Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

De rerum canorae (mah…) ovvero il Werther di Jonas Kaufmann.

M’ero scordato il link da dove ancora oggi, mi pare per i prossimi cinque giorni, si può vedere lo spettacolo: eccolo qui. Magari a qualcuno interessa!

Giovedì scorso il canale televisivo Arte ha trasmesso il Werther di Jules Massenet e, una volta di più, i siti web che si occupano di lirica si sono divisi in due fazioni nel valutare la prova del protagonista dell’opera, il tenore Jonas Kaufmann.

Ovviamente, non ci sarebbe bisogno neanche di sottolinearlo, i toni da talebani non sono mancati, come sempre succede quando si pretende di avere ragione per forza e si cerca non la valutazione contingente, bensì la conferma ai propri pregiudizi, negativi o positivi che siano.
Io, nel mio piccolo, ho un atteggiamento molto più rilassato nei confronti del mio hobby e lascio i toni esacerbati e le guerre di religione ad argomenti più forti.
Non è un merito, è una prospettiva di vita.
Quindi, a proposito di questo Werther la mia sensazione è che, come spesso succede, in medio stat virtus.
La prestazione di Kaufmann, nel complesso, mi ha convinto ma non mi ha certo fatto gridare al miracolo.
Dal punto di vista vocale il tenore tedesco non può rifarsi ai Vanzo o ai Kraus, evidentemente, perché lo strumento vocale è del tutto diverso. Il suo “modello” è o dovrebbe essere Georges Thill, che appartiene alla schiera dei tenori dalla voce più marcatamente drammatica (questa teoria, sostenuta anche dal Corriere della Grisi, mi pare assolutamente inattaccabile).
Cosa fa la differenza tra un Werther di medio-alta routine, così lo definisco io questo Werther di Kaufmann, e uno storico (come sostiene invece Operadisc)?
Il fraseggio, la cura del particolare e, insisto su questo punto perché oggi è fondamentale, la recitazione sul palco, il modo in cui l’artista rende credibile il personaggio anche attraverso la fisicità.
Ora, non credo che si possa negare a Kaufmann una cura del fraseggio veramente fuori dal comune, né che abbia un timbro vocale, caldo e sensuale, adattissimo a questo personaggio così tormentato, lacerato.
La ricerca sin troppo scoperta di alleggerire la voce, che sfiora il manierismo, mi convince molto di meno, invece.
Così come mi convince pochissimo la recitazione del tenore, che ha costantemente stampato in faccia uno stupito stupore, mi si passi la definizione, che lo rende più simile a un pretty loser che a un grande personaggio tragico.
Inoltre, il suo Werther è pericolosamente sovrapponibile al suo Don José e non dovrebbe essere così perché i personaggi sono agli antipodi, dal punto di vista drammaturgico.
Se è vero che i grandi artisti tendono a rifare se stessi, è anche vero che l’autoreferenzialità è specchio d’ immobilità intellettuale e non di cambiamento o rivoluzione culturale.
Però, sempre a mio parere, come sono fuori luogo i trionfalismi lo sono anche, e forse di più, i tentativi di far passare Kaufmann in questa e altre occasioni come un prodotto di agenzia o casa discografica, come un fenomeno mediatico che ha successo perché (mi dicono, vi prego di non chiedere chiarimenti su questo punto) bello e affascinante.
E questo atteggiamento Il Corriere della Grisi ce l’ha con il 99% degli artisti in carriera, il che è statisticamente sospetto, sa di pregiudizio intellettuale.
Jonas Kaufmann è un signor tenore, al giorno d’oggi.
Se è un tenore storico lo sapranno i nostri nipoti, ma negargli una dignità artistica rilevante è capzioso e anche un po’ stucchevole.
Buon fine settimana a tutti.
 
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10 risposte a “De rerum canorae (mah…) ovvero il Werther di Jonas Kaufmann.

  1. utente anonimo 30 gennaio 2010 alle 5:29 pm

    i miei amici di parigi sono andati a vederlo due volte. pare che sia molto buono, anche a livello di allestimento. e la critica francese sta gridando al miracolo.
    io non esprimo giudizi perchè in teatro ovviamente non c’ero. certo, avendo vissuto a parigi, posso dire che il pubblico è assai incompetente, trés bo-bo, e che battono le mani anche per delle sonore porcate. mi ricordo il macbeth con la urmana in cui ero il solo a fischiare.
    l’opéra è caduta talmente in basso che non mi meraviglierei troppo se tutto questo entusiasmo fosse un pò esagerato. bisogna comunque rapportarlo al livello medio delle performance dell’opéra. e a questo aggiungerei di tenere in considerazione anche un certo nazionalismo. voglio dire, mi son sentito fare commenti del tipo: ‘ok a milano ha cantato molto bene, ma werther è proprio il suo ruolo’.
    comunque aggiungerei pure che la gestione di joel è migliore di quella disastrosa di mortier. quindi magari da quest’anno le cose vanno meglio per i melomani parisiens.
    saluti

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  2. utente anonimo 30 gennaio 2010 alle 6:48 pm

    Caro Amfortas, le devo fare i miei complimenti!
    Finalmente leggo una persona che è serena nei giudizi e soprattutto resta ai fatti. I suoi sono pareri discutibili come quelli di tutti gli altri ma hanno un grande pregio, non sono mai apodittici e non indulgono in quel vezzo ormai insopportabile di parlare male o bene di qualcuno per svilire o esaltare altri, come fanno SEMPRE i siti che ha citato nel suo blog di oggi.
    Attenderò con piacere di sapere il suo parere sulla Manon Lescaut alla Fenice.
    Nel frattempo come faccio già da qualche mese continuerò a consigliare il suo sito a tutti i miei amici.
    Laura Battistelli

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  3. utente anonimo 30 gennaio 2010 alle 10:06 pm

    da Giuliano:
    davvero martedì sei a Milano? potrei esserci anch’io, fammi sapere il programma (non al Don Giovanni, cose mie privatissime)

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  4. amfortas 30 gennaio 2010 alle 11:03 pm

    1, non conosco la realtà francese e quindi grazie delle informazioni.
    Il pubblico forse è un po’ troppo di bocca buona ovunque, però, almeno secondo me, ci comincia ad essere un’inversione di tendenza, perché molte persone oggi sono più preparate e informate. In questo il web aiuta molto.
    Come allestimento l’ho trovato tradizionale ma non noioso.
    Ciao e grazie.
    Laura, ti ringrazio molto per le belle parole, ma non mi va di entrare in polemica diretta con altre realtà sul web, anche perché abbiamo target e obiettivi diversi.
    Li ho citati perché era funzionale al post.
    Grazie anche a te.
    Giuliano, sì martedì sono a Milano per il Don Giovanni, domani ti scrivo per i particolari, ma ti anticipo che sarà una toccata e fuga 🙂
    Ciao!

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  5. utente anonimo 31 gennaio 2010 alle 12:28 pm

    caro Paolo,
    se stiamo dietro a Grisi e compagnia non andiamo più all’opera e  ci rinchiudiamo in casa ad ascoltare le voci dei fantasmi, così magari andiamo anche noi fuori di testa.
    le mie impressioni sul Werther le ho già postate, come hai visto, sul forum opera radio-tv, dunque non sto a ripetermi.
    Io però non ho visto questa ripetitività recitativa, la gestualità mi sembrava molto diversa, anche ovviamente per effetto delle abissali diversità tra le regie.A me é sembrato molto più convincente, intenso ed emozionante come Werther, nonostante le solite criticità, e sottoscrivo che per me é di gran lunga il miglior werther attuale, e probabilmente uno dei migliori degli ultimi 30 anni.
    Forse hai ragione sullo stupito stupore, ma anche di Clint Eastwood Sergio Leone diceva che aveva due espressioni, una col cappello e una senza, e poi abbiamo visto dov’é arrivato…
    Ciau né.
    gaetano

    P.S. meno male che non sono venuto a trieste per la stuarda…comunque anche idomeneo é stato funestato da una regia abominevole 

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  6. amfortas 31 gennaio 2010 alle 11:43 pm

    Gaetano, ciao!
    Ribadisco che ho citato Il Corriere della Grisi perché era funzionale al post, nel senso che mi serviva per dimostrare come le opinioni su di uno spettacolo, tra l’altro fruito allo stesso modo e cioè via tv, possa essere valutato in maniera opposta da soggetti diversi (Operadisc).
    Soprattutto mi urta che avrei scommesso una cifra su queste valutazioni opposte: ma sempre sino a un certo punto, s’intende, ognuno è libero di pensarla come meglio crede.
    Io sto nel mezzo, non perché sia comodo, ma perché è piuttosto difficile che mi esalti per uno spettacolo teatrale: mi può piacere o meno, ma i toni cerco di mantenerli sempre sottotraccia, diciamo così.
    Detto questo, anch’io concordo con te che il Werther di Kaufmann sia un’ottima caratterizzazione, lontana però, a mio gusto, e da un Kraus e ancor di più di un Thill.
    Vorrei sentire Alvarez dal vivo, per avere un termine di paragone più congruo, almeno perché è artista coevo al bel Jonas. Il quale Jonas continua a non convincermi soprattutto dal lato interpretativo, per i motivi che ho scritto, almeno sino a quando non lo sentirò dal vivo. Mi pare sempre che faccia la parte dello stranito, capisci? E ‘sti falsettini…insomma…mi sanno di "vedi come cerco di colorare?" Ci sento insomma più maniera che urgenza interpretativa.
    Sulle regia, oggi ho avuto conferma che addirittura il San Carlo di Napoli ha "protestato" la Maria Stuarda di Krief. Aggiungo che la regia di Vick nella Manon Lescaut a Venezia, che ho visto oggi, è stata anche peggiore, in alcuni momenti.
    Ciao e grazie del passaggio, chissà che non ci si riveda a Torino eh 🙂

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  7. daland 1 febbraio 2010 alle 3:58 pm

    Ho visto/ascoltato – a rate – questo Werther. Premesso che non è proprio il genere che mi stimola di più, dirò che non mi è affatto dispiaciuto. Intanto il venerabile Plasson ha diretto con assoluta fedeltà alla partitura: che non è mai condizione sufficiente a produrre un’opera d’arte, ma è di sicuro condizione necessaria (viceversa ogni Kapellmeister si può inventare i suoi capolavori, sfigurando gli originali).
     
    Kaufmann è certo un grande, confermo il giudizio dopo averlo sentito dal vivo in José. Il fatto è che si trova la voce che ha, e che personalmente non mi pare attagliata ad un personaggio che è un ragazzino (o poco più) sia nell’anagrafe che nel cervello! E proprio rendendosi conto di ciò – credo io – il bravo e intelligente Jonas cerca di rimediare con faticose mascherature della voce, semi-falsetti e qualche gigionerìa sparsa. Immagino che sarà grande in Lohengrin e in Siegmund, come lo è stato in José. Caso mai ci si può chiedere perché accetti di fare questi ruoli, ma a me piace comunque questo Werther un pochino… forzato, ma che canta con un trasporto e un modo di porgere ineguagliabili. Sulla fotocopia di José ho un’idea diversa dalla tua: credo che la cosa dipenda più dalle regìe che da lui, e caso mai è stata l’ignorante regìa della Dante a fargli fare un Josè simile al Werther!   
     
    A proposito di regìe, ma anche di modo di fruire l’opera: quella teatrale di Parigi era senza infamia né lode; quella televisiva ci ha dato la prova di quale abissale distanza esista fra il teatro vero e il piccolo (anche se di 55 pollici) schermo! Parliamo davvero di due generi diversi.

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  8. amfortas 1 febbraio 2010 alle 5:31 pm

    Daland, è interessante la tua considerazione sulle regie, non ci avevo pensato.
    Però le gigionerie per me c’erano anche in Don Josè…va da sé che dopo aver sentito ieri, con tutto il rispetto, Walter Fraccaro, il bel Jonas ne esce come un gigante 🙂
    Io credo, ma è solo una mia supposizione, che Kaufmann faccia questi ruoli, mi riferisco al Werther, perché ci si sente portato.
    C’è il rammarico per non averlo ancora sentito dal vivo e mi spiace perché ci siamo sfiorati l’anno scorso per il Romeo et Juliet.
    Mi sa che non sarà facile rivederlo in Italia.
    Ciao e grazie.

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  9. Milady-de-Winter 3 febbraio 2010 alle 9:53 am

    L’ho visto anch’io, quel Wether lì, in televisione, qualche sera fa. E concordo: non mi pare di dover urlare nè all’abbominazione (con due "b", fa molto opera), nè al miracolo. Si lasciava ascoltare volentieri, Kaufmann gigioneggia un po’ da belloccio romantico ma in fondo lo è. Belloccio, dico. L’allestimento grigetto era avvilente, mi ricordava il colore delle pareti dell’ufficio dell’ispettore derrik, nei giorni di pioggia.

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  10. amfortas 3 febbraio 2010 alle 1:08 pm

    Milady, anch’io sono sempre più convinto che quella di Kaufmann sia stata una prestazione buona ma non straordinaria. Lo spettacolo era molto tradizionale ma si faceva guardare.
    Derrick però aveva un bel senso dell’umorismo e riscattava l’ambiente tetro dell’ufficio 🙂

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