Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione espressa ed amara del Simon Boccanegra alla Scala di Milano.

Salto un’introduzione al Simon Boccanegra, per mancanza di tempo, e mi limito alla recensione semiseria della recita di questa sera alla Scala di Milano.

La mia cronaca, lo sottolineo, è basata sull’ascolto radiofonico e quindi con tutti i limiti del caso.
Questa produzione, già vista in Germania e valutata piuttosto male da siti specializzati e blogger, vede la presenza di Placido Domingo nell’inedita (per lui, che è tenore) parte baritonale del protagonista. E proprio la presenza di Domingo, credo di poter dire, condiziona negativamente questo spettacolo scaligero.
Già dalla sortita, mi spiace (Un amplesso… Che avvenne? – Da Savona Perché qui m'appellasti?) ma si capisce che il colore della voce non è baritonale ma solo quello di un tenore che canta da baritono, che è tutt’altra cosa. Soprattutto in Verdi è un peccato mortale, perché su questo registro vocale il compositore aveva le idee ben chiare e precise.
Tremendamente volgari poi sia Massimo Cavalletti (Paolo Albiani) sia, ahimé, Ferruccio Furlanetto (Fiesco).
Entrambi, tra l’altro, dalla voce senescente.
Ora, cosa significa volgare, in tale contesto?
Prendiamo Fiesco, un personaggio che dovrebbe essere autorevole, austero, insomma un carattere deciso ma nobile. Furlanetto (artista che ho ammirato tantissimo ai bei tempi) oggi non è, o almeno non è stato questa sera, capace di tratteggiare questo carattere, per evidente affaticamento vocale e usura dello strumento. Suoni aperti, accento caricato, generica concitazione vociferante. Un orco cattivo, questo era il Fiesco di stasera. Nel duetto iniziale, Domingo, seppur inadeguato, lo ha sovrastato ad onta di alcune incomprensioni col podio.
Ecco, il tenore-baritono ha dimostrato solo una cosa, a mio parere, di saper cogliere l’accento giusto. Carente invece il fraseggio, perché il baricentro vocale non è quello del baritono e quindi è mancata la possibilità di emettere mezzevoci, di provare qualche sfumatura, in poche parole il nostro Placido non poteva far altro che cantare tutto forte e mezzoforte, puntandosi sulle consonanti per aprire poi le vocali. Trucchetto da tenore, appunto.
Ailyn Perez (che sostituiva l’indisposta Anja Harteros)per fortuna ha cantato discretamente bene la sua Amelia, seppure in qualche occasione l’intonazione non è stata adamantina, specie nella famosa sortita iniziale (Come in quest’ora bruna).
Un po’ troppo enfatico il duetto con Gabriele Adorno, un Fabio Sartori di voce scolorita, anonima e priva di autentico squillo. Nel finale del duetto un tentativo di alleggerire la voce ha portato il tenore ad emettere un suono sbiancato e stonato, sgradevolissimo. Faticosissima la salita agli acuti, tanto che più di una volta ho temuto la classica stecca.
La voce del soprano invece, quando sale, tende a sbiancarsi un pochino e gli acuti sembrano puntuti.
Questa sera inoltre, l’ho sentita “caballeggiare” notevolmente, cercando con pianissimi discutibili (non perché mal fatti, ma inutili) atmosfere suggestive (vedi il grandioso duetto del primo atto col Doge).
Ho sempre detto che per radio il parametro più difficile da valutare è la direzione d’orchestra, per gli ovvi motivi di compressione e appiattimento del suono, e anche stasera ne ho avuto conferma.
Quindi, visto che il Boccanegra vive di contrasti orchestrali fortissimi e sfumature dinamiche continue, m’astengo dal valutare la prestazione di Daniel Barenboim alla testa dell’Orchestra della Scala.
Di sicuro, alla fine, il direttore è stato contestato, e questo si sente anche per radio.
 
 

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8 risposte a “Recensione espressa ed amara del Simon Boccanegra alla Scala di Milano.

  1. daland 22 aprile 2010 alle 8:34 am

    Concordo ampiamente (anch'io ho ascoltato per radio, sarò a teatro in maggio).Viene spontaneo arricciare il naso su Domingo per almeno due motivi:1. abbiamo tutti nelle orecchie le sue parti da tenore e istintivamente restiamo interdetti a sentirlo in una parte da "non più giovane". Paradossalmente ho avuto l'impressione che il Topone cantasse più da baritono nel prologo, che non nel seguito, dove ha 25 anni in più (smile!)2. anch'io ho il pregiudizio che un baritono (per quella parte, s'intende) debba avere una voce sullo scuro, cosa che Domingo non ha (è forse scuro come tenore, ma è chiaro come baritono). Peraltro un esperto che ci intratteneva su Radio3 (l'hai sentito?) sosteneva che all'inizio del '900 i Simone erano tutti dei tenori o giù di lì, e che abbiamo registrazioni che testimoniano della "chiarezza" della loro voce. Quindi siamo noi a sbagliare?

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  2. amfortas 22 aprile 2010 alle 9:25 am

    Daland, sì ho sentito e avrei molto da eccepire per tanti motivi.A suo tempo ascoltai due registrazioni diverse di Mattia Battistini della stessa aria e in una sembrava un castrato e nell'altra Cappuccilli o Bastianini, quindi non credo che le registrazioni precarie di quei tempi facciano testo più di tanto sul colore della voce.Victor Maurel appare, in effetti, chiarissimo in tutte le registrazioni.Il fatto che dà fastidio è che si voglia trovare una giustificazione storico-musicale alla legittima aspirazione di un artista di continuare a calcare le scene, quando, sempre a mio parere, sarebbe meglio che non lo facesse più e tantomeno in un registro vocale che non gli appartiene.Invece si parla di Rigoletto, vedi tu…Attendo la tua recensione, soprattutto per la prestazione di Barenboim, ma ti dcio già ora che buare mi è parso un po' troppo. Poi, che ognuno faccia come meglio crede, ovvio.

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  3. daland 22 aprile 2010 alle 10:43 am

    Mah, su Domingo non sarei così drastico nel negargli ancora cittadinanza. In fondo – come in molti altri campi – conta anche la percezione che il pubblico ha, oltre che la fredda realtà, e per molti ascoltare Domingo è un grande piacere quasi "a prescindere". Forse il nostro sta però dedicandosi a troppe cose insieme, proprio quando invece dovrebbe concentrare le forze su poche ma buone.Barenboim è (quasi) un mio idolo (a me non è dispiaciuto nemmeno il suo Requiem che molti hanno disprezzato). Ieri – non potendosi giudicare l'agogica per le ragioni che sappiamo – mi è parso appena un po' slentato nelle dinamiche (che la radio non può distorcere) ma in complesso non così meritevole di tutti quei fischi e contestazioni. Che forse muovono anche qui più dalla percezione (ma come, un nipotino di quel noiosissimo Wagner che si permette di dirigere il brillantissimo Verdi?) che non da realistiche valutazioni. Io poi personalmente nè buo, nè urlo, mi limito ad applaudire, più o meno forte, o a starmene fermo e zitto.

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  4. amfortas 22 aprile 2010 alle 7:18 pm

    Daland, ma sì lasciamo cantare Domingo quanto vuole, non è un problema, basta che non lo si faccia passare per qualcosa di miracoloso e che ogni sua nota sia un evento.Quanto a Barenboim, io lo considero un grandissimo direttore che si trova più a suo agio in determinati repertori, come un po' tutti i direttori.In teatro non ho mai buato e appaludo con estrema moderazione. L'ultima volta che mi sono davvero acceso è stato in occasione della Norma della Dessì a Bologna, che a me piacque tantissimo. Furono assai bravi anche Armiliato e la Aldrich, ma è roba di due anni fa ormai.Ciao!

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  5. utente anonimo 23 aprile 2010 alle 12:22 pm

    SONO D'ACCORDO ANCH'IO CHE I GIUDIZI NEGATIVI CHE SI SENTONO SU BARENBOIM SONO ECCESSIVI , SEBBENE IL SUO VERO TERRENO APPAIA WAGNER O CERTE PARTITURE DEL NOVECENTO; ASCOLTANDO IL PRIMO ATTO DEL SIMONE L'ALTRA SERA, SEGNATAMENTE LA COMPLESSA E TANTO DIFFICILE SCENA DEL GRAN CONSIGLIO, HO AVVERTITO UNA BUONA TENSIONE E UNA BUONA CONCERTAZIONE, COSA CHE NON ERA PRESENTE A PARMA UN MESE FA CON CALLEGARI.

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  6. amfortas 23 aprile 2010 alle 3:35 pm

    5, ciao e grazie per il contributo!

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  7. ivyphoenix 26 aprile 2010 alle 5:45 pm

    ah non sono in grado di commentare…quindi ti saluto soltanto

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  8. amfortas 26 aprile 2010 alle 7:52 pm

    Ivy, ciao anche a te 🙂

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