Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

I due Foscari di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: ancora una riflessione semiseria prima della prima.

Domani al Teatro Verdi di Trieste, dopo la brillante prolusione di Angelo Foletto dei giorni scorsi (a proposito, Foletto mi ha segnalato che esiste anche una registrazione dell’aria alternativa incisa da Placido Domingo, non lo sapevo),  eccoci al secondo appuntamento della stagione e dopo La traviata d’apertura si torna ancora a Verdi, con I due Foscari.


Opera di transizione, codesta, in cui si ritrovano alcuni sprazzi del Verdi degli anni di galera, penso ad alcuni passi orchestrali, all’uso del coro, ma anche anticipazioni di un Verdi, in qualche modo, più nobile e raffinato o meglio diverso.
Penso anche a Francesco Foscari come predecessore di Boccanegra, per il clima notturno che profuma di salsedine, o ad alcune soluzioni musicali che ricordano proprio La Traviata.
Le preoccupazioni e le esigenze del compositore sono le solite: la necessità di adattare al suo credo di brevità e fuoco il testo di Byron (The Two Foscari)-che infatti viene compresso in tre atti laddove l’originale è in cinque- e quindi le consuete schermaglie con Francesco Maria Piave, librettista dell’opera, uno dei bersagli preferiti degli strali del Maestro. Peraltro, Piave lavorò come librettista per Verdi in ben dieci occasioni!
Sintesi e ardore, quindi, come ben si capisce da questa frase estrapolata da una lettera a Piave:
 
Osservo che in quel di Byron non c’è quella grandiosità scenica che è pur voluta dalle opere per musica: metti alla tortura il tuo ingegno e trova qualche cosa che faccia un po’ di fracasso specialmente nel primo atto!
 
 
Ritorna anche il tormentone delle parti scritte sartorialmente sugli interpreti a disposizione, tanto che proprio in una lettera a Piave, Verdi sottolineava l’urgenza di scrivere una cabaletta di forza perché scriviamo per Roppa (Giacomo Roppa, il primo tenore, interprete di Jacopo Foscari).
Ma il motivo principale per cui fu scelto il dramma di Byron fu, ancora una volta, l’opposizione della censura ad inscenare un’opera tratta dal dramma Lorenzino De’ Medici di Giuseppe Revere (che era un triestino, tra l’altro): i tirannicidi tra i potentati di allora non godevano di grande popolarità (smile).
I due Foscari, sempre a proposito di censura, non debuttarono com’era previsto a Venezia ma a Roma.
Nella città lagunare i nomi dei protagonisti erano molto noti e i discendenti delle nobili famiglie, anche se dalle vicende narrate erano passati quattro secoli, non vedevano di buon occhio che le loro beghe fossero messe in scena coram populo.
In realtà, e spesso ai giorni nostri ce ne scordiamo perché magari ci fa comodo, indagare sulle dinamiche politiche che hanno fatto la fortuna della Serenissima era abbastanza scandaloso.
I grandi poteri temporali si basano sempre sulla violenza e la sopraffazione.
In questo caso ci troviamo di fronte alla classica situazione in cui una vicenda personale, di sentimenti e parentele, è fortemente compromessa dallo scenario politico, l’efferata ragion di Stato.
Infatti l’opera s’apre con le parole silenzio e mistero che schiudono poi la porta a una discutibile giustizia.
Il Potere non può fare a meno, ad alcuna latitudine anche cronologica, di una presunta giustizia perpetrata nel silenzio e nel mistero. In quest’atmosfera, lo sappiamo, si tramano le vicende politiche di ogni tempo, mentre il popolo sta a guardare indifferente tanto per restare in tema, se Doge sia un Malipiero o un Foscari, come sostiene il cattivo di turno, Loredano.
La protagonista femminile, Lucrezia Contarini, è la classica eroina verdiana di quei tempi, nobile, orgogliosa, forte, tanto che Verdi aveva paura che apparisse sin troppo ardimentosa a discapito del tenore.
E in effetti Jacopo è abbastanza piagnone e mollaccione [ e anche un po’rincoglionito, dal momento che ad un certo punto scambia Lucrezia per il fantasma del decapitato Conte di Carmagnola (strasmile)] se paragonato alla moglie, che sfida il Consiglio dei Dieci per amore, fregandosene delle leggi e del decoro che si vorrebbe indispensabile per una donna d’alto lignaggio.
E l’energica scrittura vocale ne interpreta bene il carattere sanguigno.
BarbieriNini
La prima Contarini, vale la pena ricordarlo, fu il soprano Marianna Barbieri-Nini, che creò poi anche nientemeno che la Lady Macbeth verdiana, parte micidiale.
Donna non bellissima, come si può vedere dall’immagine e soprattutto dedurre dalla linguaccia di Giuseppina Strepponi, compagna di Verdi, che a questo proposito fu lapidaria:

S’Ella ha trovato marito non può disperar nessuna di trovarlo (strasmile!).

Quanto al Doge Francesco Foscari, il carattere è ben rappresentato da una frase che dice nel secondo atto rivolto al Consiglio: Sarò Doge nel volto, e padre in core.
Un uomo costantemente tormentato tra il dovere e gli affetti familiari. Una storia triste, padre di tre figli che lo precederanno nella morte e alla fine addirittura beffato da quel potere al quale ha sacrificato tutto.
200px-Achille_De_Bassini_Portrait

La parte è per baritono, primo interprete Achille De Bassini, che creò anche Miller padre nella Luisa Miller e Seid nel Corsaro, sempre di Giuseppe Verdi.
Se ben eseguiti, la parte ha almeno due momenti memorabili, in un certo modo speculari.
Alla fine del primo atto, quando solo con se stesso medita sul suo ruolo di Doge (Eccomi solo alfine) , e nel terzo atto quando pubblicamente constata che la sua fedeltà alla Serenissima gli è costata amaramente cara (Questa è dunque l’iniqua mercede).
Il suono del bronzo ferale delle campane di San Marco lo saluta per sempre.
L’opera debuttò il 3 novembre 1844 al Teatro Argentina di Roma e il successo fu tiepido, ovviamente se paragonato alle consuetudini dei tempi.
I cantanti non s’espressero al meglio e pare inoltre che il pubblico non apprezzò il raddoppio del prezzo dei biglietti, che passarono da dieci a venti baiocchi.
Verdi commentò dicendo che
 
Io aveva molta predilezione per quest’opera: forse mi sono ingannato, ma prima di ricredermi voglio un altro giudizio.
 
Il lavoro peraltro non uscì mai di repertorio ma neanche sfondò mai davvero, restando per lungo tempo ai margini della programmazione teatrale.
Anche oggi la situazione non è cambiata molto in questo senso, per quanto l’opera goda di una diffusione maggiore: al Verdi di Trieste, comunque, manca da quasi trent’anni.
Vedremo se gli attuali protagonisti, la compagnia di canto è sulla carta di buon livello per gli standard triestini e il direttore, Renato Palumbo, uno specialista del genere, riuscirà a ripetere i successi del passato.
Ne riparleremo in sede di recensione.
Semiseria, ovviamente.
Un saluto a tutti.
  

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4 risposte a “I due Foscari di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: ancora una riflessione semiseria prima della prima.

  1. utente anonimo 21 gennaio 2011 alle 3:24 pm

    Ben brutta davvero la Marianna ma sicuramente una donna con le palle…e una voce adeguata (capricorno forse ? smile ) rondinella

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  2. amfortas 21 gennaio 2011 alle 4:24 pm

    Rondinella, vero che è orribile, povera? Però era un Acquario, in quanto nata il 18 febbraio.
    Ciao!

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  3. utente anonimo 21 gennaio 2011 alle 5:58 pm

    Beh allora aveva sicuramente l'ascendente Capricorno. O forse barava sull'età, anche solo di un mese. Mica è una moda solo dei nostri giorni.

    La testarda Margot

    La parola da scrivere è "pax". A me! Uahahahahahahah.

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  4. amfortas 22 gennaio 2011 alle 8:27 am

    Margie, anche se barava sull'età, sempre brutta restava eh?
    Ciao!

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