Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il dittico Cavalleria Rusticana e I pagliacci alla Scala di Milano: la prima salta per sciopero.

Avevo appena pubblicato il post ed ecco che sul sito della Scala è comparsa la conferma dello sciopero. Se ne riparla martedì 18, quindi.

Domenica prossima, al Teatro Alla Scala di Milano, dovrebbe  essere di scena il dittico Cavalleria Rusticana e I pagliacci, che incredibilmente manca nel teatro milanese da trent'anni.

Scrivo dovrebbe, perché le possibilità che la prima salti per sciopero (ovviamente per le note vicende dei tagli alla cultura di questo governo) è molto alta. Vi terrò aggiornati, anche perché la recita sarà trasmessa (anche in streaming? Non si sa e dopo la figura pessima della volta scorsa non mi va di fare previsioni) sul nuovo canale digitale RAI5 dalle ore 20.
Nonostante un cast non entusiasmante che si distingue solo per la presenza dell’ottimo direttore Daniel Harding (il grande ed esigente Daland, di cui mi fido ciecamente, ne dice qui assai bene), l’attesa tra gli appassionati è piuttosto alta. Insomma, sono opere popolari nella migliore accezione del termine e appartengono a quel periodo culturale noto come verismo.
I lavori sono effettivamente contemporanei, Cavalleria di Mascagni debuttò nel 1890, Pagliacci di Leoncavallo nel 1892.
Entrambi i compositori fanno parte di quella che è chiamata la Giovane Scuola, una corrente musicale che ha dominato per un decennio e che presenta alcune caratteristiche comuni e anche molti luoghi comuni, il più fastidioso dei quali è che le opere debbano essere cantate con la bava alla bocca, digrignando i denti e urlando come bestie. E in effetti molto spesso i cantanti cadono in quest’errore, con risultati rivedibili.
Una cosa è essere vigorosi, incisivi, ben altra essere sguaiati e volgari.
Per fortuna, nella discografia soprattutto, c’è sempre qualche esempio chiarificatore.
E proprio ai dischi ricorro questa volta per la mia breve presentazione delle opere in questione, non prima di farvi vedere come si presentava il Cortile delle Milizie del Castello di San Giusto nel 1937, proprio in occasione di una Cavalleria Rusticana.
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Come potete vedere, un delirio di folla tra la quale si nascondeva anche il mio papà che mi ha da poco lasciato, allora tredicenne.
Dal punto di vista discografico, dicevo, c'è un'incisione di riferimento assoluto, dalla quale non si può prescindere pur nel rispetto dei gusti personali e, guarda caso, quest'incisione porta la firma di tale Herbert von Karajan. Destino cinico e baro, quello dei direttori davvero grandi, e cioé di essere sempre una specie d'aggregante di talenti, un marchio di fabbrica di qualità.
In entrambe le opere Karajan lavora con l'Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala di quei tempi, che erano compagini di livello stratosferico.
E allora ecco che la musica scorre carica di sensualità senza che ci sia mai neanche il sospetto di volgarità. Allo stesso tempo le pagine più patetiche non risultano mai lacrimevoli e zuccherose, ma sono sempre ammantate di una scabra dignità popolare oggi perduta, travolta dall'esibizione coatta del dolore televisivo.
Certo, in entrambe le opere va in onda l'omicidio efferato, ma quasi ce ne scordiamo.
Dopo il direttore, protagonista assoluto è il tenore Carlo Bergonzi che interpreta le parti di Turiddu e Canio e addirittura, a mio personalissimo parere, ci lascia le sue prove migliori in assoluto e lo fa proprio perché affronta personaggi che sembrano lontani dal suo repertorio d'elezione, che è quello verdiano.
La registrazione è del 1965, nel pieno della maturità dell'artista che doveva essere in un periodo di forma straordinario, come si può facilmente constatare dall'ascolto di contemporanee registrazioni dal vivo. Acuti eccellenti, dizione più a posto del solito e un fraseggio e un accento memorabili.
Nei Pagliacci poi abbiamo anche il miglior Tonio di sempre (parere mio, ovvio) e cioé uno spettacolare Giuseppe Taddei che canta un Prologo da brividi.
Bravi anche Rolando Panerai (Silvio) e Ugo Benelli (Beppe).
Ad un livello inferiore si pone la caratterizzazione di Joan Carlyle nei panni della sfortunata Nedda, ma probabilmente la prestazione impressionante degli uomini ne evidenzia i limiti d'accento.
In Cavalleria da rilevare l'eccellente prova di Fiorenza Cossotto quale Santuzza. La temperamentosa artista (spesso criticata, a ragione, per una certa tendenza a strafare) qui tratteggia un personaggio davvero magnifico, dignitoso nella certezza del tradimento ma essenziale, dal dolore trattenuto e sorvegliato e mai sfacciatamente esibito.
Rilevante anche la prestazione di Gian Giacomo Guelfi, il baritono che interpreta Compar Alfio.
Quindi, in attesa di aggiornamenti (sia per lo sciopero sia per la trasmissione via web) che vi darò in neretto all'inizio del post, ci rileggiamo per la recensione semiseria.
Buon fine settimana a tutti.

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6 risposte a “Il dittico Cavalleria Rusticana e I pagliacci alla Scala di Milano: la prima salta per sciopero.

  1. Princy60 15 gennaio 2011 alle 12:11 pm

    Binomio incomparabile!

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  2. utente anonimo 15 gennaio 2011 alle 2:21 pm

    ma siamo proprio così sicuri che lo sciopero sia ancora la forma giusta per combattere questo decreto? secondo me si va solo contro il povero pubblico pagante che magari ha pagato anche biglietto d'aereo e albergo per essere a milano. e si peggiorano i conti in rosso del teatro.
    la scala, nonostante molte pessime scelte artistiche di lissner e sue altrettanto pessime non scelte, è universalmente nota per essere un tempio del canto e uno dei principali (se non IL principale) palcoscenico operistico del mondo. forse solo il metropolitan di new york può competere con la scala, sia per tradizione che per impatto mediatico delle sue produzioni.
    ora, questi sono fatti arcinoti anche agli africani del burundi, figuriamoci a quella merdaccia di bondi (mi si conceda il corsivo in francese, ma di citazione di fantozziana memoria si tratta e nulla più).
    così come è arcinoto che la scala, anche grazie a lissner e gliene diamo atto, ha un importante afflusso di capitali privati e gli sprechi non sono poi così eccessivi come lo sono altrove in italia e all'estero.
    la mia conclusione è semplice. 'add'a passà à nuttata'. fin quando avremo come ministro della cultura tremonti, pardon, bondi non c'è niente da fare e non c'è sciopero che serva. si sciopera per cercare di cabiare le cose. ma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. e non mi pare che in questo governo ci sia qualcuno disposto ad ascoltare le ragioni dei lavoratori della lirica (forse dei lavoratori tout court). a parole son bravi a difendere il 'made in italy', nei fatti affossano il made in italy per antonomasia, il melodramma. rassegnamoci.

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  3. amfortas 15 gennaio 2011 alle 3:48 pm

    Marina, concordo, non so dire di più 🙂
    2, sono un difensore strenuo del diritto di sciopero e l'ho scritto più volte.
    In questo caso specifico, anzi in questa singola occasione, sono però anch'io d'accordo con te.
    Questa manifestazione è inutile e controproducente e non se ne capiscono le ragioni oggettive.
    Mi spiace assai esprimermi così, lo sottolineo.
    La cosa è inquietante, forse perché non ho alcuna fiducia nella classe politica italiana, è che vedo il futuro nerissimo per la lirica e la cultura in generale, a prescindere dal governo in carica.
    Ciao e grazie.

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  4. utente anonimo 16 gennaio 2011 alle 6:51 pm

    Ci lamentiamo perchè Tremonti e di conseguenza Bondi, taglia i finanziamenti. Cosa farebbero i "rossi" se fossero al governo? Chiediamocelo una volta per tutte, purtroppo dopo tanto scialare, dopo tanti privilegi, non c'è più "trippa per gatti". Neanche chi si lamenta tanto, saprebbe far meglio di chi deve barcamenarsi con una crisi mondiale! Lo sciopero non serve in questo caso; come gli operai della Fiat, fra lampi e tuoni della Fiom, si sono assoggettati alla necessità, anche noi TUTTI, dovremo aspettare momenti migliori e sperare che la crisi passi e non ci rovini.

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  5. daland 16 gennaio 2011 alle 9:12 pm

    Lo so che di questi tempi i problemi sono altri… ma ho una curiosità.

    Non sono mai riuscito a capire se il titolo corretto sia  "I Pagliacci" o "Pagliacci".

    L'Archivio Scala (ma parte solo dal '53) porta il primo titolo fino al '56, poi sempre il secondo.

    Ne sai qualcosa?

     

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  6. amfortas 17 gennaio 2011 alle 8:59 am

    4, grazie per l'intervento, rispetto la tua opinione ma non ho voglia d'addentrarmi in discorsi politici in senso stretto.
    Lasciami solo dire che a mio parere qualsiasi governo alternativo a questo sarebbe un toccasana e non solo per i teatri, ma proprio per noi tutti.
    Daland, ricordo d'aver letto, qualche anno fa, che il titolo esatto è Pagliacci, ma non ho alcuna certezza filologica tanto che anche quando ho scritto il post mi sono posto il problema.
    Aspettiamo fiduciosi domani sera, sperando che il digitale terrestre non faccia le bizze 🙂
    Ciao!

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