Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Die Walküre alla Scala di Milano, seconda incursione semiseria. Saranno Baruffe chiozzotte: scommettiamo?

Allora, cominciamo dall’attualità.

Oggi la prova generale della Valchiria si svolgerà a porte chiuse, perché gli interpreti dei due gemelli (Siegmund & Sieglinde) che ho sommariamente presentato nel post precedente sono afoni.
Si tratta del tenore Simon O’Neill e del soprano Waltraud Meier.
Aggiungete che il previsto interprete di Wotan, il basso Renè Pape, ha dato inopinatamente forfait circa un mese fa.
WaltraudMeierKonwit01_525
Sommate ancora, come se non bastasse, che Waltraud Meier, dalle pagine del Corriere della Sera, ha criticato l’allestimento del regista Guy Cassiers.
Ci sono tutte le premesse per poter affermare che ci divertiremo molto, il prossimo 7 dicembre.
Ricordo che la Scala, che oggi è solo un teatro qualsiasi dal punto di vista artistico ma come impatto mediatico è sempre la Scala di un tempo, ha una bella tradizione di polemiche (e mi limito a quelle recentissime) da conservare.

La fuga di Roberto Alagna nel 2006 (Aida, una cosa mitica), l’ancora inspiegata sostituzione all’ultimo secondo di Giuseppe Filianoti nel 2008 (Don Carlo), i sonori fischiazzi alla regia di Emma Dante (Carmen) nel 2009.
Insomma, possiamo scommettere che l’argomento “opera” terrà banco nei telegiornali. Non so se rallegrarmene, sinceramente.
E a proposito di scommesse, fa discutere dalle pagine della rivista “Musica”, questa proposta a firma di Marco Leo.
 
La situazione finanziaria dei teatri lirici è drammatica; la qualità e la sopravvivenza stessa della lirica in Italia sono a serio rischio. In tale contesto, ferma restando la ragionevolezza delle proteste contro i tagli, è dovere dei teatri impegnarsi per reperire fondi alternativi ai finanziamenti pubblici, imparando anche dal passato. Fino al primo Ottocento, all’opera si giocava d’azzardo: nei foyer dei teatri erano collocati tavoli da gioco i cui proventi finanziavano l’attività artistica. A Napoli, Rossini era socio di Barbaja nella gestione del casinò; e in diversi teatri restano, nelle decorazioni e nella toponomastica, tracce indelebili dell’attività di gioco che vi si esercitava.
In Italia — per quanto negli ultimi anni si siano moltiplicate i giochi d'azzardo accessibili nei bar, nelle tabaccherie e anche online — i tavoli verdi sono ancora quasi un tabù. Ma siccome qualche porta si sta aprendo (un recente progetto di legge vorrebbe concedere l’apertura di sale da gioco negli alberghi di lusso), non potrebbero le fondazioni liriche approfittare della liberalizzazione per chiedere che siano proprio i teatri d’opera i primi a poter riaprire i casinò?Del resto appartiene alla storia del gioco d’azzardo in Italia l’idea di concedere una licenza ad enti che necessitano di una rapida ripresa economica (si pensi ai molti effimeri casinò dei primi anni del dopoguerra, e alla stessa origine delle attuali case da gioco italiane). Ovviamente non vogliamo vedere nei teatri le slot machines con le lucine intermittenti, ma i tavoli tradizionali francesi, con la loro eleganza, ben si inserirebbero in alcune aree dei nostri foyer.
 
 
Tutto vero, ma a me l’idea che nei teatri si giochi d’azzardo non piace per nulla.
Non voglio fare il moralista, è che conosco per esperienza diretta la fauna che alligna laddove esistono i casinò: è brutta gente. Chi gioca, certo.

Soprattutto chi pratica l’usura e sfrutta la prostituzione di solito non è particolarmente raccomandabile.
E poi, scusatemi, visto che per il momento i politici vengono a teatro solo per le inaugurazioni delle stagioni, perché costringerli al presenzialismo (strasmile)?
 
Ok, è giusto che ognuno abbia le proprie idee.
Peraltro comincio a trovare analogie tra la roulette francese (anche se per alcuni teatri si potrebbe parlare di roulette russa) e i teatri d'opera, per cui mi sa che tra un po' mi convincerò anch'io.
Permettetemi di scherzare un po', allora.
I 36 numeri si dividono in 3 fasce, per i giocatori: orfanelli, vicini dello zero e la serie.
Gli orfanelli siamo noi, che non vediamo uno spettacolo decente da una vita, i vicini dello zero sono gran parte dei sovrintendenti e la serie è rappresentata dalle delusioni degli appassionati.
 
Rien ne va plus, les jeux sont faits.

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20 risposte a “Die Walküre alla Scala di Milano, seconda incursione semiseria. Saranno Baruffe chiozzotte: scommettiamo?

  1. utente anonimo 1 dicembre 2010 alle 8:29 pm

    da Giuliano:
    nuove frontiere della filologia?
    (alla Scala si giocava d'azzardo, ai tempi di Stendhal… me li vedo già, i nouveaux philologues…) (oh, se mi pagano bene ce lo scrivo anch'io, un pezzo in lode del baccarat!!!)
    🙂

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  2. amfortas 2 dicembre 2010 alle 9:31 am

    Giuliano, sai che proprio più ci ripenso meno 'sta genialata mi va giù?
    Mah…si vede che non ho una visione complessiva del problema, come dicono i politici quando sono beccati a dire qualche stronzata clamorosa e non sanno dare una spiegazione a risposta adeguata.
    Ciao!

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  3. utente anonimo 2 dicembre 2010 alle 11:10 am

    da Giuliano:
    c'è una regola fissa, in questo inizio di millennio: Se è una cazzata, la si fa.
    Adesso poi che hanno tolto i finanziamenti, stai sicuro che arrivano (i videopoker, mica le "eleganti tavole della roulette")

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  4. daland 2 dicembre 2010 alle 12:49 pm

    Beh, con il gioco d'azzardo mica può mancare anche un po' di sesso… del resto non sarebbe una novità (non si dice che nei retropalchi un tempo si faceva bunga-bunga?)

    Mi sfugge però il "modello di business": per farsi qualche puntatina, uno dovrebbe sborsare 100-200 euri di ingresso ad uno spettacolo di cui nulla gli importa? 

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  5. utente anonimo 2 dicembre 2010 alle 1:13 pm

    E perché no un bel gratta e vinci insieme al biglietto, ovviamente aumentandone ANCORA il prezzo? O una slot machine per vincere "li mejo posti"? Una lotteria con in palio un dopo-spettacolo con il soprano?
    La cultura per certe persone è solo un gran casino. Ops, volevo dire casinò.

    L'ingegnosa Margot

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  6. amfortas 2 dicembre 2010 alle 1:34 pm

    Daland, io mi chiedo anche quando dovrebbe rimanere aperto il casinò. Solo le sere delle recite? Sono poche e un casinò deve avere, se vuole funzionare, un gran numero di croupier, direttori di sala ecc ecc.
    D'altro canto non ci sono teatri in Italia che "aprano" 365 giorni all'anno.
    Chissà, se l'idea va in porto si potrebbe pensare ad un aiuto di Stato per i casinò prossimi al fallimento dei contigui teatri falliti.
    Ciao 🙂
    margie, guarda che il dopo spettacolo con il soprano non si chiama lotteria, ma audizione positiva 🙂
    E poi confessalo, hai sbagliato URL e pensavi di essere su "Il fatto", vero?
    Ciao 🙂

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  7. utente anonimo 2 dicembre 2010 alle 1:36 pm

    Oh cacchio, ho sbagliato sito!!!

    La distratta Margot

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  8. utente anonimo 2 dicembre 2010 alle 1:53 pm

    da Giuliano:
    ma no, è chiaro: il teatro diventerebbe un optional.
    Un bel centro commerciale "alla Scala", che ve ne pare? basterebbe buttar giù quel che resta dell'obsoleta sala del Piermarini, mettere un tapis roulant invece delle scale mobili, un outlet, un bar stile quadro di Hopper, et voilà. (ah no, questa è la stazione di Milano! – va beh, un po' di pazienza e ci si arriva).
    E infine, musica diffusa: ma mica quella roba lì noiosa coi violoncelli, s'intende.

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  9. daland 2 dicembre 2010 alle 2:08 pm

    Ragazzi, non date troppe idee brillanti a tale Garrone!

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  10. amfortas 2 dicembre 2010 alle 3:28 pm

    Margie, ecco, mi pareva strano…
    Giuliano, davvero stai attento a ciò che scrivi, ha ragione Daland!
    Spesso mi legge qualcuno dalla Scala, lo vedo dalle connessioni che mi segnala Shinystat, non vorrei avere la casa invasa da qualche gruppo di loggionisti 🙂
    Ché poi quel Garrone lì, da buon petroliere genovese potrebbe pensare di mettere al Carlo Felice un distributore di benzina in ogni camerino destinato agli artisti…

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  11. utente anonimo 2 dicembre 2010 alle 4:30 pm

    da Giuliano:
    ma no, dai: come insegna da tempo Dario Fo, in quanto a xxxxxxx siamo sempre a rimorchio. Più pensi di averle sparate grosse, più scopri che sei rimasto indietro di un bel pezzo.
    L'idea di trasformare la Stazione Centrale di Milano in un centro per lo shopping non sarebbe mai venuta in mente a nessuno, invece eccola lì. Basta farci un giro: le biglietterie sono in fondo in fondo, idem l'edicola e la farmacia e gli sportelli di assistenza: all'ingresso,  SuperShop!!
    L'altro giorno sono andato al Bancomat (poi mi fermo) e ho sbagliato a comporre il numerino. Siccome non mi capita mai, cominciavo a preoccuparmi: poi mi sono accorto che hanno messo la musica di sottofondo, e c'era un cantante famoso (musica di Sanremo e dintorni) che mi parlava nelle orecchie… La cosa ideale per farti sbagliare, quando scrivi un numero, è avere qualcuno che ti parla nelle onecchie.
    Mi sono messo a scrivere il PIN su un bigliettino, che fare.
    (Onecchie non è un errore di stampa, è Alfred Jarry; Ubu Re…)

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  12. biondasirocchia 2 dicembre 2010 alle 5:59 pm

    Ma sì, mettiamoci anche dei bei bordelli, per le diverse fasce di reddito: quello per i sciuri delle poltronissime di platea, quello più andante per la platea generica e i plachi centrali di prim'ordine, quello per i plachi laterali e quello… del loggione (non oso immaginare). Ma sì…i teatri d'opera farebbero concorrenza al grande fratello.
    Non ho parole. Ma dove cavolo viviamo? (Scusate tutti lo sfogo, è lo sconforto..)

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  13. amfortas 2 dicembre 2010 alle 7:49 pm

    Giuliano, non farmi ricordare la stazione di Milano ché l'ultima volta ho fatto una figura fantozziana alla toilette, alla quale mi sono presentato trafelato ma senza spiccioli, per cui sono dovuto tornare ai binari, recuperare ex Ripley perché mi dia un euro e correre giù come un forsennato.
    Ciao 🙂
    Bionda, l'immagine dell'abbagasciamento (neologismo, ti chiedo scusa) dei teatri è terrificante.
    I loggionisti già sono stremati per il caldo e per i registi che si dimenticano di loro, vogliamo privarli anche del piacere di una zoccolona di prima classe?
    Ciao!

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  14. utente anonimo 3 dicembre 2010 alle 10:00 am

    Allora direi che, per essere coerenti col "progetto casino' " – anche senza l'accento  – da ora in poi i teatri d'opera italiani dovranno rappresentare solo "Il Giocatore" e "La Traviata".
    Buon fine settimana a tutti,

                                                        Enrico

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  15. amfortas 3 dicembre 2010 alle 10:28 am

    Enrico, beh oltre ai due titoli suggeriti ce ne sarebbero anche tanti altri e neverrebbe fuori un bel cartellone!
    Ciao 🙂

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  16. utente anonimo 3 dicembre 2010 alle 11:26 am

    da Giuliano:
    bisognerà però eliminare Trovatore e Carmen: tutti quegli zingari, via!!!
    (e anche la Danze ungheresi di Brahms, Kodalyi, Bartok, il violino tzigano, la Tzigane di Ravel…)

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  17. amfortas 3 dicembre 2010 alle 12:17 pm

    Giuliano, propongo l'apertura di stagione obbligatoria con il Ballo in maschera, dove si parla dell'immondo sangue dei negri.
    Che ne dici? 🙂

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  18. utente anonimo 3 dicembre 2010 alle 7:49 pm

    Enrico, oltre Il Giocatore e La Traviata, anche "I Pagliacci"!

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  19. utente anonimo 4 dicembre 2010 alle 11:43 am

    da Giuliano:
    anche la Traviata, però, ha le sue zingarelle…
    propongo di tagliare corto: mano libera a Paolo Isotta, e basta con i sofismi!!!
    (Isotta con Borghezio, direttori artistici insieme: così in due settimane al massimo ce li leviamo di torno tutti e due)
    🙂

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  20. amfortas 4 dicembre 2010 alle 12:51 pm

    Giuliano, Isotta ce la faccio, ma dell'altro non riesco neanche a scriverne il nome :-).
    Me lo ricordo ancora, quando andava in giro per treni a spruzzare deodorante…
    Ciao!

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