Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Maria Stuarda di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste. È morta ogni pietà.

La Maria Stuarda mancava dal Verdi di Trieste dal 1982, e quella di venerdì sera era solo la seconda volta che l’opera veniva rappresentata sul palco triestino.
Premetto che mentre voi leggerete questa mia recensione semiseria io sarò in auto di ritorno da Bologna, perché mi ha incuriosito la disparità di pareri sulla Salome di Strauss, e voglio vedere di persona.
Miracoli di Splinder, che permette di scegliere l’ora della pubblicazione dei post.
Miracoli che non riusciamo a fare io e nemmeno ex Ripley per le foto, perché le bellissime e gentili maschere del Verdi sono inflessibili (smile).
Violino II Maria Stuarda.
 
Bene, bisogna dire subito che questo allestimento del regista Denis Krief (che in un attacco di grafomania firma tutto, scenografia, costumi, luci e probabilmente anche la condanna a morte di Maria Stuarda. Certo non autografi, cazzo.) mortifica la bellissima opera di Donizetti perché è di una bruttezza rara in primis (ma brutto brutto eh?) e poi perché contribuisce a rendere ancora più difficile il lavoro, già improbo, dei cantanti.
Mi complimento, caro Denis!
Allora, secondo il regista la chiave di lettura della vicenda è l’incomunicabilità tra i protagonisti e, tanto per esprimersi con sottili metafore, già questo a me pare una stronzata terribile.
Le vicende sfortunate della Regina di Scozia non dipendono da mancanza di comunicazione ma, all’opposto, da una precisa volontà politica che si manifesta in maniera estremamente lineare: bisogna salvare lo status quo perché ciò impone la ragion di Stato. Per questo Maria Stuarda, che complotta contro codesto Stato e professa pure un altro culto religioso è prima osteggiata, poi imprigionata e infine giustiziata.
Non mi pare ci siano messaggi polisemici da decrittare.
Ma come esprime Krief questa presunta incomunicabilità?
Vestendo con costumi orrendi e ridicoli i cantanti e costringendoli a muoversi su e giù in un labirinto come criceti in una gabbia. Così (io lo so che è difficile da credere, ma fidatevi) i solisti sembrano tanti SuperMarioBros che camminano instancabili ad cazzum per i corridoi di questo labirinto e quando trovano un ostacolo tornano indietro, mentre nel frattempo il Coro, schierato immobile, guarda da un’altra parte.
Ogni tanto qualche cantante scompare da un lato del videogio…scusate del labirinto e ricompare dall’altra parte, a meno che non sia risucchiato da qualche buco nero sul palcoscenico.
Salverei le luci, di questo spettacolo, ma solo perché mi hanno consentito di vedere bene l’orribile costume che indossa la Stuarda per andare al patibolo:

una via di mezzo tra un camice da manicomio, un vestito di Mary Poppins e un accappatoio bianco di quelli che si trovano nei sordidi motel di infima categoria che vogliono apparire diversi dai lupanari che sono in realtà (nella foto non si capisce bene, credetemi!).
Ecco.
Che dire di Hasmik Papian, che ha impersonato Maria Stuarda?
Beh, intanto che ha avuto poco tempo per imparare la parte, perché chiamata alla fine di dicembre in sostituzione di Annick Massis, che ieri ha cantato, non so con quali risultati, l’Idomeneo al Regio di Torino. Ancora, che non dovrebbe abusare delle possibilità di ritocco che offre Photoshop (smile).
E poi che ha urlacchiato parecchio, che si è incasinata col testo, ma che nonostante questo ha avuto qualche sprazzo di buon canto: la famosa invettiva, ad esempio, ma anche la preghiera finale.
Il soprano, insomma, ha limitato i danni di una preparazione affrettata, anche se gli acuti resteranno forzati comunque e nella prima ottava continuerà a sfiorare il parlato.
Tiziana Carraro, Elisabetta, ha cantato discretamente e ha superato gli scogli della parte, che non sono pochi: già nei post precedenti ho sottolineato come la scrittura vocale sia nervosa, piena di sbalzi che caratterizzano una donna preoccupata sia di perdere l’amante sia della minaccia al trono.
La voce è piuttosto anonima e non ha attrattive particolari, ma l’artista non ha demeritato, anche perché la recitazione, seppur ridotta al minimo per i motivi registici di cui sopra, è stata controllata, senza quegli eccessi uterini che sono tanto amati da qualche sopranaccio da sbarco.
Celso Albelo è stato bravo a dare un senso all’inutile Conte di Leicester, un uomo deficiente come pochi, che combina casini e peggiora la situazione sua e degli altri non appena apre bocca.
Il tenore deve fare i conti con una tessitura scomoda, ma gli acuti e l’attenzione al fraseggio sono i punti di forza dell’artista che alla fine è risultato il migliore della compagnia.
Per una volta, e me ne compiaccio molto, sono rimasto contento della prova di Gezim Myshketa nei panni di Cecil. Il personaggio non si presta a particolari sfaccettature, ma il baritono ha offerto una prova solida e vigorosa che mi ha convinto.
Un po’ casinista, con termine molto tecnico, definirei Carlo Cigni, il basso che ha impersonato Talbot: voglio dire, forse il canto non è raffinatissimo, però la sua interpretazione è stata efficace.
Brava il mezzosoprano Alessandra Palomba, nella piccola parte di Anna, confidente, ancella, nutrice, insomma quello che volete voi, di Maria Stuarda.
Alla testa di un’Orchestra del Verdi in buona serata, il direttore Fabrizio Maria Carminati ha dato una lettura abbastanza superficiale della partitura donizettiana e, se ha evitato fastidiosi clangori, non ha certo illuminato con la sua concertazione gli sprazzi più elegiaci dell’opera. Mancava un po’d’emozione, ecco.
Certo che dirigere l’orchestra con un labirinto insensato davanti non credo aiuti.
Bene il Coro.
Pubblico contento, non numerosissimo a parer mio, ma generoso di applausi anche a scena aperta per tutta la compagnia di canto.
Qualche piccola contestazione alla regia, qui ripresa da Giulio Ciabatti che ci ha messo la faccia ma è assolutamente incolpevole.
Se non sogno di finire in un labirinto con Jack Nicholson che m’insegue, vado a vedere anche il secondo cast.
Saluti labirintici a tutti.
 
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14 risposte a “Recensione semiseria di Maria Stuarda di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste. È morta ogni pietà.

  1. utente anonimo 24 gennaio 2010 alle 10:02 pm

    Mi sono imbattuta per caso in questo interessante blog. Non sono un’esperta della lirica, ma del teatro sì, dove ho potuto vedere le scenografie più azzardate.
    Il labirinto di Krief è sì claustrofobico ( la prigione forse non lo è?), ma  a mio avviso rende palpabile sia l’idea del labirinto del cuore che quella dei percorsi prestabiliti, a cui non si può sfuggire, come Elisabetta non può non condannare Stuarda e Maria non può che essere condannata. Insomma, a me Krief è piaciuto.
    La Nocentini merita di essere ascoltata, mentre la Belfiore ha una voce metallica, priva di nerbo, sebbene non abbia sbagliato una nota. Ma non era questo che mi aspettavo da lei.
    Forse anch’io andrò ad ascoltare l’altro cast, quello che hai seguito tu.

    Complimenti per il blog!

    Susanna

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  2. utente anonimo 25 gennaio 2010 alle 9:28 am

    da Giuliano:
    temo che il videogame sia il vero maitre à penser dei nostri tempi.
    E’ che noi siamo obsoleti, cosa vuoi farci? E se magari si cambiasse anche la musica, roba vecchia; e anche quella storia, che palle, quei costumi di 500 anni fa…Un po’ di rap, un paio di deejay, qualche videoclip, su un po’ di vita!
    🙂

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  3. amfortas 25 gennaio 2010 alle 10:54 am

    Susanna, benvenuta e grazie per i complimenti.
    Domani vedo il secondo cast e riferirò anche qui.
    Per quanto riguarda Krief, ben venga la tua opinione diversa dalla mia, anche se io resto dell’idea che impostare in questi termini lo spettacolo sia come minimo una forzatura.
    Io sono, di norma, molto aperto per le regie, ne abbiamo parlato qui tantissime volte, però questa di Krief (che in altre occasioni mi aveva convinto) è essenzialmente brutta: nei costumi poi è orribile.
    Ovviamente è una mia opinione!
    Ciao e grazie del contributo.
    Giuliano, a proposito di dj e rap, credo che nel prossimo Romeo et Juliet la mia opinione sulla regia sarà in controtendenza con buona parte del pubblico.
    A me lo spettacolo, che ho visto l’anno scorso alla Fenice, piacque, ma fui uno dei pochi 🙂

    Ciao e grazie 🙂

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  4. Milady-de-Winter 25 gennaio 2010 alle 11:15 am

    Vista la foto dell’allestimento, mi sento di fare una Hola! a tutto il cast, per il solo fatto di non essere inciampato. Cioè, io avrei imbarcato il primo gradino, avrei battuto un incisivo sul muretto, avrei lanciato un’invettiva con tanto di re sovracuto al regista, dopodichè avrei usato il tenore come ariete per dargli addosso. Loro invece hanno cantato e sono arrivati sino alla fine, quindi chapeau.
    Son lieta di condividere con te l’alta opinione su Leicester.
    Facce sape’ der secondo cast.

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  5. amfortas 25 gennaio 2010 alle 11:47 am

    Milady, a un re sovracuto non si guarda in bocca, basta che non sia calante come la popolarità di D’Alema, poraccio.

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  6. utente anonimo 25 gennaio 2010 alle 1:20 pm

    da Giuliano:
    oh beh, il giradischi gli è proprio bellino! direi che almeno è un’idea, però è ormai obsoleta anche quella. Dici che si può fare una scenografia con l’ipod? (almeno si risparmia!)
    🙂
    vedi cosa mi sono perso – ma la Giulietta aveva 14 anni? (se ne aveva più di 16, poi chi lo sente, Zeffirelli)

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  7. utente anonimo 25 gennaio 2010 alle 3:25 pm

    che dire..comincio ad aver paura per i biglietti fottutamente costosi che ho preso per le recite di napoli a marzo. se lo sapevo prima prendevo dei posti senza visibilità in loggione!

    ad ogni modo, cambiando argomento ma non troppo, due sere fa sono stato alla prima del falstaff a roma. al di là dei risvolti cafonal della serata, devo dire che è stata una palla mostruosa. direttore mediocre, secondo me. e soprattutto un pallosissimo e vecchissimo allestimento della zeffirelli. inutile dire che ho fischiato finchè ho avuto fiato, purtroppo in compagnia di pochi.
    le signore non potevano farlo: troppo silicone nelle labbra. gli uomini…beh, non ci sono molti melomani competenti tra i portaborse e i divi del jet-set.

    quindi, alla luce di queste recenti esperienze, propongo versioni concerto. sarebbe vero risparmio. con le dovute eccezioni, però, come il tancredi di kokkos a torino

    saluti

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  8. amfortas 25 gennaio 2010 alle 4:22 pm

    Giuliano, in quell’occasione la Giulietta era abbastanza giovane, perché si trattava di Nino Machaidze, che faceva la sua porca figura.
    Quanto all’ipod, speriamo non ti legga qualche regista!
    7, beh dai, consolati, almeno voi avete la coppia Devia-Ganassi che garantisce una parte vocale di assoluto livello!
    Quanto a Roma e il suo bestiario al teatro dell’opera, ho ancora vivo il ricordo della mia trasferta per l’Otello della stagione scorsa: visto da vicino, Renato Balestra non si può dimenticare…(per tacere della statua di cera della Pampanini!)
    Ciao!

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  9. utente anonimo 25 gennaio 2010 alle 7:14 pm

     La pampanini….che gnocca!!! A proposito di San Carlo…ma perchè i biglietti sono così maledettamente costosi? E’ una vera e propria vergogna……. Tornando allo spettacolo triestino non so quanto e cosa la regia di Krief abbia perso nella ripresa…..non c’era un velo che si alzava a Venezia? Ricordo dei movimenti anche un po’ diversi…..qui era tutto proprio tagliato con l’accetta Forse anche questo ha contribuito alla non eccelsa resa della serata….Comunque diciamolo, musicalmente l’opera è alquanto bruttina, con alcuni estremi che si spingono nella sublime melodia e nell’orrendo effettaccio rispettivamente. Rende solo ed esclusivamente in presenza di super cantanti che, in quanto tali, siano in grado di far passare in secondo piano l’inconsistenza dell’opera nel suo insieme, evitando nel pubblico l’effetto catatonico. Non credo che un regista possa fare più di tanto in questo deserto.  Per me la Stuarda può starsene nuovamente là buona buona per qualche decennio. Non capisco che perchè su 13 fondazioni liriche italiane ben 5 – in un’annetto o poco più – facciano circolare questo allestimento dell’opera. Queste coproduzioni hanno un senso se fatte sul grande repertorio (Traviata, Turandot….) e ci si guadagna ….ma così…che impoverimento nell’offerta di titoli……Perchè adesso non si consorziano per produrre…non so…."Otto mesi in due ore"….aspettiamo con ansia! Hasmik Papian ha una voce magnifica che usa come un clava…deve aver studiato la parte un po’ troppo di corsa…

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  10. amfortas 25 gennaio 2010 alle 9:14 pm

    9, non sono per niente d’accordo sulla tua valutazione della Maria Stuarda, che a me pare un’opera bellissima. Concordo invece sul fatto che necessiti di cantanti di livello superiore di quelli visti a Trieste.
    Perciò dicevo sopra che al San Carlo, con la Ganassi e la Devia, andrà sicuramente meglio. Albelo invece credo sia tra i migliori tenori odierni, per questo ruolo.
    Sulle coproduzioni credo che i teatri facciano di necessità virtù, in qualche modo. Dividono le spese in tempi in cui non ci sono vacche né magre né grasse (invito i lettori dotati di sapido umorismo a non infierire, grazie!).
    Certo una programmazione più ponderata dei cartelloni sarebbe auspicabile: quest’anno facciamo il pieno di Idomeneo e Tannhäuser, ad esempio.
    Speriamo bene, che ti devo dire.
    Ciao e grazie.

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  11. utente anonimo 25 gennaio 2010 alle 9:59 pm

    Caro Paolo Amfortas,non ci conosciamo ma volevo dirti che io e gli amici miei ti seguiamo sempre.I tuoi pareri sono sempre interessanti e soprattutto motivati e ti meriti tutto il successo che ha il tuo sito.Annachiara.

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  12. amfortas 26 gennaio 2010 alle 8:27 am

    Annachiara, ti ringrazio molto!
    Sei una mia parente vero? 🙂

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  13. biondasirocchia 28 gennaio 2010 alle 9:34 am

    Mi son sempre chiesta come diavolo si faccia a diventare registi di opera. Quale curriculum, quali titoli o credenziali bisogna esibire. Sì, di fronte a Supermario uno se lo chiede.  Amfortas, il tuo stile personalissmo  mi piace assai, rilevo solo che l’"ad minchiam" utilizzato da Milady de Winter è forse un tantino più delicato di "ad cazzum"…

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  14. amfortas 28 gennaio 2010 alle 10:13 am

    Biondasirocchia, credo che avere un palese cattivo gusto sia pregiudiziale, almeno in una consistente percentuale di casi.
    Ti ringrazio per l’apprezzamento per il mio duro lavoro di blogger, è in momenti come questi che trovo la forza per andare avanti.
    Quanto alla delicatezza della comune amica Milady, basta la parola, lei è una Signora, non posso certo mettermi in competizione con lei.
    Ad minchiam o ad cazzum? That is the question!
    Ciao e grazie del passaggio 🙂
    (scusa ma ogni tanto esce l’autostoppista che c’è in me)

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