Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria del Tabarro di Giacomo Puccini alla Sala Tripcovich-De Banfield di Trieste.

La prima considerazione che mi viene da fare,

dopo aver assistito alla serata organizzata dall’Accademia Lirica di Santa Croce alla Sala Tripcovich-De Banfield, non è tanto sugli esiti artistici quanto piuttosto sulla funzione salvifica del teatro in generale.

È una notazione personale, me ne rendo conto, ma credo che abbia valenza universale.
Sto parlando di quella straordinaria capacità che ha il teatro di “sospendere la realtà”, quasi che l’Arte ci regalasse una breve vacanza dagli affanni della vita quotidiana.
Il primo merito dell’Accademia, quindi, è proprio “il fare teatro” inteso come alternativa di vita per chi recita e soprattutto per chi si siede comodamente in poltrona a guardare.
Alessandro Svab, deus ex machina dell’Accademia, ha programmato un bel tour de force per i suoi allievi: tra venerdì della settimana scorsa e questa sera, sono andati in scena la Petite messe sollennelle di Rossini e Il tabarro di Puccini, integrati da una seconda parte di serata dedicata alla musica di Broadway.
Io ero presente sabato e ho visto l’atto unico di Puccini.Tabarro

Inutile, in questa sede, ricordare come Il Tabarro faccia parte di un trittico (Tabarro, Gianni Schicchi e Suor Angelica) che il compositore avrebbe voluto che si rappresentasse per intero, in quanto c’è una (dis)continuità drammaturgica, un’ispirata alternanza di stati d’animo e stili contrapposti.
I mezzi dell’Accademia sono piuttosto contenuti e la collaborazione del Teatro Verdi di Trieste mi è parsa più che altro di facciata.
Il titolo è impegnativo, perché prevede tre prime parti toste e molti contributi da comprimariato, per i giovani dell’Accademia è stato un banco di prova importante.
Inoltre, ed è assai meritorio, la per la Petite Messe erano previste due mattinate riservate alle scuole.
La regia (e immagino anche le belle luci), giocoforza minimalista ma di buon gusto, era di Tommaso Franchin, i costumi, semplici ma appropriati, di Erica Cijan.
Scena fissa, quindi (per una volta nessun volo pindarico del regista, strasmile)e cioè la coperta di una barca da carico, ancorata sulla Senna: in questo spazio angusto, livido, si determineranno gli infelici destini dei protagonisti.
Heinrich Unterhofer sul podio ha coordinato il lavoro dei pianisti Desire Broggi e Jan Grbec.
Dal punto di vista musicale la necessità di “suonare” l’opera al pianoforte ha tolto un po’ di pathos alla musica di Puccini che ha bisogno, specialmente nelle grandi aperture melodiche, di un’orchestra vera e propria, ma i due pianisti sono stati ammirevoli.
Tra i cantanti è stata molto positiva la prova del soprano Monica Cucca, una Giorgetta appassionata e partecipe, intelligente anche nella recitazione e capace di rendere palpitante l’ennesima donna sfortunata creata da Puccini.
Michele era interpretato dal baritono Velthur Tognoni, anch’egli misurato nella recitazione in una parte in cui è piuttosto facile avere cadute di gusto interpretativo. All’inizio ho notato qualche slittamento d’intonazione.
Matteo Sartini, nei panni assai scomodi di Luigi, si è ben disimpegnato in una parte tenorile spaccagola come poche, centrando con professionalità (e fatica!) il personaggio.
Un po’ ruvida la voce di Elena De Simone che ha interpretato Frugola, bene Goran Ruzzier quale Talpa (è il nome del personaggio eh?, smile) e leggermente flebile Massimilano Costantino come Tinca. Discreto Alessandro De Angelis (venditore di canzonette).
A posto, nelle rispettive piccole parti, Atsuko Koyama e Daniel de Vicente.
Dopo Il tabarro la serata è proseguita con un recital di famose arie e duetti tratti da noti musical di Broadway ( da Porgy and Bess a West Side Story e altri ancora), per la coreografia divertente di Carolina Bagnati.
Simpaticissima la presenza dei giovanissimi ragazzini del Coro di Voci Bianche Fran Venturini diretto da Susanna Zeriali.
I solisti, tutti molto disinvolti e bravi erano, come da locandina, Sara Bardino, Marzia Catania, Mojca Devetak, Evdoxia Fotiou, Eleonora Marziali, Julie Parsons, Noemi Virzì e Pierpaolo Cappuccilli, figlio del grande baritono triestino.
Pubblico non certo numerosissimo, perché la comunicazione (forse anche per gli scarsi mezzi finanziari disponibili) non è stata certo ottimale, ma festante e contento.
Spero che l’Accademia trovi qualche sponsor, perché il lavoro di Alessandro Svab è meritevole e degno d’attenzione.
Se dovessi essere incappato in qualche errore nel nominare gli artisti presenti alla serata, chiedo scusa in anticipo e invito a segnalarmelo qui nei commenti.
Buona settimana a tutti.
 
 

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12 risposte a “Recensione abbastanza seria del Tabarro di Giacomo Puccini alla Sala Tripcovich-De Banfield di Trieste.

  1. utente anonimo 31 marzo 2010 alle 12:33 pm

    Ma a me pare che gli slittamenti di intonazione del Velthur Tognoni li hai sentiti solo te! cosìccome hai sentito solo tu la ruvidezza del mezzosoprano De Simone che tra l'altro ha un personaggio di per sè 'ruvido' come Frugola!

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  2. amfortas 31 marzo 2010 alle 1:28 pm

    1, non ho alcuna intenzione di scendere in polemiche inutili.Ciao e grazie.

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  3. mamikazen 31 marzo 2010 alle 11:24 pm

    Mi piace il mix Puccini- Broadway 🙂

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  4. amfortas 1 aprile 2010 alle 8:24 am

    Mami, un po' spiazzante, ma ci può stare!Ciao 🙂

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  5. utente anonimo 1 aprile 2010 alle 4:14 pm

    Utente anonimo, in realtà Gioiello Tognoni. Mi spiace che si sia iniziata una polemica e non un discorso serio e onesto. Mio figlio Velthur mi ha detto che nello spartito al "re" del soprano corrisponde un "mi" iniziale del baritono, che nessuno per altro fa, usando la consuetudine non scritta da Puccini di iniziare con un "re". E' forse questo lo slittamento cui il recensore allude? Per altro sempre mio figlio mi ha detto che, dopo delle prove ad alto livello, proprio nella prima aveva un principio di raffreddore e non era al 100%, ma pensa di avere fatto comunque bene.

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  6. amfortas 1 aprile 2010 alle 7:26 pm

    Sig. Tognoni, non è iniziata alcuna polemica, nel modo più assoluto.Tanto meno vedo faciloneria o disonestà, mi scusi.La recensione si riferisce a ciò che ho sentito con le mie orecchie e non è questione di una nota singola, mi sono limitato a notare, mi pare con garbo, che all'inizio suo figlio ha avuto qualche problema d'intonazione. "All'inizio" significa, evidentemente, che poi l'intonazione è stata adeguata.Mica è una tragedia nell'ambito di una prestazione discreta in una parte molto difficile, nella quale professionisti di grande valore e lungo corso si sono spesso trovati in difficoltà.Cerchiamo di mantenere il senso della misura, per favore.Se suo figlio avrà la capacità di sfondare nel mondo della lirica, cosa che gli auguro, dovrà attrezzarsi a ricevere critiche ben più malevole di un semplice appunto.Buona serata.

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  7. utente anonimo 1 aprile 2010 alle 7:58 pm

    Signor Amfortas, come vede io mi firmo sempre e non uso mai pseudonimi a livello internazionale: l'unico è "Maliclavelli" su http://www.worldfamilies.net, ma tutti sanno che sono io. Per questo amerei sempre sapere chi mi è davanti, ma ognuno fa evidentemente le sue scelte. La mia notazione iniziale non si riferiva a Lei, ma alla prima posting di un anonimo che non so chi sia. Anzi, personalmente La ringrazio di essersi interessato e di aver usato il Suo sapere per recensire l'opera. Di nuovo, se si firmasse forse sarebbe più etico, ma così è. Io naturalmente non ero presente e non posso controbatterla, ma la ragazza di mio figlio era presente e ha registrato e forse un giorno potrò sentire anch'io con le mie orecchie. Se il problema non era solo quel "mi" per quel "re", ma un fatto più generale, allora la cosa è diversa ed è anche possibile, tenuto presente emozione, forse voce non calda per timore di non tenere, la salute non buona (inizio di raffreddore e anche un po' di bronchite). Poi Lei mi dice che mio figlio si è messo a posto, e questo conta, e mi sembra che anche il Suo giudizio sia da accogliere con favore, visto che non ci conosciamo e la Sua non è certo una recensione amicale. Anzi credo senz'altro che il Suo sia un giudizio competente. Sull'intonazione, che è il problema di tutti i musicisti, penso che mio figlio debba stare tranquillo, avendo un orecchio assoluto e l'unica cosa che lo può giocare può essere l'emozione. L'ultima volta che l'ho sentito è stato a Firenze, nel Duomo, con i Tallys Scholars, e Le garantisco che dalle navate arrivava la perfezione, neanche un infinitesimale battimento.Coi più cordiali saluti, sperando che mio figlio abbia ancora il Suo interessamento e il Suo competente giudizio, Gioiello Tognoni

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  8. amfortas 1 aprile 2010 alle 9:16 pm

    Sig. Gioiello,  evidentemente, ma non gliene faccio certo una colpa, le è sfuggito che in alto a sinistra su questo blog, c'è un box intitolato Chi sono.C'è scritto che il mio nome è Paolo Bullo e per quanto possa essere buffo mi chiamo proprio così.È per me motivo di vanto non nascondere le mie generalità, come fa la stragrande maggioranza di chi scrive in Rete, ed è una scelta che ho fatto proprio perché sono consapevole che quando si esercita una critica è meglio, per rispetto dei criticandi e del loro lavoro, sapere chi sia il latore di perplessità ed encomi.Detto questo, credo che l'equivoco possa considerarsi concluso.Le rinnovo i miei migliori saluti.

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  9. utente anonimo 3 aprile 2010 alle 8:38 am

    Be', immagino che il padre di Tognoni ora ti farà le sue scuse, dopo averti fatta la morale.Paolo non ti riconosco neanche, hai troppa pazienza!Luca

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  10. amfortas 4 aprile 2010 alle 7:17 pm

    Luca, suvvia, consideriamo finita questa spiacevole polemica.Ciao a tutti.

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  11. amfortas 15 luglio 2010 alle 3:18 pm

    Qui sono stato costretto a cancellare un commento ed è molto triste.Ovviamente non era un insulto a me, ché quel genere di commenti li lascio sempre, ma era un killeraggio inutile nei confronti di un cantante.Bah!

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  12. utente anonimo 30 settembre 2011 alle 6:15 pm

    I critici musicali non dovrebbero esistere.

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