Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di “Una notte a Venezia” e “Metamorfosi di una gatta” al Festival dell’Operetta a Trieste.

Daniela Mazzucato.

Il Festival dell’Operetta è per Trieste una felice e radicata tradizione, importante oltre che come proposta culturale anche come biglietto da visita per una città che vede nel turismo una potenzialità ancora inespressa. Potenzialità sulla quale, peraltro, io nutro da sempre forti dubbi perché non mi pare che la mia città possa offrire poi tanto al visitatore esterno. Ho sempre pensato che “Trieste città turistica” suoni come uno dei tanti slogan finalizzati a elemosinare qualche soldino che poi va a finire in non so quali tasche. Non le mie, di questo ho assoluta certezza.
La manifestazione di quest’anno si articola in quattro spettacoli e il primo in ordine di tempo, “Una notte a Venezia” (Eine Nacht in Venedig) di Johann Strauss, ha avuto l’onore di essere rappresentato nella cornice del rinnovato Castello di San Giusto, per la precisione nel Cortile delle Milizie.
Il recupero di questo spazio, ecco, questa sì è davvero una notizia positiva, perché l’operetta torna così nella sua sede naturale: qui cominciò l’avventura del Festival nei primi anni cinquanta del secolo scorso.
La trama del lavoro di Strauss Jr. mostra i segni di una gestazione abbastanza problematica, che si avvertono in una notevole farraginosità della vicenda, nonostante il libretto sia stato snellito da Gianni Gori che ha ritenuto d’introdurre la figura di un “narratore”, una specie di trait d’union che fa il punto della situazione. Non conosco il lavoro originale, perciò non sono in grado di dire quanto il cesello di Gori abbia effettivamente inciso sulla fruibilità della vicenda. Per certo, almeno a mio parere, il plot rimane inestricabile anche se il ricorso a citazioni (dai libretti) di Mozart, Rossini e Verdi mi hanno strappato qualche sorriso. Un po’ come facevo io a suo tempo, quando titolavo i miei post con frasi operistiche. Certo, bisognerebbe sapere quanti, tra i presenti, hanno colto la finezza (pochi, secondo me).
L’allestimento è affidato al regista Francesco Esposito, che firma anche i costumi, alle scene sobrie di Pier Paolo Bisleri e al funzionale impianto luci di Nino Napoletano.
Nel complesso lo spettacolo scorre, anche grazie ad alcune proiezioni e al discreto lavoro sui singoli, ma soffre di continuità narrativa, non è certo trascinante o particolarmente originale, anzi, dà la sensazione di una certa routine che si riscatta parzialmente soprattutto perché la musica di Strauss, maestro incontrastato del genere, è molto fascinosa.
Traduco: lo spettacolo è un po’ noioso.
Quello che risulta davvero ammirevole è l’operato del direttore Alfred Eschwé, che sfrutta le potenzialità della magnifica Orchestra del Verdi e l’ottimo lavoro del Coro (impegnatissimo anche dal lato attoriale), ben preparato da Alberto Macrì.
In questa improbabile commedia degli equivoci tutta la compagnia artistica si trova a proprio agio dal punto di vista scenico, mentre dal lato puramente vocale la qualità non è sembrata straordinaria.
Spiccano, ovviamente, le prove di Giuseppe Pambieri nella parte del Narratore e soprattutto, della splendida Daniela Mazzucato che dà brio e vivacità alla protagonista, Annina. Il soprano, amatissimo a Trieste, sfodera voce fresca e verve scenica contagiosa e si merita ogni elogio.
L’esperienza soccorre Max René Cosotti (Caramello) che comunque è impagabile in queste parti mentre Marco Frusoni non sfrutta al meglio una vocalità tenorile che sarebbe interessante.
Si disimpegnano con onore Erika Pagan (Ciboletta), Marzia Postogna (Agricola), Gabriele Sagona (Delacqua), Stefano Consolini (Pappacoda), Lucia Premerl (Barbara) e Giovanni Palumbo (Harold).
Il pubblico, piuttosto numeroso ma non tanto da riempire la platea della location estiva, ha gradito lo spettacolo tributando a tutti un buon successo.
Io, che ho seguito tutta la seconda parte della serata in piedi perché da seduto la schiena mi faceva un male cane, me ne sono andato un po’ intristito.
Per la seconda tappa del Festival tutta l’organizzazione si è trasferita nuovamente al Teatro Verdi, dove è stata messa in scena un’esile ma gustosa operina di Jacques Offenbach, “La metamorfosi di una gatta” (La chatte metamorphosée en femme), tratta da un lavoro di Scribe e Mélesville che a sua volta s’ispira a una favola di Esopo piuttosto nota, dicono. Io sono fermo a Pollicino, Biancaneve e quando cito Cenerentola mi atteggio a intellettuale, vedete voi come son messo.
La collocazione oraria della terza e ultima recita alla quale ho assistito – domenica pomeriggio alle 17.30 – non ha certo favorito l’afflusso del pubblico e il colpo d’occhio in teatro era abbastanza triste. Immagino che la scelta sia stata dettata da motivi validi, perché certo pretendere che a metà luglio la gente rinunci al mare per chiudersi in teatro a metà pomeriggio…boh!

Máté Gál e Ilaria Del Prete.

Nell’allestimento, piuttosto dimesso, di Irene Noli (regia), Pier Paolo Bisleri (scene e costumi) e Nino Napoletano (luci) l’azione è spostata ai primi del Novecento in una soffitta nei pressi del Colle di San Giusto.
Nella versione, un po’ riadattata per il pubblico triestino con interventi in vernacolo (che quando sento, io non posso far altro che siamo una città di provincialoni), hanno ben figurato una ventina di artisti del Coro, preparato da Alberto Macrì.
Il direttore Giovanni Di Stefano avrebbe dovuto tenere conto dell’effettiva qualità vocale dei solisti e cercare suoni meno turgidi dalla comunque impeccabile Orchestra del Verdi: spesso, infatti, la voce dei protagonisti arrivava in platea piuttosto fioca (eufemismo tipico dei critici musicali, traduco: non si sentiva un cavolo).
Dei quattro solisti solo il soprano Sonia Dorigo, pur senza strabiliare, delinea un personaggio (Marianne) di qualche spessore e soprattutto in linea col genere dell’operetta, che richiede anche vivacità scenica e personalità effervescente.
Gli altri, chi per scarse qualità vocali, chi per poca disinvoltura sul palco chi per entrambi i motivi non centrano il bersaglio di una prestazione sufficiente.

Sonia Dorigo.

In questo senso il peggiore è risultato il tenore Máté Gál, legnosissimo in scena e dalla voce affetta da un vibrato stretto fastidioso. Era agile come lo posso essere io oggi, dopo due mesi di dolori per l’ernia del disco.
Più disinvolta il soprano Ilaria Del Prete, che però ha voce flebile ed è sembrata in difficoltà sulle agilità previste dalla parte, rese in modo molto scolastico e meccanico, senza un minimo di anima.
Anche il baritono Federico De Longhi (Dig-Dig) non ha certo brillato, mantenendosi su di un’interpretazione generica.
Insomma, anche qui  un pomeriggio piuttosto noioso e, trattandosi di operetta, l’aggettivo ha una particolare accezione negativa.
Lo scarso pubblico ha comunque applaudito tutti i protagonisti e, forse, va bene così.
Ora m’aspetta “L’opera da tre soldi”, che dovrebbe, pur c’entrando come i cavoli a merenda in un Festival dell’Operetta, rivelarsi di spessore artistico superiore alle prime due giornate.

Un saluto a voi.

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4 risposte a “Recensione semiseria di “Una notte a Venezia” e “Metamorfosi di una gatta” al Festival dell’Operetta a Trieste.

  1. elsa 20 luglio 2011 alle 12:50 pm

    e pensare che la recita pomeridiana era la più affollata…

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  2. amfortas 20 luglio 2011 alle 1:29 pm

    elsa, sì mi hanno detto che questa gatta non ha incontrato grossi favori da parte del pubblico…ciao e grazie!

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  3. margot 20 luglio 2011 alle 6:42 pm

    Non c’ho capito niente… ma posso dirti una cosa con assoluta certezza: tu sottovaluti la tua città, Ti assicuro che agli occhi della turista risulta estremamente bella.

    La cosmopolita Margot (je piacerebbe!) 🙂

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