Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Francesca da Rimini al Teatro Verdi di Trieste: qualche riflessione seria e intervista a Francesco Maria Carminati.

Segnalo l’update di ieri sera, che ho aggiunto al post di un paio di giorni fa.
Esprimo inoltre dolore per l’improvvisa scomparsa di Vincenzo La Scola, persona squisita e tenore dalla voce bellissima. Sono davvero sgomento.

Francesca  da Rimini manca dal Teatro Verdi di Trieste dal 1980, quindi un’intera generazione di triestini non ha mai visto quest’opera in teatro.

E pensare che si tratta di un lavoro che è stato rappresentato spesso a Trieste, addirittura frequentemente – ben sette volte – nel trentennio tra il 1919 e il 1950, periodo nel quale la Francesca era considerata, evidentemente, opera di repertorio in senso stretto. Poi, seppure interrotto da perle come l’allestimento del 1961 – protagonista Leyla Gencer – l’oblio.
Ne parlavo con un amico, ieri sera. Un oblio artisticamente ingiustificato, è opera di grandi suggestioni, ma comprensibilissimo proprio nel momento in cui si ascolta perché richiede attenzione, calma, tempo, per essere apprezzata in pieno. Questa Francesca è quasi l’ultimo anelito di un’epoca che non c’è più né potrà mai tornare. Direi che è culturalmente obsoleta: per il testo del libretto, oggi  d’impervia lettura, ma anche per la musica. Non sto parlando di difficoltà particolari, ma semplicemente la filosofia che c’è dietro a testo e musica è in conflitto, quando non addirittura in antitesi, con la grossolana superficialità che impera dappertutto di questi tempi. Ovunque traspare una cura per il particolare straordinaria, una specie di miniaturismo di grande respiro, un’attenzione per le piccole cose, per il non detto e l’inesprimibile.
Non a caso Zandonai definiva la protagonista Francesca come l’amore senza erotismo, e la coscienza viva che questa donna possiede del peccato, rivela in lei una profonda spiritualità.
Ecco, il pudore, è la chiave che apre le porte alla comprensione della Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai. Una chiave di lettura difficile da trovare come un ago in un pagliaio ai giorni nostri, in cui pare che l’esibizione cialtrona dei sentimenti – spesso finti e posticci – sia assurta a dogma.
L’opera di Zandonai nasce dalla collaborazione a sei mani con Gabriele D’Annunzio, autore dell’omonima tragedia che fu portata a trionfi enormi da Eleonora Duse, e dall’editore Tito Ricordi, che dal lavoro del Vate  trasse il libretto.
L’opera esordì al Regio di Torino nel 1914 riportando un successo clamoroso, con la direzione del grande Ettore Panizza.
Ho avuto modo d’intervistare, qualche giorno fa, il direttore Fabrizio Maria Carminati, per conto di OperaClick.

Riporto anche qui sul blog la mia breve conversazione col Maestro, persona di cordialità e affabilità d’altri tempi, perché mi pare interessante.

Buon fine settimana  a tutti.

Il Maestro Fabrizio Maria Carminati si è già esibito a Trieste; l’ultima volta in ordine di tempo è stato sul podio dell’Orchestra del Verdi nel gennaio 2010, in occasione della Maria Stuarda di Gaetano Donizetti. Un’altra donna, Francesca da Rimini nel lavoro di Riccardo Zandonai, lo riporta nei prossimi giorni nel teatro triestino. Si tratta di un debutto per il direttore lombardo e OperaClick ha voluto fargli qualche domanda in merito.

Maestro Carminati, perché allestire oggi un’opera come Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai è un piccolo evento, per Trieste ma più in generale in Italia?

Guardi credo non ci sia un vero e proprio perché ma, piuttosto, un’abitudine tipicamente italiana di andare sul sicuro che ha fatto sì che questo repertorio sia stato trascurato in favore di altri più frequentati.
Inoltre c’è anche un po’ di provincialismo culturale, certi compositori hanno fatto fortuna in epoche storiche che oggi guardiamo con sospetto e sono stati ghettizzati in un rifiuto in cui non si fanno le dovute distinzioni. Ovviamente si tratta di un errore. Poi ci sono anche motivazioni pratiche: nella Francesca compaiono molti personaggi e quindi per questioni economiche, al di là della drammatica contingenza, è un’opera impegnativa. Inoltre le proposte nuove, che esulano dal solito repertorio, sono rischiose.
Io credo invece che i teatri avrebbero il dovere di rivisitare questi lavori che sono parte del patrimonio culturale italiano e, in questo senso, un convinto plauso va al Teatro Verdi di Trieste.

A questo proposito ricordo che l’allestimento di Giancarlo Del Monaco è già stato visto nei maggiori teatri mondiali. Lei come si pone, in generale, nei confronti del lavoro dei registi?

In generale non ho preclusioni, perché visitando il repertorio in modo classico e tradizionale è facile cadere nello stucchevole o nel già visto, e gli spettacoli mancano di quella scintilla che li rende appetibili al pubblico. Quando invece l’allestimento è, diciamo moderno, ci sono sì frange di pubblico più conservatore che non gradiscono ma dal punto di vista culturale la tradizione è messa in discussione in modo virtuoso e si creano dinamiche interessanti tra gli artisti, situazione questa sempre piuttosto stimolante che arricchisce una recita teatrale.

La Francesca da Rimini ha una genesi piuttosto sofferta e particolare. Lei pensa che lo stile magniloquente, quasi ampolloso, dei versi di Gabriele D’Annunzio trovi poi una corrispondenza nella musica di Zandonai?

Guardi, per me il testo dannunziano è bellissimo e trovo sia magnificamente inserito nello sviluppo musicale che ha creato Zandonai. L’attenzione alla parola ad esempio è resa benissimo dall’uso del declamato e allo stesso tempo c’è spazio per squarci melodici che ben rappresentano il turbinio di sentimenti dei protagonisti.
Quindi, per me il matrimonio artistico tra D’Annunzio e Zandonai è perfettamente riuscito.

Quando si parla di Zandonai è quasi inevitabile l’uso, in senso spregiativo, del termine wagnerismo. Lei come la pensa?

Vede, questa partitura è stata scritta in un momento in cui c’era grande fermento culturale e, naturalmente direi, in campo musicale le suggestioni wagneriane la facevano da padrone.
Però Zandonai ha una sua identità compositiva precisa che, com’è ovvio, ha ben presente Wagner ma anche Puccini per esempio. Io però in questa partitura trovo una profondità, una cura per il dettaglio, che definirei straussiane. Penso alla scrittura per gli archi in cui le indicazioni del compositore sono assai frequenti, quasi assillanti.
Insomma Zandonai è un artista con una sua originale personalità ben definita e non soffre di alcun vassallaggio culturale, semplicemente il compositore faceva tesoro delle esperienze dell’epoca.
Se oggi i suoi lavori, e non solo i suoi – penso per esempio alla magnifica Fiamma di Ottorino Respighi che io vidi per la prima volta proprio qui a Trieste – sono in qualche modo emarginati, il motivo è da ricercarsi in quella rimozione dovuta appunto alle cause di cui abbiamo parlato all’inizio. Io invece sono un grande ammiratore di questi titoli e trovo che i teatri che possono contare su di un organico stabile, con orchestre attrezzate anche numericamente ad affrontare questi repertori, dovrebbero frequentarli con maggiore continuità soprattutto quando ci sono già allestimenti bellissimi e pronti.

Maestro, lei recentemente ha diretto la Norma di Bellini. Prendendo in mano la partitura della Francesca, quali sono le differenze di scrittura musicale che balzano all’occhio tra due opere che distano molto di più dei settant’anni che le dividono cronologicamente?

Guardi, io ho impostato la mia carriera sulle opere dell’Ottocento italiano, e da quando sono stato nominato Direttore Musicale a Marsiglia ho avuto modo di avvicinarmi al Novecento. Ho diretto lo Chénier, Cavalleria, Pagliacci, tra poco farò la Gioconda: opere che erano il mio sogno nel cassetto.
Mi trovo spesso quindi a confrontarmi con questi due mondi e posso affermare con certezza che sono completamente diversi l’uno dall’altro, anche se si compenetrano solidamente.
La scrittura musicale è diversa ma soprattutto è cambiata la scrittura per le voci, che devono misurarsi con una strumentazione più importante. Nella Francesca da Rimini agiscono tutti gli strumenti derivati: controfagotto, corno inglese, clarinetto basso, flauto basso più tutta la struttura orchestrale classica. Ne scaturisce un suono ricco, impegnativo. Una partitura fluviale, una specie di corso d’acqua enorme che porta un suono opulento ma allo stesso tempo raffinato. In Zandonai c’è una cura maniacale nel dare indicazioni sia per gli strumenti sia per le voci, sta poi alla capacità e maturità degli interpreti rendere tangibili questi suggerimenti. Da un certo punto di vista la partitura è una specie di testo sacro al quale dobbiamo attenerci il più possibile.

Questa sua considerazione sulla sacralità della partitura mi dà lo spunto per una domanda legata all’attualità. Recentemente è stata allestita l’Anna Bolena di Donizetti e ci sono state molte polemiche sui tagli alla partitura. Ci saranno tagli anche in questa edizione della Francesca?

Ci sono dei tagli davvero irrilevanti, che si contano a stento sulle dita di una mano, e sono stati fatti solo per ragioni tecniche, sulle quali non ho la competenza d’intervenire, riguardanti l’allestimento. A Trieste si vedrà lo stesso spettacolo allestito a Parigi e Zurigo, e quindi questi micro tagli sono stati mantenuti. Il più rilevante, ma sono comunque pochissime battute, è quello della seconda parte del quarto atto, quando conversano tra loro le ancelle di Francesca.

Lei è direttore d’orchestra ma anche appassionato, ha un’edizione di riferimento, come si dice tra melomani, della Francesca da Rimini?

Conosco molte versioni e mi ha colpito in particolare una circostanza: che pur essendo diverse, alcune paiono lente e altre veloci rispetto al tempo metronomico indicato, m’appassionano comunque.
Io cerco di attenermi il più possibile alla partitura e cerco di vivere dal di dentro questa grandissima costruzione, facendo tesoro di ciò che ho ascoltato ma proiettando la mia immagine di questa specie di grattacielo che è la Francesca da Rimini. Naturalmente ho dovuto lavorare molto anche con i cantanti, per ottenere un risultato finale soddisfacente. La scrittura vocale è molto interessante perché fa riflettere sul cambio di vocalità che c’è stato tra l’epoca della composizione e i giorni nostri: i tempi normalmente sono larghi nei cantabili, adatti a voci ampie in grado di sostenerli. Stringati invece, laddove c’è azione, movimento. Il lavoro più importante del direttore è trovare un equilibrio artistico con le voci che ha a disposizione.
Insomma abbiamo lavorato con passione, le premesse perché ne esca uno spettacolo soddisfacente ci sono tutte, la parola va ora al palcoscenico!

In bocca al lupo, allora, Maestro!

 

 

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4 risposte a “Francesca da Rimini al Teatro Verdi di Trieste: qualche riflessione seria e intervista a Francesco Maria Carminati.

  1. Alucard4686 17 aprile 2011 alle 2:19 pm

    Introduzione interessante come al solito, complimenti. Ora attendo il 29 !
    Le segnalo un’articolo con intervista a Del Monaco sul Piccolo. Ciau !

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  2. amfortas 17 aprile 2011 alle 4:19 pm

    Alucard, l’ho letta stamattina :-), mi hanno detto che la regia è molto indovinata e ne ho visto qualche spezzone, ciao!

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  3. Alucard4686 17 aprile 2011 alle 5:38 pm

    P.S. Ma è vero, come ha scritto su Operaclick, che il prossimo anno la stagione inizia a gennaio, ergo ci sranno due spettacoli in meno?

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    • amfortas 17 aprile 2011 alle 6:09 pm

      Alucard, al momento la situazione è confusa. Il problema, come sempre, sono i soldi. Ora, come sai, il FUS è stato reintegrato ai livelli dell’anno scorso e può essere che ci siano novità, ma non c’è nulla di preciso.
      Ciao.

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