Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Tannhäuser di Richard Wagner al Teatro Verdi di Trieste, qualche considerazione preliminare.

Mercoledì prossimo la prima, al Teatro Verdi di Trieste, del Tannhäuser  di Richard Wagner.

Negli ultimi mesi c’è stata una grandinata di Tannhäuser : ad ottobre a Roma, poi a Torino e Milano, ora a Trieste. Neanche fosse un’opera di facile esecuzione, semmai ne esista una.
La notizia rilevante è che sarà rappresentata la cosiddetta “versione di Dresda”, il che è piuttosto inconsueto, dal momento che di solito si ricorre alla “versione di Parigi” (che spesso diventa una specie di mix, perché aggiustata soprattutto per quanto riguarda la parte del tenore).
Il direttore croato Niksa Bareza,
che io, mea culpa, non conosco, ma che può vantare lunga frequentazione con il repertorio wagneriano, spiega così la scelta in questo estratto di un’intervista che ha rilasciato al quotidiano locale, “Il Piccolo”:

 
«Nel 1861 Wagner arrivò a Parigi con grande speranza di poter rappresentare “Tristano e Isotta”, rimanendo deluso. Eseguì il preludio per Tristano, ma nessuno capì qualcosa di questa musica. Per “Tannhäuser” gli chiesero il balletto nel secondo atto, perché i signori del Jockey Club arrivavano sempre a teatro al secondo atto di qualsiasi opera, per guardare le loro amiche ballerine. Allora Wagner inserì il Baccanale nel primo atto, ma c’era un problema stilistico e un problema formale, avendo aggiunto una musica che è il linguaggio del “Tristano” e non più del “Tannhäuser”».
«Anche Wolfgang Wagner, il nipote, quando l’ho conosciuto a Praga mi ha incoraggiato a scegliere la versione del 1845 – aggiunge Bareza, – perché è la creazione dello sviluppo musicale europeo di quel periodo. Si deve pensare che erano i tempi in cui fra Dresda e Lipsia, città molto vicine, vivevano persone come Mendelssohn-Bartholdy, Robert Schumann, Carl Maria von Weber, Heinrich Marschner, e soprattutto Johann Sebastian Bach. “Tannhäuser” è figlio di questo periodo musicale. Si sentono tante cose un po’ mendelssohniane, altre un po’ weberiane, c’è molto Marschner, e anche Schumann, ma già integrati nello stile di Wagner, con il futuro sviluppo».
 
In realtà Wagner stesso non fu mai del tutto soddisfatto della sua creazione, ed anzi pochi giorni prima della morte lo ribadì alla moglie Cosima.

Per certo non abbiamo una vera e propria edizione critica dell’opera e si naviga un po’ a vista, perché il compositore rimaneggiò il lavoro più volte nell’arco della sua vita.
Quali sono invece le certezze?
Beh, a mio parere una circostanza difficilmente contestabile è che la parte del protagonista sia di una difficoltà che sfiora il sadismo, scritta com’è tutta sul cosiddetto “passaggio” e inoltre, come nel terzo atto, di tessitura quasi baritonale.
In queste condizioni gli acuti, pur non arrivando a quote altissime, la nota più alta è un LA naturale, pesano come macigni. Un po’come succede per esempio, per restare a Wagner, nel finale del primo atto di Walküre, dove il Siegmund di turno chiude con un acuto che ha fatto moltissime vittime, anche illustri (ricordo un serotino Domingo che si è quasi strangolato, in quel punto, ma non è certo il solo).
Ma il problema vero per il tenore che s’accinga a interpretare Tannhäuser è la complessità generale della parte, che necessita di capacità di variare le dinamiche per rendere i sentimenti forti e contraddittori del personaggio, tra l’altro svettando su di un’orchestrazione spesso molto densa, imponente, e un Coro soggiogante (il Coro dei Pellegrini, maestoso).
Insomma, quello che non voglio sentire in quest’opera è proprio un cantante che rappresenti il luogo comune dell’interprete wagneriano: stentoreo, retorico, monolitico attraverso un declamato sempre sbilanciato sul forte o mezzoforte.
E questo solo per quanto riguarda la parte del tenore (smile), perché se avessi tempo dovrei analizzare un po’ anche gli altri personaggi.
Mi limito, invece, solo ad un paio di curiosità.

Quando, nel 1961, il famoso mezzosoprano afroamericano Grace Bumbry interpretò Venus nel Tannhäuser, a Bayreuth scoppiò una specie di rivoluzione: una tempesta di proteste, lettere ai giornali. Per la mente dei docili “wagneriani ortodossi” (e ognuno veda come interpretare questa mia definizione…) era inconcepibile che una cantante di colore fosse protagonista, seppur nel ruolo della corruttrice, di un lavoro di Wagner.
In realtà alla fine dell’opera ci furono trenta minuti d’applausi e quarantadue chiamate al proscenio, uno dei successi più clamorosi di sempre a Bayreuth.
Poi, in merito alla parte di Wolfram, non posso fare a meno di segnalare che il baritono Dietrich Fischer-Dieskau, cantante che io non amo molto (che ci volete fare, tutti hanno uno scheletro nell’armadio, strasmile) ci ha lasciato la più grande interpretazione di sempre dell’aria (chiamiamola così per semplicità) O du mein holder Abendstern, alla quale sono particolarmente legato, tanto che ve la propongo qui, preceduta anche dal recitativo Wie Todesahnung.
Domani l’abituale prolusione all’opera sarà tenuta dal Prof. Franco Serpa, alle ore 17.30 nel ridotto del teatro triestino: un’occasione per risentire il grande studioso, di cui ho recensito qui l’ultima fatica.
Ci rileggiamo nei prossimi giorni, per la consueta recensione semiseria.
Buona settimana a tutti.

 
 
 
 

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7 risposte a “Tannhäuser di Richard Wagner al Teatro Verdi di Trieste, qualche considerazione preliminare.

  1. daland 5 aprile 2010 alle 2:04 pm

    La versione originale (di Dresda) è certo quella più “pura” dal punto di vista artistico, non essendo “inquinata” da ciò che Wagner pensò, inventò, scrisse dopo; quindi ci mostra il vero volto del Wagner “anni 40”, pre-Ring e soprattutto pre-Tristan. È anche vero che Wagner stesso riconobbe che il suo Tannhäuser originario non era propriamente un’opera ben riuscita, a differenza di Lohengrin (che subì solo piccoli e sporadici interventi, soprattutto di “taglio” di alcune battute) e dello stesso Holländer, restato in bilico fra “si intervalli “ o “no intervalli” e col doppio finale. Tutto sommato, la differenza sostanziale è il Venusberg, ingigantito nella versione parigina-viennese a spese di parte dell’ouverture; le altre differenze sono di minore entità (salvo l’intervento di Walther durante la tenzone, peraltro incluso, ad esempio, nella recente edizione ”parigina” della Scala). Non so se Wolfgang avesse ragione al 100% (del resto anche sua nonna Cosima mise in scena la versione Dresda) ma anch’io trovo troppi “salti” stilistici in quella parigina. Personalmente lascerei Dresda per il teatro, e il Venusberg tristanizzato lo darei solo in concerto.

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  2. amfortas 5 aprile 2010 alle 3:51 pm

    Daland, ovviamente sono d'accordo con te, non a caso, peraltro, sembra che Wagner volesse intitolare l'opera Der Venusberg.Ricordo ch'egli stesso la diresse a Dresda al debutto, ma che già nelle repliche cominciò ad applicare qualche variante anche al finale.Io sono abbastanza contento della scelta di allestire la versione Dresda, anche se questa opzione contraddice il volere del compositore, che considerava "definitiva" la versione parigina.Ciao.

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  3. amfortas 5 aprile 2010 alle 3:56 pm

    P.S.Ho visto che SkyClassica trasmette in diretta la prima di Lulu, di cui tu hai già parlato sul blog. Se ce la faccio, non me la perdo, spero almeno di riuscire a registrarla.Riciao 🙂

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  4. daland 5 aprile 2010 alle 7:32 pm

    Addendum al P.S.  (per chi non ha SKY)Lulu dalla Scala andrà anche in diretta su Radio3 (domani 19:30)

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  5. amfortas 6 aprile 2010 alle 11:36 am

    Rettifico, mi sa che ho preso una cantonata, su SkyClassica non c'è la diretta in programma, o perlomeno io non ne trovo traccia…Boh!

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  6. utente anonimo 11 aprile 2010 alle 9:42 am

    Non vedo alcun problema nell'esecuzione teatrale del Tannhauser tristanizzato e nel caso della rappresentazione scaligera le trovate sceniche della Fura imponevano la scelta dell'edizione parigina. C'è una rottura stilistica? Anche in Parsifal il mondo del peccato è rappresentato da uno stile fortemente cromatico in contrapposizione al diatonismo del mondo del Graal  – perchè non accettare dunque il contrasto Venusberg/Wartburg? Il problema è in realtà il secondo atto perchè seguire alla lettera la versione parigina (che espunge un intervento di Tannhauser e il canto di Walter) nuoce fortissimamente allo sviluppo dell'azione, si perde la graduale discese di Tannhauser verso l'ammissione della sua colpa con anche il progressivo cambiamento stilistico del suo canto (che abbandona poco alla volta il linguaggio cortese e diventa più realistico, il contrario di quanto farà Walther nei Meistersinger). Non solo ma l'unico intervento di Tannhauser così come Wagner lo riscrive a Parigi è effettivamente un meteorite caduto in un atto con cui non ha alcuna relazione. Ecco che spesso si  segue Dresda nella prima parte della gara di canto e Parigi nel resto dell'atto (Zum Heil den Sundigen zu fuhren senza le voci degli altri personaggi e l'allegro con le terzine dei violini prima del Nach Rom conclusivo).

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  7. amfortas 11 aprile 2010 alle 4:26 pm

    Giuseppe, di solito prima di vedere un'opera me la ristudio e approfondisco un po', anche se magari non scopro nulla di nuovo, e in questo caso devo dire che non ricordavo che la genesi del Tannhäuser fosse stata così tormentata. Voglio dire che ricordavo le due versioni, ma non nei particolari.Leggendo qualche testo e ascoltando la magniifica prolusione di Franco Serpa è risultato ancora più chiaro come le due versioni differiscano profondamente proprio dal punto di vista filosofico, se mi passi il termine, in quanto l'approccio di Wagner negli anni è cambiato di molto.Questa allestita a Trieste dovrebbe essere la versione Dresda di una ripresa del 1847.Ciao e grazie del contributo, molto interessante.

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