Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Archivi Mensili: agosto 2010

Teste di tenore, mutatis mutandis: Placido Domingo e i suoi predecessori.

In questi giorni mi sto divertendo a rileggere un bellissimo libro, Voce di tenore, scritto dal compianto critico Rodolfo Celletti, purtroppo scomparso qualche anno fa.

Ebbene il testo è davvero una miniera d’informazioni e, siccome sono perverso, mi sto divertendo un mondo a trovare analogie tra i tenori di un tempo e quelli odierni.
Ora, dal momento che s’avvicina la data dell’evento Rigoletto nei luoghi e nelle ore di cui ho già parlato nel post precedente, è evidente che Placido Domingo è sempre nei miei pensieri.
Apro gli occhi e ti penso ed ho in mente te, io cammino per le strade ma ho in mente te.
Manca solo che mi metta a fare ogni mattina uoh uoh ed ogni sera uoh uoh.
Sono un orrendo incrocio tra Maurizio Vandelli e Elvio Giudici, sostanzialmente.
Quindi nel leggere della vita di Pierre-Jean-Baptiste-François Elleviou, per gli amici solo Jean, non ho potuto fare a meno di fare uoh uoh.
250px-ElleviouParBerny
 
Jean Elleviou fu il maggiore tenore d’opéra-comique del primo quindicennio dell’Ottocento.
Elleviou, uomo molto elegante nella figura, lo fu anche come attore, sebbene a volte lo si accusasse d’essere monotono nel gioco scenico.
La stessa accusa fu in qualche occasione rivolta anche al cantante, la cui voce, tra l’altro, non era troppo timbrata e aveva un colore alquanto baritonale.
Domingo-Otello 2009
Tuttavia Elleviou si distinse per dolcezza, grazia, gusto, e continuò la tradizione dei tenori francesi prediletti dal pubblico femminile.

Indossava con molta disinvoltura uniformi militari e a questo si dovette la voga di cui godettero per vari decenni, nell’opéra-comique, le parti di ufficiale.
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Aveva però un carattere indipendente e focoso e nel 1813 abbandonò le scene, per protesta contro il rifiuto di Napoleone di aumentargli la paga.

Nonostante Elleviou abbia cantato prima da baritono e poi da tenore e non viceversa come il nostro amico Placido… Suvvia, fate tutti in coro uoh uoh con me!

Il nickname prossimo futuro di Placido Domingo.

Ormai ci siamo quasi, la prossima settimana, per la precisione tra il 4 e il 5 settembre, avrà luogo l’evento operistico di quest’anno: il Rigoletto nei luoghi e nelle ore, a Mantova.
Un milione di televisioni collegate da tutto il mondo.
Bah. Probabile che mi tocchi scriverne, perché la cosa avrà grande risonanza mediatica, soprattutto per l’esordio di Domingo in un’altra parte baritonale, dopo l’esperienza del  Simon Boccanegra.
A pensarci bene Domingo scopre l’acqua calda, perché, e il melomane preparato lo sa bene, già molto tempo fa i tenori erano, come dire, poliedrici.

A cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, per esempio, i maggiori tenori dell’epoca erano Jacopo Peri, Giulio Caccini, Giuseppino Cenci, Giovanni Domenico Pubiaschi e Francesco Rasi.
Di questi artisti si diceva che “cantavano di basso e di tenore con larghezza di molto numero di voci, e con modi e passaggi squisiti e con affetto straordinario e talento particolare di far sentire bene le parole”.
Mica pizza e fichi eh?
E poi Jacopo Peri era detto il zazzerino, il che me lo rende immediatamente simpatico.
jacopo-peri-1
Di Giulio Caccini, che era al pari di Peri (strasmile) anche compositore, si ricorda anche il nickname Benedetto Giorno, che gli fu attribuito quando nel 1585 fu l’unico della compagnia di canto a ricordarsi il testo durante l’esecuzione di un mottetto.
Figuratevi la scena, tutti zitti e Caccini che intona Benedetto giorno…
Speriamo che un incidente del genere non succeda durante la diretta del Rigoletto nei luoghi e nelle ore, accidenti!
Tra l'altro ci sono svariati momenti a rischio, in questo senso, visto che Sparafucile sarà interpretato dal quasi centenario Ruggero Raimondi, e un'amnesia sarebbe comprensibile.
Nel terzo atto Rigoletto-Domingo dice, rivolto a Sparafucile-Raimondi: Venti scudi hai tu detto, eccone dieci…
Se Raimondi si scorda le parole rischiamo che tra cent'anni si ricordi Domingo come il tenore Venti Scudi.
Beh, beh…insomma… (strasmile)
Buon fine settimana a tutti.
 
 

Recensione semiseria del DVD del Rheingold di Richard Wagner per la regia della Fura dels Baus.

Nei commenti a questo post potete trovare i link per scaricare il video del Parsifal diretto da Giuseppe Sinopoli a Bayreuth, nel 1998.
Un enorme grazie a Sergio che li ha messi a nostra disposizione.

Col numero di maggio/giugno 2010 di Classic Voice, è uscito il DVD del Rheingold di Richard Wagner per la regia della Fura dels Baus, a modica cifra.oro_fi6
Si tratta dello spettacolo che in Italia si è visto a Firenze, con una differenza fondamentale e cioè l’orchestra, che nel DVD è quella, molto buona, della Comunitat Valenciana mentre a Firenze, appunto, sempre con Zubin Mehta sul podio, c’era la straordinaria Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino.

Io mi sono perso per cause di forza maggiore il Rheingold e Die Walküre a Firenze (giugno 2007), ma ho visto invece il Siegfried e la Götterdämmerung.oro_fi1

Senza entrare troppo nel merito dello spettacolo, va detto che l’allestimento della Fura perde parecchio fascino, visto tra le mura domestiche. Certo, vale per qualsiasi opera, la lirica si gode a teatro.
In questo caso però la mancanza di tridimensionalità penalizza lo sfolgorante giocattolo della Fura (chissà se un domani dovremo andare a vedere l’opera con gli occhialetti per vedere in 3D, sul genere dei film tipo Avatar?) e la regia televisiva, che indugia spesso in primi piani, non aiuta molto ma anzi forse sottolinea i punti deboli e le contraddizioni del complesso marchingegno di Carlos Padrissa.
D’altro canto, come ebbi modo d’osservare proprio a Firenze, la regia è sì moderna ma piuttosto didascalica, non ha certo nulla di rivoluzionario dal punto di vista intellettuale, non c'è un interrogarsi sul Ring ma piuttosto un edonismo esteriore da appagare attraverso le suggestioni del Ring.oro_fi2
In teatro, come dicevo poc'anzi, questa chiave di lettura esteriore funziona abbastanza bene, in televisone meno.
Probabilmente se mi decidessi a comprare un televisore decente sarebbe meglio, bisogna dirlo: il mio va a carbone e di piatto a casa mia c'è solo il mio encefalogramma.
Forse la parte più riuscita è proprio quella iniziale, nella quale Alberich, dopo essere stato preso in giro dalle Figlie del Reno, si vendica e ruba l'oro, simboleggiato con una metafora non del tutto peregrina da uova dorate (lo so che detto così sembrano uova pasquali, ma insomma fidatevi, è abbastanza suggestiva la cosa) che le ragazze custodiscono nelle loro piscinette/placenta.
Altri momenti sono quasi imbarazzanti, come per esempio la trasformazione prima in drago e poi in rospo di Alberich, o l'apparizione di Erda con un costume ridicolo.
Senza infamia e senza lode la realizzazione dei giganti, visti comi enormi robot.
oro_fi3Bene, direte voi (ma anche no), ma il lato squisitamente musicale?
Zubin Mehta non cerca nuove strade interpretative e si limita ad una lettura abbastanza banale della partitura, senza grossi difetti ma anche priva di slanci e vigore narrativo, una lettura prudente, la definirei, ma non superficiale. Forse un po' manierata, rassicurante.
Come sempre il direttore è molto bravo nell'accompagnamento ai cantanti, ma il Rheingold è, da questo punto di vista, un lavoro atipico.
Per quanto riguarda la nutritissima compagnia di canto, conviene liquidare subito come routinarie, a voler essere generosi, le prove degli dei attaccabrighe Donner e Froh (Ylia Bannick e German Villar) e della gatta morta Freia (Sabina von Walther).
Al solito grottesco e caricaturale il Mime di Gerhard Siegel, che ho sentito più volte e proprio non riesce a piacermi.
Brave e molto impegnate anche fisicamente, con tutte quelle capriole nell'acqua, le Figlie del Reno: Woglinde (Silvia Vasquez), Wellgunde (Ann-Katrin Naidu) e Flosshilde (Hannah Esther Minutello).
Bravissimo il vecchio leone Matti Salminen nella parte dello sfigatissimo gigante Fasolt, mentre un po' meno a fuoco sembra Stephen Milling nei panni (che col tempo diventeranno viscidi) di Fafner.
Franz-Josef Kapellmann ripropone il suo consueto Alberich un po' ruspante, ma assai efficace e convincente per accento e presenza scenica.oro_fi4
Anna Larsson è una Fricka petulante ma non volgare, anche se la voce non è proprio preziosissima.
Per Erda, come sapete, io ho un debole e neanche questa volta Christa Meyer mi convince.
Un discorso più approfondito merita il tenore John Daszak, che interpreta il fondamentale personaggio di Loge.
Le sue intenzioni sono buone, ma lo strumento vocale non gli consente di realizzarle. La voce è da tenorino leggero e inoltre si sbianca spesso, perciò non è mai insinuante ma risulta querulo e fastidioso, non dà mai la sensazione della scaltrezza del personaggio ma piuttosto di un generico giovanilismo d'accatto. Un Loge da trasmissione di Maria De Filippi, mi sembra.oro_fi5
Chi invece canta bene e centra l'interpretazione è Juha Uusitalo (orrido Scarpia poco tempo fa). Il suo Wotan convince sia per l'innata protervia sia per l'autorevolezza da "capo del mondo". Il fraseggio è curato e si capisce che anche vocalmente la parte gli sta bene. Direi che è alla pari con Salminen il migliore del cast.
La regia video, a mio parere non riuscitissima, è di Tiziano Mancini, ma mi rendo conto che deve essere stato un lavoraccio.
Carlos Padrissa firma la regia di cui ho già detto ampiamente e si avvale dei compagni d'avventura tecnologica Roland Olbetter per le scene e Peter van Praet per le fantasmagoriche luci.
L'Orchestra de la Comunitat Valenciana non demerita ma neanche entusiasma.
Questo DVD è, a mio parere, molto indicato (si può comprare qui) per chi non ha occasione di vedere gli spettacoli della Fura dal vivo, gli altri si possono anche astenere dal comprarlo.
Ovviamente la categoria dei wagneriani fradici, alla quale appartengo, non fa testo.
Un saluto a tutti. 

L’Aida di Maria Callas 55 anni dopo. Fredda o calda?

Insomma, dopo il momento-Otello sto attraversando il momento-Aida e una delle prime incisioni che ho riesumato per l’ascolto è quella EMI del 1955, forse perché abbiamo entrambi 55 anni, non so.
Non mi ricordavo granché di questo disco, a parte una generica sensazione di soddisfazione.
Anche di questo capolavoro verdiano ho già scritto parecchio, ad esempio di una mitica rappresentazione all'Arena di Verona, diventata famosa per i Dumbo-Jet.
Poi qualche altra chiacchiera in generale, qui per la precisione, e ancora un'altra recensione semiseria dopo una recita a Trieste.

Riascoltata a distanza di tempo quest'Aida mi ha impressionato ancora di più.
Intanto per la direzione, a suo tempo assai sottovalutata, di Tullio Serafin, che io invece trovo qui in una delle sue prove più felici e riuscite.
Una direzione attentissima ai dettagli ma non per questo priva di un grande respiro teatrale e di senso della narrazione, occhio particolare al fraseggio orchestrale e alle dinamiche contrastatanti della partitura, che fa risaltare i momenti  più infuocati ma non toglie poesia a quelli più schiettamente lirici e notturni, malinconici.
Certo, poi c'è Maria Callas nella parte di Aida, mica pizza e fichi.

E qui aprirei una bella polemica, nel senso che davvero non capisco come si possa accusare il soprano, in questa registrazione, di freddezza e sostanziale estraneità al personaggio. Ma quando mai? Il Ritorna vincitor è immenso e sono di bellezza agghiacciante anche i Cieli azzurri. Eccellenti anche tutti i duetti, con Amneris, Amonasro, Radames.
Io considero la Callas una Aida formidabile solo per come accenta la piccola frase e quel sentier? nel duetto con Radames del terzo atto, figuriamoci. E la dizione addirittura mi sembra inarrivabile, per chiarezza e contributo a quel strano concetto che si noma parola scenica.
Certo se per sensualità il critico intende sospiri e manierismo stucchevole, allora con la Callas ha sbagliato indirizzo.
Radames che è interpretato da Richard Tucker che per me è ancora più convincente di quanto lo sia stato qualche anno prima (mi pare sei, ma non sono sicuro) con Toscanini. Se penso a qualche Radames odierno al quale non affiderei neanche il compito di fare la spesa…

Acuti squillanti e non solo rumorosi, accento sempre pertinente, da condottiero e da uomo innamorato con risultati ugualmente esaltanti. Bellissime mezzevoci e un canto, in generale, sempre nobile e mai sguaiato o edonistico, autoreferenziale. Una prestazione maiuscola, quella del tenore.
Molto brava anche la mia concittadina Fedora Barbieri, nella parte di Amneris. Certo, qualche acuto è leggermente stridulo ma le si perdona volentieri qualche imprecisione. Dal mio punto di vista è la cantante, tra quelle che conosco ovvio, che è riuscita a far uscire in maniera più convincente il lato prettamente femminile di Amneris: gelosamente innamorata e tradita, vendicativa e poi disperatamente pentita.
Tito Gobbi è uno di quegli artisti che io non riesco ad apprezzare e per l'intonazione sempre a rischio e per la tendenza a risolvere tutti i personaggi con troppa enfasi, diciamo così. In questo caso però il suo Amonasro, se non brilla per nobiltà, è assai riuscito per l'accento e per il vigore del fraseggio.
Bene anche i comprimari, Giuseppe Modesti e Nicola Zaccaria, rispettivamente nei panni di Ramfis e del Re. Dignitosi nelle loro piccole parti Franco Ricciardi (Messaggero) e Elvira Galassi (Sacerdotessa).
Sontuosissimi l'Orchestra e il Coro della Scala di Milano.
Anche questo è un disco che non può mancare al bravo e coscienzioso melomane.
Buon fine settimana a tutti.

Jon Vickers, l’altro Otello.

L’ultimo, assai deludente, ascolto dell’Otello di Verdi in teatro mi ha costretto (si fa per dire) a programmare un post in cui si parlasse di quest’opera.
In realtà ho già scritto parecchio su questo argomento
Qui
Qui
Qui

e ancora qui

ma, questa volta, non mi riferisco a una recita dal vivo bensì ad una incisione storica e l’aggettivo “storico” è qui da leggersi nella piena accezione del termine: nel senso che questo disco ha fatto la storia e resterà una pietra di paragone insostituibile anche negli anni a venire.

Parlo di un’incisione relativamente recente, perché siamo nel 1973.
Il protagonista è Jon Vickers, un tenore che non ha mai goduto di grande popolarità o visibilità (personaggio schivo, poco incline alla marchetta mediatica) fuori dai ristrettissimi confini dell’interesse dei melomani e anzi, spesso misconosciuto o sottovalutato anche da quest’ultimi.

Vickers ci ha lasciato varie testimonianze della sua arte e affrontando compositori diversi: da Wagner (Tristan, Siegmund) a Bellini (Pollione), da Verdi (Otello, Radames) a Bizet (Don Josè) sino a Britten (Peter Grimes), tanto per fare i primi nomi che mi sovvengono di getto, ma ce ne sono tantissimi altri. Il Florestan del Fidelio di Beethoven, ad esempio.
Domanda da un euro: chi fu il direttore che lo volle in questo Otello? Ovviamente Herbert von Karajan ma, e non è da sottovalutare, il tenore canadese incise la parte già molti anni prima sotto la bacchetta di Tullio Serafin nel 1960.
Vickers quindi aveva già la visione di un Otello diverso dalla tradizione del dopoguerra, che era rappresentata da un’altra interpretazione paradigmatica e cioè quella di Mario Del Monaco, un gigante.
Certo, prima c’erano stati anche Toscanini e Vinay e volendo, anche Giacomo Lauri Volpi, ad esprimere qualcosa di più sfumato e innovativo ma è proprio con Vickers che si capisce che un Moro diverso è possibile e non solo, è anche più convincente.
Vickers ci mette di fronte a una verità amara: gli uomini possono perdere la testa e trasformarsi in assassini, senza dare segni di squilibrio prima che si compia l’omicidio.
Questa circostanza agghiacciante si rivela dall’evoluzione (o involuzione…) del personaggio, dall’incredibile differenza d’accento che si nota tra il famoso duetto Già nella notte densa – nel quale Vickers si spoglia dell’immagine del condottiero ed è solo un uomo innamorato – e i primi tormentati, quasi increduli, dubbi del duetto con Jago nel secondo atto, che culmina con la desolazione di Ora e per sempre addio e si chiude con il febbrile, allucinato giuramento Sì pel ciel marmoreo giuro.
La rabbia, il disinganno, l’umiliazione del presunto tradimento sono quasi sempre trattenuti, sorvegliati, sommessi, perciò l’esplosione del duetto del terzo atto con Desdemona risulta ancora più efficace e sconvolgente. Vickers canta ed esprime non solo la rabbia, il furore, ma anche lo smarrimento, l’angoscia, lo stupore di chi vede frantumarsi le proprie certezze.
Alla fine, dopo aver ucciso l’incolpevole Desdemona, Vickers ci propone un Otello di nuovo lucido, conscio che un uomo come lui non ha altra via d’uscita che il suicidio.
Per esprimere i colori di questo quadro bellissimo e terribile l’artista ci lascia una vera e propria lezione di canto. La statura del grande cantante e interprete si esalta nelle mezzevoci, negli acuti che nonostante uno strumento non certo privilegiato dalla natura appaiono sfolgoranti (il si bemolle del monologo del terzo atto, tra gli altri), in un fraseggio vario, nell’accento sempre pertinente.
Un vero e proprio monumento dell’arte tenorile.
Accanto a lui la Desdemona di Mirella Freni è anche notevole, soprattutto perché restituisce una dignità di donna al personaggio, troppo spesso vista come una cretinetta in balia degli eventi. Soprattutto è una Desdemona giovane, passionale, priva di manierismi e sdolcinature.
Molto diverso dalla tradizione anche lo Jago interpretato da Peter Glossop, che si giova molto dell’esempio dei due protagonisti evitando pure lui eccessi interpretativi che sarebbero suonati stonatissimi in un contesto del genere.
Un contesto artisticamente incantato e il mago artefice di quest’incantesimo è von Karajan che dirige una spettacolare Filarmonica di Berlino.
Completano il cast, con esiti artistici diversi, Stefania Malagù (Emilia), Aldo Bottion (Cassio), Michel Sénéchal (Roderigo), Mario Machi (Montano), Hans Helm (Araldo) e nientemeno che Josè van Dam (Lodovico).
Un disco assolutamente imperdibile, fidatevi.
Buon fine settimana ferragostano a tutti, io resto a Trieste per cause di forza maggiore, ahimé.

Recensione semiseria del Trovatore all’Arena di Verona: trionfo di Sondra Radvanovsky.

Dunque, sono andato all’Arena di Verona nonostante avessi giurato di non tornarci più, a causa dell’impianto di diffusione/amplificazione imposto, pare, da Franco Zeffirelli.

Per me la lirica rimane una forma d’Arte che s’esprime, tra le altre cose,  attraverso cantanti che imparano ed usano una tecnica specifica di canto, che consente loro di farsi sentire laddove altri meschini, come me, non ce la farebbero mai e dopo un paio di urla belluine rimarrebbero rauchi. Un tanto per semplificare, ecco.
Ciò premesso, va detto che se non avessi saputo che c’era questo famigerato impianto, non mi sarei accorto di nulla: non ho rilevato fastidi acustici (riverberi o altro), le voci piccoline sono risuonate come tali e, allo stesso modo, le voci più grandi sono rimaste grandi e non sono divenute enormi.
Lo stesso discorso vale per l’orchestra: come sempre succede in Arena, ogni tanto il suono arriva più forte, altre volte più ovattato e si nota una prevalenza sonora degli ottoni. Credo dipenda dalle dinamiche fisiche di propagazione del suono, sulle quali non sono competente, e dalle condizioni atmosferiche: un po’ di vento a favore, ad esempio.
Altra premessa, aveva ragione il buon Toscanini, quando sosteneva che “all’aperto si gioca a bocce e non si fa musica”, perché l’ascolto in Arena è disturbato da molteplici fattori, di cui, almeno per me, il primo è la distrazione che provoca la visione di quest’enorme catino pieno di umani.
Sulla comodità delle "poltroncine" di gradinata non mi soffermo, sarebbero scomode per un pigmeo, figuriamoci per un grosso animale di 1.85 e dal culo floscio come me.
Gente che mangia, avvistata famigliola tedesca con salame e panini portati da casa, che straparla durante lo spettacolo, che applaude quando non dovrebbe perché non conosce la musica, che fa casino con le macchine fotografiche, i cellulari, le cartacce. Gente che si scatena all’entrata dei cavalli che, come in ogni regia di Zeffirelli, sono presenti e belli pimpanti (per fortuna questa volta non ne hanno dato prova…ehm…evidente, strasmile).
Ecco la famigliola di elefanti volanti!

Beh, sempre meglio che i Dumbo Jet di Solari, cazzarola.
Ora, sottolineato che in questa gelateria (dalla foto risulta evidente che è anche tale, no?Gelati, ma ad orari misteriosi.
L’insegna è piuttosto chiara.) hanno la pretesa di NON servire gelati dalle 19 alle 21 senza scrivere alcun avviso, e mi hanno costretto a mandarli a cagare (succede, sono gli imprevisti del lavoro nell’operoso nord-est), passiamo alla cronaca della serata artistica.
L’allestimento di Zeffirelli , che firma la regia e le scene, è ovviamente tradizionale ed è composto da tre enormi torri diroccate e quattro (due per lato) statue di guerrieri  altrettanto enormi che combattono. La torre centrale si apre due volte per trasformarsi nella chiesa di un convento dapprima e poi nel carcere nel quale sono imprigionati Manrico e Azucena.
Tutto intorno agiscono, oltre ai cantanti e il Coro, un numero impressionante di ballerini, comparse, cavalli: a un certo punto c’era più gente sul palco che sugli spalti (strasmile). Scherzo, diciamo che sulle gradinate c’erano più bestie, ecco.
Ex Ripley ha avuto una giornataccia, per quanto riguarda le foto, perciò accontentatevi, ecco.
Si nota una cerca cura nei movimenti delle masse, ma non mi pare che sui solisti il lavoro sia stato certosino perché, in buona sostanza, i protagonisti si sono limitati alle consuete pose plastiche tipiche dell’iconografia operistica.Torre-Chiesa
Insomma, una sana tradizione nella quale, sorprendentemente, Zeffirelli si è inventato che Azucena faccia harakiri come Butterfly, non si capisce perché.
I costumi, piuttosto banalotti ma funzionali sono di Raimonda Gaetani, le coreografie altrettanto banali della premiata coppia (lui, purtroppo, non c’è più) El Camborio e Lucia Real.
Il direttore Marco Armiliato sceglie tempi piuttosto rilassati e non sarebbe un male, però dal momento che sono stati ripristinati i balletti (la cui musica secondo me non è tra le migliori di Verdi, diciamo) e viste anche le non poche interruzioni per gli applausi del pubblico al momento sbagliato, la narrazione perde un po’ d’impeto drammatico, di grinta. Manca insomma quel “fuoco” a cui così tanto teneva Verdi.
Peccato perché l’accompagnamento ai cantanti è molto buono e l’atmosfera notturna, romantica, risalta comunque complice anche l’allestimento di Zeffirelli, piuttosto riuscito in questo senso. Strano poi che si ripristino i balletti e si taglino tutte le riprese delle cabalette, ad esempio.
Tra i cantanti spicca la splendida Leonora di Sondra Radvanovsky, che stupisce per la voce calda, sensuale e ricca d’armonici, nonostante sia affetta da un vibrato stretto piuttosto pronunciato. Voce importante, estesa in alto e sonora nei gravi, sicura nelle agilità di forza a dispetto di un inizio cauto e di una nota crescente che le è scappata prima della cabaletta “Di tale amor”, nel primo atto.

Il soprano si fa ammirare anche per una, oggi, assolutamente rara padronanza della respirazione che le consente di legare le lunghe frasi verdiane e colorarle con mezzevoci e pianissimi veramente emozionanti.
“D’amor sull’ali rosee” è stato un trionfo, davvero. Ho applaudito anch’io, che di solito sono imperturbabile.
Marcelo Álvarez era Manrico e, nonostante la sua prestazione sia da valutare buona, m’aspettavo qualcosa di più da un artista del suo calibro. La voce è solare e molto bella, la recitazione più sobria del solito. Bene nei duetti (molto riuscita la scena della prigione) però il tenore mi è parso trattenuto nel canto sfogato, proprio dove di solito dà il meglio. Nella famosa scena “della pira”, abbassata come da tradizione, l’acuto finale era corposo ma mancava di lucentezza e squillo e, considerato che il tenore si era preparato saltando i pertichini immediatamente precedenti, ci si poteva aspettare qualcosa di meglio.
Dmitri Hvorostovsky ha impersonato un Conte di Luna assai nobile, elegante, privo di accenti ed atteggiamenti trucibladi. Il baritono ha una linea di canto invidiabile, omogenea in tutti i registri. Probabilmente il suo canto a fior di labbra può risultare un po' piatto, specialmente in Arena e a un pubblico non troppo smaliziato. Io gli imputo solo una certa mancanza di comunicativa e di personalità. L'aria "Il balen del suo sorriso" è stata interpretata con grande dovizia di colori, anche se gli acuti sono sembrati un po' fibrosi.
Marianne Cornetti ha tratteggiato una Azucena ansiogena, ma forse leggermente monolitica. Il racconto (Stride la vampa) è risultato ben cantanto ma piuttosto monocorde, mentre il mezzosoprano ha figurato meglio nei duetti con Manrico, in particolare nel secondo atto. Sicuramente il mezzosoprano comincia a sentire il peso di una carriera impegnativa: se il volume è sempre notevole, la voce tende a ballare un po' in qualche occasione.
Senza infamia e senza lode il Ferrando di Giorgio Giuseppini, che non si può dire abbia cantato male ma che è risultato un po' fioco.
Hanno ben figurato, nelle parti minori, Mirjam Tola (Ines), Carlo Bosi (Ruiz) e i comprimari Fabio Bonavita (un vecchio zingaro) e Luca Tamani (un messo).
Bene il Coro e l'Orchestra dell'Arena.
Il pubblico ha gradito lo spettacolo e ha tributato un successo caldissimo a tutta la compagnia di canto, con punte di delirio collettivo per Sondra Radvanovsky.
Mi preme sottolineare come tutti gli artisti siano stati estremamente generosi nel canto, non limitandosi al "compitino" e, in questo senso, la recita ha avuto in alcuni momenti un sapore d'altri tempi. Ma, come sempre, le medaglie hanno due facce e se, come detto sopra, i cantanti sono stati generosi, si sono anche lasciati andare a qualche atteggiamento tipicamente melodrammatico di troppo. Insomma, di urletti e mossettine oggi la lirica può fare a meno.
Nulla di grave, eravamo all'Arena di Verona!
Buona settimana a tutti.

Ardito paragone tra una registrazione storica e l’attualità dell’Arena di Verona: Il Trovatore di Giuseppe Verdi.

Ormai è noto che all’Arena di Verona sia in funzione un impianto di diffusione/amplificazione per cantanti e orchestra. Io avevo giurato che questo piccolo particolare m’avrebbe tenuto lontano dall’arena ma, come faccio spesso peraltro, mentivo per la gola (cit.).

Contrariamente a quanto affermato su queste pagine in un recente passato, ho deciso di tornarci ancora una volta, per assistere al Trovatore di Giuseppe Verdi.
In realtà è il cast che m’affascina e in particolare la presenza di Sondra Radvanovsky nella parte, di rara difficoltà e bellezza, di Leonora.
In attesa dell’inevitabile recensione semiseria dello spettacolo, mi pare giusto rivisitare una delle incisioni storiche di quest’opera verdiana e la mia scelta è caduta su quella pubblicata dalla Deutsche Grammophon (io ho quella della Frequenz, in realtà, che si riferisce alla stessa recita) che testimonia di una memorabile serata del 1962 (31 luglio) al Festival di Salisburgo. Non è quindi una registrazione in studio, non ci sono trucchetti o turcherie varie.
C’è da dire che a quei tempi la scelta del direttore, Herbert von Karajan, d’inserire nella programmazione di Salisburgo l’opera verdiana fu piuttosto contrastata, perché lì in Austria erano leggermente conservatori e avevano l’apertura mentale di un talebano, più o meno.
Il grande KarajanA-283122-1144435550 stupisce per tanti motivi ma, senza entrare in particolari troppo tecnici, è grandioso come durante tutta l’opera riesca a far emergere il lato notturno del lavoro verdiano, come con lui si sentano bene gli strazi malinconici di Leonora o l’ardore di Manrico, la febbrile e malata ansia di vendetta di Azucena o ancora la corrusca eppur spesso sfumata protervia del Conte di Luna. E tutto questo senza che l’orchestra sia mai preponderante sui cantanti, anzi, se dovessi citare un passo magico di questa recita mi soffermerei sul bellissimo accompagnamento alla prima aria di Leonora, cristallino e trasparente, e allo stesso tempo sensuale e aristocratico. Una meraviglia e una pietra di paragone per tutte le incisioni o performance successive.
Gli interpreti sono tra i migliori di quei tempi, ed erano tempi in cui non mancavano certo i fuoriclasse, e solo a leggerne i nomi, a distanza di quasi cinquant’anni, si resta un po’ smarriti.
Nei panni di Manrico c’è nientemeno che Franco Corelli, un tenore il cui valore oggi molti vorrebbero ridimensionare per motivi che francamente mi sfuggono, specialmente in questa parte.
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Certo, dopo tanti anni alcuni difetti o vezzi, innegabili, risultano più evidenti: le corone eccessive, i portamenti, l’evidente autocompiacimento nel palesare una voce torrenziale. Peraltro oggi sono in pochi i tenori che si possono permettere di autocompiacersi di qualcosa, forse vale la pena ricordarlo!
Di Corelli s’ammirano la bellezza e la virilità della voce, il fraseggio appassionato, la gestione dei fiati sensazionale e lo squillo, il vero squillo tenorile, quello che fa balzare dalla sedia. Un Manrico, il suo, monumentale.
Al suo fianco c’è il soprano Leontyne Price che, a parer mio, è assieme alla Callas (ça va sans dire…) la migliore Leonora di sempre.
Voce morbidissima e sensuale ma capace di imperiosi scatti drammatici, accento sempre pertinente, acuti fulminanti. Certo, si possono trovare difetti anche a lei: la pronuncia molto yankee e la dizione spesso confusa, oppure qualche sbracatura nel registro grave. Ma che emozione sentire questa Leonora!
Poi c’è il Conte di Luna di Ettore Bastianini, altro cantante che aveva un tonnellaggio vocale straordinario.
Impressionante la facilità con cui risolve la celeberrima Il balen del suo sorriso, ad esempio, ma è anche eccellente nei duetti con Manrico e Leonora, nei dialoghi concitati con Azucena.
Azucena che qui è la grande Giulietta Simionato, da poco scomparsa, che pure lei fa sfoggio di una voce impressionante, nonostante gli anni di carriera fossero già moltissimi e onerosi per il repertorio pesantissimo affrontato.
Resta da dire ancora del valido Ferrando di Nicola Zaccaria, un basso vero di quelli d’una volta, e che i comprimari non sono memorabili ma che ho sentito di peggio, e pure spesso.
Ora, potrà chiedersi il lettore: Perché, Amfortas, hai ricordato questo disco proprio nell’imminenza della tua trasferta veronese?
Il motivo è che nei giorni scorsi stavo pensando che, mutatis mutandis, il cast di questo Trovatore all’Arena è per molti versi paragonabile con quello della serata salisburghese di cinquant’anni fa.
Parliamo infatti di artisti tra i migliori oggi sulla piazza.
Un tenore temperamentoso e generoso come Marcelo Álvarez (Manrico), una Leonora appassionata come la Radvanovsky, una Azucena vigorosissima come Marianne Cornetti.
Solo il Conte di Luna, interpretato da Dmitri Hvorostovsky, differisce in modo netto come linea interpretativa dai “magnifici quattro” del disco recensito.
E allora, se paragone deve essere, facciamo le cose in grande, no (so che almeno uno dei protagonisti mi legge e mi odierà per questa mia affermazione, ma fa niente, ad astra per aspera!)?
A presto! 
 

Recensione semiseria di Götterdämmerung dal Festival di Bayreuth: Christian Thielemann nel Walhalla dei direttori wagneriani.

Götterdämmerung (che d’ora in poi chiamerò Crepuscolo, per comodità) comincia con un Prologo, nel quale queste tre “signore” dipanano il filo del destino.

Norne


Sono le tre Norne, interpretate da Simone Schröder, Martina Dike e Edith Haller. Se la cavano tutte abbastanza bene, in particolare la Schröder, che ha una bella voce, calda e avvolgente. Lo si può affermare anche se la trasmissione, all'inizio, è risultata piuttosto disturbata.
Thielemann segue benissimo le indicazioni sulla partitura (pianissimo, moderato, tranquillo) a maggior sua gloria, che il signore gliene renda merito, perché questa è una pagina altamente drammatica ma che non va risolta con clangori orchestrali o, peggio, con una genericità di fraseggio che appiattisce tutto.
Dopo il Prologo, ricompaiono Siegfried e Brünnhilde e la speranza è che entrambi si siano ripresi dalle fatiche del Siegfried.
1
Linda Watson, in una tessitura centrale che le è sicuramente più favorevole, canta piuttosto bene e fraseggia con intelligenza. Ogni volta che si sale un po' sul pentagramma, però, la voce diventa metallica, tagliente: circostanza che non sarebbe neanche un male in assoluto, ma che accompagnata all'evidente senso di sforzo, non è certo gradevole. L'ultimo acuto della scena è, inesorabilmente, calante.
Monolitico ma solido Lance Ryan, al quale si chiederebbe qualche colore in più, ma forse si risparmia per gli atti successivi.

I atto

L'atto comincia con tre personaggi schierati sulla scena: Gunther (Ralf Lukas), Hagen (Eric Halfvarson), Gutrune (Edith Haller).
Nella prima scena non mi convince nessuno, e trovo notevoli gutturalità in Halvarson, come e a cercare uno spessore vocale che non ha: l'accento è pero convincente. Routinaria la prova degli altri due, anzi la Haller è proprio evanescente, non c'è nulla da fare. Bisogna sottolineare che Gutrune e Gunther hanno una grande importanza dal punto di vista drammaturgico, ma dal lato vocale sono poco più che comprimari.
seconda scena
È buono il saluto di Hagen a Siegfried, ben supportato da Thielemann, che poi è addirittura straordinario nell'accompagnamento di tutta la scena seconda, imponendo un crescendo di tensione narrativa bellissimo ed emozionante.
I cantanti reggono bene, anche se da Ryan vorrei un maggiore coinvolgimento e Halfvarson è un po' troppo villain e negli acuti è fibroso.
La terza scena vede le due sorelle Waltraute e Brünnhilde impegnate in un duetto assai complicato, dominato da un turbinio di sentimenti contrastanti.
WaltrauteTra le due il migliore è …Thielemann, anche se non posso imputare nulla di clamoroso alle due Valchirie. Entrambe hanno l'accento giusto ma i mezzi vocali sono quello che sono, piuttosto modesti.
Se la cava benino, comunque, Christa Mayer, nel lungo monologo Höre mitt Sinn, nel quale risulta solenne e appassionata. La Watson, soprattutto nel finale, urlacchia parecchio.
L'incontro/scontro di Brünnhilde con Siegfried (non spiego i particolari, dal momento che la stragrande maggioranza di chi mi legge è wagneriano fradicio come me, strasmile) nel finale dell'atto è uno dei punti chiave dell'intero Ring, e la Watson è molto convincente nell'esprimere l'angoscia del momento.
L'atto si chiude con il puntuale declamato di Ryan e con il pubblico che appalude, forse, con un po' meno convinzione delle giornate precedenti. Ricordo che tra Prologo e primo atto abbiamo toccato le due ore di spettacolo.

II atto

Il secondo atto del Crepuscolo comincia con la grande scena tra Alberich (Andrew Shore) e Hagen (Eric Halfvarson): il secondo non mi convince proprio dal lato vocale, lo trovo cavernoso e, ribadisco, gutturale.
Siccome neppure l'Alberich di Shore è un modello di stile, la prima scena risulta troppo caricaturale. Per fortuna Thielemann è sempre sugli scudi, perché riesce a trarre un fraseggio magnifico dall'Orchestra di Bayreuth: insinuante, presago di tradimenti e di morte, drammatico.
Ryan conferma la sua migliore attitudine ai passi di forza, in puro declamato, nella seconda scena. E si conferma anche la debolezza della Haller, una Gutrune davvero scipita e stridula.
Nella terza scena trovo conferma che questo Hagen non ha la statura artistica per un ruolo così impegnativo, in quanto la sua chiamata a raccolta dei vassalli manca di quell'imperiosità proterva che dovrebbe.
tgross02_04_g_2007Bene il Coro.
È questo un momento in cui la Brünnhilde di turno si gioca molto anche dal lato attoriale, quindi la dimensione teatrale qui sarebbe davvero indispensabile.
Intanto Ralf Lukas, Gunther, non mi piace per niente, il suo canto è molto brado, acuti aperti e sbracati e fraseggio monotono.
Purtroppo, come è già successo l'anno scorso, la Watson ammoscia tutto con un generale senso d'agitazione, che non rende giustizia all'ambigua drammaticità del momento. E urla, cavolo se urla. E sbraca nel registro grave. Trova pure, a onor del vero, qualche acuto molto convincente. Va detto che è una scena di difficoltà mostruosa.
S'involgarisce un po' Ryan, che apre molto i suoni: l'effetto non è granché.
Alla fine entrambi, seppur con qualche fatica, si difendono decentemente nel giuramento e nel finale della quarta scena, anche se la Watson torna a urlacchiare parecchio.
Discreto il dialogo con Hagen, che vede Halfvarson più sorvegliato, che chiude l'atto. Nel frattempo, Thielemann firma un capolavoro dopo l'altro e gliene va dato atto assolutamente, perché la firma a questo Ring 2010 è sua, lo si può tranquillamente affermare già ora.
Pubblico in visibilio.

III atto

Che si apre col canto delle Rheintöchter, Woglinde, Flosshilde e Wellgunde, rispettivamente interpretate da Christiane Kohl, Simone Schröder e Ulrike Helzel.
tgross03_01_g_2007Si comportano piuttosto bene e danno a Siegfried l'ultima possibilità di salvezza, che l'eroe intrepido rifiuta accelerando in questo modo la fine, il crepuscolo, appunto, suo personale, degli dei, del Walhalla.
In questa prima scena, che ha qualche risvolto orchestrale più leggero, e Thielemann è davvero grandissimo nel tratteggiare la futilità, la vaporosità briosa e interessata delle ondine, si trova a suo agio anche Lance Ryan (buono il DO, tra l'altro, scomodo a dir poco).
Nella seconda scena ci avviciniamo a grandi passi alla tragedia finale, ma Siegfried prima di finire vilmente ucciso da Hagen, ha ancora un momento estremamente emozionante, e cioè il lungo racconto che fa della sua vita.
In questo pezzo bellissimo, oltre al consueto tono eroico, il tenore deve piegare la voce ad accenti sfumati, trovare una specie di mood malinconico, attraverso un fraseggio espressivo e vario.
Ci sono anche Hagen e Gunther, e li trovo entrambi davvero pessimi, specialmente l'inutilmente trucibaldo Halfvarson.
Ryan invece è davvero bravo, emergendo proprio dove era stato carente sino ad ora, i momenti più lirici.
4Il povero Siegfried, e in questo il personaggio è davvero un romantico, muore pronunciando il nome dell'amata Brünnhilde.
La celebre Marcia Funebre è un'apoteosi di bellezza e commozione, se possibile Thielemann e l'Orchestra di Bayreuth si superano.
La Haller, incredibilmente, canta bene all'inizio della terza scena.
Peccato che poi entri uno svociato Halfvarson, accidenti, davvero deludente.
Dopo che Hagen uccide Gunther incomincia la lunga scena finale, tutta di Brünnhilde che incomincia con un piglio da fuoriclasse e supportata splendidamente dal direttore scrive una pagina di rara bellezza e poesia, per accento pertinente sì, ma anche per l'alta qualità del canto, a dispetto di qualche durezza negli acuti.
Credo che in questo finale il livello sia stato, per l'apporto sia di Linda Watson sia per quello di Thielemann, ai vertici assoluti delle interpretazione wagneriane.
tgross03_finale_g_2007
Chiudo qui, piuttosto emozionato, allo stesso modo, credo, del pubblico presente a Bayreuth che ha tributato, dopo un momento di smarrimento, un clamoroso trionfo a tutti.
Queste recensioni sono state impegnative, ma ne è valsa davvero al pena.
Buona settimana a voi.

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