Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria dell’Amico Fritz di Pietro Mascagni al Teatro Verdi di Trieste: tra mostri e apparizioni varie sono avanzate le ciliegie. Daniela Mazzucato resta la migliore in campo.

Ciliegie1
Sì, lo so che non è un bel modo di cominciare una recensione, per quanto semiseria, di un’opera lirica.

Però quella delle ciliegie avanzate è la prima immagine che m’è venuta in mente: se ci penso sopra di solito faccio peggio, quindi fatevi andare bene questa bordata ortofrutticola. E poi ci avevo la foto ci avevo, con le ciliegie originali del mio giardino.
Il fatto è che anche questa volta c’era poco pubblico in teatro, capite? E io ci soffro come una bestia.
Anche perché questa nuova produzione del Teatro Verdi, pur non essendo nulla di eccezionale, è complessivamente di buon livello sia come allestimento sia dal lato prettamente musicale.
Partitura Amico Fritz.
E credo proprio che una certa diffidenza nei confronti di Mascagni non c’entri nulla. Sono più propenso a pensare che tra il pubblico triestino e il Teatro Verdi si sia smarrito il feeling, spero momentaneamente, e che sarà dura recuperarlo, anche più tosta che uscire dalla crisi economica contingente che colpisce i teatri e anche gli spettatori. Non può essere un caso che ci siano vuoti in sala quasi ovunque, con l’eccezione, almeno perciò che riguarda la mia esperienza, della Fenice di Venezia che però può contare sugli anabolizzanti, e cioè il turismo di massa.

Lo spettacolo, firmato dal giovane regista Daniele Salvo, si regge in realtà sull’idea forte dello scenografo e costumista Lorenzo Fonda.
La vicenda si svolge, mi è parso di capire, intorno agli anni venti del secolo scorso ed è proprio Trieste a fare da sfondo all’esile trama dell’opera.
L’impianto scenico, piuttosto scarno ma non spoglio, prevede fondali che raffigurano scorci di triestinità, dai profili del porto alle statue neoclassiche dei palazzi cittadini, mentre si alternano ingrandimenti di decorazioni pittoriche opera dello stesso Fonda. Il primo e il terzo atto si svolgono all’interno della casa patrizia di Fritz Kobus, mentre il secondo ha luogo in un giardino con il ciliegio di tradizione sullo sfondo.
Nel complesso l’allestimento è gradevole, il lavoro di regia sui cantanti discreto, le scenografie comunicano un senso di pulizia e buon gusto, ma lo spettacolo è un po’ anodino, freddo e soffre di una certa discontinuità narrativa.
I costumi sono piuttosto belli – forse è troppo marcata la differenza di classe sociale tra Suzel e l’ambiente di Fritz – con l’eccezione di quello di Beppe alla cui entrata non ho potuto fare a meno di pensare a Johnny Depp nei panni del pirata dei Caraibi. A dire il vero mi sono parse involontariamente comiche anche le “apparizioni” nel Giardino dei Ciliegi (smile): in particolare la prima, che ha evocato a me ed ex Ripley il Red Dragon del romanzo di Thomas Harris in prima istanza, e poi (l’ho scritto sopra che se penso è peggio) l’orrida creatura geneticamente modificata del film Splice (non guardatelo, fa schifo), che si chiamava Dren ed era proprio uguale all’essere alato che si intravedeva dietro la povera Suzel. La seconda apparizione, bene o male, poteva essere effettivamente un generico cavaliere (oddio, non c’era il cavallo ma aveva l’armatura e un’arma) di cui blatera la giovane contadinotta.
Ho apprezzato la direzione di Fabrizio Maria Carminati, che ama molto questo repertorio e si vede anche da come ce la mette tutta sul podio, anche fisicamente: a me dopo le prime battute verrebbe il colpo della strega (smile).
Carminati raggiunge l’obiettivo, anche con qualche sonorità eccessivamente corposa ma soprattutto senza inondare tutto di mielosi sentimentalismi e accompagnando i cantanti con scrupolo e dedizione. Forse solo l’Intermezzo, che però è un brano orchestrale davvero atipico nel contesto dell’opera, risulta troppo pesante. Le numerose aperture melodiche sono messe in evidenza senza enfasi e mantengono un cordiale e minuto senso di quotidianità, come allo stesso modo è varia la tavolozza di colori che accompagna i molti passi di canto di conversazione.

Se qualcuno ha capito quello che ho scritto sopra, me lo faccia sapere, la mail la conoscete tutti.
Alexia Voulgaridou ha tratteggiato un bel personaggio, credo che pure a lei questo repertorio sia particolarmente consono. Certo, parla una lingua sconosciuta ai più (esagero, ma una migliore dizione e pronuncia non guasterebbero) ma ha musicalità, buon gusto e presenza scenica. Non è mai manierata, stucchevole. La voce non è baciata da dio, qualche acuto è forzato, ma risulta sempre credibile, espressiva e convincente. Bene sia in “Son pochi fiori” sia nel duetto delle ciliegie. Vorrei rivederla a Trieste anche nella prossima stagione, ammesso che ce ne sia una e che sia previsto qualche titolo che le calzi a pennello.
Ho fatto volentieri la conoscenza artistica con il giovane tenore Luciano Ganci, che ha sfoggiato una bella voce lirica di timbro solare e virile. Ecco, forse troppo virile, nel senso che spesso qualche sfumatura in più sarebbe stata gradita. Peraltro Ganci ci ha provato e la voce mi è sembrata spoggiarsi un po’ e ne è uscito qualche suono sbiancato non gradevolissimo. Però, ecco, nel duetto del secondo atto è mancato un po’ di abbandono e di languore. Bene invece nel fraseggio, in generale, e riuscita l’aria “E anche Beppe amò”.
Una prova piuttosto buona, nel complesso, anche lui vorrei rivederlo l’anno prossimo.
Il Pirata…ehm…Beppe, parte en travesti, era interpretato dal mezzosoprano Irini Karaianni e, insomma, non mi ha soddisfatto particolarmente anche se certo sempre nell’ambito di una prova sufficiente. La voce mi è sembrata piccolina, di timbro non memorabile e ho sentito qualche forzatura in acuto. Abbastanza buona la presenza scenica.
Paolo Rumetz è un monumento e in effetti tale sembrava per la staticità in scena, che però potrebbe essere stata dettata da una scelta registica. Dal punto di vista vocale se l’è cavata discretamente e ha connotato il personaggio di David il rabbino evidenziandone il lato ironico e sornione.
Hanno ben figurato anche Max Renè Cosotti (Federico), Andrea Vincenzo Bonsignore (Hanezò) e Letizia Del Magro (Caterina).
Bene il Coro e brillante la prestazione del primo violino Stefano Furini nell’assolo che accompagna la scena dell’entrata di Beppe lo zingaro.
Magnifica Daniela Mazzucato in platea, che non so come faccia, ma dimostra trent’anni di meno della sua età: il vero fenomeno della serata è stata lei.
Alla fine pubblico contento che ha tributato all’intera compagnia artistica un caloroso successo, più che meritato. Gli assenti hanno avuto torto, ancora una volta.
Triestini, sostenete il vostro teatro. Sì, su Facebook, come raccomando da qualche tempo, ma soprattutto andandoci fisicamente, in questo teatro.
Non vorrei che un domani dovessimo affrontare qualche brutta situazione: una di quelle che di solito vengono stigmatizzate con l’ormai classico non mi piace.

Alla prossima, chissà quando.

Un saluto a tutti e in particolare al simpaticissimo Alucard, il quale, dopo mesi di tentativi falliti miseramente ha avuto la sfiga colossale di conoscermi di persona, con tanto di giovane ex Ripley a fianco.

Ha vinto un Gingerino, ma ha dovuto sorbirsi una mezz’ora di mie idiozie. Vabbè, come lui sa ma terrà per sé, in teatro può succedere di peggio (strasmile).

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23 risposte a “Recensione semiseria dell’Amico Fritz di Pietro Mascagni al Teatro Verdi di Trieste: tra mostri e apparizioni varie sono avanzate le ciliegie. Daniela Mazzucato resta la migliore in campo.

  1. Enrico 19 maggio 2012 alle 6:41 am

    Devo dire la verità a me in questa stagione risicata sembra asiieme al Rigoletto la produzione più azzeccata- boheme l’ho trovata di un freddo….
    Quello che mi dispiace è il pubblico. Il loggione era a dir poco deserto.
    Spero che Orazi imbastisca una stagione 2013 con titoli famosi ma poco rappresentati e che ci possa essere un pacchetto turistico in modo da poter far conoscere la valenza del nostro teatro.

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    • amfortas 19 maggio 2012 alle 7:42 am

      Enrico, perciò che riguarda la prossima stagione vedremo, sai che c’è un doppio anniversario importante, no? Io vorrei tanto, e l’ho scritto in tempi diciamo così non sospetti, che il Verdi si smarcasse dalla massa con un cartellone alternativo. Ti faccio un esempio. È l’anniversario di Wagner? Fanno Ring ovunque e con mezzi economici superiori di millanta volte i nostri. Bene noi facciamo un Euryanthe e un Oberon in una stagione dedicata agli “ispiratori” di Wagner. Certo ci vogliono in primis soldini e soprattutto, cerchiamo di non scordarcelo, cantanti e direttori.
      Aggiungo ancora: hai letto Il Piccolo di oggi? Alla recensione sono dedicate quattro righe. Non è certo colpa di Gherbitz, che con ogni probabilità deve stare entro tot battute. Ma, voglio dire, il giornale della città potrebbe pure dedicare qualche riga in più al teatro, no? O forse dobbiamo portarci i gatti in foyer, così facciamo notizia? O qualche cane abbandonato? Pensi che una rubrica settimanale di curiosità operistiche (potrebbe durare da oggi al 6.345, volendo) sarebbe così brutta da vedere sul quotidiano? Ecc ecc
      Ciao e grazie.

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  2. Enrico 19 maggio 2012 alle 10:47 am

    Premessa: onde non creare confusione, non sono l’Enrico della prima mail!
    Non intendo parlare dell’Amico Fritz, ma ho una domanda da fare.
    Ieri sera, sul canale della TV nazionale della Cina Popolare dedicato alla musica (di tutti i generi, ma c’è spazio anche per la sinfonica e la lirica) hanno parlato dell’Aida, e mostrato alcuni estratti dell’opera in una videoregistrazione con Pavarotti come Radames. Degli altri cantanti, mi pare di aver riconosciuto Ghiaurov come Ramfis; non so chi fossero le interpreti di Aida ed Amneris, ma due voci davvero notevoli a mio avviso.
    Ora, io non avevo sinora mai avuto occasione di vedere quest’Aida, e nemmeno sapevo che esistesse il video, ma ho letto tempo fa che Pavarotti canto’ Aida in scena in un’unica produzione, mi pare a San Francisco nei primissimi anni ’80 (1981?); si trattava forse di quell’edizione? Sarei davvero curioso di saperne di piu’ in merito.
    Grazie!

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    • amfortas 19 maggio 2012 alle 11:13 am

      Enrico, ciao, sì vedo dalle mail che siete due persone diverse 🙂
      L’Aida alla quale ti riferisci dovrebbe essere quella della Scala, mi pare nel 1986, ma potrei sbagliare. C’è sicuramente anche un DVD.
      Gli interpreti oltre a Pava e Ghiaurov, mi pare fossero Maria Chiara (Aida), Ghena Dimitrova (Amneris), Juan Pons e Paata Burchuladze.
      Credo che il video sia facilmente reperibile.
      Ciao!

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  3. biondasirocchia 19 maggio 2012 alle 6:17 pm

    Splendide le tue ciliegine… Dev’essere l’aria del nord – est. Qui a nord – ovest la frutta viene da schifo…

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  4. alucard4686 19 maggio 2012 alle 7:31 pm

    Intanto devo ringraziare il GENEROSO Amfortas per il gingerino 😀
    Saluti anche alla consorte !
    Non preoccuparti per le idiozie, la prossima volta magari tu ti sorbirai le mie !!! Hehe…

    Ma veniamo alle cose serie.
    Devo dire che nel suo complesso lo spettacolo mi è piaciuto e qui già è bene. Era da un po’ che non uscivo da teatro contento e canticchiando, ma forse dipende più dalla musica, visto che il precedente era La Traviata… 😀
    L’allestimento non mi ha proprio entusiasmato. Credo lo avrei apprezzato di più se avessi potuto vedere anche i fondali, che dal loggione (4a fila) proprio non si vedevano… mi hai rivelato tu la loro esistenza all’uscita… avrebbero attenuato quell’atmosfera un po’ asettica. Poi far passare i contadini nel mezzo di quel terrazzo… forse dovevano passare per forza… ti dico solo che alla loro comparsa la gente in loggione ridacchiava.
    Per quanto riguarda i cantanti non so bene come esprimermi, perché mi sono accorto di focalizzarmi su alcune caratteristiche e non riuscire ad avere una buona visione d’insieme.
    Es. Suzel secondo me gonfiava un po’ i suoni e non proiettava un granché perché appena l’orchestra suonava un po’ più forte non si sentiva, mentre il tenore sì.
    Fritz aveva una bella voce, ma faceva dei portamenti davvero fastidiosi e nei piani sfalsettava.
    Jack Sparrow a me piaceva come respirava (Studiare canto fa male!)
    Rumetz non sono riuscito a valutarlo.
    La direzione a me è piaciuta molto, seguiva sempre i cantanti e raramente li ha sovrastati (anzi mi pareva che tenesse un profilo basso per non penalizzarli). L’intermezzo mi è piaciuto molto e lì pure il pubblico generalmente freddo si è sciolto (forse è stato svegliato da alcune Effe? ).

    Peccato per il poco pubblico presente (tanto vale ripristinare i last minute, ma non voglio iniziare un discorso infinito, già mi sto dilungando)
    e peccato anche per la gente che scarta caramelle e PARLA durante lo spettacolo !!! Ero sconvolto.

    P.S. avevo letto in tempo la tua mail, ma per fortuna nn è servito telefonarti !

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    • amfortas 20 maggio 2012 alle 8:08 am

      Alu, intanto grazie dell’articolato commento. Mi vien da dire che questa storia degli allestimenti che si vedono a metà (qualche volta si vorrebbe non vederli proprio, ok :-)) sta diventando fastidiosa. I registi dovrebbero tenerne conto, o almeno considerare meglio la situazione, credo.
      Studiare canto fa male, dici? Sì, ne sono certo!
      La consorte ricambia i saluti 🙂
      Ciao e alla prossima.

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    • Furio 23 maggio 2012 alle 12:31 pm

      Ho assistito alla domenicale del 20 maggio (secondo cast, seconda galleria).
      alucard4686 è condivisibile su tutto :
      – le “bocche di lupo” della seconda galleria tagliano il display e le scenografie alte (ricordo che per vedere un imperatore della Turandot dovevo mettermi raso terra);
      – Suzel intonata ma più adatta per l’Aida (avrei gradito qualche piano o qualche mezza voce di più…);
      – Fritz con una bella voce, una bella interpretazione, ma (dalla galleria) qualche problema con gli acuti; non ho orecchio assoluto (avrei dovuto studiare di più solfeggio cantato!) ma sentivo note calanti e qualche difficoltà di emissione sul registro acuto;
      – Intermezzo splendido, orchestra mai eccessiva, galleria piena, pochissimi vuoti.

      Nota: leggendo il bilancio del “Regio” vedo che i biglietti costituiscono 1/7 delle entrate; a questo punto differenziare i prezzi ed eliminare i last minute non è che incida poi tanto sul deficit. Se tutto dovesse essere pagato con i biglietti l’abbonamento al loggione dovrebbe superare i mille euro! E’ più saggio favorire in ogni modo il riempimento del Teatro.

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      • amfortas 23 maggio 2012 alle 5:42 pm

        Furio, l’immagine di te disteso in loggione è agghiacciante :-), potrebbe essere uno spunto per una regia metateatrale!
        Mi fa piacere che la recita sia stata più affollata. Non faccio fatica a pensare che Patrizia Orciani abbia una voce più corposa della Voulgaridou, l’ho sentita spesso in teatro. Il tenore invece non mi pare di conoscerlo, ma posso averlo dimenticato. Insomma tu e Alu avete riportate sensazioni simili pur vedendo cast differenti. Per quanto riguarda lo sbigliettamento, 1/7 delle entrate sono un risultato in media con le altre fondazioni italiane, che si assestano sul 12-15% del totale entrate. Concordo quindi sulle iniziative per riempire il teatro, ce ne sono altre oltre ai last minute, ma ci vorrebbe un lavoro di marketing programmato che potrebbe dare frutti sul medio termine.
        Ciao e grazie per l’articolato commento.

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  5. Enrico 23 maggio 2012 alle 2:24 pm

    C’è qualcuno del forum (magari lo stesso Amfortas) che possa dare una risposta al mio dubbio, riguardo i finanziamenti ai teatri da parte del FUS? Mi spiego: un teatro che riceva un finanziamento ad es. pari a 100, registra contabilmente CASSA (SP Dare)=100 a FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO (SP Avere)=100. Dopodichè, dato che i finanziamenti ricevuti non vanno restituiti, la voce si chiude cosi’: FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO (SP Dare)=100 a SOPRAVVENIENZE ATTIVE (CE Avere)= 100. Alla fine, il teatro registra un’entrata di cassa ed un ricavo pari a 100. Mi chiedo se sia proprio cosi’ oppure no…….perchè se cosi’ fosse, un teatro che riceva finanziamenti dal FUS e che chiuda l’anno con perdite significa che ha davvero costi elevati.
    Grazie a chi potrà illuminare la mia ignoranza in merito.

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    • amfortas 23 maggio 2012 alle 5:45 pm

      Enrico, mi spiace ma non ho le competenze per chiarire i tuoi dubbi, quindi – lo so, sono tra i pochi che lo fanno – piuttosto di parlare a vanvera mi trincero dietro a un dignitoso silenzio. Questo blog è molto seguito, anche da addetti ai lavori: chissà, magari qualcuno si…sbilancia, è proprio il caso di scrivere, e ti risponde. Dubito, però.
      Ciao e grazie!

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  6. Alan 25 maggio 2012 alle 2:34 pm

    Rieccomi con il consueto commento sul secondo cast dal turno E.
    Scene e costumi, sono sincero, non mi sono piaciuti. Tutto troppo asettico, freddo, impersonale. Non capisco tutto quel bianco e quel marmo/cemento come si leghino ad un’opera profondamente ambientata in un contesto contadino come questa (scusate le festidiose assonanze). E non mi sono affatto chiari i quadri di Fonda (San Sebastiano? Per quale motivo?). In particolare non mi spiego il costume di Beppe. Innanzitutto, benché interpretato da una donna, quello dovrebbe essere un ragazzo ma i vestiti sono tutto tranne che da ragazzo (si, ci sono i pantaloni, ma è proprio il taglio dei vestiti ad essere da donna): orecchini, trecce, collane, … Poi non capisco il colore. Spiego: l’ambiente è tutto bianco e anche i personaggi sono vestiti tutti di bianco, tutti tranne il rabbino (e va bene), Suzel (e va bene) e Beppe. E qui non va più bene. Non mi pare che Beppe sia un personaggio così fondamentale tanto da avere un costume che risalti in questo modo rispetto al resto. Infine mi dispiace che il “duetto delle ciliegie” fosse in realtà il “duetto della ciliegia” visto che in scena ne abbiamo vista una sola. Costava così tanto procurarsi un cestino di ciliegie, anche finte, da mettere in scena?
    Ottima la direzione di Fabrizio Maria Carminati. Perfetta e pulita, accompagnava benissimo i cantanti senza mai sovrastarli. In particolare l’intermezzo è stato sublime. Davvero una buonissima prova.
    Patrizia Orciani come Suzel è stata molto brava. Forse la sua voce è un po’ troppo scura per questo ruolo ma, onestamente, dopo i primi minuti ci si dimenticava tranquillamente di questo “difetto” a favore di un’interpretazione tecnicamente più che egregia.
    Roberto Iuliano come Fritz è stato altrettanto bravo. Ottima interpretazione, buona intonazione (forse anch’io ho notato qualche vago problema con gli acuti, ma comunque nulla che desse fastidio o che fosse particolarmente rilevante) e un gran successo anche per lui.
    Eufemia Tufano come Beppe dovrebbe chiedere agli orchestrali qualche lezione su come apparire credibile quando si suona un violino. 😀 Scherzo, ma davvero il suo ingresso nel primo atto, dal punto di vista visivo, era imbarazzante. Poi magari è stato il regista ad aver chiesto quei movimenti, non so, ma secondo me quel passaggio andrebbe rivisto. Comunque, a parte queste sciocchezze, la prova vocale (che, se vogliamo, è quella che conta) è stata molto buona. Decisa, con un buon timbro e un’ottima intonazione. Davvero bene.
    Piero Terranova come David è stato altrettanto bravo. Una bella voce scura che però faceva ben trasparire l’aspetto ironico del personaggio e una presenza scenica che risultava spiritosa senza mai cadere nel gigione.
    Max Renè Cosotti come Federico e Andrea Vincenzo Bonsignore come Hanezò mi son piaciuti particolarmente perché traspariva un vero divertimento da parte loro nel cantare le rispettive parti. Due personaggi a tratti forse “macchiettistici” che però non davano fastidio ma che si amalgamavano benissimo con il carattere dell’opera.
    Buona anche la prova di Letizia Del Magro come Caterina e del Coro.
    Teatro semivuoto in platea, leggermente più numeroso in seconda galleria ma comunque con molte defezioni. Onestamente mi chiedo se davvero questa auspicata nuova stagione «con titoli famosi ma poco rappresentati» che qualcuno chiede da inizio anno (ricordo che già nella seconda conferenza stampa di inizio anno la signora seduta dietro di me, di cui purtroppo non ricordo il nome ma che è intervenuta presentandosi come «cantante triestina che non canta a Trieste», sosteneva che è falso che con le opere poco rappresentate non si riempie il teatro – affermazione che mi pare sia stata smentita da questo “Amico Fritz”, peraltro) possa far davvero del bene al Teatro o non sia invece una zappa sui piedi che farebbe felici certi abbonati ma che allontanerebbe dal teatro tutti gli altri. E, badate, questa non vuole essere una polemica: è una domanda seria che mi pongo da parecchio tempo.
    Ho scritto fin troppo. Mi scuso per la lunghezza eccessiva e chiudo. 🙂

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    • amfortas 25 maggio 2012 alle 3:13 pm

      Alan, ti ringrazio davvero molto per l’articolato commento, al quale ho poco da aggiungere. Peraltro le tue perplessità sono anche le mie, in un certo senso. Ci si chiedeva alla prima quale attinenza avesse il San Sebastiano con la vicenda e ci siamo risposti “boh”, ma più che tanto almeno non diturbava. Per quanto riguarda il corsaro allora facciamo che era unA pirata e ti dirò che anche l’interprete del primo cast era totalmente sfasata nel mimare il suono del violino. Non l’ho scritto perché poi sembra che uno cerchi il pelo nell’uovo, ma tu hai fatto bene a rimarcarlo.
      Mi spiace per il teatro ancora una volta disertato o quasi, ma credo che quest’anno abbiamo avuta proprio la conferma che l’affluenza prescinda dal titolo o quasi. Perciò io resto della mai idea: non faccio il pienone comunque, quindi allestisco qualche opera che in giro non si vede spesso, e non deve per forza essere un titolo poco conosciuto, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Per quanto riguarda la cantante triestina che non canta a Trieste, era il soprano Laura Antonaz.
      Ciao e grazie!

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      • fabrizio 26 maggio 2012 alle 12:09 am

        Reduce dall’ultima replica col primo cast, mi associo ad una valutazione sostanzialmente positiva sulla riuscita della ripresa nel suo complesso.
        Riallacciandomi alle perplessità espresse da Paolo sull’opportunità di ripescare un’opera come Amico Fritz senza per altro riscuotere un’adesione convinta di pubblico, il mio parere personale è che la scelta di un’opera “relativamente rara” si è fermata a metà strada.
        Premesso che io nutro una sostanziosa simpatia per l’opera italiana (e non solo) dalla giovine scuola in poi, ma che sono – ahimé – uno spettatore triestino “di lungo corso”, rilevo come la mancanza di quest’opera dalle scene del Verdi da ca. 25 anni non ne faceva sentire il bisogno estremo di riproporla.
        Cronologia – oltre che memoria personale – alla mano, e per restare alle opere italiane dalla Scapigliatura in poi, noto che, se l’ultimo Amico Fritz triestino era datato ’87, per risalire alle ultime comparse triestine di titoli coevi bisogna andare ben più all’indietro, ad es. 1973 per Gioconda e Wally e 1968 per Mefistofele (per tacere di altre inspiegabili assenze quasi cinquantennali in altro repertorio, come Favorita o Guglielmo Tell …)
        Se si fosse voluto azzardare qualcosa di più, e creare un “evento” capace di attrarre al di là di una sfera locale, si sarebbe potuto puntare non su un’opera solo relativamente poco rappresentata come Amico Fritz, bensì su qualche titolo mascagnano veramente inconsueto, come Ractliff oppure Parisina (e i motivi di interesse drammaturgico, almeno per la mia esperienza purtroppo soltanto discografica di entrambe queste opere, sarebbero stati ben più spiccati di quelli che supportano la pur volonterosa ripresa del Fritz)
        Ma per fare un tanto ci vorrebbe un “quid” che alla programmazione teatrale del Verdi manca ormai da parecchio tempo.
        Mi sono consolato con un’esecuzione vocalmente molto pulita, con una presenza di spicco come quella della Voulgaridou. Al di là di alcuni rilievi sottolineati da Paolo ed altri, mi è piaciuto in lei soprattutto la disinvoltura con cui ha evitato ogni caduta nella melensaggine che è in agguato dietro questo ruolo, facendo capire fin dalla sua sortita – come aveva fatto pochi mesi fa nella Bohème – che Suzel la sa lunga e conduce il gioco con un suo obiettivo. Quel retrogusto asprigno della sua vocalità, e l’espressività ben modulata, fanno pensare anche a me che sarebbe adatta a ruoli più impegnativi e risentiti sotto il profilo drammatico , soprattutto sul terreno pucciniano e primo ‘900 – speriamo di riascoltarla!
        Un po’ meno lusinghiera l’impressione di ascolto per Luciano Ganci come Fritz, soprattutto per le difficoltà palesate negli acuti e un canto spesso un po’ troppo sfogato. Nelle melodie del duetto del secondo atto, però, l’abbandono lirico questa sera l’ho percepito in pieno, nella tradizione di una certa vocalità tenorile all’italiana che è quella che ha prevalentemente frequentato questo repertorio.
        Sull’allestimento concordo con il carattere un po’ troppo asettico dell’ambientazione del secondo atto, che raffreddava l’effetto di atmosfera che pure la musica esprime gradevolmente; ho apprezzato, però, l’anacronistico spostamento a Trieste e negli anni ’20 soprattutto perché contribuiva ad evidenziare quel diaframma di leggera ironia e di distacco – forse solo vagamente sotteso all’intenzione di Mascagni – che riscatta in parte quest’opera dalla zuccherosità e ne fa tutto sommato un’anticipatrice di una certa atmosfera di’”operetta all’italiana”, se mi è concessa quest’espressione tecnicamente poco pertinente.
        Chiedo scusa a Paolo per avere abusato del suo spazio e della sua pazienza, ma uno scambio di impressioni, per il sottoscritto, è sempre salutare.
        Fabrizo

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      • amfortas 26 maggio 2012 alle 7:41 am

        Fabrizio, che ti scusi, io attendevo il tuo commento.
        Mi preme sottolineare, al di là delle considerazioni sullo spettacolo, il tuo discorso sulle opere e la programmazione, perché lo condivido totalmente. Hai citato qualche titolo, pensa che io sono andato sino a Roma per vedere un Mefistofele, un paio d’anni fa! E appunto una Voulgaridou, in quel contesto, ci starebbe benissimo. Quello che voglio dire è che non è necessario allestire Der Corregidor di Hugo Wolf per uscire dalla falsariga delle programmazioni fotocopia, basta molto meno.
        Fammi sapere, in privato o qui, come preferisci, se hai visto il Peter Grimes della Scala, nel caso potrei fartene una copia.
        Ciao!

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      • fabrizio 26 maggio 2012 alle 8:35 am

        Caro Paolo,
        l’assenza di così lunga durata di un titolo come Mefistofele è veramente molto curiosa , dato che fino agli anni ’60 era popolarissima anche a Trieste … E’ vero che oggi le persone si spostano ben più di una volta e che i circuiti comunicativi anche degli spettacoli operistici sono tendenzialmente “delocalizzati”, ma teniamo conto che questo processo non ha coinvolto ugualmente, com’è ovvio, tutte le fasce anagrafiche e di reddito degli spettatori, per cui c’è il rischio che dalla memoria storica di intere generazioni di pubblico (e di esecutori stabili, ovvero orchestrali coro ecc.) sparisca del tutto l’esperienza di un certo repertorio.
        Quanto al Grimes, che non ho visto, ti ringrazio molto e tengo per buona l’offerta, ma confido in qualche provvido scarico video su Operashare … magari ne riparliamo un po’ più in là.
        GRazie Paolo e auguri per tutto,
        Fabrizio

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      • amfortas 26 maggio 2012 alle 6:12 pm

        Fabrizio, hai più che ragione, sotto ogni punto di vista. Pensa anche alle difficoltà ulteriori che ha il direttore, quando si trova a dirigere un’opera sconosciuta ai professori. Insomma è un discorso semplice e …complicato allo stesso tempo!
        Per il Grimes, se non trovi strade alternative – ma mi sa di sì – fammi sapere.
        Ciao!

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      • Alan 28 maggio 2012 alle 1:28 pm

        Grazie per avermi ricordato il nome di Laura Antonaz (e mi scuso con la signora Antonaz per non averlo ricordato).
        In effetti l’episodio del violino non inficia la prova del mezzosoprano e non determina la riuscita o meno della regia. Più che altro risultava fastidioso perché inserito in un contesto familiare – nella replica a cui ho assistito il violino era tenuto talmente male che la mentoniera era letteralmente a metà braccio e il confronto con i violinisti due metri più in basso era immediato. Probabilmente se anziché di un violino si fosse trattatto dell'”errato” uso di un tornio, a quest’ora non ne avremmo parlato. Comunque ripeto che la mia segnalazione era più a livello di battuta o di curiosità, che altro. Diciamo che forse, dal punto di vista registico era una cosa che si poteva curare maggiormente, ma l’importante è il canto e sicuramente nella replica del turno E Eufemia Tufano ha cantato benissimo la parte di Beppe. Per contro la regia in generale non mi è piaciuta ma per i motivi che ho esposto nella recensione e non certo per questo particolare. Ci tenevo a fare queste precisazioni perché so che il blog è letto anche e spesso da chi fa queste recite e non vorrei fraintendimenti. 🙂
        Per quanto riguarda i titoli di una eventuale stagione, capisco il tuo punto di vista e tendenzialmente sono portato a condividerlo. Diciamo più che altro che ne so poco di come funzioni il bilancio di un Ente Lirico e, di conseguenza, quanto peso abbiano tutti questi fattori (il teatro pieno, il numero di abbonati rispetto ai frequentatori “occasionali”, i nomi in cartellone, i titoli “classici” che magari attirano più spettatori rispetto a quelli meno comuni che però magari attirano più gente da fuori città, eccetera) perciò mi affido alla vostra competenza in merito – e, in effetti, la mia era una domanda seria, proprio perché so di essere ignorante in materia.

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      • amfortas 28 maggio 2012 alle 6:57 pm

        Alan, grazie ancora per l’assiduità con la quale segui il blog.
        Sui protagonisti delle opere, effettivamente leggono, alcuni scrivono direttamente qui mentre altri preferiscono farlo in privato.
        Ciao!

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  7. Luciana 26 maggio 2012 alle 9:03 am

    Ciao Paolo,vedo che le tue recensioni sono molto apprezzate anche inaltri siti e anche molto copiate!Tu che ne dici,no sarebbe.megiocitarti?Con laschiena tutto ok?
    Io ho visto il secondo cast e la penso come chi mi ha preceduta.Ciao!
    Luciana

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    • amfortas 26 maggio 2012 alle 6:15 pm

      Luciana, non credo che nessuno mi copi, semplicemente gli spettacoli sono quelli e l’uniformità di giudizio o quasi – in casi come L’amico Fritz – è inevitabile. Anche tu hai scritto che la pensi come chi ti ha preceduta no? Ciao 😉

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  8. Pingback:L’amico Fritz di Pietro Mascagni al Teatro La Fenice di Venezia. | Di tanti pulpiti.

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