Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria dell’Opera da tre soldi al Festival dell’Operetta di Trieste.

A Trieste mancano i soldini per organizzare eventi culturali di rilievo, a Napoli, evidentemente, no.
Qui siamo messi più o meno come Massimo Ranieri in questa foto:

Massimo Ranieri.

E così dopo le prime due tappe, dagli esiti artistici complessivi non straordinari, il Festival dell’Operetta di Trieste rialza la testa ospitando una produzione teatrale di alto livello e cioè la celeberrima Opera da tre soldi (Die Dreigroschenoper) di Bertolt Brecht e Kurt Weill. Sono più di venti artisti in scena, non può certo costare poco.

Lina Sastri e Massimo Ranieri.

Si potrebbe discutere ( e si è fatto anche oggi sul quotidiano locale) sull’opportunità di collocare questo lavoro nell’ambito del Festival dell’Operetta, ma uno sguardo anche distratto alla genesi dell’opera, che si rifà all’Opera del mendicante (The Beggar’s Opera, una sapida parodia del melodramma di John Gay), conferma che si tratta di un’operazione culturale singolare ma tutto sommato congrua.
Soprattutto, a me è sembrata una serata nella quale se non altro si è volato, artisticamente, sopra un provincialismo terra terra piuttosto deprimente, e questo senza nulla togliere alle precedenti produzioni perché, come detto in apertura, se non ci sono possibilità economiche c’è poco da inventarsi.
L’allestimento è del Teatro Stabile di Napoli in coproduzione con Napoli Teatro Festival Italia ed è affidato alla regia di Luca De Fusco.
Il regista colloca la vicenda in un immediato dopoguerra che s’interseca via via con l’epoca dell’avvento della televisione e del computer, in un ambiente post moderno in cui si mescolano cascami ideologici e industriali.

Massimo Ranieri e Gaia Aprea.

Nel libretto di sala De Fusco stesso spiega come L’opera da tre soldi “volesse farci vedere quanto fossero simili i rapinatori di banche e i banchieri mentre oggi ci racconta con acutezza come la vita tenda a imitare i media”.
Uno spunto piuttosto condivisibile, perché è indubitabile che la “filosofia” della televisione deteriore abbia un’influenza devastante sulla società odierna e amplifichi a dismisura i falsi miti del denaro e del successo a ogni costo.
Di questa vicenda, scritta ormai più di ottant’anni fa, in cui quasi tutti sono ricattati e ricattabili, continua a meravigliare la modernità e proprio in questa perpetua attualità sta la genialità dell’opera. Una società civile (?) che si basa sulla doppiezza, sull’inganno, sul compromesso, sul do ut des, è proprio ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, basta guardarsi intorno o sfogliare un giornale.
Le scene, ben realizzate da Fabrizio Plessi, sono costituite da uno stilizzato Albergo dei Poveri, alle cui finestre si avvicendano puttane, slogan biblici e ideologici, fiamme infernali: un piccolo Parlamento italiano, mi verrebbe da dire (strasmile).
Lo spazio davanti all’albergo, in una sorta di open space, diventa di volta in volta l’ufficio di Peachum, la camera nuziale di Mackie e Polly, la sordida stanza di un bordello, la prigione in cui si consumerà lo spiazzante e beffardo lieto fine.
I costumi, a dire il vero d’ispirazione non originalissima ma comunque efficaci nel rappresentare i tratti distintivi dei personaggi, sono di Giuseppe Crisolini Malatesta.
Molto buono il lavoro di Maurizio Fabretti, che firma il ricco impianto luci.
Nella compagnia artistica spiccano le prove di Massimo Ranieri, un Mackie Messer cinico, tagliente e intellettualmente ipercinetico. Si vede che l’artista napoletano crede molto in questo personaggio e la sua sensibilità emerge, oltre che nelle scene prettamente musicali, anche nei dialoghi recitati.
Di grande rilievo artistico anche le prestazioni di Gaia Aprea, magnifica nella caratterizzazione di Polly Peachum e in possesso di virtù canore non comuni, e di Angela De Matteo (Lucy Brown), anche lei spigliata nella recitazione ed efficace nel canto.
Allo stesso modo risulta convincente la prova di Margherita Di Rauso, nei panni di Celia Peachum, una moglie truccata come la Magenta del Rocky Horror, per chi ricorda codesto capolavoro immortale.
Buone anche le prestazioni di Ugo Maria Morosi (Geremia Peachum) e Paolo Serra (Jackie Brown), che tratteggiano con puntualità i loro inquietanti personaggi.
Intensa e partecipe, Lina Sastri illumina con la sua personalità magnetica la figura della malinconica Jenny delle Spelonche.
Tutto il resto della compagnia artistica è comunque di ottimo livello e merita una citazione di elogio e addirittura, per non far torto a nessuno, pubblico la locandina completa.
Il giovane direttore Francesco Lanzillotta dirige la difficile partitura con vigore e allo stesso tempo mostra attenzione per gli artisti sul palco: l’Orchestra del Verdi risponde da par suo.
Nell’ambito di una serata largamente positiva, segnalo un’eccessiva amplificazione del suono, che forse andrebbe rivista nel bilanciamento tra voci e orchestra.
Il pubblico triestino, numeroso ma non strabordante, ha tributato un calorosissimo e meritato successo allo spettacolo.
Temevo fughe negli intervalli, invece questa volta i triestini, ma ho visto anche parecchi spettatori provenienti da fuori città, si sono comportati bene.
Mi sbilancio: chi può vada a vedere lo spettacolo, accetto anche reclami, nel caso (smile).

Buon fine settimana a tutti.

Macheath (Mackie Messer) Massimo Ranieri
Jenny delle Spelonche Lina Sastri
Geremia Peachum Ugo Maria Morosi
Charles Filch Fabrizio Nevola
Signora Celia Peachum Margherita Di Rauso
Polly Peachum Gaia Aprea
Matthias Leandro Amato
Jakob Luigi Tabita
Robert Antonio Speranza
Ede Mario Zinno
Jimmy Luca Saccoia
Walter Ivano Schiavi
Reverendo Kimball Roberto Bani
Jackie “Tiger” Brown, Capo della Polizia Paolo Serra
Mendicante Enzo Turrin
Vixen Dalal Suleiman
Dolly Acai Lombardo Arop
Betty Ester Botta
Vecchia prostituta Lidia Biondi
Seconda prostituta Patrizia Di Martino
Molly Francesca Balestrieri
Smith, poliziotto Enzo Turrin
Lucy Brown Angela De Matteo
Un poliziotto Mario Zinno
                            Orchestra del Teatro Verdi di Trieste
Direttore Francesco Lanzillotta
Regia Luca De Fusco
Scene Fabrizio Plessi
Costumi Giuseppe Crisolini Malatesta
Luci Maurizio Fabretti
Coreografie Alessandra Panzavolta
Scenografo collaboratore Marta Crisolini Malatesta
Assistente per le videoscenografie Matthias Schnabel
Drammaturgo Gianni Garrera

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17 risposte a “Recensione abbastanza seria dell’Opera da tre soldi al Festival dell’Operetta di Trieste.

  1. principessasulpisello 23 luglio 2011 alle 7:03 am

    anche tu su wordpress! bene!Bel blog, complimenti!

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  2. amfortas 23 luglio 2011 alle 11:27 am

    Marina, ciao, sì mi sono trasferito da un paio di mesi e l’ambiente è abbastanza confortevole 🙂

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  3. Monica 23 luglio 2011 alle 12:33 pm

    OT Non conosco quest’opera(mi aggiornerò), ma seguo sempre Massimo Ranieri attore di teatro.Leggendo il tuo articolo,mi hai fatto ricordare uno dei suoi spettacoli più belli,Hollywood(la tormentata storia dell’attore John Gilbert) e ne sto riascoltando i brani che mi hanno incantata.

    Un saluto,Amfortas:niente vacanze? 🙂

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  4. amfortas 23 luglio 2011 alle 5:29 pm

    Monica, ciao. Molto bello lo spezzone che mi hai postato (e che non conoscevo). Io ammiro molto Ranieri e non mi ha deluso neanche questa volta. Vacanze? Non credo, soprattutto sino a quando la mia schiena non torna in condizione almeno decenti (ti sto rispondendo da disteso…).
    Ciao!

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  5. damanera 23 luglio 2011 alle 8:34 pm

    Ho visto Morte a Venezia e sono uscita dal meraviglioso teatro sotto le stelle delusa da un livello canoro non esaltante, non ho visto metamorfosi di una gatta, ma avevo grandi aspettative per l’Opera da 3 soldi che non conoscevo se non per il suo famoso brano musicale. Il mio giudizio non vuol essere critico nei confronti dell’opera, nè degli interpreti, anche se l’amplificazione in un teatro così piccolo rende incomprensibile il testo e artefatta la voce, ma è un giudizio di opportunità. Operetta significa leggerezza di musica e di contenuti, quella leggerezza che in una calda notte d’estate ti fa uscire allegro dal tempio dell’operetta cantando i leit motiv appena ascoltati. Non dimenticherò mai La vedova allegra con la Cedolins, nè tante altri lavori classici che annualmente seguivo durante il Festival. Ora mi domando se sia il caso di essere originali per forza, restiamo nella tradizione e trasmettiamola ai nostri giovani e l’Opera da 3 soldi diamola al Rossetti con tutte le amplificazioni del caso.

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  6. daland 23 luglio 2011 alle 10:50 pm

    Ho visto la Dreigroschenoper una sola volta, anni ’70, credo al Lirico di Milano nell’edizione di Strehler con l’allora rampante Milva (e l’onnipresente Gianni Agus). Anche allora, ti assicuro, c’erano mille riferimenti politici (la “strategia della tensione”, ricordi?)
    Auguri per il tuo “lato B” (come back, ovviamente)!

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    • amfortas 24 luglio 2011 alle 9:21 am

      daland, ciao, per me era la prima volta in teatro. Mi diceva Gianni Gori che il lavoro era già stato dato nei primi anni 90, ma io non ne ho traccia.
      Una curiosità, che personaggio interpretava Agus? La strategia della tensione me la ricordo benissimo, ahimé.
      Guarda che lunedì si parte per Bayreuth almeno con la …mente, sei pronto, ho visto. Io non so quest’anno, non ho tanta voglia proprio a causa del mio lato B. Ciao!

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  7. amfortas 24 luglio 2011 alle 9:17 am

    damanera, ovviamente intendi Una notte a Venezia.
    In generale tutto ciò che dici è condivisibile, anche se io sono abbastanza soddisfatto della scelta dell’Opera da tre soldi, soprattutto se penso che l’alternativa avrebbe potuto essere un altro spettacolo di livello modesto. Capisco però anche il tuo punto di vista, ci mancherebbe.
    Per quanto riguarda l’amplificazione, ti dirò, io credo che né Ranieri né la Aprea (che abbiamo già sentito a Trieste) ne avessero bisogno.
    Ciao, buona domenica.

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  8. daland 24 luglio 2011 alle 3:13 pm

    Agus faceva Tiger Brown! (il teatro era il Piccolo, non il Lirico). C’erano anche Modugno e Tedeschi. Bei tempi…
    Bayreuth pare proprio non fare notizia, però ascoltare Wagner, per i Wagner-addicted, è sempre un “must”.
    Ciao.

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  9. Francesco Moretti 24 luglio 2011 alle 7:33 pm

    Scopro questo blog con estremo piacere, mentre stavo cercando recensioni online di questa Opera da Tre Soldi che ho visto quasi per caso ieri sera. Scrivo a tempo perso principalmente di musical, qualche volta di operetta, e anch’io mi chiedevo se era il caso di includere questo lavoro in un festival del genere. Da assoluto profano di Brecht e Weill, ho resistito a fatica fino in fondo, e mi rendo conto che se solo avessi avuto occasione di prepararmi un pochino primo, forse avrei apprezzato di più il tutto.

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    • amfortas 25 luglio 2011 alle 8:22 am

      Francesco, anch’io scrivo a tempo perso, ma seguo quasi esclusivamente la musica lirica e 3-4 volte all’anno recensisco le operette del Festival.
      Capisco che L’opera da tre soldi possa riuscire noiosa anche perché lo spettacolo è lunghino. Prepararsi dici? Non so, sono dell’idea che se uno spettacolo deve prenderti ti prende e basta, semmai si può approfondire dopo. O forse no, boh, magari è una cosa individuale.
      Il musical l’apprezzo anch’io, seppur con moderazione. Mi esaltano le coreografie, oltre che le melodie, ed è strano perché nelle opere quando c’è qualche balletto mi prende l’orticaria 🙂
      Ciao!

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  10. Monica 24 luglio 2011 alle 9:31 pm

    AH,non lo sapevo,tanti auguri per una guarigione velocissima:).
    Davvero l’opera da tre soldi si può includere nella categoria delle operette?La trovo impegnativa!
    PS Le mie preferite:
    Il paese dei campanelli, Cincillà ,La vedova allegra

    I miei genitori erano veri fanatici di questo genere e da ragazza, mi trascinavano sempre a vederle:))) Avevano anche tutti i dischi in vinile.
    Chissà,forse in soffitta ce ne sarà ancora qualcuno tutto graffiato…

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    • amfortas 25 luglio 2011 alle 8:24 am

      Monica, ormai velocissima non può essere più, accidenti, perché sono più di due mesi in queste condizioni!
      Sono tante le operette che mi piacciono, quelle che hai nomianto tu certo, ma anche tante altre, il Pippistrello su tutte, forse.
      Ciao e grazie 🙂

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  11. giuliano 26 luglio 2011 alle 2:18 pm

    Una parola per Kurt Weill, le musiche sono molto belle. Weill e Eisler fecero la scelta di scrivere musiche semplici, comprensibili per tutti, ma hanno scritto anche sinfonie (ne conosco due di Weill), erano compositori completi, con ottimi studi.
    L’opera di John Gay è del 1728, il tempo in cui a Londra c’era anche Haendel… so che esiste almeno un disco con le musiche d’epoca, ma io non l’ho mai ascoltato.
    Mi sono perso anche le recite milanesi al Piccolo, ma ho ascoltato tempo fa per radio Tino Carraro e Milly nelle registrazioni degli anni ’50, sempre con la regia di Strehler, ed erano formidabili.
    E poi bisognerebbe citare anche i Doors, parlando di Kurt Weill! (Oh, show me / the way /to the next whisky bar / oh don’t ask why…: Alabama song, Ascesa e caduta della città di Mahagonny, dal loro primo lp) (non trovo più il mio cd! non è che da lì vedi dove l’ho nascosto?? Ho già fatto girare tutti gli scaffali, a mio nipote non l’ho prestato, quando le cose si nascondono e sai che ci sono, e non vale neanche invocare Sant’Antonio con la barba bianca, e magari le cose che cerchi sono ì che ti guardano e sghignazzano o fanno cenno e ti dicono “sono qui”, che stress!!!) (il rimedio per ritrovarli subito però c’è: ne comperi uno nuovo, e allora l’oggetto vecchio salta subito fuori)
    🙂

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  12. amfortas 26 luglio 2011 alle 3:56 pm

    Giuliano, anche a me succede di perdere dischi, però quasi sempre la soluzione è interpellare mio fratello: l’anedottica in merito è ormai storia, nella nostra famiglia 🙂
    Su Weill sono d’accordo con te e poi queste persone meritano comunque rispetto, per motivi ovvi che neanche ripropongo.
    I Doors sono uno dei miti della mia, ormai lontana, gioventù. In questi giorni si è parlato molto di Jim Morrison, a proposito della scomparsa della povera (e bravissima, per me) Amy Winehouse. Ogni epoca ha i propri miti e, sottovalutare l’impatto che hanno, come ho letto in giro, è sempre sbagliato.
    Stanno per partire i Maestri da Bayreuth, se ho voglia ne scrivo.
    Ciao!

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