Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Rigoletto di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: prime considerazioni introduttive, abbastanza serie.

Premetto che parlare del Rigoletto in maniera non voglio dire esauriente, ma anche solo parzialmente soddisfacente è impossibile.
C’è una letteratura sterminata che descrive nei particolari questo lavoro di Giuseppe Verdi, e gli argomenti d’affrontare sono davvero tanti e tutti di estremo interesse. Io, come faccio quasi sempre in caso di opere verdiane, mi rifaccio ai sacri testi di Julian Budden, che restano sempre un classico.
In questo primo post mi soffermerò un po’ sulla genesi dell’opera sino al debutto che avvenne alla Fenice di Venezia, l’11 marzo 1851.
Direi che è opportuno cominciare con le parole di Verdi stesso, espunte (non so che voglia dire, ma mi pare stia bene) da una lettera a Francesco Maria Piave:

Tentate! Il sogetto è grande, immenso, ed avvi un carattere che è una delle più grandi creazioni che vanti il teatro di tutti i paesi e di tutte le epoche. Il sogetto è Le Roi s’amuse, ed il carattere di cui ti parlo sarebbe Tribolet che se Varese (Felice Varesi, n.d.Amfortas ritratto qui sopra) è scritturato nulla di meglio per Lui e per noi.
P.S. Appena ricevuta questa lettera mettiti quattro gambe: corri per tutta la città, e cerca una persona influente che possa ottenere il permesso di fare Le Roi s’amuse.
Non addormentarti: scuotiti: fa presto. Ti aspetto a Busseto ma non adesso, dopo che avranno scelto il sogetto.

Siamo nel 1850 e Verdi doveva onorare un contratto con la Fenice di Venezia. All’inizio il compositore si era orientato a musicare un altro testo, ma fu folgorato (o quasi, a dire il vero) sulla via di Victor Hugo (smile). E Piave dietro di lui.
Il problema principale, al solito, era la stretta censura. In questo senso Piave fu rassicurato anche dal responsabile della Fenice, Carlo Marzari. Indarno indarno, perché pochi mesi dopo sorsero i primi problemi.
Verdi allora scrisse una lettera piuttosto esplicita a Marzari stesso:

Il dubbio che Le Roi s’amuse non si permetta mi mette in grave imbarazzo. Fui assicurato da Piave che non eravi ostacolo per quel sogetto, ed io, fidando nel suo poeta, mi posi a studiarlo, a meditarlo profondamente, e l’idea, la tinta musicale erano nella mia mente trovate. Posso dire che per me il principale lavoro era fatto. Se ora fossi costretto appigliarmi ad altro sogetto, non basterebbe più il tempo di fare tale studio, e non potrei scriver un’opera di cui la mia coscienza fosse contenta.

A questo punto Marzari chiese che gli fosse mandato il libretto, in maniera da poterlo valutare e sottoporre al giudizio delle autorità competenti.
Tutte queste precauzioni e reticenze perché il dramma teatrale di Hugo aveva sollevato scandali tremendi in Francia e in Germania. Addirittura a Parigi, dopo l’esordio del 1832, Le Roi s’amuse non andò più in scena sino al 1882, a causa “della dissolutezza di cui era gonfio”.
Il lavoro però fu pubblicato e Hugo stesso nella prefazione spiegò le motivazioni che l’avevano indotto a scrivere un dramma così scandaloso per il tempo.
Nelle prime righe di questo scritto c’è un ritratto definitivo del personaggio principale, che non lascia spazio a troppe interpretazioni. Tutto sommato, anche a distanza di anni, trovo che sia la descrizione migliore, nei tratti distintivi, di Rigoletto. Scrive infatti Hugo:

Triboulet è deforme, Triboulet è malato, Triboulet è buffone di corte; triplice infelicità che lo rende cattivo. Triboulet odia il Re perché è il Re, i gentiluomini perché sono gentiluomini, gli uomini perché non hanno tutti una gobba sulla schiena.
Il suo passatempo è di mettere continuamente in urto tra di loro i gentiluomini e il Re, facendo spezzare il debole contro il più forte.

Triboulet (poi Rigoletto) in uno schizzo di Victor Hugo

Però non era certo questa manifestazione disperata di cattiveria – forse un po’ smorzata nella rielaborazione verdiana –  che rendeva il testo pericoloso agli occhi della censura, il problema stava nella fama di rivoluzionario di Hugo e nella trama, che prevedeva un re dai comportamenti assai poco regali, che violenta la moglie di un cortigiano, va a puttane per taverne di dubbia fama e seduce una ragazzina.
Il Potere, a qualsiasi tempo e latitudine, non ha mai voluto e mai vorrà essere rappresentato come irrimediabilmente corrotto e, infatti, il governatore militare di Venezia proibì qualsiasi esibizione del dramma, modificato o meno. Non solo,  si lamentò che due personalità come Piave e Verdi avessero scelto un soggetto che non faceva onore alla loro arte, zeppo com’era di ributtante immoralità ed oscena trivialità.
Dopo interminabili peripezie, patteggiamenti e casini vari che videro coinvolti tutti, da Verdi a Marzari, a funzionari dell’Ordine Pubblico e potentati vari si giunse ad un accordo.
L’azione fu spostata nei tempi e nei luoghi, qualche scena fu attutita nelle parti più scabrose, i nomi dei protagonisti cambiati in modo che non echeggiasse, neanche da lontano, a chi si faceva riferimento. Invece di La maledizione l’opera si chiamò Rigoletto, come il protagonista.
Furono risolti anche i consueti problemi di cast. Alla fine Felice Varesi fu scelto per la parte di Rigoletto, il tenore Raffaele Mirate ( un Moriani giovane – disse Piave -) interpretò il Duca.
Per la parte del soprano Verdi pensò alla brava e affidabile Teresa De Giuli (che abbiamo già incontrato come creatrice di Lida nella Battaglia di Legnano), ma la signora rifiutò. Furono scartate anche altre primedonne, quali Sofia Cruvelli, Giulia Sanchioli e Virginia Boccabadati (figlia di Luisa, anche lei soprano attivissimo negli anni precedenti).
Alla fine la scelta cadde su Teresina Brambilla.
La prima ottenne un successo notevolissimo di pubblico mentre i critici (vil razza dannata, strasmile) furono più cauti quando non addirittura scettici sul valore dell’opera, esponendosi così al ludibrio e allo scherno dei posteri. Chissà se succederà anche a me, qualche volta ci penso…
Qualcuno scrisse che Verdi guardava troppo avanti, altri che guardava indietro, a Mozart. Ci fu chi giudicò l’opera banale e chi invece troppo audace e di gusto dubbio.
Si distinsero due critici inglesi, quello del “Times” che definì Rigoletto l’opera più debole di Verdi e tale Chorley, che addirittura si spinse a scrivere di una musica puerile e ridicola, piena di volgarità e di eccentricità e povera d’idee. Non male come bestialità, direi.
Insomma, con un po’ di fatica (mia nel cercare di sintetizzare vicende complesse) e soprattutto vostra nel leggere questa lenzuolata, siamo arrivati alla fine di questo primo post, al quale, almeno nelle intenzioni dovrebbe seguirne un altro tra qualche giorno.

Un saluto a tutti.

 

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9 risposte a “Rigoletto di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: prime considerazioni introduttive, abbastanza serie.

  1. Enrico 10 marzo 2012 alle 11:02 am

    Interessante notare come Verdi e Piave siano passati da “Triboulet” a “rigoler”, che significa “scherzare”, ribattezzando cosi’ il protagonista in “Rigoletto”.
    Tra l’altro questo mutamento nel nome sottolinea anche il fatto che nel libretto del Piave scompare ogni accenno alla forte critica sull’abuso di potere da parte dei Signori, che caratterizzava fortemente il dramma di Hugo rendendolo di fatto non rappresentabile all’epoca.
    Interessante analogia con “Le nozze di Figaro”, dato che anche nel libretto di Da Ponte scompare lo scontro tra classi che invece è ben presente in Beumarchais (e mi pare che sia stato grazie a cio’ se l’imperatore d’Austria consenti’ a Mozart di musicare la commedia, censurata in praticamente tutta Europa).
    Ultima curiosità, le parole della canzone del Duca – Francesco I nel dramma di Hugo (le conosco solo in italiano, pardon): “La donna è un infedele, non credere al suo miele / se una è fedele, cento son come piume al vento!”
    Ed il libretto del Rigoletto è molto piu’ moderno di quello di “Traviata”, per restare in ambito verdiano; questo è affermato nel bel libro di Luigi Baldacci “La musica in Italiano”, regalatomi da mio padre 15 anni or sono.

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    • amfortas 10 marzo 2012 alle 12:43 pm

      Enrico, grazie della chiosa. Sempre detto io che i commenti sono spesso più interessanti dei post! Ovviamente ci sarebbe da dire ancora tantissimo, come ho accennato all’inizio. Spero di affrontare altri argomenti nel prossimo post.
      Ciao e grazie!

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  2. Furio 10 marzo 2012 alle 8:22 pm

    Per chi vuol restare in Internet a leggere (o vuole mettere il file pdf sul suo Kindle…) ci sono libretto ed analisi critica dell’edizione del 2010 della Fenice:
    http://www.teatrolafenice.it/public/libretti/63_1269LibrettoRigoletto.pdf … con alcune considerazioni sulla prima assoluta del 1851.

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  3. Alucard4686 11 marzo 2012 alle 10:38 pm

    Spero di trovar un biglietto perché non so bene quando son libero.
    Speriamo non sia come a Bologna, dove ieri non c’era un posto libero 😦
    P.S. Ho intravisto sul giornale di un vicino, in treno, che Orazi ha licenziato non so che direttore del Verdi. Hai news?
    Ciau!

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    • amfortas 12 marzo 2012 alle 8:16 am

      Alu, è stato licenziato Giuseppe Ferrazza, ex direttore generale: sembra che i rapporti con Orazi non fossero straordinari. Francamente non credo che ne sentiremo la mancanza.
      Quanto al Rigoletto, credo che ci sarà finalmente il pienone, almeno per le recite con il primo cast.
      Ciao!
      P.S.
      Sto leggendo la tua tesi, abbi pazienza ancora qualche giorno 🙂

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