Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: gennaio 2010

De rerum canorae (mah…) ovvero il Werther di Jonas Kaufmann.

M’ero scordato il link da dove ancora oggi, mi pare per i prossimi cinque giorni, si può vedere lo spettacolo: eccolo qui. Magari a qualcuno interessa!

Giovedì scorso il canale televisivo Arte ha trasmesso il Werther di Jules Massenet e, una volta di più, i siti web che si occupano di lirica si sono divisi in due fazioni nel valutare la prova del protagonista dell’opera, il tenore Jonas Kaufmann.

Ovviamente, non ci sarebbe bisogno neanche di sottolinearlo, i toni da talebani non sono mancati, come sempre succede quando si pretende di avere ragione per forza e si cerca non la valutazione contingente, bensì la conferma ai propri pregiudizi, negativi o positivi che siano.
Io, nel mio piccolo, ho un atteggiamento molto più rilassato nei confronti del mio hobby e lascio i toni esacerbati e le guerre di religione ad argomenti più forti.
Non è un merito, è una prospettiva di vita.
Quindi, a proposito di questo Werther la mia sensazione è che, come spesso succede, in medio stat virtus.
La prestazione di Kaufmann, nel complesso, mi ha convinto ma non mi ha certo fatto gridare al miracolo.
Dal punto di vista vocale il tenore tedesco non può rifarsi ai Vanzo o ai Kraus, evidentemente, perché lo strumento vocale è del tutto diverso. Il suo “modello” è o dovrebbe essere Georges Thill, che appartiene alla schiera dei tenori dalla voce più marcatamente drammatica (questa teoria, sostenuta anche dal Corriere della Grisi, mi pare assolutamente inattaccabile).
Cosa fa la differenza tra un Werther di medio-alta routine, così lo definisco io questo Werther di Kaufmann, e uno storico (come sostiene invece Operadisc)?
Il fraseggio, la cura del particolare e, insisto su questo punto perché oggi è fondamentale, la recitazione sul palco, il modo in cui l’artista rende credibile il personaggio anche attraverso la fisicità.
Ora, non credo che si possa negare a Kaufmann una cura del fraseggio veramente fuori dal comune, né che abbia un timbro vocale, caldo e sensuale, adattissimo a questo personaggio così tormentato, lacerato.
La ricerca sin troppo scoperta di alleggerire la voce, che sfiora il manierismo, mi convince molto di meno, invece.
Così come mi convince pochissimo la recitazione del tenore, che ha costantemente stampato in faccia uno stupito stupore, mi si passi la definizione, che lo rende più simile a un pretty loser che a un grande personaggio tragico.
Inoltre, il suo Werther è pericolosamente sovrapponibile al suo Don José e non dovrebbe essere così perché i personaggi sono agli antipodi, dal punto di vista drammaturgico.
Se è vero che i grandi artisti tendono a rifare se stessi, è anche vero che l’autoreferenzialità è specchio d’ immobilità intellettuale e non di cambiamento o rivoluzione culturale.
Però, sempre a mio parere, come sono fuori luogo i trionfalismi lo sono anche, e forse di più, i tentativi di far passare Kaufmann in questa e altre occasioni come un prodotto di agenzia o casa discografica, come un fenomeno mediatico che ha successo perché (mi dicono, vi prego di non chiedere chiarimenti su questo punto) bello e affascinante.
E questo atteggiamento Il Corriere della Grisi ce l’ha con il 99% degli artisti in carriera, il che è statisticamente sospetto, sa di pregiudizio intellettuale.
Jonas Kaufmann è un signor tenore, al giorno d’oggi.
Se è un tenore storico lo sapranno i nostri nipoti, ma negargli una dignità artistica rilevante è capzioso e anche un po’ stucchevole.
Buon fine settimana a tutti.
 
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Recensione semiseria di Maria Stuarda al Teatro Verdi di Trieste: cast alternativo.

Allora, vi dovevo una recensione ed eccomi qui a riferire dell’esito della recita di Maria Stuarda di martedì 26, in cui era impegnato il cast alternativo.
Ricordo che si dice “cast alternativo” quello che una volta era il secondo cast, prima che il politicamente corretto facesse sentire i suoi danni anche tra i critici musicali, come se ci fosse bisogno di rendere ancora più oscura la prosa di chi scrive di musica (smile).
In realtà spesso gli appassionati considerano i componenti il cast alternativo come diversamente cantanti, mentre succede che qualche volta ci siano sorprese positive.
E così è stato almeno per la protagonista, Maria Costanza Nocentini, che interpretava Maria Stuarda.
Oddio, nulla di miracoloso, ma tra lei e Hasmik Papian (la Regina di Scozia del primo cast) per me è stata più convincente la Nocentini, almeno per pertinenza stilistica e attitudine al Belcanto.
Il soprano, per esempio, non si è riscritta la parte a suo uso e consumo, eliminando o spianando acuti e sovracuti. Visti o sentiti i risultati, ha fatto molto bene.
Sicuramente la voce non è bellissima e neanche troppo grande e sonora, però con l’unica eccezione di una prima ottava abbastanza evanescente, il personaggio della sfortunata (mah…io direi perdente, perché ha combattutto e perso) Regina di Scozia è uscito bene, specialmente nei momenti più elegiaci e malinconici dell’opera. Qualche problema con la dizione, ho rilevato, ma nulla di irreparabile o particolarmente fastidioso.
Arcigna e determinata l’Elisabetta di Elena Belfiore, la cui prova è stata sovrapponibile, dal punto di vista artistico, a quella di Tiziana Carraro.
Anche il mezzosoprano ha una voce non proprio accattivante, però i gravi non paiono artefatti e gli acuti, seppure un po’ metallici, sono sembrati sicuri. Molto brava anche dal punto di vista scenico e intelligente il fraseggio, che le ha consentito un’ottima caratterizzazione del personaggio: davvero notevole il suo tono insinuante e provocatorio nelle frasi che fanno sclerare (smile) la Stuarda e la portano all’invettiva.
Debole invece il tenore, Dario Schmunck,

nei panni dell’inutile Leicester, che tale è rimasto proprio perché l’artista mi è sembrato accontentarsi di un’interpretazione generica, tipo sbrighiamo il compitino che poi vado a casa a bermi una cioccolata calda.
Ancora bene si è comportato Gezim Myshketa quale Cecil e di nuovo brava anche Alessandra Palomba come Anna.
Censurabile invece la prestazione del basso Gianluca Buratto, che sembrava l’orco cattivo di tante fiabe, solo che qui si trattava di cantare, seppure in una piccola parte, Donizetti. Il suo Talbot, che è vestito da prete, avrebbe potuto benissimo figurare in qualche B movie che tratta di preti posseduti dal maligno (strasmile). Insomma mi tocca usare il tag "nuovi mostri".
Disastrosa, e non ne capisco i motivi, la direzione di Fabrizio Maria Carminati che aveva figurato decentemente alla prima.
Un mio amico colto ha giustamente paragonato orchestra e cantanti, in questa recita, a due rette parallele destinate a non incontrarsi mai. Poi dice che studiare geometria non serve.
Di questa scollatura, evidentissima, tra buca e palcoscenico hanno risentito anche il Coro e l’Orchestra del Verdi.
Peccato.
Il pubblico avrebbe potuto manifestare più calorosamente il suo apprezzamento, ma probabilmente il clima, fuori tirava la bora a 130km/h e c’erano tre gradi sottozero, e la scarsa popolarità dell’opera, lo hanno raffreddato.
Non tutto il freddo viene per nuocere, comunque, perché così almeno alcuni spettatori (uomini e donne, ed altri dalla sessualità incerta) non hanno subito danni irreparabili al lifting (strasmile).
Domani, forse, vi parlerò del recente Werther a Parigi e della prossima Manon Lescaut alla Fenice  (qui si vede anche un’immagine, agghiacciante, dello spettacolo) che stasera radio3 trasmette in diretta, mentre io tornerò nell’orrida Venezia per la pomeridiana di domenica.
Un saluto a tutti.

Mini recensione semiseria di Salome di Richard Strauss al Teatro Comunale di Bologna.

Su questo allestimento della Salome di Richard Strauss al Teatro Comunale di Bologna avevo letto e sentito pareri contrastanti, che nella migliore tradizione dei relata refero gossipari andavano da spettacolo sublime a porcheria immonda.

Salome partitura  
Inoltre, quasi tutte le opinioni venivano da fonti attendibili. Quasi.
Perciò ho deciso di andare a controllare di persona, perché almeno di me stesso mi fido quasi sempre anche se a voi, me ne rendo conto, può sembrare una folle enormità (ma anche una follia enorme eh?).
Quindi insieme a ex Ripley ho assistito allo spettacolo pomeridiano di domenica scorsa.
Tralascio di descrivere in quali condizioni ho trovato Bologna, un po’ com’era successo l’ultima volta che ci sono stato, per la Norma di Daniela Dessì. Mi limito a dire che non ho memoria di una città che si è tanto degradata in un così breve lasso di tempo e la smetto qui.
Allora.
Contrariamente alla Stuarda triestina, qui la regia non era schifosa, ed è già un bel cominciare.
Gabriele Lavia traspone la vicenda all’inizio del Novecento e per me l’operazione è senza infamia e senza lode, però almeno l’allestimento non mette in difficoltà i cantanti costringendoli ad acrobazie inutili sul palcoscenico. E mi pare di poter affermare che non ci siano incongruenze tremende col libretto.
Però non voglio soffermarmi troppo sulla regia, preferisco parlare del lato prettamente musicale.
Aggiungo solo che nel complesso, anche grazie al magnifico impianto luci di Daniele Landi e alla scenografia di Alessandro Camera, lo spettacolo è godibilissimo ed emozionante. Trattandosi di una coproduzione tra le fondazioni di Trieste e Bologna, lo vedrò anche qui al Verdi, non so quando.
Ho trovato magnifica la direzione di Nicola Luisotti, che ha guidato l’Orchestra del Comunale di Bologna sorprendente per disciplina e colore bellissimo, in una partitura scabrosa.
In particolare ho apprezzato che Luisotti sia riuscito a evitare i clangori che spesso riducono questo capolavoro di Strauss (ma anche Elektra) a una specie di uragano di suoni indistinti.
Ho messo questa foto di Strauss perché ricorda me qualche anno fa, quand’ero più giovane.
Anche in questa Salome c’è stata una sostituzione dell’ultim’ora, e cioè quella della prevista Nadja Michael con la sconosciuta (a me, perlomeno) Erika Sunnegårdh, soprano svedese naturalizzata americana.
Proprio sulla prova di quest’artista avevo raccolto le maggiori perplessità e la sua prestazione m’offre l’occasione per chiarire come la penso io sull’opera come “spettacolo”.
Io l’ho trovata una Salome eccellente e un’artista completa ed intelligente.
Intanto, nonostante non abbia vent’anni, il personaggio esce per quello che dev’essere e cioè giovane, priva di effetti caricaturali grossolani, quegli stessi che identificano nell’immaginario collettivo la figlia di Herodias come una mangiauomini scollacciata tipo B movie soft porno o peggio.
L’erotismo estremo, la passione perversa che caratterizzano Salome sono resi in modo elegante, raffinato, sostenuti da una recitazione mai sopra le righe e di ottimo gusto e esaltati da una padronanza scenica assoluta. Bravissima nelle coreografie, per esempio, una bravura che non si esplica solo nella danza dei sette veli ma anche in una costante leggerezza nei movimenti, una grazia che seduce sin dall’entrata in scena (questa signora qui sotto, qualcuno la ricorda?).
Dal punto di vista vocale ha un merito fondamentale e cioè quello di non forzare mai la voce nel tentativo di bucare l’orchestra e trovare una voce imponente che non le appartiene, specialmente nella prima ottava.
Quando sale agli acuti la voce si espande e diventa bella sonora, anche se il colore non è particolarmente attraente.
Detto questo è vero che io, che ero nella penultima fila di platea in alcuni momenti, quando sotto l’orchestra era furibonda (per esigenze di partitura) mi sono perso qualche frase, ok. E allora?
Perché sia chiaro, Erika Sunnegårdh sa cantare e pure bene. Non sarò certo io a sottovalutare le esigenze di un canto corretto, accidenti!
Però signori trattasi di teatro lirico, teatro, ripeto, la prestazione di un artista va valutata nel suo complesso.
Per me la cura nella recitazione, l’eleganza del fraseggio, il buon gusto compensano ampiamente un minimo di deficit di volume vocale, soprattutto in un’opera dall’orchestrazione ipertrofica. Non so che farmene di una voce che passa l’orchestra urlando o di un’altra perfetta per la parte ma inespressiva e algida.
Il soprano in questione ha una voce leggermente sottodimensionata alla parte, tutto qui, non mi pare un dramma, un avvenimento tale da strapparmi i capelli e piangere per tutto il web.
Passiamo, brevemente, agli altri protagonisti.
Mark S.Doss ha impersonato Jochanaan e mi è parso di un livello artistico inferiore alla collega, ma comunque il personaggio è stato delineato nella sua grandezza e maestosità.
Io, al contrario di Daland (e qui vedete come i gusti personali possano incidere nella valutazione di uno spettacolo) avrei preferito una voce di colore più scuro, che ritengo più adatta alla parte del profeta.
Bravissimo il tenore Robert Brubaker che era nei panni scomodissimi di Herodes, a suo agio anche dal lato attoriale. La voce non è bellissima ma voluminosa e la sua caratterizzazione di un Tetrarca volitivo seppur travolto dalla passione mi ha convinto.
Un po’ urlacchiante Dalia Schaechter, che si è rivelata una Herodias piuttosto spenta e incolore.
Lo sfigatissimo Narraboth (non c’è niente da fare, se c’è un personaggio demenziale è roba da tenore) è stato interpretato da Mark Milhofer, che non si deve essere dannato molto per approfondire almeno un po’ la psicologia del Capitano delle Guardie di Herodes.
Lo definirei querulo, gracchiante, ecco. Non che Narraboth sia una parte per tenori dalla voce stentorea, però a me piacerebbe un timbro più corposo.
Compagnia artistica Salome Bologna.  
Tutti gli altri cantanti, e sono tantissimi nei ruoli comprimari, si sono rivelati all’altezza di uno spettacolo che a me è piaciuto molto e ancora di più ha incontrato il favore del pubblico bolognese.
Meritano almeno la citazione: Nora Sourouzian (Paggio), Gabriele Mangione, Paolo Cauteruccio, Dario Di Vetri, Ramtin Ghazavi, Masashi Mori (I cinque giudei), Rainer Zaun e Paulo Paolillo (Due Nazareni), Cesare Lana e Rainer Zaun (Due soldati), Edoardo Miletti (uno schiavo).
 
Un saluto a tutti.
 

Recensione semiseria di Maria Stuarda di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste. È morta ogni pietà.

La Maria Stuarda mancava dal Verdi di Trieste dal 1982, e quella di venerdì sera era solo la seconda volta che l’opera veniva rappresentata sul palco triestino.
Premetto che mentre voi leggerete questa mia recensione semiseria io sarò in auto di ritorno da Bologna, perché mi ha incuriosito la disparità di pareri sulla Salome di Strauss, e voglio vedere di persona.
Miracoli di Splinder, che permette di scegliere l’ora della pubblicazione dei post.
Miracoli che non riusciamo a fare io e nemmeno ex Ripley per le foto, perché le bellissime e gentili maschere del Verdi sono inflessibili (smile).
Violino II Maria Stuarda.
 
Bene, bisogna dire subito che questo allestimento del regista Denis Krief (che in un attacco di grafomania firma tutto, scenografia, costumi, luci e probabilmente anche la condanna a morte di Maria Stuarda. Certo non autografi, cazzo.) mortifica la bellissima opera di Donizetti perché è di una bruttezza rara in primis (ma brutto brutto eh?) e poi perché contribuisce a rendere ancora più difficile il lavoro, già improbo, dei cantanti.
Mi complimento, caro Denis!
Allora, secondo il regista la chiave di lettura della vicenda è l’incomunicabilità tra i protagonisti e, tanto per esprimersi con sottili metafore, già questo a me pare una stronzata terribile.
Le vicende sfortunate della Regina di Scozia non dipendono da mancanza di comunicazione ma, all’opposto, da una precisa volontà politica che si manifesta in maniera estremamente lineare: bisogna salvare lo status quo perché ciò impone la ragion di Stato. Per questo Maria Stuarda, che complotta contro codesto Stato e professa pure un altro culto religioso è prima osteggiata, poi imprigionata e infine giustiziata.
Non mi pare ci siano messaggi polisemici da decrittare.
Ma come esprime Krief questa presunta incomunicabilità?
Vestendo con costumi orrendi e ridicoli i cantanti e costringendoli a muoversi su e giù in un labirinto come criceti in una gabbia. Così (io lo so che è difficile da credere, ma fidatevi) i solisti sembrano tanti SuperMarioBros che camminano instancabili ad cazzum per i corridoi di questo labirinto e quando trovano un ostacolo tornano indietro, mentre nel frattempo il Coro, schierato immobile, guarda da un’altra parte.
Ogni tanto qualche cantante scompare da un lato del videogio…scusate del labirinto e ricompare dall’altra parte, a meno che non sia risucchiato da qualche buco nero sul palcoscenico.
Salverei le luci, di questo spettacolo, ma solo perché mi hanno consentito di vedere bene l’orribile costume che indossa la Stuarda per andare al patibolo:

una via di mezzo tra un camice da manicomio, un vestito di Mary Poppins e un accappatoio bianco di quelli che si trovano nei sordidi motel di infima categoria che vogliono apparire diversi dai lupanari che sono in realtà (nella foto non si capisce bene, credetemi!).
Ecco.
Che dire di Hasmik Papian, che ha impersonato Maria Stuarda?
Beh, intanto che ha avuto poco tempo per imparare la parte, perché chiamata alla fine di dicembre in sostituzione di Annick Massis, che ieri ha cantato, non so con quali risultati, l’Idomeneo al Regio di Torino. Ancora, che non dovrebbe abusare delle possibilità di ritocco che offre Photoshop (smile).
E poi che ha urlacchiato parecchio, che si è incasinata col testo, ma che nonostante questo ha avuto qualche sprazzo di buon canto: la famosa invettiva, ad esempio, ma anche la preghiera finale.
Il soprano, insomma, ha limitato i danni di una preparazione affrettata, anche se gli acuti resteranno forzati comunque e nella prima ottava continuerà a sfiorare il parlato.
Tiziana Carraro, Elisabetta, ha cantato discretamente e ha superato gli scogli della parte, che non sono pochi: già nei post precedenti ho sottolineato come la scrittura vocale sia nervosa, piena di sbalzi che caratterizzano una donna preoccupata sia di perdere l’amante sia della minaccia al trono.
La voce è piuttosto anonima e non ha attrattive particolari, ma l’artista non ha demeritato, anche perché la recitazione, seppur ridotta al minimo per i motivi registici di cui sopra, è stata controllata, senza quegli eccessi uterini che sono tanto amati da qualche sopranaccio da sbarco.
Celso Albelo è stato bravo a dare un senso all’inutile Conte di Leicester, un uomo deficiente come pochi, che combina casini e peggiora la situazione sua e degli altri non appena apre bocca.
Il tenore deve fare i conti con una tessitura scomoda, ma gli acuti e l’attenzione al fraseggio sono i punti di forza dell’artista che alla fine è risultato il migliore della compagnia.
Per una volta, e me ne compiaccio molto, sono rimasto contento della prova di Gezim Myshketa nei panni di Cecil. Il personaggio non si presta a particolari sfaccettature, ma il baritono ha offerto una prova solida e vigorosa che mi ha convinto.
Un po’ casinista, con termine molto tecnico, definirei Carlo Cigni, il basso che ha impersonato Talbot: voglio dire, forse il canto non è raffinatissimo, però la sua interpretazione è stata efficace.
Brava il mezzosoprano Alessandra Palomba, nella piccola parte di Anna, confidente, ancella, nutrice, insomma quello che volete voi, di Maria Stuarda.
Alla testa di un’Orchestra del Verdi in buona serata, il direttore Fabrizio Maria Carminati ha dato una lettura abbastanza superficiale della partitura donizettiana e, se ha evitato fastidiosi clangori, non ha certo illuminato con la sua concertazione gli sprazzi più elegiaci dell’opera. Mancava un po’d’emozione, ecco.
Certo che dirigere l’orchestra con un labirinto insensato davanti non credo aiuti.
Bene il Coro.
Pubblico contento, non numerosissimo a parer mio, ma generoso di applausi anche a scena aperta per tutta la compagnia di canto.
Qualche piccola contestazione alla regia, qui ripresa da Giulio Ciabatti che ci ha messo la faccia ma è assolutamente incolpevole.
Se non sogno di finire in un labirinto con Jack Nicholson che m’insegue, vado a vedere anche il secondo cast.
Saluti labirintici a tutti.
 

Maria Stuarda al Teatro Verdi di Trieste, altre considerazioni a latere.

Prima di proseguire con qualche ulteriore curiosità sulla Maria Stuarda di Donizetti, segnalo un’interessante iniziativa del Teatro Verdi di Trieste.
Domani alle 18, nel Ridotto del teatro triestino, l’attrice Sara Alzetta reciterà un monologo intitolato Non spero altro regno, che Gianni Gori (autore di questo libro che non finirò mai di consigliare a tutti) ha ricavato dalla biografia di Stuarda di Stefan Zweig.
L’occasione è stimolante, perché forse si può comprendere meglio la vicenda e la figura di Maria Stuarda,

che dall’opera di Donizetti esce un po’ troppo angelicata, contraddicendo le testimonianze storiche che non la dipingono proprio come un agnellino.
E a proposito di forzature mi sono dimenticato di scrivere nel post precedente che l’incontro tra Elisabetta e Stuarda non è mai avvenuto, si tratta di un’invenzione drammaturgica di Schiller. È vero invece che la Regina di Scozia chiese più volte, invano, d’incontrare la Regina d’Inghilterra.
Donizetti differenzia in modo netto le due rivali, proprio dal punto di vista melodico e musicale in generale.
Elisabetta è sempre tesa, nervosa, sprezzante e la musica che l’accompagna caratterizza anche la sua imperiosa regalità. Si potrebbe affermare che sia un personaggio monolitico, come il Potere che rappresenta.
Nell’originale di Schiller ecco con che veemenza e con che tono parla della cugina rivale (l’interlocutore è sempre l’inutile Conte di Leicester):
 
E sono queste, Lord Leicester, le attrattive che nessun uomo può guardare impunemente, che nessuna donna può azzardarsi a uguagliare! In verità, è una fama conseguita a buon mercato.
Per essere la bellezza riconosciuta da tutti non occorre altro che essere appartenuta a tutti.

Credo che la condanna, tutto sommato, fu firmata volentieri.

Viceversa Maria Stuarda è una donna in divenire (La donna è mobile? Smile) e questa trasformazione si nota benissimo nella vocalità che è tipica del Belcanto, aulica e fiorita.

Con ciò non voglio dire che Elisabetta debba essere una specie di Santuzza della Cavalleria eh (smile)? Né avallare interpretazioni sbracate. Sostengo però che ci vuole temperamento, che il personaggio non può essere risolto solo snocciolando le note.
Io (non solo io, si fa per dire) ci sento tanto Rossini e tanto Bellini, in questa Maria Stuarda.
 
Insomma, Donizetti ci tiene a “distanziare” bene i due caratteri o personaggi, che sono rivali non solo per il trono ma anche per lo stesso uomo, il stupidissimo Conte di Leicester. Insomma, c’è anche una forte connotazione sessuale, erotica, come si nota dalla frase riportata sopra.
Le due Regine riposano ora una accanto all’altra, nell’Abbazia di Westminster,

proprio dove Maria Malibran, in un impeto di furore stanislavskiano ante litteram (smile) si recò prima di decidere di cantare la famosa invettiva di cui ho parlato nel post precedente.
Il libretto porta la firma di Giuseppe Bardari, che ci regala perle tipo questa:
 
Su’ prati appare, odorosetta e bella, la famiglia de’fiori.
 
Mah. Voglio dire, abbiamo letto di peggio, ma certo non lo premierei col Nobel per la poesia, questo Bardari (smile).
In realtà si sa che Bardari, di cui (per fortuna, direi, strasmile) non avremo più notizie si limitò a un lavoro di cesello, perché Donizetti stesso fu molto attivo nella stesura del libretto.
Un’ultima notazione mi pare opportuna.
Donizetti si conferma, al pari degli altri compositori coevi, uno sperimentatore anche piuttosto spregiudicato per i tempi.
Ci vuole una bella libertà intellettuale per mettere in scena il lato oscuro dei potenti, oggi come allora.
I nostri geni (lo so, è una generalizzazione forse ingenerosa) si limitano ad importare format di collaudato successo e rischiano pochino.

Da qui potete scaricare un’altra versione del famoso duetto dell’invettiva:

 
MARIA STUARDA INVETTIVA (Montserrat Caballè, Shirley Verrett New York 1967, Carlo Felice Cilario sul podio)
 
Un saluto a tutti.

Maria Stuarda al Teatro Verdi di Trieste: un primo sguardo semiserio.

Riprende venerdì prossimo, dopo la pausa di fine anno, la stagione operistica al Teatro Verdi di Trieste.
Nel frattempo alla Sala de Banfield domenica 3 gennaio c’è stata la prima rappresentazione in tempi moderni dell’opera “Marinella”, del compositore triestino Giuseppe Sinico.
L’argomento opere liriche tratte dal medesimo testo teatrale (in questo caso si tratta di Le Roi s’amuse di Victor Hugo, che fu d’ispirazione a Verdi per il Rigoletto) è molto interessante e mi ripropongo d’affrontarlo tra qualche tempo.
Dicevo che si ricomincia a Trieste e il prossimo titolo è veramente impegnativo: la Maria Stuarda di Gaetano Donizetti.
L’opera è tratta dal testo di Friedrich Schiller,

un autore che è stato spesso “saccheggiato” dai nostri librettisti e compositori. Si pensi almeno ai Masnadieri, al Don Carlos e alla Luisa Miller di Verdi o al Guillaume Tell di Rossini.
Ci sono molti aspetti di questo lavoro che andrebbero indagati con attenzione, ma intanto credo sia importante sottolineare che Donizetti attenuò di molto i risvolti politici dell’originale di Schiller.
Questo “dimagrimento” è dovuto ad esigenze drammaturgiche, quasi Donizetti anticipasse il famoso detto “brevità e fuoco” di Giuseppe Verdi, e ovviamente anche alle solite preoccupazioni per la censura.
Nonostante le precauzioni, il previsto debutto al San Carlo di Napoli fu bloccato, nel 1834, dai censori borbonici. Come se non bastasse alla prima rappresentazione, che avvenne alla Scala di Milano nel 1835, la protagonista Maria Malibran

decise di fare di testa sua e cantò versi (sui quali tornerò più avanti, perché sono davvero roba forte, strasmile!) che le erano stati amichevolmente sconsigliati. Il risultato fu che dopo qualche recita l’opera fu sospesa e mai più ripresa sino al 1865.
Insomma, le solite manfrine che abbiamo visto tante volte e che sono attualissime, tra l’altro.
Non posso fare a meno di notare, divagando un po’in modo semiserio, che nella Maria Stuarda troviamo uno degli esempi più clamorosi di stupidità del tenore (smile).
Di solito i personaggi tenorili sono dei bellimbusti spavaldi, arroganti, sempre pronti a menare le mani e a combinare casini, che corrono dietro ai soprano, ma qui siamo proprio all’imbecillità pura!
Il nostro eroe, che si chiama Roberto Conte di Leicester, ha una relazione (la faccio breve…) con entrambe le donne, Elisabetta Regina d’Inghilterra e Maria Stuarda Regina di Scozia. Due soprano al prezzo di uno, insomma.
Il fatto è che la prima è inferocita come una biscia e sospetta fortemente che tra la rivale politica e di talamo (che non vede da molto tempo, perché l’ha fatta imprigionare) e il bel Roberto ci sia una tresca, per cui a un certo punto chiede con noncuranza al Conte: Com’è, è ancora carina (è leggiadra, dice il testo originale)?
E l’impiastro, tanto per dissipare ogni sospetto, risponde con le parole fredde e distaccate tipiche di chi è un astuto calcolatore, aduso a non farsi scoprire nelle sue marachelle:
 
Ah sì!
Era d’amore l’immagine,
degli anni sull’aurora:
sembianza avea d’un angelo
che appare, e innamora;
era celeste l’anima,
soave il suo respir.
Bella ne’dì del giubilo, bella nel suo martir.
 
Un vero deficiente, diciamolo (strasmile).
 
Dicevo sopra dei versi proibiti che la Malibran cantò nonostante fosse stata caldamente sconsigliata.
Pensate che già alle inutili prove napoletane, le due primedonne prescelte per la recita poi sospesa, Giuseppina Ronzi de Beignis (che si sa che era matta come un cavallo…)

e Anna del Sere si picchiarono selvaggiamente rinfacciandosi presunte “relazioni pericolose” col Compositore.
Sembra che Donizetti per sbollire gli animi intervenne con una frase destinata a rappacificare gli animi:
 
Io non proteggo nessuna delle due, ma due puttane erano quelle e due puttane siete voi due!
 
Non ho parole ma solo parolacce, mi verrebbe da dire (smile).
 
Questo il passo incriminato.
Maria Stuarda sopporta per un po’ gli insulti di Elisabetta, ma poi sbotta così:
 
Figlia impura di Bolena,
Parli tu di disonore?
Meretrice indegna e oscena,
In te cada il mio rossore.
Profanato è il soglio inglese,
Vil bastarda, dal tuo piè!
 
Ecco, capite che non ci sarebbe bisogno del mio prossimo post per capire che per la Stuarda non finirà benissimo.
Vi allego un ascolto in formato mp3 della scena completa, protagoniste Leyla Gencer (Stuarda) e Shirley Verrett (Elisabetta), nell’allestimento storico del 1967 a Firenze, sul podio Francesco Molinari Pradelli.

DUETTO MARIA STUARDA

Nei prossimi giorni ci saranno, da questi pulpiti, altre curiosità su quest’opera magnifica.
Buona settimana a tutti.
 
 
 
 
 
 
 
 

Un altro disco storico: i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo.

Questa incisione dei Pagliacci è del 1954, quindi solo di un anno successiva alla Cavalleria della quale ho parlato nel post precedente. Eppure, in un certo senso, sembra che di anni ne siano passati molti di più.
Dov’è il problema, vi chiederete (me le faccio e me le dico, mi rendo conto)?
In questa registrazione il problema ha un nome e un cognome: Giuseppe Di Stefano.
Il tenore firma una delle sue peggiori incisioni (purtroppo ce ne sono altre ancora più fastidiose), e qui non posso che concordare con Celletti e Giudici.
Di Stefano sostanzialmente urla dall’inizio alla fine, e canta mai o quasi mai, preso da un furore incontenibile che può soddisfare, oggi come allora, solo chi concepisce la lirica come un esercizio muscolare fine se stesso.
Gli acuti sono veementi ma forzatissimi e vetrosi, e in molte occasioni anche la dizione, da sempre una qualità indiscutibile del tenore, diventa un optional: le consonanti si trasformano nella rampa di lancio dalla quale sparare gli acuti, per cui anche le esigenze del fraseggio e della musicalità ne rimangono intaccate.
Resta solo la pertinenza di un accento genericamente vigoroso che comunica solo rabbia anche nei momenti in cui non è necessario.
Un Canio da dimenticare, assolutamente, soprattutto perché lo stesso Di Stefano, in altre occasioni, fu molto più convincente o addirittura magistrale.
Maria Callas, invece, scolpisce un personaggio memorabile, a mio parere. E tenete presente che questa parte (Nedda) non fu mai affrontata a teatro.
Il momento più esaltante è proprio la Ballata, perché il soprano riesce a farci sentire quella fanciulla ancora piena di speranze che c’è dietro alla sfortunata compagna di un guitto ubriacone e violento.
Qui, in questo ruolo difficilissimo e sottovalutato (come troppo spesso accade per il verismo, considerato una musica diversamente lirica) , la Callas ci lascia un’interpretazione che è una vera e propria pietra miliare del Belcanto.
Al top anche Rolando Panerai (Silvio), baritono, che canta con dolcezza mozartiana il suo ruolo d’innamorato sfortunatissimo.
C’è poi Tito Gobbi, un altro cantante mitico che non mi ha mai convinto troppo, ma che qui canta davvero bene, senza eccedere in gigionate come spesso gli succedeva, e facendo valere un accento e un fraseggio da fuoriclasse. Il suo Prologo è eccellente, anche se io non riesco a togliermi dalla mente le mirabilie

che in questo pezzo farà Giuseppe Taddei con Herbert von Karajan sul podio, una decina d’anni più tardi.
La concertazione di Tullio Serafin è sulla falsariga di quella della Cavalleria Rusticana: maestosa e teatralissima, attenta ai particolari. L’introduzione al Prologo, l’Intermezzo, l’accompagnamento alla celebre aria di Canio sono momenti magici.
Anche in questa registrazione, come nella precedente di Cavalleria, Serafin dirige l’Orchestra e il Coro della Scala: semplicemente straordinari per bellezza di suono e compattezza.
Comunque, al di là di tutto, questo è un altro disco che non può mancare nella collezione di un melomane, questo è poco ma sicuro.
Per chi ha voglia d’ascoltare, ecco qui Maria Callas nella Ballata di Nedda: sentite come con la voce illumina di gioia e speranza tutto il pezzo, come si percepisce il desiderio di una vita diversa.

 

 
NEDDA
(pensierosa)
Qual fiamma avea nel guardo!
Gli occhi abbassai per tema ch'ei leggesse
il mio pensier segreto!
Oh! s'ei mi sorprendesse…
bruttale come egli è!
Ma basti, orvia.
Son questi sogni paurosi e fole!
O che bel sole di mezz'agosto!
Io son piena di vita,
e, tutta illanguidita per arcano desìo,
non so che bramo!
 
guardando in cielo
Oh! che volo d'augelli,
e quante strida!
Che chiedon? dove van? chissà!
La mamma mia, che la buona ventura annunziava,
comprendeva il lor canto
e a me bambina così cantava:
Hui! Hui!
 
Stridono lassù, liberamente
lanciati a vol, a vol come frecce, gli augel.
Disfidano le nubi e'l sol cocente,
e vanno, e vanno per le vie del ciel.
Lasciateli vagar per l'atmosfera,
questi assetati d'azzurro e di splendor:
seguono anch'essi un sogno, una chimera,
e vanno, e vanno fra le nubi d'or!
Che incalzi il vento e latri la tempesta,
con l'ali aperte san tutto sfidar;
la pioggia i lampi, nulla mai li arresta,
e vanno, e vanno sugli abissi e i mar.
Vanno laggiù verso un paese strano
che sognan forse e che cercano in van.
Ma i boèmi del ciel, seguon l'arcano poter
che li sospinge… e van! e van! e van! e van!

 

Un saluto a tutti.

Maria Callas e Tiziano Scarpa.

Col passare degli anni ricevo sempre meno regali.
Le persone mi conoscono meglio e, giustamente, pensano: "Perché dovrei regalare qualcosa ad Amfortas?" e non trovano risposta.
Come non capirle, queste persone?
Perciò i regali me li faccio da solo, qualche volta.

Quest’anno, attirato dal prezzo davvero basso e pungolato dal totale disordine della mia discoteca, mi sono regalato questo:
Lo potete trovare qui, ad esempio.
Ho pensato tante volte di scrivere recensioni di dischi storici ma un po’ per pigrizia e un po’ perché gli avvenimenti contingenti offrono sempre buoni spunti di riflessione, non l’ho mai fatto.
Ora ho deciso, nelle fasi di stanca di notizie scriverò le mie opinioni su questi documenti straordinari, senza aver la pretesa di dire qualcosa di nuovo, ma cercando di ascoltare senza pregiudizi (nel caso della Callas quasi sempre positivi).
Alcune di queste incisioni non le sento da tempo, addirittura anni in qualche caso, quindi potrei, io per primo, essere sorpreso dalle mie reazioni.
Vi prometto che le scriverò in modo chiaro, anche se dovessero risultare indigeste ai puristi.
Nei commenti al post precedente ho preannunciato che avrei comprato e letto il libro di Tiziano Scarpa, Stabat Mater. Così è stato e mi voglio togliere subito il pensiero.
Non mi ha deluso, anzi, superato lo scoglio delle prime venti pagine, piuttosto impegnative, l’ho trovato originale nei contenuti e ben scritto.
C’è qualche incongruenza storica, ma l’autore stesso l’ammette in un’esaustiva nota alla fine del romanzo.
La protagonista si chiama Cecilia, non a caso suppongo (Santa Cecilia è la patrona della Musica) e del suo

conflitto interiore, pesantissimo, si parla in questo libro.

Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci.

Ho estrapolato questa frase che Cecilia dice per strette questioni logistiche (non anticipo nulla del libro), perché anche a me succede ogni tanto di sentirmi sepolto dalla musica, specie da quella di alcune sinfonie: la terza di Mahler, la quinta di Beethoven, ad esempio, ma anche altre di compositori diversi.
Il libro è in alcuni momenti un po’ pretenzioso e in altri inopinatamente puerile, ma è un buon libro.
Alcuni passi sono emozionanti, specialmente all’inizio.
Costa troppo, però, e se da un lato lo consiglio volentieri dall’altro suggerisco d’aspettare l’edizione economica.
Credo, per tornare al discorso iniziale, che comincerò le mie recensioni con le due opere veriste per antonomasia: Pagliacci e Cavalleria Rusticana.
Buon fine settimana a tutti.
 

Lo strano virus che colpisce gli scrittori: da Alessandro Baricco a Tiziano Scarpa.

Dopo le polemiche dei giorni scorsi sulla trasmissione “Mettiamoci all’opera”, andata in onda su RAI1, mi sono chiesto:
Ma tu, Amfortas, come la vedi una trasmissione sulla musica lirica?
Per la serie fatte ‘na domanda e datte ‘na risposta or v’apro un  mio pensier.
Intanto comincerei dal conduttore e credo che dopo le dichiarazioni rese al Corriere del Veneto, lo scrittore Tiziano Scarpa sia da escludere. O forse no, magari vuole solo le briciole del piatto, insomma che ci faccia sapere. Non sarebbe né il primo né l’ultimo che mette in atto questa strategia.
 
Leggete che genio, l’ultimo vincitore del Premio Strega.
 
"Questo è stato anche l’anno di grandi proteste e polemiche sui finanziamenti pubblici al cinema, al teatro, alla lirica, col mondo del cinema in fermento alla vigilia della Mostra del Cinema. Che ne pensa? “
 
«Nel teatro gran parte dei finanziamenti pubblici se li mangia l’opera, le risorse vanno tutte lì. La lirica è una sciagura! Non m’interessa, la vedo come una cosa triste, penso che bisognerebbe congedarsi dalla lirica, fare qualche dvd e smetterla: è una cosa che non ha più senso fare. L’Italia si è accorta di Emma Dante perché ha fatto la Carmen alla Scala! È umiliante che un’artista come lei debba fare le invenzioni sul già pronto. È il male della nostra epoca, un messaggio tristissimo».
 
“Lei è consapevole di attirarsi gli strali dei melomani? “
 
«Ma lo dico proprio perché c’è questa situazione coi finanziamenti: se fossimo ricchissimi potremmo fare di tutto, ma non è così. Non credo che rimettere in scena per l’ennesima volta la Carmen sia cultura. Così si uccide il teatro contemporaneo. Bisognerebbe tentare strade alternative: per esempio il musical. È l’equivalente dell’opera lirica nel passato. È una formula dove si potrebbe inventare qualcosa di nuovo. Non dico il musical alla Cocciante, che non è proprio di mio gusto, però se gli artisti fossero meno criptici e più ambiziosi e si mettessero a fare musical, se i musicisti contemporanei si misurassero con il musical forse potrebbe essere una strada, altrimenti continueremo sempre con questo fossile vivente (l’opera lirica, ndr), questi vampiri, questi zombie che succhiano artisticamente le nostre vite: i mostri sacri dell’800 ci tengono col piede sulla testa. Ma d’altronde è questa la condanna della nostra epoca: quando nell’800 è bruciata la Fenice l’hanno rifatta moderna, noi l’abbiamo rifatta uguale!» "
 
 
 
Ogni tanto salta fuori qualcuno con queste stronzate, l’altr’anno è toccato a Baricco: si vede che scrivere mina il cervello, in qualche modo, e dopo un po’ ti esce la cazzata sull’opera lirica.
Di solito a questa gente basta dare qualche soldo e poi non rompono più i coglioni, si limitano a tornare da dove erano venuti e noi ce ne dimentichiamo volentieri.
Allora, dicevo.
Io proverei con puntate monografiche a tema, focalizzando l’interesse di volta in volta su situazioni che si ripetono spesso nel melodramma o su soggetti frequentati da molti compositori.
Le lettere, per esempio. Ce ne sono tantissime, nella Traviata, nell’Eugenio Onegin, nel Macbeth e così via.
Le carceri, le pazzie, le maledizioni, i padri, le confidenti e le ancelle, il diavolo in tutte le sue forme, la luna, insomma c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Quindi, scelto il soggetto, si spiega con intelligenza e spigliatezza, senza abusare di toni accademici ma neanche buttando tutto in caciara ché non va bene neanche.
Ad esempio spiegherei perché la pazzia di Lucia è diversa da quella di Imogene e per quale motivo la lettera che legge Violetta ha un significato drammaturgico e quella che legge Tatiana ne ha un altro.
Si propongono grandi interpretazioni delle scene in questione e per alleggerire il programma, magari quando bisogna lanciare la pubblicità, si sceneggiano alcuni siparietti divertenti realmente accaduti a teatro e dintorni: che ne so, la Ricciarelli che maledice il pubblico scaligero, Zeffirelli che in conferenza stampa dà della puttana a una giornalista, Del Monaco e la Callas che fanno a gara a chi tiene di più l’acuto rischiando di scoppiare. Anche qui l’aneddoto non manca, anzi.
È solo un abbozzo, certo, ma credo che ci si potrebbe lavorare sopra e farne qualcosa di decoroso, rispettoso della musica lirica prima di tutto, della tradizione che rappresenta e della necessità che continui ad essere conosciuta e apprezzata.
Un nome per dare un senso a tutto questo? Una persona che buca lo schermo e che sia intelligente, competente e simpatica, che sappia divulgare senza cadere nel pericolo di far addormentare il pubblico?
Io ce l’ho, questo nome.
Alfonso Antoniozzi, di professione cantante e regista d’opera.
L’ho detto.
Buona settimana a tutti.
 
 

Dalle Alpi alle piramidi, da Fabrizio Frizzi a Pavarotti, passando per il Verdi di Trieste.

L’anno nuovo ha portato una mitragliata di musica lirica in televisione.
Il concerto di capodanno dalla Fenice di Venezia, quello da Vienna, lo sceneggiato su Pavarotti e il Flauto Magico per la regia di Kenneth Branagh.
Stasera però è subito Frizzi (strasmile).
Su questa trasmissione, che non so come definire (talent-show, raccomandati, porcheria gigante, oppure fantozzianamente cagata pazzesca, fate voi) su OperaClick è aperta una discussione con relativo sondaggio.
Enrico Stinchelli (uno dei due animatori della trasmissione radio “La Barcaccia”), che è in giuria, si è beccato una vagonata di critiche per la sua partecipazione al programma: qualcuna meritata, altre un po’ sospette, che mi sanno di regolamento di conti. Dice Enrico che staserà il livello degli aspiranti cantanti sarà migliore: vedremo, forse.
Il Concerto dalla Fenice, trasmesso su RAI1 ieri a ora di pranzo, è stato meno noioso del solito, con l’unica eccezione dello speaker televisivo, di cui ignoro l’identità, che ha ritenuto di presentare le arie e i pezzi orchestrali con un tono così allegro che mi ha costretto a gesti apotropaici di rara eleganza.
Chissà perché quando si presenta la musica lirica bisogna essere così funebri. Mah!
Bravi i solisti.
Il tenore Francesco Meli, che però sull’acuto finale della Donna è mobile ha fatto una toccata e fuga, un po’ come successe a Carreras tanti anni fa. Sarà stato in riserva, boh. Bene invece nella Furtiva lagrima dell’Elisir donizettiano e nei Bollenti spiriti verdiani.
Anna Caterina Antonacci, la donna più bella del mondo,

ha cantato l’Habanera dalla Carmen da par suo e La canzone del velo dal Don Carlo, patteggiando un po’ con gli acuti.
Il direttore, John Eliot Gardiner (bravissimo sempre) non è adatto a queste manifestazioni, è sempre troppo serio e compunto. È inglese peraltro, mica è abituato a sbracare in pubblico (strasmile).
Il 31 dicembre sono stato pure al Concerto di fine anno al Verdi di Trieste, che prevedeva un programma piuttosto impegnativo per solisti, Coro e Orchestra.
Molto bene proprio i complessi del Verdi, nonostante sul podio ci fosse il solito direttore casinista, che questa volta rispondeva al nome di Francesc Bonnín: non che abbia perpetrato danni particolari, ma sembra che i direttori sobri, che respirano con i cantanti e i musicisti siano in estinzione come i Panda.
Vabbè, l’occasione era festosa, una direzione un po’ fracassona ci può stare.
I solisti erano il tenore Antonino Siragusa, il soprano Silvia Dalla Benetta (che oggi sul quotidiano locale chiamano Letizia, non so perché), il baritono Alberto Gazale e il mezzosoprano Sarah Punga.
Sono stati tutti all’altezza, chi più chi meno, anche se il giovane mezzosoprano ha destato qualche perplessità dal lato vocale, anche se va detto che era evidentemente emozionata.
Brillante Antonino Siragusa, che è sempre a suo agio sul palco grazie all’innata comunicativa e musicalità.
Belli, in particolare, i duetti con Gazale Figaro e Dalla Benetta Adina. Poi, al contrario di Meli, ha tenuto l’acuto della Donna è mobile per un paio d’ore, e poteva andare avanti (strasmile).
Il soprano ha proposto la sua Norma, accolta di recente in modo contrastato nel circuito lombardo: Casta Diva e relativa cabaletta (Ah bello a me ritorna). Bene nell’aria e così così nella cabaletta. Io suggerirei alla Dalla Benetta, che ha sfoggiato un vestito rosso che le donava molto, di non esagerare.
Alberto Gazale ha cantato l’aria di Escamillo dalla Carmen: un toreador vigoroso e di buon impatto.
Un po’ debole, come ho detto all’inizio, il mezzosoprano Sarah Punga.
Ottima serata per l’Orchestra e il Coro in particolare, la cui componente femminile si è esibita prima come streghe dal Macbeth e poi come zingarelle dalla Traviata. Come sempre spettacolare il Valzer dal Faust di Gounod.
Si è chiuso, ovviamente, col Brindisi più famoso del mondo, dalla Traviata di Verdi.
Per l’occasione si è reso omaggio a un componente del Coro, il basso Enzo Scodellaro, che chiudeva la sua carriera dopo 32 anni.
Grazie a lui e auguri al Teatro Verdi, che visti i tagli alla cultura di cui ho parlato sino alla nausea, ne ha proprio bisogno.
Qui piove da giorni, tra un po’ mi spunteranno le branchie, ma sembra che già nel pomeriggio possa nevicare. Ottima scusa per stare a casa, direi.
Buon fine settimana a tutti voi!
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