Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Roméo et Juliette al Teatro Verdi di Trieste.

Devo confessare che temevo fortemente che Antonino Siragusa accettasse d’indossare la parrucca alla Jimi Hendrix che portava l’anno scorso Eric Butler a Venezia. Invece no, si è presentato con la sua pelata naturale ed è già una cosa (strasmile).
Tra l’altro, assomiglia a mio fratello in modo notevole, non l’avevo mai notato (e chissenefrega, direte voi, e fate pure bene).
Confesso inoltre che dopo l’ouverture tellurica di Julian Kovatchev ho pensato: “Mano de pedra is back!”.
E, per finire, confesso ancora che dopo lo sfavillio di luci psichedeliche alla fine dell’introduzione del Coro, ho temuto per la vita di qualche anziano abbonato.

 
Mi pento e mi dolgo.

Primo violino Roméo et Juliette.

Non abbiamo perso (almeno in sala…) alcun abbonato e Julian Kovatchev, dopo essersi sfogato all’inizio, ha tenuto duro sino alla fine e anzi senza inventarsi nulla di nuovo, ha concertato con un certo gusto.
La partitura è difficile, si rischia la carie in alcuni momenti e il suicidio in altri. Eppure Kovatchev ha accompagnato bene i cantanti nei duetti ed è stato bravo a rendere il vigore orchestrale necessario nel terzo atto, quello della rissa che scatena l’omicidio di Mercutio prima e di Tybalt subito dopo.
Insomma una direzione tutto sommato discreta, quella di Kovathcev, alla guida di un’Orchestra del Verdi in gran serata. Bravi.
Ottimo anche il comportamento del Coro, preparato per l’occasione da Alessandro Zuppardo. Sono particolarmente contento del rendimento della compagine triestina, che nelle ultime occasioni avevo sentito sotto gli standard d’eccellenza a cui mi avevano abituato negli ultimi anni.
La regia di Damiano Michieletto, che dire? Intanto che la conoscevo già, perché la vidi l’anno scorso a Venezia.
Foto2A me è piaciuta, sarò pure matto, ma è piaciuta. Trovo che la chiave di lettura sia credibile (i Capuleti e i Montecchi visti come due gang giovanili rivali) e che le idee siano ben realizzate. Le citazioni, dalla cultura pop a oggi, sono molte e tutte piuttosto riconoscibili: Andy Warhol, Marilyn Manson, Baz Luhrmann, e io ci vedo pure, nel long playing che gira sul piatto, un ricordo del Brian De Palma di The Phantom of the Paradise.
Concorrono in maniera decisiva alla riuscita dell’allestimento i costumi fantasmagorici di Carla Teti, le scenografie di Paolo Fantin (il megagiradischi è bellissimo, davvero) e le straordinarie luci di Fabio Barettin, che danno profondità alla scena e sottolineano bene sia gli stati d’animo mutevoli dei protagonisti sia la cieca rabbia delle famiglie rivali. Così così le coreografie di Roberto Pizzuto.
E poi i graffiti writers e le pettinature stravaganti, tutti simboli di una gioventù che desidera appartenere a un clan, a un gruppo, magari senza accorgersi che non c’è conformismo peggiore dell’anticonformismo coatto (cavolo, questa non è male, bisogna che me la scriva da qualche parte).
Michieletto ha fatto bene a rinunciare ad alcune forzature, come ad esempio lo stupro di Gertrude e toccamenti di pelotas vari, lo spettacolo ne ha guadagnato.
Ma torniamo alle cose semiserie.
Foto3
Antonino Siragusa era al debutto quale Roméo e ha cantato quasi al massimo delle sue possibilità. Ci ha anche regalato un brivido, visto che si è presentato in scena con una decina di secondi di ritardo, lasciando col fiato sospeso l’orchestra, i cantanti sul palco e quei pochi che conoscevano l’opera (mai rappresentata a Trieste, con un’unica eccezione nel 1912, mi pare). Quindi le prime battute sono state concitate, chissà, magari gli è preso un fulmineo attacco di squaraus (strasmile).
Poi ha cantato bene, addirittura smorzando il si bemolle dell’aria Ah lève toi soleil, e cercando anche in modo evidente mezzevoci e sfumature che caratterizzino i tormenti del giovane innamorato.
Però…però…una volta dato atto al tenore della sua bravura (peraltro nota a tutti e anche a me, che l’ho apprezzato anche recentemente nel Tancredi a Torino) e anche della sua disinvoltura sul palcoscenico è necessario specificare che il suo timbro chiarissimo non è adatto alla parte di Roméo, perché la voce non è quasi mai seducente. Manca di calore, di sentimento, e se nella grande aria del secondo atto (applaudita a scena aperta) la perizia tecnica mi ha fatto scordare questa circostanza, nei duetti la mancanza di abbandono si è sentita, eccome. Meglio invece nel terzo atto, ad esempio, quando l’accento si è fatto più incisivo (e senza sbracamenti) nella lite con Tybalt.
Insomma, tecnicamente non ha sbagliato nulla, ma alla fine il personaggio non esce nella sua giusta dimensione.
Foto1
Silvia Dalla Benetta, pure lei al debutto, ha cominciato con due acuti schiacciati e forzatissimi, che non promettevano nulla di buono. Per fortuna poi si è ripresa e ha cantato un buon Je veux vivre, in cui ha brillato proprio nella coloratura. Anche nel prosieguo dell’opera ha dimostrato che Juliette è un personaggio che le si addice, soprattutto ora che la voce si è irrobustita nei centri e ha un maggior spessore in generale. Infatti l’aria Amour ranime mon courage (altra aria applauditissima a scena aperta), nella quale i soprano soubrette spesso naufragano miseramente, è stata ben risolta.
La Dalla Benetta è stata inoltre molto brava dal punto di vista della recitazione, sobria e controllata, ma allo stesso tempo partecipe ed emozionante. Dettaglio da non sottovalutare, perché con i costumi succinti da ragazzina che indossava anche qualche piccolo scivolone nel cattivo gusto avrebbe potuto far scattare l’effetto Via Tiburtina (smile).
Per la complessiva riuscita artistica dell’opera di Gounod è indispensabile che le parti minori siano ben delineate. Il risultato è stato certo raggiunto dal lato della recitazione, mentre dal punto di vista vocale c’è stata qualche mancanza.
Deludente la prova di Massimo Gagliardo quale Mercutio, segnatamente nell’importante aria della Regina Mab, affrontata con poca convinzione specie nel fraseggio, mentre migliore è stato il rendimento del baritono nella scena della lite nel terzo atto e, in generale, come disinvoltura sul palcoscenico.
Elena Belfiore, nella parte di Stéphano, non ha ripetuto la recente bella prova della Maria Stuarda, cantando in modo piuttosto dimesso l’aria Que fais-tu, blanche tourterelle. Buona invece l’interpretazione dal lato attoriale.
Nicolò Ceriani, affaticato nel finale, ha comunque ben figurato come Capulet, trovando accenti patetici interessanti e pertinenti.
Bene Giovanni Battista Parodi nell’importante ruolo di Frère Laurent, che il regista vede come un moderno prete di strada. La morbidezza della voce è stata un bel valore aggiunto a questo personaggio così austero e nobile.
Pallido ed evanescente il Tybalt di Hans Ever Mogollón, la voce del tenore è sembrata priva di smalto e lucentezza.
Brava Chiara Fracasso come Gertrude e convincente pure il vigoroso Grègorio di Giuliano Pelizon.
Sufficienti le caratterizzazioni di Dax Velenich (Benvolio), Manrico Signorini (il Duca) e Armando Badia ( Pâris).
Il pubblico ha regalato un trionfo a Antonino Siragusa e Silvia Dalla Benetta e un buon successo a tutta la compagnia di canto, direttore d’orchestra compreso.
All’uscita di Damiano Michieletto c’è stata un po’ di contestazione ma gli applausi sono stati di gran lunga superiori, tanto che tutti gli artisti sono stati chiamati più volte al proscenio.
Io sono contento perché, almeno in teatro, la gente era incuriosita ma non pregiudizialmente sfavorevole, e inoltre ho visto più giovani del solito anche in platea. Purtroppo, è giusto segnalarlo, il teatro presentava qualche vuoto.
Se ho voglia e tempo vado a sentire anche il secondo cast e riferirò anche qui.
Un saluto a tutti.
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20 risposte a “Recensione semiseria di Roméo et Juliette al Teatro Verdi di Trieste.

  1. utente anonimo 22 febbraio 2010 alle 12:13 am

     Caro Paolo Bullo, innanzitutto grazie per l’attenzione che hai dedicato a questo nostro spettacolo. Noi due vi stiamo partecipando attivamente e quello che tu hai visto in palcoscenico è il risultato di una preparazione molto attenta e una strettissima collaborazione fra tutti noi componenti dello spettacolo.Ci fa piacere che questa emozione venga riconosciuta dal pubblico di Trieste, che stavolta è stato generoso è non pregiudizievole, ed ha accettato con fiducia la nostra proposta artistica. Aspettiamo con piacere di rileggerti.
    Tanti cari saluti.
    Silvia Miao e Alessandro Gounod

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  2. amfortas 22 febbraio 2010 alle 9:30 am

    Cari Silvia Miao e Alessandro Gounod, grazie a voi dell’impegno che ci mettete, in una produzione che comunque fa discutere e tiene desta l’attenzione sull’opera lirica senza prendere scorciatoie, e cioè in base a quello che avviene in teatro.
    Cavolo, qui sembra che esista solo la TV, ma non è così.
    Ciao!

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  3. utente anonimo 22 febbraio 2010 alle 12:46 pm

    Non entro nel merito perché non ho le competenze per farlo, si sa.
    Ma penso che in generale "Romeo e Giulietta" sia una storia abbastanza noiosa di suo, se la si "stravolge" (in qualsiasi campo, sia chiaro) rischia di diventare insopportabile.

    La romantica Margot

    P.S. Io ‘sta grande somiglianza con tuo fratello non ce la vedo proprio…

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  4. utente anonimo 22 febbraio 2010 alle 1:19 pm

    quest’opera di Gounod è talmente inconsistente e priva di nerbo che una lettura in grado di darvi polpa e sostanza è indispensabile. Che senso avrebbero le scenografie finto medievali e Giulietta con le treccine? Spererei molto di vedere in futuro Michieletto alle prese anche con opere toste e decisamente più impegnative della presente. Ma è vero che è stato stracciato il prevsito regista Tiezzi dall’Otello conclusivo di stagione?

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  5. amfortas 22 febbraio 2010 alle 3:33 pm

    Margie, beh ma mica si è stravolto nulla, qui. È solo una lettura meno tradizionale.
    Per me ci assomiglia, il fratello.
    Ciao!
    4, a me non sembra che l’opera sia poi così inconsistente, anzi…se pensi al vuoto assoluto di certi altri lavori, è quasi troppo piena di avvenimenti.
    Non so nulla dell’Otello di Tiezzi, ma non mi meraviglierebbe una cancellazione perché quest’Otello era stato pensato per altri interpreti e, soprattutto, per altre contingenze economiche.
    Ti saprò dire.
    Ciao.

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  6. utente anonimo 22 febbraio 2010 alle 4:45 pm

    E chi sarebbero Silvia Miao e Alessandro Gounod? juliette e romeo?
    una piccola chiosa: non capisco l’abolizione delle parrucche di entrambi i protagonisti. passi siragusa versione nature, ma francamente a me piacque molto la parrucca rosa fosforescente che indossò la machaidze a venezia…si abbinava alle calze….perchè è stata levata?
    lucia

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  7. amfortas 22 febbraio 2010 alle 5:07 pm

    Lucia, anche a me piaceva la parrucca stile Natalie Portman nel film "Closer".
    Credo che gli artisti, per questi particolari, possano dire la loro. Magari a Silvia quel colore non piaceva per qualche motivo, non è la prima volta che vedo piccoli cambiamenti tra un cast e l’altro, e poi guarda che non si è certo risparmiata in scena, perché a un certo punto era abbastanza discinta e faceva la sua porca figura.
    Fraccaro a Venezia (Manon Lescaut) si è rifiutato d’indossare la braga corta, ad esempio.
    Silvia Miao e Alessandro Gounod forse si appaleseranno, chissà!
    Deh, svelatevi! Vogliamo di voi contezza!
    Ciao 🙂

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  8. amfortas 22 febbraio 2010 alle 6:10 pm

    Per i molti vecchi amici di Tiscali: mi spiace ma se non aggiornate i blog non si riesce a commentare!

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  9. utente anonimo 22 febbraio 2010 alle 10:16 pm

    da Giuliano:
    Vista dalle tue foto, la scenografia sembra davvero bellina. Riposante, direi: di quel bel blu caldo che fa venir voglia di dormire.
    L’opera non la conosco moltissimo, a dire il vero di Gounod amo molto quasi soltanto il Sanctus, per motivi cinematografici: che se non ricordi poi in settimana te li rammento.
    Romeo e Giulietta mi piace quasi solo per Prokofiev. A dirla tutta, preferisco il Macbeth, l’Otello, il Falstaff…
    🙂

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  10. amfortas 23 febbraio 2010 alle 8:31 am

    Giuliano, Gounod ha scritto parecchia musica sacra, anche perché come ho accennato credo nel post precedente, era un gran ruffiano.
    Io, con poche eccezioni, non amo molto il genere.
    Del compositore francese mi piace tanto il Faust e apprezzo, se ben cantata, la Mireille un’operina ormai quasi sconosciuta.
    Quanto al Sanctus, eccolo qua: non me lo ricordavo, ma una breve ricerca su Youtube è stata profcua 🙂
    Ciao!

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  11. utente anonimo 23 febbraio 2010 alle 9:45 am

    da Giuliano:
    Questo si chiama "parare un colpo"! C’est magnifique, come direbbe Snoopy. (magari sai anche chi era Giuseppe Becce…)
    🙂
    (più che probabile!) (in caso contrario, domani lo saprai)

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  12. amfortas 23 febbraio 2010 alle 11:49 am

    Giuliano, collego il nome di Becce a Wagner, ma non so perché…attendo con fiducia!

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  13. utente anonimo 23 febbraio 2010 alle 1:36 pm

    da Giuliano:
    Becce fu autore di musiche per il cinema, prima del sonoro. Ne parlo per "Il dottor Caligari" di Robert Wiene (era già uscito sull’altro blog, quello milionario)
    🙂

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  14. utente anonimo 23 febbraio 2010 alle 3:15 pm

     l’abbiamo già detto: siamo due che partecipano allo spettacolo, abbiamo cambiato solo i cognomi. Silvia adora i gatti, io Gounod. Lei appare in palcoscenico in molti momenti dell’opera, io solo per un minutino….
    saluti a tutti, e buon divertimento!
    Alessandro

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  15. utente anonimo 23 febbraio 2010 alle 8:30 pm

    e del secondo cast? non ci dici nulla?
    sono molto curiosa perchè mi hanno detto bene del tenore…
    Lucia

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  16. amfortas 23 febbraio 2010 alle 9:41 pm

    Giuliano, ok, quando ho tempo passo ad acculturarmi!
    Silvia e Alessandro, ciao a voi.
    Lucia, vado a vedere il secondo cast giovedì sera.

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  17. mamikazen 23 febbraio 2010 alle 10:18 pm

    Viva sempre Michieletto 🙂

    Ma… soprani soubrette? 😀

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  18. amfortas 24 febbraio 2010 alle 8:21 am

    Mami, sì sì, soubrettine sono alcune 🙂
    Ciao, spero di rileggerti presto!

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  19. gabrilu 24 febbraio 2010 alle 10:11 am

    Amf, a proposito della regia  tu scrivi: "A me è piaciuta, sarò pure matto, ma è piaciuta. Trovo che la chiave di lettura sia credibile (i Capuleti e i Montecchi visti come due gang giovanili rivali)"

    L’idea l’avevano  avuta (e splendidamente realizzata)  Leonard Bernstein e Robert  Wise con West Side Story, ricordi? Le due bande giovanili che si scontrano  nel West Side…
    Ciao  🙂

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  20. amfortas 24 febbraio 2010 alle 10:47 am

    Gabrilu, certo che ricordo e ti dirò che andrò vedere proprio il lavoro di Bernstein tra un mesetto qui a Trieste. Tieni conto che il post già è uscito lunghino e qualcosa dovevo sfrondare.
    Sai com’è, in casi come questo si dovrebbero scrivere un paio di post o più di presentazione dell’opera, ma il tempo (e la voglia) sono quelli che sono 🙂
    Ciao e grazie!

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