Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria del Trovatore alla Fenice di Venezia: ritrovato il cavallo bianco protagonista di uno spot di qualche anno fa.

L’ orrida Venezia non si smentisce mai, anzi le tinte tardo autunnali che tanto fanno sdilinquire i cuori romantici le conferiscono quel surplus di viscidume marcio e unto che me la fanno odiare con maggiore intensità.
Come non restare affascinati dalla patina gelatinosa – un misto di sudore cosmopolita, polvere e residui di deiezioni aviarie – che s’appiccica sui sedili dei vaporetti? Sono bei momenti, impossibile negarlo, tanto che quando l’addetto alla cassa del posteggio di Piazzale Roma ti chiede 27 euro per una sosta di 4 ore un moto arcano dell’anima ti spingerebbe a chiedergli: Solo 27, ma io voglio pagare di più!

Transeat.

Paritura Trovatore

Arrivato davanti al teatro, poi, ho passato davvero un brutto momento. Mi sono sentito chiamare per nome: Sei Paolo Bullo?
Ho pensato: Ecco, è andata, qualche cantante o direttore o regista ora mi spara in testa.
Ecco la famigliola di elefanti volanti!
Mi è passata davanti tutta la mia vita operistica: dai Dumbo-Jet all’Arena di Verona a Darina Takova che nei panni della Regina D’Inghilterra entrò in scena con movenze da Regina della Salaria, da Brandon Jovanovich che caracollava come un cowboy ubriaco nei panni di Pollione al recinto per criceti scemi che Denis Krief impose come scenografia della Maria Stuarda.
Un ultimo sguardo accorato a mia moglie e poi…lo sparo? – direte voi – e invece no!
Era Alberto Mattioli, critico musicale esimio e persona divertentissima col quale intrattengo una striminzita e sgangherata ma esilarante corrispondenza. Voleva conoscermi de visu. Le perversioni nel mondo dell’opera sono davvero inquietanti (strasmile, ciao Alberto, alla prossima!).

Ma veniamo alle cose meno serie e cioè al Trovatore di ieri sera.
Teatro alla Fenice pieno ma, a parer mio, non straesaurito come avrebbe dovuto essere. Forse prezzi troppo alti, non saprei, forse disaffezione verso una forma d’Arte obsoleta. In ogni caso gli assenti hanno avuto torto, questo è poco ma sicuro.

Note negative con qualche punta di comicità involontaria nella regia di Lorenzo Mariani, il cui allestimento, già visto a Parma, nasce vecchio, polveroso e soprattutto statico, noioso. Certo, quando nella seconda scena del primo atto si è rivisto, dopo tanti anni in cui lo si credeva disperso, il cavallo della pubblicità del bagnoschiuma Pino Silvestre Vidal, un brivido mi è corso per la schiena. Sono contento che abbia trovato pace in un teatro, povera bestia.
E anche quando il Coro degli armigeri ha cantato come fosse un gruppo di crucchi ubriachi all’Oktoberfest, mulinando i boccali di birra. Sono esperienze che lasciano il segno.
Le scene e i costumi di William Orlandi, del tutto coerenti con uno spettacolo tradizionalissimo, erano ben realizzati. Allo stesso modo si può definire efficace l’impianto luci di Christian Pinaud.
La concertazione di Riccardo Frizza non mi è dispiaciuta. Nonostante abbia sentito qualche sporadico clangore il direttore mi è sembrato molto attento alle esigenze dei cantanti, privilegiando magari i momenti più drammatici della partitura a scapito di un lirismo troppo trattenuto. Nel complesso però la direzione è sembrata omogenea e favorita anche da una buona prestazione complessiva dell’Orchestra della Fenice, seppure si sono percepiti un paio d’attacchi sporchi.
Molto bene il Coro, anche se spesso schierato e immobile, ma non certo per sua colpa.
Il motivo di maggior interesse di questo Trovatore era il debutto di Francesco Meli nella parte, mitica, di Manrico. Ebbene credo di poter affermare in assoluta onestà che il tenore genovese ha superato la prova in modo eccellente.
Intanto ha cantato con la sua voce – magnifica, va detto una volta di più – senza cercare inutilmente sonorità che non gli appartengono e che avrebbero inevitabilmente appesantito e compromesso la linea di canto. Un Manrico ardimentoso, virile ma allo stesso tempo giovane, riflessivo, controllato. Meli può vantare una dizione scolpita, chiarissima, che gli consente di accentare con proprietà sia gli entusiasmi guerreschi della Pira sia i ripiegamenti riflessivi dei duetti con Azucena. Il momento migliore della serata, non a caso, è stato proprio il cantabile Ah sì ben mio, nel quale ha fatto sfoggio di un legato d’alta scuola. Nella successiva cabaletta – la famosa Pira – ha affrontato con qualche preoccupazione l’acuto dove tutti i tenori sono attesi al varco: la voce, almeno dal loggione, è sembrata andare un attimo indietro perdendo un po’ di proiezione ma poi l’artista ha ridato corpo alla nota tenendola a lungo senza problemi. Sono certo che passata l’emozione della prima, già domani nella pomeridiana l’acuto sarà impeccabile. Per dovere di cronaca sottolineo che dalla platea l’acuto è risultato eccellente.
In ogni caso, un prestazione di assoluto livello, quella di Francesco Meli, perché il personaggio è uscito in tutte le sue sfaccettature.
Maria José Siri –nei panni di Leonora – è stata pure lei all’altezza della situazione seppure a un livello meno alto del suo Manrico. Non per problemi particolari ma perché la voce – di timbro piuttosto ingrato – credo sia sottodimensionata alla parte non tanto per volume, peraltro non strabordante, quanto perché non possiede quella cavata ampia necessaria a sostenere alcune frasi musicali della parte.
Inoltre, soprattutto nella sortita, il soprano è sembrata un po’ troppo trattenuta e controllata, mentre meglio è andata nell’aria finale. Gli acuti occasionalmente sono sembrati ghermiti e le agilità nelle cabalette non perfettamente a fuoco e poco fluide. Bene invece nei duetti con il baritono e buona la presenza scenica, improntata a una recitazione di buon gusto.
Veronica Simeoni è stata la gradevolissima sorpresa della serata. In una parte – quella della gitana Azucena – in cui i mezzosoprani tendono spesso a equivocare il carattere del personaggio, trasformandolo in una specie di incrocio perverso tra una Santuzza sguaiata, un’ Ulrica delirante e una Carmen uterina. Nulla di più sbagliato! La Simeoni intanto ci ha restituito una Azucena giovane, madre, e poi zingara. Una gitana sì, ma che è pur sempre una donna che ha subito soprusi e violenze di ogni tipo, che l’hanno portata a gesti estremi.
E allora è stato bello e interessante ascoltare il duetto della lama con Manrico, in cui il desiderio di vendetta era insinuato (sino all’elsa accentato e scandito quasi in trance, ma privo di digrigni di denti) ma non apertamente ostentato.
Soprattutto la Simeoni, che non ha voce torrenziale, ci ha evitato quella sgradevolissime note gravi di petto che forse appagano i palati di un certo pubblico ma che sono così brutte da sentire.
Una prestazione artistica maiuscola, che non potrà che crescere con le prossime recite.
Meno positive le sensazioni che mi ha regalato Franco Vassallo, che ha interpretato un Conte di Luna troppo monolitico. La voce del baritono è importante ma l’intonazione, già dalla sortita tace la notte, è sembrata incerta. Il pubblico ha poi premiato con un applauso a scena aperta l’esecuzione di Il balen del suo sorriso: beh, pubblico generoso, lasciatemelo dire.
Soprattutto, a mio parere, un Conte di Luna dal canto così sanguigno stonava con gli accenti sempre misurati degli altri interpreti. Una distonia che è risultata vistosa.
Giorgio Giuseppini ha cantato senza essere particolarmente memorabile il suo Ferrando, ma non ha certo demeritato.
Brava Antonella Meridda nella parte di Ines, mentre rivedibili mi sono sembrate le prove di Carlo Mattiazzo (Ruiz), Salvatore Giacalone (vecchio zingaro) e di Domenico Altobelli (messo) .
Il pubblico ha apprezzato ma avrebbe potuto dimostrare maggior entusiasmo, questo è stato un Trovatore di rilievo, ma si sa che il pubblico delle prime è spesso un po’ troppo inamidato.

Questo è quanto, il Don Giovanni alla Scala è alle porte e spero di riuscire a scrivere qualcosa prima della prima del 7 dicembre.
La più contenta della riuscita della serata è stata Ex Ripley, che ha capito finalmente che oltre a lei mi leggono anche alte persone (strasmile). Ne approfitto quindi per salutare tutti gli amici con i quali abbiamo chiacchierato ieri sera.

Ho scritto una lenzuolata allucinante, grazie a chi è arrivato sino in fondo (smile).

Alla prossima!

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21 risposte a “Recensione semiseria del Trovatore alla Fenice di Venezia: ritrovato il cavallo bianco protagonista di uno spot di qualche anno fa.

  1. betta 3 dicembre 2011 alle 2:54 pm

    ringrazio gli amici ed estimatori del mio eclettico consorte ma sapevate che fa uso di uno stiletto per costringermi a scattare foto proibite durante le recite e a sfidare i vari Caronte da gli occhi di bragia disseminati per il teatro ? e poi si incavola pure se vengono mosse
    ciao ai compagni di traghetto di ieri sera 🙂 ex ripley

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  2. Roberto R. Corsi 3 dicembre 2011 alle 3:21 pm

    ciao Paolo, ciao Betta!
    il cavallo della Vidal… speriamo che la prossima volta non ritirino fuori il maglio del Petrus Boonenkamp: da piccolo ne ero letteralmente terrorizzato!

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    • amfortas 3 dicembre 2011 alle 3:42 pm

      Bob, lo sai vero che qualche regista prenderà ispirazione da questo tuo suggerimento? 🙂 Poi, tra l’altro, Petrus Boonekamp potrebbe essere il nome del protagonista di qualche opera ambientata ai giorni nostri. Chiamiamo Giorgia per le scenografie, tiriamo su quattro cani per strada per le prime parti e in una settimana debuttiamo 🙂
      Ciao!

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  3. biondasirocchia 3 dicembre 2011 alle 4:33 pm

    Oh, Amfortas, io spero sempre che tu vada alla Fenice, perché le tue descrizioni dell’orrida sono impagabili… Non me perderei per niente al mondo!
    Biondasirocchia

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  4. biondasirocchia 3 dicembre 2011 alle 4:40 pm

    Ops, bello il cavallino… Ma qual è l’associazione? Quando ti trovi sudato e puzzolente come un cavallo dopo una furiosa galoppata, lavati con questa roba ché torni umano?

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  5. Giuliano 3 dicembre 2011 alle 4:40 pm

    il cavallo bianco potrebbe essere una citazione (scopiazzatura?) da un film che a me era piaciuto, “L’uomo che pianse” (The man who cried) regia di Sally Potter, uscito nel 2002, dove John Turturro era un tenore molto pieno di sè e anche un po’ XXXXXXX. Il cavallo lo portava sulla scena lo zingaro Johnny Depp, mi sembra che fosse proprio Il Trovatore. La voce di Turturro quando cantava era quella di Licitra…
    Un bel film, non un capolavoro ma piacevole, che si svolge per almeno metà in teatro.

    Ma tu lo sai che quest’estate si diceva che avremmo preso anche un difensore argentino che si chiama Silvestre? a questo punto, dopo King Arthur, mancava solo che ci fosse uno che si chiama Pino…(Giuseppe Rossi andava benissimo).
    Saluti a Betta!

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  6. amfortas 3 dicembre 2011 alle 8:32 pm

    Giuliano, tu presumi che i registi siano così colti? Io sarei più cauto sai? 🙂
    Betta ricambia e sepre w juve, comunque!
    P.S.
    Mi è arrivata la raccolta di favole curata da Calvino, finalmente: grazie!

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  7. Mattioli 4 dicembre 2011 alle 2:12 pm

    La vera notizia è che Bullo esiste davvero! Non è un avatar! E’ vero!
    E poi,oltre a essere come noto un genio, è anche coraggioso, visto che l’atra sera alla Fenice ha contravvenuto alla regola aurea e non scritta del critico a teatro, e cioè, alla domanda “Pinco Pallino è lei?”, NEGARE, negare sempre.
    Beh, saluti
    AM
    PS. scritto il pezzo sul Trovatore per il mio giornale. Adesso è suspence: uscirà? Non uscirà? E, se sì, quando? Miao

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  8. Alucard4686 4 dicembre 2011 alle 4:00 pm

    Come sempre bella recensione !
    P.S. Che trash e che inquietante la pubblicità del Badedas !
    P.P.S. Pensavo di vederti alla presentazione della Lucia fatta da Stinchelli.
    Ciao !

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    • amfortas 4 dicembre 2011 alle 4:40 pm

      Alu, avrei voluto esserci ma a quell’ora ero in viaggio verso l’orrida Venezia. Io e Enrico ci siamo visti il giorno dopo, peraltro.
      Che mi dici della Lucia furlana?

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      • Alucard4686 4 dicembre 2011 alle 6:03 pm

        Ti dico che non l’ho vista perchè sostanzialmente il cast era lo stesso che avevo visto a Trieste e in più ero a bere brulé a Gorizia 😀
        Però mi tentava molto vederla nuovamente, soprattutto dopo la bella presentazione con tanto di video e spiegazioni ottime per i neofiti, ma anche sfiziose per i più appassionati (con tanto di vecchietta che mi cantava Verranno a te nell’orecchio…)!

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      • amfortas 4 dicembre 2011 alle 7:58 pm

        Alu, che duetto è Verranno a te nell’orecchio? 🙂
        Ciao!

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  9. amfortas 4 dicembre 2011 alle 4:38 pm

    Alberto, hai ragione, mi hai colto di sprovvista… devo essere più prudente!
    Se il tuo pezzo non esce entro domani fammi sapere, magari organizzo una seduta spiritica per evocarne l’apparizione. Conosco una medium il cui marito era un celebre direttore d’orchestra che per 50 euro ti evoca l’articolo e, siccome siamo prossimi al Natale, ci mette come bonus gratuito una chiacchierata con un cantante lirico defunto.
    C’è pure un’offerta speciale: Donzelli, Grisi e Tamburini al prezzo di uno e ti regalano pure una bambolina vodoo con le sembianze di Marianne_Brandt.
    Miao a te.

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  10. Alucard4686 4 dicembre 2011 alle 9:43 pm

    Ahah ! Perdona il mio mancato uso della punteggiatura… 😛

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  11. Lorenzo 22 gennaio 2012 alle 3:51 pm

    Amfortas, Alu, seguo i vostri blog tutti i giorni, a volte mi ritrovo intere serate a leggervi, libri, opera, che bella fuga da quello che propone la tv….mi verrebbe da dire “vi adoro” se non fosse verbo fin troppo abusato, ma…….no mi spiace l’ “orrida” Venezia non riesco a perdonarvela 😉
    sì è vero il parcheggio è caro, e te lo concedo l’aspetto romantico che sempre si tira fuori è stucchevole, ma quale magia camminare la sera in quelle calli, a maggior ragione se si è diretti al gran teatro, però lo ammetto sono di parte, goriziano ma veneziano durante i miei ventanni per motivi di studio…quale piacere mi ha sempre dato Venezia anche dopo molti tempo, per alcuni anni ho fatto il cameriere in un piccolo (ma carissimo) ristorante a pochi metri dalla Fenice…c’era un cliente che aveva l’abbonamento alla stagione (costretto dalla moglie) ma quando lei non poteva venire egli faceva la finta, andava al primo atto e poi usciva per venire a bere un drink al ristorante visto che il padrone era suo amico. A quel punto se la serata languiva, non solo mi davano il permesso di uscire prima ma ricevevo anche il pass del cliente per rientrare a teatro e vedermi l’ultimo atto (è lì che vidi la Kabaivanska in Adriana Lecouvrer, ed è lì che nacque molti anni fa il mio amore per il melodramma, la stessa Kabaivanka peraltro che il giorno dopo avevo l’onore di servire al tavolo essendo anch’essa affezionata cliente e amica del proprietario del ristorante)…..e quale tragica serata in quel fine gennaio del 96 quando tornando verso casa da una cena con amici vidi il Teatro bruciare davanti ai miei occhi.
    Ecco questa è la mia “orrida” Venezia…scusate la non richiesta nota autobiografica ma mi pareva giusto concedere alla Serenissima una pur patetica e sentimentale difesa d’ufficio…
    Grazie ancora
    Lorenzo

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    • amfortas 22 gennaio 2012 alle 6:29 pm

      Lorenzo, intanto grazie per la fedeltà di lungo corso 🙂 e grazie per la tua testimonianza.
      Devi sapere che quando io scrivo orrida Venezia scherzo! Non lo penso davvero, è solo un tormentone che mi sono inventato per movimentare le cronache delle mie abbastanza frequenti – mai come vorrei – trasferte alla Fenice.
      Di vero c’è solo che io non sopporto gli assembramenti di persone, ma vale anche per Trieste e ovunque la gente si accalca. Quindi non prendertela ok?
      Ciao e grazie! 🙂

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  12. amfortas 23 gennaio 2012 alle 4:18 pm

    Lorenzo, bene, e poi con i prezzi praticati quest’anno alla Fenice, credo che avrò poche occasioni di perpetuare il tormentone…

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  13. Pingback:Il ritorno del critico semiserio: una notizia sulla trasferta del Teatro Verdi di Trieste e poi La Fenice di Venezia. | Di tanti pulpiti.

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