Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La Bohème di Giacomo Puccini al Teatro Verdi di Trieste: uno sguardo semiserio.

Sempre cercando di mantenere uno stile divulgativo e poco serioso – ne sento particolarmente il bisogno, in questi giorni –  comunico che venerdì prossimo al Teatro Verdi di Trieste va in onda, per l’ennesima volta, la Bohème di Giacomo Puccini.
Di un’opera così popolare e nota è ancora più difficile scrivere qualcosa non voglio dire di originale, ma almeno che non sia scontato.
Ci provo.
Qual è il principale problema, oggi e sempre, nell’allestire una Bohème?
Il primo credo sia non cadere nella trappola del puccinismo, che è una malattia grave e greve che rischia di rovinare il piacere dell’ascolto di quest’opera straordinaria.
Il puccinismo si manifesta in modo subdolo, con alcuni sintomi che all’inizio possono passare inosservati ma che poi si rivelano per ciò che sono: i prodromi di una devastazione artistica in piena regola.
Soprani che assumono dall’entrata pose che avrebbero fatto apparire Eleonora Duse come un’attrice sobria e morigerata negli accenti, direttori che mugolano dal podio, imponendo calamitosi rallentando all’orchestra e/o gonfiandone il suono con l’anabolizzante di archi strappalacrime, paurose tempeste di decibel alla chiusura del secondo quadro, registi che mettono in scena un migliaio di persone, compresi amanti e parenti. Sono solo esempi, potrei continuare a lungo.
In realtà la vicenda narrata è semplice e non richiederebbe tanta enfasi: quattro studenti in soffitta, per non parlare della fioraia.
Il secondo problema, che si manifesta con sintomi abbastanza simili al primo, è di sprofondare nel verismo più deteriore –a conferma che dagli “ismi” vari è sempre meglio diffidare – perché Bohème è un’opera estranea all’estetica verista.
Una delle grandi novità di questo lavoro pucciniano è infatti il canto di conversazione che per sua natura deve risultare sommesso, lieve, anni luce distante dalle grida e dai drammi di un’opera verista. Una novità così spiazzante che fece dire a uno studioso e critico come Eduard Hanslick “ sembra che parlino invece di cantare”. Appunto, a conferma che i critici assai spesso prendono lucciole per lanterne. Al pari del pubblico, peraltro, che alla prima del 1° febbraio 1896 al Teatro Regio di Torino restò un po’ titubante, per poi ravvedersi già alle prime repliche.
L’opera poi esplose artisticamente in tutto il mondo dall’Europa agli USA.
Allora, per evitare la consueta routine sulla genesi dell’opera e relativa vivisezione della partitura ho pensato di scrivere:

Dieci cose semiserie da sapere sulla Bohème di Puccini.

 

1)      La vicenda è narrata in un romanzo di Henri Murger (Scènes de la vie de bohème), dal quale Giuseppe Giacosa e Luigi Illica trassero il libretto, riuscitissimo perché calibra magnificamente momenti di spensieratezza a quelli più drammatici.

2)      Esiste anche una Bohème composta da Ruggero Leoncavallo, tratta dalla stessa fonte (Murger). Debuttò alla Fenice di Venezia il 6 maggio 1897. Tra le due Bohème, Gustav Mahler non solo preferiva quella di Leoncavallo, ma disprezzava apertamente l’altra.

3)      Puccini e Leoncavallo bisticciarono per la Bohème. Rivelando il suo spirito toscano Puccini chiamava il collega e rivale Leonbestia!
Addirittura, quando il grande Giacomo seppe che il pubblico veneziano non gradì troppo la Bohème del rivale, scrisse una non memorabile poesiola:
Il Leone fu trombato,
il Cavallo fu suonato
di Bohème ce n’è una
tutto il resto è una laguna

4)      Giulio Ricordi, editore di Puccini, per ragioni cabalistiche volle che Bohème debuttasse a Torino, nello stesso giorno nel quale, tre anni prima, vide la luce Manon Lescaut, primo successo clamoroso di Puccini.

5)      Il compositore francese Claude Debussy disse, testualmente: “Non conosco nessuno che abbia descritto la Parigi di quel tempo tanto bene come Puccini nella Bohème”

6)      La prima fu diretta da Arturo Toscanini, che all’epoca aveva 29 anni.

7)      Ci sono pochissime incisioni discografiche che sono considerate “di riferimento” dalla stragrande maggioranza degli appassionati. Una di queste è la Bohème incisa nel 1972 per la Decca, protagonisti  tra gli altri Mirella Freni e Luciano Pavarotti, assolutamente straordinari. Addirittura mirabolante la direzione di Herbert von Karajan.

8)      Sempre a proposito di dischi, nella perfida (per me) incisione diretta da Georg Solti, protagonisti Placido Domingo e Montserrat Caballé, c’è un momento esilarante.
Quando i due cercano la chiave caduta sul pavimento della soffitta, le loro mani si sfiorano e Mimì deve emettere una specie di sospiro di sorpresa. La Caballé, alla quale piaceva strafare, sostanzialmente finge un orgasmo, producendosi in un imbarazzante ahhhhhhh che potrebbe benissimo appartenere a qualche pornazzo.
Provare per credere (l’incisione, non i pornazzi).

9)      Il mio verso preferito della Bohème, che rispecchia perfettamente la mia ottimistica filosofia di vita è: Già dell’apocalisse appariscono i segni, che ripeto come un mantra da quasi 57 anni.

10)   La Bohème favorisce gigionate di gusto rivedibile. Tra le più nefande e note, questa qui sotto, in cui vediamo Domingo&Pavarotti in versione “le star fanno comunque audience e quindi chissenefrega”.

Vi lascio alla visione di questa baracconata di regime, in puro stile trash amerikano e a rileggerci presto.

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7 risposte a “La Bohème di Giacomo Puccini al Teatro Verdi di Trieste: uno sguardo semiserio.

  1. alucard4686 12 aprile 2012 alle 9:34 am

    Troppo forte la poesiola 😀
    P.S. Dopo la generale dicono che Mimì non convince troppo, bene tutti gli altri etc… sentiremo !

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  2. IRIS 12 aprile 2012 alle 10:22 am

    Di solito e’ meglio che io taccia per manifesta ignoranza, ma sulla Boheme posso dire qualcosa visto che la conosco a memoria e che e’ stata la prima opera che ho visto da bambina (anche se il miglior Puccini lo trovo in Tosca). Ritengo che Boheme sia un’opera “pedagogica” , infatti la consiglio come primo approccio a chi non e’ mai stato a teatro perche’ e’ facile da capire, molto melodica ed in genere i registi non riescono a fare danni enormi. Il libretto e’ estremamente romantico e mi stupisco ancora che per me finisca sempre in lacrime. Un piccolo dolce aneddoto personale e’ che quando ero una ragazzina capitava spesso che il papa’ si avvicinasse a me e che accarezzandomi i capelli intonasse ” Oh soave fanciulla, o dolce viso….” Son cose che fanno bene! Per tutta la vita!
    Mamma mia che commento zuccheroso, e’ tutta colpa della Boheme…..
    IRIS

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  3. principessasulpisello 12 aprile 2012 alle 11:03 am

    Dell’opera hai detto tutto tu, benissimo . Sui 2 tenori, stendiamo una bella coperta….

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  4. daland 12 aprile 2012 alle 12:26 pm

    Certo che come baracconata aveva i suoi bei comprimari… James Levine e Mirella Freni, non so se mi spiego! e poi il Topone baritono era già allora una “secondizia”!
    Ciao! e complimenti per il decalogo!

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  5. amfortas 12 aprile 2012 alle 3:02 pm

    Alu, vero? Anch’io ho molto apprezzato 🙂 Ciao, a presto!
    IRIS, che bell’aneddoto 🙂 Io invece mi commuovo sempre quando sento In fernem Land, pensa.
    Comunque il libretto di Bohème è davvero assi bello, Illica e Giacosa si divisero il lavoro, così Puccini se la poteva prendere con qualcuno a turno. Ciao 🙂
    Marina, in realtà sull’opera ci sarebbe da scrivere tantissimo, io cerco di non annoiare e se ci sono riuscito, meglio. Ciao!
    Daland, per non parlare della von Otter che si è prestata a presentare i due superdivi.
    Gli americani, peraltro, hanno spesso un gusto discutibile ma non perdono certo occasione per celebrare le “loro” glorie. Da noi non si aspetta altro che qualcuno salga per…farlo scendere! Ciao!

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  6. giuliano 15 aprile 2012 alle 8:08 pm

    alcune cose che mi sento di dover dire:
    1) nella quartina di Puccini, Boheme va pronunciato come se fosse una parola toscana, bo-he-me, altrimenti la metrica si sballa; secondo me Puccini la pronunciava davvero così
    🙂
    2) nell’incisione leggendaria di Karajan c’è però una pecca orribile, e cioè Senechal: sembrerà una cosa da poco, invece Puccini a quei due personaggini dà molto bella musica, e la voce di basso baritono, la voce di uno che sa cantare, è fondamentale. Senechal era un tenore acuto, e la voce era già andata… (non dico dove)
    3) a me piace moltissimo la melodia su “Dica quanti anni ha, caro signor Benoit…”. Penso che molti compositori, anche importanti, avrebbero pagato fior di quattrini per averla scritta loro, e invece Puccini la butta qui con nonchalance…

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  7. amfortas 16 aprile 2012 alle 7:17 am

    Ciao Giuliano 🙂
    1) Credo che tu abbia ragione
    2) Hai sicuramente ragione. Peraltro quei due personaggi sono da sempre esposti a pacchianate più o meno terribili. Sono pochi gli artisti che ce la fanno a fare e non strafare.
    3) Puccini di melodia era maestro, tu citi quella frase io adoro la parte di Prunier nella Rondine, per esempio.
    Ciao e grazie!

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