Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Samson et Dalila al Teatro Verdi di Trieste: seconda incursione, questa volta piuttosto seria.

Allora, dopo ben ventisette anni torna a Trieste il Samson et Dalila di Camille Saint Saëns.

Questa lunga assenza mi ha fatto pensare che quest’opera non ha avuto vita troppo facile sin dagli inizi, come prova il fatto che la gestazione fu lunga (il compositore cominciò a idearla intorno al 1860) e travagliata poiché l’idea iniziale era di scrivere un oratorio e non un’opera lirica.
La provenienza oratoriale rimane rilevante nell’uso del coro, peraltro, che segna quasi tutto il primo atto, nel quale il tenore protagonista ricorda molto da vicino alcuni “colleghi” wagneriani per il canto declamato (in particolare Lohengrin e Tannhäuser).
Molto wagneriano anche il lungo duetto del secondo atto tra i due protagonisti, nel quale s’inserisce una delle arie più famose-e più belle, a parer mio- del repertorio mezzosopranile e cioè Mon coeur s’ouvre à ta voix.

C’è poi, come accennato nel post precedente, l’appartenenza dell’opera a un filone che si potrebbe definire generalmente esotico e che fu di gran moda nella seconda metà dell’ottocento.
Un esotismo ingenuo, da cartolina illustrata (addirittura comica pare l'ambientazione nel video postato qui sopra!), in cui sembra che basti evocare un paio di palme e qualche casco di banane per centrare un’atmosfera lontana o, in questo caso, una presunta cultura barbarica.
Operazione questa alla quale non sono sfuggiti tanti altri compositori coevi in Francia-si pensi a Bizet, Delibes, Massenet e a titoli come Thaïs, Les Pêcheurs de perles, Lakmé- e anche in Italia dall’Iris di Mascagni sino, per certi versi, alla Turandot di Puccini.
Quello che è diverso e in qualche modo estraneo all’Occidente viene considerato corrotto, peccaminoso, pruriginoso. L’Oriente è visto come un luogo di perdizione in cui l’uomo non riesce a dominare il suo lato animalesco e ingovernabile. Insomma un po’ come nei film western in cui ci sono “i nostri” e i selvaggi indiani.
Questa rappresentazione ferina del diverso fu poi assai utile alla politica e al colonialismo o meglio a giustificarne le nefandezze, quelle sì davvero diaboliche. Una specie d’esportazione coatta della democrazia ante litteram, della quale siamo ancora prigionieri.

Siamo tutti un po' John Wayne, qui in Occidente (smile).
Nella fattispecie a essere “diversi” sono i Filistei: la seduttrice Dalila, Abimelech, il Gran Sacerdote di Dagon.
Da un lato quindi abbiamo le melodie rassicuranti e l’aspetto nobile, sofferto e ieratico di Sansone e degli Ebrei, dall’altro le musiche sinuose e sensuali che appartengono a Dalila, quando non addirittura i tratti quasi demoniaci degli altri ministri del culto, non a caso affidati alle voci gravi maschili, come da tradizione musicale soprattutto francese.
Dalila, infatti, quando deve sedurre Sansone gli si rivolge con un linguaggio (leggi una melodia) rassicurante, del tutto diverso da quella “di conversazione” che adopera nei dialoghi con i suoi simili.
Insomma un’opera piuttosto mobile ed eterogenea, in cui gli unici momenti di stanchezza compositiva-a mio parere- si ravvisano nel Baccanale che comunque è uno dei pezzi più famosi dell’opera.
Ovviamente, per la consueta regola del nemo propheta in patria, la fatica di Saint Saëns raggiunse il successo prima all’estero: il debutto avvenne nel 1877 in Germania grazie agli auspici nientemeno che di Liszt, e poi appena nel 1890 in Francia.

A Saint Saëns va quindi il merito d’aver saputo coesistere con un certo equilibrio tutte queste pulsioni artistiche diverse in un lavoro che è per certi aspetti veramente tradizionale e allo stesso momento piuttosto all’avanguardia per i tempi.
Il compositore francese, a dimostrazione del fatto che sapeva e voleva guardare avanti, fu uno dei primi a scrivere musica per il cinema (1908, L’assassinat du Duc de Guise).
Si potrebbe dire che non si rese conto di collaborare col nemico, perché proprio il cinema è storicamente in cima alla classifica dei serial killer che hanno cercato, per ora senza riuscirci, di trucidare l’opera lirica (strasmile).
Alla prossima, buona settimana a tutti.

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11 risposte a “Samson et Dalila al Teatro Verdi di Trieste: seconda incursione, questa volta piuttosto seria.

  1. utente anonimo 14 febbraio 2011 alle 12:31 am

    Ah, la Verrett… quanto la amo.

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  2. Alucard4686 14 febbraio 2011 alle 12:34 am

    Uff, maledetto splinder, ho scritto io il messaggio qua sopra 🙂

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  3. amfortas 14 febbraio 2011 alle 8:20 am

    Alucard, la Shirley piace tanto anche a me, come puoi immaginare.
    Ciao!

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  4. utente anonimo 15 febbraio 2011 alle 12:45 pm

    Che bella recensione,grazie!
    ……..su una sola cosa, Oriente e Occidente si trovano d'accordo,anche nelle rappresentazioni artistiche…….la colpa è sempre delle donne.
    Ciao, Monica

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  5. amfortas 15 febbraio 2011 alle 4:10 pm

    Monica, non è ancora una recensione, ma solo una presentazione 🙂
    Per il resto hai ragione!
    Ciao 🙂

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  6. Princy60 15 febbraio 2011 alle 5:54 pm

    bel post! Pensa che, in teatro, non ho mai vista quest'opera

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  7. amfortas 15 febbraio 2011 alle 6:29 pm

    Marina, neanch'io, sarà la mia prima volta 🙂

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  8. utente anonimo 15 febbraio 2011 alle 7:20 pm

    evidentemente il 1860 non è stato un buon anno per le grandi opere. Pensa all'italia, ancora incompiuta…

    a san valentino consumato un ole dalla tua malmostosa

    beep beep

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  9. amfortas 15 febbraio 2011 alle 8:18 pm

    Malmy, "L'Italia incompiuta" sarebbe un titolo perfetto per un'opera lirica, se qualcuno già non ci ha pensato…
    Ciao!

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  10. utente anonimo 16 febbraio 2011 alle 8:33 pm

    …ops,hai ragione,presentazione!
    Te lo avevo  detto ,che non sono competente
    Monica

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  11. amfortas 17 febbraio 2011 alle 8:14 am

    Ieri intanto interessante prolusione all'opera di Alberto Cantù, domani la prima!

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