Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Roméo et Juliette di Charles Gounod al Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione a latere.

Allora, giovedì prossimo debutta al Teatro Verdi di Trieste il Roméo et Juliette di Charles Gounod, nell’allestimento firmato da Damiano Michieletto che ho visto l’anno scorso, proprio di questi tempi, alla Fenice di Venezia.

Finale

A Trieste sarà accolto male, io ve lo dico prima.
Forse non tanto in teatro, perché è rarissimo che il pubblico rumoreggi qui, ma già mi pare di leggere le lettere di protesta al nostro quotidiano. Vabbè, vedremo.
Mi è abbastanza difficile scrivere qualcosa su quest’opera, perché sono tante le riflessioni che si potrebbero fare, ma credo sia indispensabile intanto ricordare che è ricavata dal lavoro (piuttosto noto, smile) di Shakespeare.
Le differenze dall’originale sono molte, peraltro, ma la più significativa mi pare sia la centralità di cui il compositore investe la vicenda amorosa a scapito della rivalità tra le famiglie dei Capuleti e dei Montecchi.
I contrasti non spariscono ma fanno da sfondo, insomma, in modo ancora più distaccato che nell’opera di Bellini ad esempio, I Capuleti e i Montecchi.
La circostanza si nota bene proprio dall’evidenza drammaturgica dell’opera, che prevede ben quattro (!) duetti tra i due protagonisti: solo nel terzo dei cinque atti non c’è il duetto d’amore, e non credo sia un caso che proprio nel terzo atto Roméo uccide Tybalt e l’inimicizia tra i due clan familiari è più marcata dal compositore.
Poi c’è la questione dell’ultima scena.
Nell’originale Giulietta si sveglia dopo che Romeo è morto, mentre nell’opera i due amanti sfigati trovano il tempo di parlarsi un’ultima volta.
I librettisti Jules Barbier e Michel Carré non fanno altro che accogliere la prassi esecutiva di alcuni grandi attori di prosa di metà 700, che evidentemente non avevano nulla da invidiare, in fatto d’indisciplina, alle primedonne del melodramma (smile).
Inoltre lo stesso Gounod mise mano più volte alla partitura, aggiungendo o eliminando episodi in base al teatro in cui l’opera veniva rappresentata.
Mi spiego meglio.
Parigi aveva tre teatri: il Théâtre Lirique, l’Opéra Comique e l’Opéra. Ognuno di questi teatri aveva esigenze drammaturgiche disparate e pure diverso era il tipo di pubblico, che s’aspettava un determinato tipo di spettacolo.
La tradizione ad esempio voleva che all’Opéra Comique si rappresentassero opere con dialoghi parlati e come suggerisce l’aggettivo “comique” di carattere leggero o giocoso.
All’Opéra invece erano di casa le grandi produzioni, che di solito non prescindevano da uno o più balletti e imponenti scenografie (il grand opéra, appunto).
Il Théâtre Lirique era il luogo più popolare e allo stesso tempo illuminato, diciamo così, in cui s’accoglievano con favore anche i lavori dei compositori stranieri.
In poche parole tra il 1867 e il 1888 l’opera fu rappresentata più di 400 volte solo a Parigi, spessissimo con protagonista il soprano Caroline Miolan Carvalho, che era la moglie del “sovrintendente” di uno dei tre teatri francesi.
Concludo questo mio primo intervento con alcune parole di Gounod, personaggio curioso e dalle mille sfaccettature (e che predicava bene e razzolava male, perché era molto attento alla “visibilità”), sulle conseguenze della “modernità”.
Mi paiono molto attuali e, come si dice, mutatis mutandis…
 
Al giorno d’oggi l’artista non è più padrone di se stesso: appartiene a tutti, è più che un bersaglio, è una preda. La sua vita intima e produttiva è quasi interamente assorbita, sequestrata, sperperata nei precisi obblighi della vita sociale che lo soffocano poco a poco nella rete di quegli sterili doveri-feticcio con cui s’impastano tante esistenze sprovviste di un movente superiore. Egli è divorato dal mondo, cioè. Si provi ad immaginare quel che può scaturire da uno spirito diviso senza tregua tra serate mondane, cene in città, convocazioni perpetue a riunioni di ogni genere, tormentato dall’assalto di una corrispondenza importuna, che non gli concede pause per respirare, oppresso infine da queste miriadi di piccole schiavitù su cui è costruita la grande tirannide dell’indiscrezione pubblica.
 
Non so se mi ricorda di più la vitaccia di un artista o di un Presidente del Consiglio, o di un capo della Protezione Civile, questa frase…(strasmile)
Buona settimana a tutti.
 
 
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7 risposte a “Roméo et Juliette di Charles Gounod al Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione a latere.

  1. daland 15 febbraio 2010 alle 2:48 pm

    Perchè sospetti tanto dei tuoi concittadini? Magari anche loro apprezzeranno il varietà…

    Gounod bisogna capirlo. Persino Wagner, prima di farsi (fare) il teatro in giardino, dovette chinare il capo di fronte alla "civiltà" parigina! 

    Dalla tua ultima lista mi permetterei di togliere il PM (attuale): lui la sua vitaccia – capelli esclusi – se la crea, non la subisce, di sicuro!

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  2. utente anonimo 15 febbraio 2010 alle 4:30 pm

    Romeo e Giulietta = Yawnnnn
    E vabbè, si sa che sono tanto romantica.

    Ora che mi hai fatto riflettere su quanto sia dura la vita di un Presidente del Consiglio, cambierò sicuramente idea su di lui!!!

    L’amorevole Margot

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  3. amfortas 15 febbraio 2010 alle 5:04 pm

    Daland, magari lo spettacolo ti piacerebbe :-), mai dire mai!
    E poi Gounod, che vuoi che ti dica, era un bel baciabanchi che ha cercato di distruggere il senso del Don Giovanni e mi sta un po’ antipatico, anche se quest’opera e il Faust mi piacciono assai.
    Hai ragione sull’attuale PM!
    Ciao 🙂
    Margie, guarda che questo allestimento non è così lontano dal Time Warp, quindi piacerebbe anche a te!
    Ciao 🙂

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  4. utente anonimo 15 febbraio 2010 alle 5:57 pm

    da Giuliano.
    Sono ammirato da Gounod. Che magnifica barba! Direi che potremmo farcela crescere anche io e te – però io aspetto, sono ancora troppo brizzolato….
    (e poi a me la barba mi si arriccia…)

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  5. amfortas 15 febbraio 2010 alle 7:38 pm

    Giuliano, io m’accontento di uno squallido pizzetto, canuto, bianco al par di neve alpina. E poi tu sei un ragazzino, suvvia 🙂

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  6. utente anonimo 18 febbraio 2010 alle 9:27 am

    come è andata la generale?
    Lucia

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  7. amfortas 18 febbraio 2010 alle 9:48 am

    Lucia, i relata refero dicono bene, ma non ci darei troppo peso…meglio constatare di persona e ormai è arrivato il giorno.
    Ciao!

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