invece, è già in agenda la visita a una cioccolateria nella quale spenderò una cifra folle in prelibatezze varie.
Beh, dai, tanto ho ripreso a fare jogging quindi smaltirò con calma (smile).
Buona settimana a tutti.
 

Porgi un fiore, salverai (forse) un cervello: la Violetta del Pensiero.

Per ora hanno dato ulteriore visibilità all’editoriale-appello di OperaClick i seguenti siti e blog:

Giorgia

Marina Garaventa

Milady-de-Winter

Micaela Carosi e il suo gruppo "La lirica su facebook"

La voce del loggione

Patrizia Monteverdi sulle pagine di Repubblica-Parma

La Cieca

Piazza Fidenza

Ariela

Giuliano Deladelmur

Inoltre, moltissimi appassionati hanno diffuso il testo sulle loro pagine di Facebook.
Grazie a tutti!
Allora, come buona parte di chi mi legge sa bene, questo blog si occupa perlopiù di opera lirica.

Amfortas, oltre che scrivere qui è anche collaboratore di OperaClick, quotidiano di informazione operistica, col nickname Paolo Bullo.
In questa veste, diciamo così, ufficiale, mi è stato chiesto di scrivere qualcosa riguardo ad una vicenda davvero deplorevole accaduta (e forse ne vedremo delle belle, ancora) al Teatro dell’Opera di Roma.
L’ho fatto volentieri anche perché erano davvero tante le proteste degli appassionati che si sentivano presi in giro e gabbati.
Inoltre, ho preso la palla al balzo e grazie alla preziosa collaborazione della collega e amica Patrizia Monteverdi (che gestisce questo spazio virtuale sulla pagina di Repubblica-Parma), ho descritto uno dei tanti episodi in cui chi ci governa, a prescindere dal colore politico, e anche a prescindere dal calcolo delle probabilità a questo punto, prende la decisione sbagliata.
Cioè questi non ci beccano neanche per sbaglio.
 
Se siete d’accordo con le mie e nostre recriminazioni, vi pregherei di darne testimonianza diretta firmando le due petizioni che abbiamo presentato:
 

 
Inoltre sempre se siete d’accordo,  date visibilità (sui vostri blog, su Facebook, insomma come vi pare) all’editoriale e/o all’iniziativa, ve ne sarò grato.
Insomma, porgiamo a Zeffirelli e amministratori politici ciechi una Violetta del pensiero che, contrariamente a quanto farebbe piacere a loro, non appassisce mai.

Una cosa è certa, Franco Zeffirelli, che è stato insignito già di tanti e prestigiosi premi, da oggi ne può vantare un altro: quello di nuovo mostro, assegnato da me in persona.

Se non siete d’accordo invece, parlatene pure qui, tanto prima o poi rispondo.
Ciao a tutti.

Recensione semiseria del secondo cast del Trovatore al Teatro Verdi di Treste.

In privato una decina di persone mi hanno chiesto se scriverò la recensione semiseria del Tancredi al Regio di Torino, ora in diretta su RADIO3. La risposta è sì, ma siccome sarò presente in teatro il 3 dicembre, ovviamente parlerò della recita alla quale assisterò. Ciao a tutti.

Dopo la complessivamente discreta prima del 18 novembre, che presentava ovviamente il cast principale, sono stato a vedere al Teatro Verdi la pomeridiana di domenica pomeriggio, in cui si esibiva il cast alternativo, come si dice oggi.

Cast alternativo è uno di quei paraneologismi politically correct che si usano per definire il secondo cast, quella che sulla carta è la compagnia di canto con minor tasso teorico di classe artistica.
Spesso in queste occasioni si hanno delle sorprese positive: molti cantanti diventati poi famosi hanno cominciato, evidentemente, dal cast meno prestigioso.
Un esempio per tutti, Luciano Pavarotti, che nell’ormai lontano 1963 sostituì un indisposto Di Stefano in una Bohème a Londra.
A Trieste, invece, le cose sono andate diversamente e pure in maniera confusa.
In alternanza a Francesco Hong nel ruolo di Manrico era previsto il tenore Rubens Pelizzari, di cui però si sono perse le tracce. Non sono riuscito a capire come mai non abbia cantato, anche perché compare ancora in locandina e non è stata annunciata l’indisposizione prima della recita.
Già il quotidiano locale, nella cronaca della recita di venerdì sera, non citava il nome del tenore sostituto.
Ho scoperto domenica pomeriggio, e ne avrei fatto a meno volentieri, che il nuovo Manrico era Viktor Afanasenko, che ha cantato talmente male che si può dire che codesta recita del Trovatore mancasse proprio del…Trovatore.
Non voglio infierire perché bisogna avere rispetto degli artisti almeno per l’impegno che ci mettono, però anche il pubblico pagante avrebbe le sue esigenze, no?
Bene, Afasanenko spesso non si sentiva dalla sesta fila di platea e questi sono stati i suoi momenti migliori.
Ad un certo punto, avrei desiderato che la scure cadesse sul suo capo con un’ora di anticipo (si scherza eh? Strasmile) e, quando nella scena del carcere si rivolge ad Azucena dicendo Madre, non dormi?, mi è venuto spontaneo pensare che la povera zingara avesse il sonno turbato dai pensieri che le dava il figlio che stava boccheggiando sul palcoscenico, accidenti (strasmile).
Insomma, grazie a Afasanenko per aver “salvato” la recita, ma se non lo sentirò più cantare a Trieste non mi straccerò le vesti.
 
Nella parte di Leonora c’era Rachele Stanisci


che, insomma, ha fatto il suo compitino discretamente per quanto da lei m’aspettassi di più, visto che Leonora è uno dei suoi cavalli di battaglia. Non ho particolari rimproveri da muoverle, al di là di un’interpretazione abbastanza monocorde. La voce non è male, ma decisamente sorda nella prima ottava, mentre le agilità di forza sono sembrate abbastanza a posto, anche se i tagli voluti dal direttore Maurizio Barbacini semplificano la parte di molto (vale anche per la Serjan del primo cast, però).
C’è da dire che il soprano ha una buona presenza scenica e sempre un certo buon gusto nel porgere, che non è cosa da sottovalutare.
 
Mi avevano riferito un gran bene di Andrea Edina Ulbrich, che era nei panni di Azucena.
In realtà pure lei non è stata granché, mettendo in mostra qualche acuto abbastanza buono, ma poco più di questo.
Dizione fantasiosa, qualche eccesso di verismo interpretativo, che è da sempre il refugium peccatorum dei cantanti che non hanno altri mezzi per esprimersi compiutamente. Una zingara un po’ sbracata, ecco.
 
La sorpresa positiva è arrivata da Claudio Sgura, Conte di Luna, che se non si è dannato a cercare soluzioni interpretative raffinate, ha almeno esibito una voce bella e importante, di timbro scuro e maschio, assai adatta alla parte del fratello incazzato di Manrico.
L’aria Il balen del suo sorriso è stata risolta di forza, ma alla fine la caratterizzazione del personaggio è stata convincente, anche perché il baritono può vantare una figura imponente e un’ottima disinvoltura scenica.
Bravo! Ed è pure relativamente giovane, mi pare abbia 35 anni. Spero di risentirlo presto.
 
Enrico Giuseppe Iori ha cantato discretamente e il suo Ferrando, seppure non mi abbia certo fatto gridare al miracolo, si può considerare di buon livello.
I comprimari si sono comportati come in occasione della prima, quindi abbastanza bene.
Ancora una volta il direttore Maurizio Barbacini ha messo su un gran casino: fragorosa, superficiale, la sua concertazione fa scomparire tutto il lato notturno, malinconico, dell’opera.
Notevoli anche le incomprensioni col palcoscenico, e con il Coro in particolare, anche domenica sotto gli standard d’eccellenza a cui mi ha abituato negli ultimi anni. Bene però le voci femminili nella scena del convento.
Teatro esaurito e pubblico molto contento, che ha risparmiato contestazioni al tenore e ha premiato tutti con grandi applausi. Trionfo per Claudio Sgura, quasi attonito e sorpreso da tanto entusiasmo.
Quindi, superato l’inizio di stagione a Trieste, mi posso concentrare sulla prima scaligera della Carmen, alla quale dedicherò qualche post un po’ diverso dal solito.
Prima però c’è Il Tancredi a Torino, una delle opere che amo di più.
Buona settimana a tutti.

Recensione semiseria del Trovatore al Teatro Verdi di Trieste.

E si è arrivati alla sera della prima.
Serata di gala, ovviamente, che comporta alcuni stereotipi, varie baracconate di regime e pure qualche figura retorica inutile.
In ordine sparso: maggioranza di uomini vestiti col frac (badate ben non io…), percentuale consistente di politici d’accatto, potentati ignari di cosa succeda sul palcoscenico, donne(?) con abbigliamenti (?) stravaganti, spesso leopardati quando non addirittura ghepardati, carabinieri in alta uniforme, vigili in alta uniforme e alta uniformità di sorrisi stampati su visi evidentemente mondati dalle rughe con l’ausilio di qualche bisturi

 (mica c’è nulla di male, però memento balestra semper ultrasmile).
Il momento più divertente della serata è stato quando, nel foyer, il vestito di una gran dama di piccole dimensioni è stato involontariamente agganciato dai galloni di un signore in uniforme che non s’è accorto del contatto e continuava a procedere con lo sguardo fiero, pancia in dentro e petto in fuori.
Pareva la scena di un film comico muto, di quelli alla Buster Keaton (strasmile).
Poi però si è fatto sul serio, nel senso che una mia amica che curava la diretta dell’evento per la più nota radio locale, mi ha chiesto (a tradimento, senza avvertire! Smile, ciao Sara e Oscar) un parere sul Trovatore e sui tagli alla cultura: spero di aver biascicato qualcosa di decente.
Prima della prima, si è esibito sul palco il Sovrintendente Giorgio Zanfagnin, che ha fatto coram populo il punto della situazione finanziaria del Verdi di Trieste, che, al pari di tutte le altre fondazioni liriche italiane, è in forte sofferenza per i tagli al FUS. Sembra, e di questo va riconosciuto il merito anche ai dipendenti, che in questi mesi difficilissimi hanno mantenuto un atteggiamento responsabile, che Trieste stia messa meglio di altri. Il bilancio è in pareggio, si continuano a produrre spettacoli.
 
Il Trovatore di ieri sera, ad esempio, è stato coprodotto assieme all’Opera Royal de Wallonie di Liegi e affidato alla regia di Stefano Vizioli, che tra l’altro legge questo blog e quindi devo stare attento a ciò che scrivo (strasmile).
In realtà mi va di lusso, perché l’allestimento del regista è riuscito bene e merita d’essere visto.
Due enormi scale e due grandi carri sovrastano la scena, insinuando un senso di claustrofobia che giustifica il fatto che gli artisti cantino spesso al proscenio, quasi a significare che i sentimenti si estrinsecano fuori da quella cappa. Per il resto, anche attraverso l’impianto luci di Franco Marri, Vizioli punta saggiamente sul lato notturno dell’opera senza renderla inutilmente tetra. Sono molto belle, in particolare, le scene del carcere e del convento. Suggestiva nella sua semplicità anche la sortita di Leonora, con la luna a fare da sfondo. Sobri e appropriati i costumi di Alessandro Ciammarughi, che firma anche la scenografia.
La vicenda non subisce alcun trasposizione temporale e, come peraltro nel libretto, non c’è nulla che riconduca alla Spagna in modo preciso.
Insomma un allestimento tradizionale rivisitato con buon gusto e intelligenza, che non pecca di reazionario conservatorismo ma neanche d’intellettualismi un tanto al chilo (non so che voglia dire, ma mi pare che si capisca, smile).
Volendo cercare il pelo nell’uovo, la gestione dei movimenti di massa potrebbe essere migliorata, ma sono davvero particolari nell’ambito di una regia centrata.
Partitura Trovatore  
Dal lato musicale la serata è stata condizionata dalla direzione di Maurizio Barbacini, che mi limiterò a definire superficiale e chiassosa ma che ha avuto il demerito di condurre ad una prestazione fiacca ed imprecisa l’Orchestra del Verdi, che di solito s’esprime a livelli ben più alti (in particolare basterebbe ricordare l’Aida dell’anno scorso, con il giurassico Nello Santi sul podio)
Serata interlocutoria anche per il Coro, e chi mi legge sa che io sono sempre prodigo di complimenti per questi artisti.
 
Francesco Hong era nei panni di Manrico, parte difficile anche perché notissima e quindi esposta a confronti spesso ingenerosi. Il tenore ha epidermicamente superato la prova, anche se si è limitato, tutto sommato, a sparare acutazzi a nastro (qualcuno, forse, pure leggermente calante).
Scarso, per non dire nullo, l’approfondimento psicologico del personaggio, con la sola eccezione della scena del carcere, nella quale ho sentito qualche tentativo di addolcire il canto, insomma un’intenzione interpretativa. Quasi assenti legato e fraseggio, ahimé. Però, tanto per fare un raffronto ravvicinato, molto ma molto meglio dello Stuart Neill di Firenze.
La Leonora di Tatiana Serjan, invece, senza che mi faccia gridare al miracolo, mi ha convinto.
 
Il soprano ha un’idea precisa del famoso concetto di parola scenica tanto caro a Verdi e, forte anche di una fisicità e una presenza sul palco notevoli, ha tratteggiato un personaggio che lascia il segno. Passionale e delicata, determinata e allo stesso tempo conscia dell’ineluttabilità del suo destino.
La voce è affetta da un leggero vibrato stretto e la dizione perfettibile, ma nell’aria di sortita e nella forse ancor più temibile D’amor sull’ali rosee è risultata bravissima. Gli acuti sono puntuti, ma penetranti, incisivi.
Il fraseggio è curato e la voce ha la sufficiente ampiezza per reggere un ruolo che è tipicamente da lirico drammatico. Per me è stata la migliore della serata.
 
Discreto il Conte di Luna di Alberto Gazale,
ma anche in questo caso avrei preferito che il baritono ricercasse una maggior ricchezza di colori interpretativi: l’aria Il balen del suo sorriso, affrontata con iniziale cautela, è stata risolta tutta sul forte e mezzoforte. In generale è mancato un po’ di slancio amoroso: voglio dire, è uscita meglio la parte truce, vendicativa, del personaggio, a scapito dei momenti (pochi, a dire il vero) in cui il Conte s’abbandona al sentimento.
La voce è anonima ma gradevole e la linea di canto pulita, senza forzature. Gazale mi è sembrato convincente dal punto di vista attoriale e la dizione è stata chiarissima.
 
Note meno positive per Mariana Pentcheva, che l’anno scorso cantò qui a Trieste un’ottima Amneris.
Il mezzosoprano è stata in costante ed evidente difficoltà nel registro acuto, forzando molto la voce.
Il celeberrimo Stride la vampa comunicava solo un’indefinita agitazione, più dell’artista stessa che altro, mentre dal punto di vista drammaturgico è proprio è il momento chiave, lo snodo di tutta la vicenda.
Sono certo che nelle prossime recite la Pentcheva farà meglio, la prima è sempre un’incognita, ma mi ha deluso profondamente.
 
Carlo Cigni, nel ruolo di Ferrando, è stato autorevole e preciso, anche se la voce non è particolarmente attraente. Bene dal punto di vista della recitazione nella fondamentale scena del riconoscimento di Azucena (dell’agnizione, scrivono quelli che parlano bene, smile). Insomma, una buona prova per il basso.
Di buon livello la prestazione di tutti gli altri artisti impegnati nei ruoli minori.
Rimarchevole la Ines accorata e struggente di Alice Quintavalla, e sonoro il Ruiz di Antonello Ceron. Bravi, nelle loro piccole parti, Daniel De Vicente (Un messo) e Giovanni Alberico Spiazzi (Uno zingaro).
Il pubblico ha premiato tutta la compagnia di canto con applausi, anche a scena aperta (addirittura richieste di bis per Francesco Hong dopo l’acutazzo della pira).
All’uscita del teatro, pochi minuti dopo la fine dell’opera, era distribuito in omaggio Il Piccolo, quotidiano triestino: "Sosteniamo il Teatro Verdi", diceva in prima pagina. Un impegno che il giornale deve aver preso particolarmente a cuore, visto che c’era già stampata la recensione dello spettacolo appena concluso…
Domenica, con ogni probabilità, andrò a sentire il secondo cast.
Nel frattempo, sono auspicabili e benvenuti interventi di chi ha visto al recita in questione o ne seguirà altre.
Non sono capace d’inserire le foto in modo decente, pazienza, ho fatto casino una volta di più.
Hello everybody.

P.S.
Ero in compagnia di ex Ripley e vi posso assicurare che questa è, senza entrare in particolari, è la cosa più importante.
P.P.S.
Mi devo decidere a corrompere in qualche modo le arcigne (ma graziosissime) maschere del teatro: il Verdi è l’unico posto dove non riesco a scattare foto di straforo (strasmile).

 

Il Trovatore a Trieste: considerazioni finali prima della prima.

Il Trovatore di Giuseppe Verdi si presta a molte osservazioni e letture personali.
Nel primo post che ho dedicato a quest’opera ho sottolineato come io ci trovi molta rabbia, molta ansia, che Verdi esprime con la musica.
La rabbia è senz’altro di Azucena, che vuole vendetta.
Altro furore si trova nel Conte di Luna, amante respinto che deve subire pure l’umiliazione di essere scambiato per il suo rivale, Manrico (ah dalle tenebre tratta in errore io fui– dice Leonora-).
Quest’ultimo è sempre pronto a combattere e sguainare la spada. All’inizio Ferrando ci narra una vecchia storia di streghe e spaventa i suoi compagni d’armi.
L’atmosfera è sempre tesa, insomma.
Solo Leonora, all’apparenza, sembra un personaggio meno ansiogeno ma poi nella realtà (o meglio nella finzione del melodramma) si suicida.
Buona parte della vicenda si svolge di notte, al buio. Un buio che è talvolta rischiarato, si fa per dire, dal ricordo del rogo, di quella pira l’orrendo foco.
Il rogo è l’ossessione di Azucena che canta “Stride la vampa”.
Eppure, in tutto questo dolore, Verdi riesce a trovare l’ispirazione per alcuni passi che sembrano comunicare qualcosa di diverso dalla sofferenza.
Ho citato Tacea la notte placida nel post precedente, ma ce ne sono altri di momenti così intensamente amorosi.
In attesa della ormai imminente prima di domani sera, vi propongo uno di questi squarci di sereno.
Manrico e Leonora si parlano intimamente, sono preoccupati per il futuro, inutile negare le difficoltà (alla novella aurora assaliti saremo– chiosa Manrico-).
Leonora è agitata e per calmarla Manrico le si avvicina e le dichiara ancora il suo amore:
 
Amore…sublime amore,
In tale istante ti favelli al core.
 
Ah! Sì, ben mio è una di quelle pagine dalle quali se non si sa cantare non si esce vivi, anche perché subito dopo c’è la famosa pira.
Questa volta per l’ascolto ho scelto il tenore Carlo Bergonzi.
Tanti anni fa, in un’occasione non propriamente felicissima della mia vita, questa interpretazione mi fu di grande aiuto: la riascolto ancora con grande emozione.
 

Il Trovatore a Trieste: intervista a Stefano Vizioli.

Ci stiamo avvicinando alla prima del Trovatore a Trieste, e ieri sul Piccolo (quotidiano triestino) è apparsa una breve intervista a Stefano Vizioli, che curerà la regia del lavoro verdiano.
Mi pareva interessante riportarla qui sul blog. L’intervista è a firma di Maria C. Vilardo.
 
“Trovatore” avrà due prime compagnie di pari livello [bontà tua Stefano, sulla carta non è proprio così! (nota di Amfortas)] – dice Stefano Vizioli -. Per me personalmente è un lavoro difficile e al contempo stimolante, in cui si raddoppiano in un certo senso le psicologie, e ci si confronta anche con fisicità molto diverse. Il fatto importante della coproduzione con Liegi* permette una ammortizzazione delle spese, e fa circuitare una produzione che ha visto le intere maestranze del teatro lavorare e produrre "in casa" scene e costumi. Tutto è stato realizzato con un occhio molto attento alle disponibilità economiche, ma senza mai venir meno alle esigenze artistiche.
 
Che cosa più ama di “Trovatore”?
 
Verdi è il miglior regista delle sue opere. Credo che in questo spartito siano concentrate le più belle arie d’amore di tutto il repertorio verdiano, espressione dell’intensità della poesia amorosa romantica in cui però anche l’uomo di oggi può ritrovarsi. Come può il Conte di Luna, che è considerato un classico cattivo, cantare nel "balen del suo sorriso", note così luminose, così piene di pathos, di emozione, di onestà sentimentale? Forse in modo troppo prevedibile si è sempre visto Manrico come una sorta di "superman", dall’acuto insolente e muscolare, invece è un uomo che perde su tutti i fronti, lacerato da dubbi e incertezze. Manrico è un poeta, un romantico, un musicista, un soldato, non riesce mai a stare con le donne del suo destino. È un uomo di grande solitudine, di grande bellezza emozionale. I perdenti mi piacciono, provo compassione per loro. E tutti perdono, in quest’opera: Azucena, Manrico, Leonora, il Conte di Luna. L’utopia del trovatore è l’utopia del cuore che si scontra con la realtà. Un grandissimo aiuto me lo ha dato lo studio del testo originale di Gutierrez, ora tradotto anche in italiano, che offre ulteriori stimoli per approfondire e scavare dentro i personaggi.
 
L’occhio, in uno dei bozzetti scenografici, è simbolo di uno sguardo nell’interiorità dei personaggi?
 
Con Ciammarughi** siamo partiti dalla memoria di un nostro “Trovatore” negli Stati Uniti, nel 2003. Abbiamo voluto conservare l’evocazione della superstizione, della magia e della cattiveria degli uomini nei confronti della donna, della strega, della diversa. Nel primo atto, laddove c’è il coro maschile di Ferrando, “Sull’orlo dei tetti”, la femminilità nera, misteriosa della zingara Azucena, dalle radici archetipe, si materializza in un grande occhio che lentamente invade il palcoscenico. Poi la pupilla diventa luna, cioè rivela il mondo estatico femminile, amoroso di Leonora. Son come due facce della stessa medaglia.
 
*È un nuovo allestimento in coproduzione con l’Opera Royal de Wallonie di Liegi.
 
 
**Alessandro Ciammarughi è lo scenografo e costumista di questa produzione.
 
 
Una considerazione che ho già fatto in altre occasioni, ma le parole di Vizioli sulla diversità di Azucena mi danno l’occasione di ribadirla.
Pensiamo, solo per fare i casi più noti, a Rigoletto ("gobbo"), Violetta ("puttana"), Otello ("negro"): Verdi è stato, in qualche modo, un grande cantore della diversità.
Mica era facile, a quei tempi.
Buona settimana a tutti.
 
 
 

Il Trovatore a Trieste: dieci curiosità sull’opera.

In attesa della prolusione all’opera di Angelo Foletto, che si terrà questo pomeriggio al ridotto del Verdi di Trieste alle 18, volevo fare ancora qualche considerazione sparsa sull’opera.

 
1)      Il dramma originale di Garcia Gutiérrez, El Trovador, nonostante che in Spagna avesse ottenuto un successo enorme, non fu mai tradotto in italiano. E allora Verdi se lo fece tradurre da Giuseppina Strepponi, sua compagna.
2)      Anche questa volta il Maestro conferma di essere piuttosto attaccato al denaro, tanto che il Teatro San Carlo di Napoli rifiutò d’ospitare il debutto dell’opera, perché il sovrintendente dell’epoca valutò esose le pretese economiche del compositore.
3)      Verdi riscrisse un bel numero di versi frutto della poetica di Salvatore Cammarano, ma nella stesura definitiva questi cambiamenti non compaiono, perché con ogni probabilità il Maestro volle così onorare la memoria del librettista che, come ho segnalato nel post precedente, era passato a miglior vita.
4)      La zingara Azucena è il primo personaggio verdiano di primo piano affidato al registro mezzosopranile. Fino a quel momento per i mezzosoprano i ruoli erano stati sempre da coprotagonista. Poi il Maestro ci prese gusto, evidentemente, si pensi solo all’Amneris dell’Aida e alla Eboli del Don Carlo.
5)      Per la prima volta, con Il Trovatore, Verdi non scrive un Preludio.
6)      Persino nelle didascalie del libretto s’intuisce la prudenza dovuta all’attenta censura della Chiesa: nella terza scena della seconda parte quello che è evidentemente un convento è indicato come un generico luogo di ritiro!
7)      Nell’opera non c’è alcun duetto in senso classico tra i due innamorati, Manrico e Leonora, ma solo un brevissimo ariosetto, L’onda de’ suoni mistici.
8)      A proposito del famoso do della Pira, che spesso ha suscitato indignate discussioni tra sostenitori talebani della filologia e altrettanto rigidi fautori della tradizione, io la penso come Verdi, che a tale proposito disse: Lungi da me l’idea di rifiutare al pubblico quello che vuole. Mettetelo il do acuto se volete, purché sia buono! ( il suo interlocutore era Enrico Tamberlick, tenore che sparava acuti a nastro)
9)      Il Trovatore è suddiviso in quattro parti e non in atti, come di consueto.
10)   Ecco, come decima curiosità faccio una rivelazione. Tacea la notte placida è per me la più bella aria verdiana scritta per soprano.
Ve la propongo cantata da Leontyne Price, Leonora straordinaria, tra le più grandi di sempre.
 
 
 

Il Trovatore di Giuseppe Verdi apre la stagione operistica a Trieste.

Ci siamo quasi, manca ormai solo una settimana all’apertura della stagione lirica triestina.
Al Teatro Verdi è in programma Il Trovatore di Giuseppe Verdi, una delle opere più note del Maestro.
Il cast, considerando che siamo in provincia, tale è da considerarsi oggi Trieste, è sulla carta piuttosto buono.
L’opera necessita di almeno quattro cantanti di ottimo livello, valutando, forse a torto, che la parte del basso, Ferrando, può essere considerata da coprotagonista.
Lo staff dirigenziale triestino è riuscito, nonostante la congiuntura economica sfavorevole, a presentare un buon primo cast ed un compagnia di canto alternativa di discreto livello.
Di questi particolari parlerò però in un post successivo, oggi m’interessa qualche considerazione più generale.
Il Trovatore è un’opera che rispecchia (a mio parere, non sono cose che si trovano nei sacri testi) il momento psicologico che passava Verdi, che non era brillantissimo.
Io ci sento molto furore, molta rabbia.
Al centro della vicenda ci sono da una parte due donne, Leonora, una donna d’alto lignaggio, e Azucena, una zingara. Dall’altra un altro nobile gentiluomo, il Conte di Luna e il solito tenore casinista e rivoluzionario, Manrico.
Le due donne nell’opera praticamente non vengono mai in contatto, come se Verdi volesse sottolineare la distanza dei due mondi ai quali appartengono, mentre i due monelli s’azzuffano appena ne hanno l’occasione.
Il libretto, meno incasinato di ciò che si vuol far credere di solito, è di Salvatore Cammarano,

ed è tratto dal dramma El Trovador di Antonio Garcia Gutierrez.
Con Cammarano (ma con tutti i suoi librettisti, a dirla tutta) Verdi aveva un rapporto contrastato, tanto che ad un certo punto sbottò così:
 
“Sono fieramente in collera con Cammarano. Egli non considera niente il tempo che per me è una cosa estremamente preziosa. Egli non m’ha scritto una parola su questo Trovatore: gli piace o non gli piace?”
 
Verdi, dicevo prima, stava attraversando un momentaccio ed era furioso, ansioso.
Tutta la genesi di quest’opera è segnata da litigi e incomprensioni: con Cammarano, con il mezzosoprano Rita Gabussi De Bassini, che avrebbe dovuto interpretare Azucena, con gli impresari, con l’editore Ricordi e ovviamente con la censura.
Il fatto è che Verdi era preso da vicende personali, in pessimi rapporti con il padre e, soprattutto, doveva affrontare un’aperta ostilità dei suoi concittadini moralisti bussetani, che non vedevano di buon occhio il suo convivere more uxorio con Giuseppina Strepponi [che era una tosta linguaccia. Di Marianna Barbieri-Nini,

artista non bellissima, disse: S’ella ha trovato marito non può disperar più nessuna di trovarlo (strasmile)].
Come se non bastasse, il povero Cammarano morì nel 1852, qualche mese prima del debutto al Teatro Apollo di Roma, il 19 gennaio 1953.
Tutto questo clima conflittuale si sente nella musica, che ogni tanto (sublimemente, sia chiaro) procede a strappi violenti.
C’è una grande distonia tra la straordinaria apertura melodica delle arie, quella del baritono ad esempio, “Il balen del suo sorriso” di difficoltà enorme (auguri ad Alberto Gazale, il Conte di Luna del primo cast!) e le cabalette, segnatamente l’incendiaria “Di quella pira” croce e delizia dei tenori e soprattutto, degli spettatori (smile).
L’opera ebbe subito un successo immenso, nonostante che nel cast del debutto ci fossero solo due autentici fuoriclasse e cioè il soprano Rosina Penco

e il tenore Carlo Baucardé.

 
Per gli appassionati, a conferma della popolarità di questo lavoro verdiano, una recita del Trovatore è sempre un evento.
I cantanti sono sotto pressione e intimoriti, visti i precedenti storici, tutti i grandi artisti del passato si sono cimentati in quest’opera, e lo stesso vale per i direttori d’orchestra e i registi (ho scambiato due parole due con Stefano Vizioli, mi è sembrato sereno e tranquillo).
Ci tornerò, intanto lascio questo ascolto dell’aria del baritono, approfittando della circostanza che in questi giorni si parla tanto, a Trieste, ma non solo, del grandissimo Piero Cappuccilli.
Si sente poco, alzate il volume, ne vale la pena! (con i tempi di Karajan quest’aria deve essere davvero un supplizio…)

 

 

Mini update ai post precedenti.

Un piccolo aggiornamento in merito al Gianni Schicchi alla Sala de Banfield.
Qui potete leggere la cronaca della serata che ho scritto per OperaClick.

Da qui, invece, potete scaricare in formato mp3 la famosa romanza "La fleur que tu m’avais jetée" dalla Carmen di Bizet cantata da Jonas Kaufmann nel 2008 a Londra.
Buon fine settimana a tutti.

Recensione abbastanza seria di Sehnsucht, ultima incisione del tenore Jonas Kaufmann.

L’apertura della stagione operistica più attesa dagli appassionati è, a torto o ragione, quella della Scala di Milano.
Quest’anno il titolo scelto è la Carmen di Bizet, opera straconosciuta e iper rappresentata.
Nei panni del coprotagonista, Don José, ci sarà il tenore tedesco Jonas Kaufmann, che io non ho mai sentito dal vivo (mi sfuggì l’anno scorso alla Fenice di Venezia, all’ultimo secondo), ma che è uno degli artisti più interessanti del momento.
Vorrei solo sgomberare il campo da un equivoco, spesso Kaufmann è definito un tenore giovane, neanche fosse una promessa: non è così, perché il bel (mi dicono, a me che sia bello o brutto non cale molto) Jonas ha i suoi bei quarant’anni e definirlo giovane è assurdo. A quell’età non si è giovani, come artisti, ma nel pieno della maturità.
È che spesso in Italia siamo provinciali e cantare prevalentemente all’estero ringiovanisce, evidentemente (strasmile).
Comunque, la sua ultima fatica discografica, Sehnsucht, m’incuriosiva molto per la scelta del repertorio, dopo che il precedente disco nazionalpopolare di arie famose non m’aveva entusiasmato particolarmente. Repertorio tedesco, quindi, da Mozart a Wagner passando attraverso Schubert e Beethoven.
Luci (abbaglianti) ed ombre (poche) anche questa volta, ma ci sono alcuni momenti davvero straordinari.
Se le due arie dal Flauto magico (l’aria del ritratto, Die Bildnis, e Die Weisheitslehre diesre Knaben ) non convincono per niente, in quanto il tenore si limita ad un’esecuzione corretta e in alcuni momenti piuttosto affannosa, per tutto il resto, nonostante qualche piccola perplessità per l’aria da Alfonso und Estrella, siamo a livello eccellente.
Forse perché sono particolarmente legato al Fidelio di Beethoven, ma la sua interpretazione di Gott! Welch Dunkel hier! mi è sembrata emozionante e cantata benissimo. Qui il tenore esprime con comunicativa sorprendente tutta la carica emotiva di uno dei momenti più commoventi dell’opera in generale, mi ha lasciato senza fiato.
Molto bene anche nell’aria (Was Qualst du mich) dal misconosciuto Fierrabras di Schubert.

Ecco una sua opinione in merito al teatro di Franz Schubert, tratta da qui:

Perché Schubert?

Perché è musica bellissima, anche se Schubert non ha avuto nessuna fortuna con il teatro. Ha scritto tante opere che non ha mai visto rappresentate, come Fierrabras e di Alfonso und Estrella. Probabilmente la colpa era dei libretti scadenti e della sua scarsa esperienza con il mondo del teatro.Verdi è stato molto più fortunato di lui. Eppure non tutte le opere di Verdi sono capolavori. Anzi”.

Oltre che in disco lei ha cantato Schubert anche a teatro.

“Sì, Fierrabras a Zurigo. Curioso è che anche Claudio Abbado ha diretto la stessa opera a Vienna, prima ancora che cominciassi a cantare su un palcoscenico. Anche in questo caso il libretto è molto ingenuo, con un intreccio macchinoso di cavalieri e crociati. Forse il vero teatro schubertiano sono i suoi Lieder”.

Poi c’è Wagner, con un paio di pezzi famosissimi, ed è qui che la prestazione di Kaufmann mi pare davvero rimarchevole, perché è difficile estrapolare un’aria dal contesto generale di opere monumentali e fotografare il personaggio come in un’istantanea perfettamente a fuoco.
Magnifiche le arie del Lohengrin! Dopo In fernem Land piango sempre (lo dico ogni volta, lo so) ed è successo anche in questa occasione e pure Mein lieber Schwam è resa con un’interpretazione attentissima ai colori, al chiaroscuro, alle sfumature.
Di livello leggermente inferiore, a mio parere, Winterstürme dalla Valchiria mentre nei due pezzi del Parsifal si torna a livello d’assoluta eccellenza.
Questo disco di Kaufmann è in qualche modo propedeutico all’ascolto di Wagner, perché spazza via tutti i luoghi comuni sul canto stentoreo, sul declamato ridondante, insomma sull’iconografia stantia e stucchevole del cantante wagneriano che gonfia…l’ugola!
Credo che miglior complimento non possa fare all’artista tedesco.
Recentemente l’ho sentito in un ottimo Don Carlo da Londra, spero, e avremo modo di riparlarne a lungo, che si ripresenti alla Scala di Milano in buona forma.
Claudio Abbado dirige da par suo (cioè a livello eccelso) l’ottima Mahler Chamber Orchestra.

P.S.

(segnalo che anche Daland è entrato nel clima pre Carmen!)

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