Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria di Der Fliegende Holländer dal Festival di Bayreuth: Christian Thielemann su tutti!

Una gallery del nuovo allestimento Der Fliegende Holländer dal Festival di Bayreuth 2012.

Su questo Olandese, ecco qui anche l’opinione sintetica di Daland.

Dopo le sanguinose polemiche dovute all’esclusione di Evgenij Nikitin dal cast di questo Olandese, in cui per certi versi si sono raggiunte vette incredibili di comicità involontaria da parte del cantante, che ha rilasciato alcune dichiarazioni per le quali l’unico commento possibile è in dialetto triestino (pezo el tacon del buso), finalmente si è tornati alla musica.

Evgenij Nikitin

Premessa consueta: la recensione è giocoforza monca, in quanto orba della parte visiva (regia e scene) e basata sull’ascolto radiofonico, che notoriamente compromette o perlomeno altera per motivi tecnici (la compressione) la qualità del suono. Più che una recensione, quindi, credo sia meglio puntualizzare che si tratta di un pourparler senza pretese di verità assoluta.
Al di là di questo, la trasmissione è cominciata malissimo, perché il conduttore in studio ha ben pensato di ironizzare sul fatto che sarebbe stata l’unica diretta dal Festival di Bayreuth: in questo modo si sarebbero messi d’accordo wagneriani e anti wagneriani. Bah, meglio che non dica nulla ché poi mi arrivano mail inferocite.

L’unica immagine di questo Olandese che ho trovato.

Come credo di avere sottolineato nel post precedente, la maggiore attrazione di questa prima giornata del Festival di Bayreuth era la direzione di Christian Thielemann, al debutto in quest’opera, anche se per coloro che conoscono le caratteristiche dell’artista tedesco le sorprese sono state relative.
Il direttore si riallaccia in modo evidente a una tradizione – che molti ritengono superata, tracciata dai Klemperer, dai Furtwangler, e riproposta da Barenboim – che fa di quest’opera un grande affresco romantico, a tinte accese e contrasti forti. Lo si capisce già dalla rigogliosissima ouverture e la sensazione è confermata poi nel prosieguo dell’opera.

Christian Thielemann

Sonorità densissime, spesso ipertrofiche, ma almeno a mio parere mai grevi, pesanti. Anzi, in questo modo i momenti più trasognati e lirici della partitura ne escono in qualche modo addirittura esaltati. Insomma, Thielemann non si limita a una sterile muscolarità orchestrale, non c’è mai quel magma indistinto di suono che caratterizza invece certi altri direttori – anche storici – e se il suo Holländer è un “maledetto” più ultraterreno che “umano”, gliene dobbiamo essere grati per il magistero tecnico col quale conduce la non irreprensibile (corni ed ottoni) Orchestra di Bayreuth e, al massimo, possiamo rimproverargli di averci fatta vedere solo una faccia della medaglia. A dispetto delle apparenze la direzione di Thielemann è tutt’altro che stentorea o monolitica, apparendo – almeno a me – invece spedita e teatralissima, viva, dinamica.
Inoltre, meglio scriverlo subito, il Coro di Bayreuth è davvero straordinario per vigore e compattezza.
Più ombre che luci, invece, per quanto concerne i cantanti.
Assolutamente inadeguato è sembrato Franz-Josef Selig nei panni di Daland, tanto da risultare in alcuni momenti addirittura caricaturale, per esempio nella sortita e nel duetto con l’Olandese. Una voce ibrida che in teoria dovrebbe essere di basso, ma che in realtà ha palesato un’evidente difficoltà proprio nelle note gravi, cavernose e sgradevolissime.
Se la cava senza troppe incertezze il tenore Benjamin Bruns, nella breve ma impegnativa parte dello Steuermann che è uno scoglio – è il caso di dirlo – non indifferente.

Samuel Youn

Altro debuttante era il protagonista Samuel Youn che ha cercato con mezzi francamente non straordinari di impersonare la mitica figura dell’Holländer, annaspando spesso soprattutto nel  celeberrimo monologo iniziale (Die Frist ist um), nel quale sono sembrati evidenti le difficoltà sia nel registro grave – cavernoso – sia in quello acuto, decisamente forzato. Inoltre – non so quanto possa dipendere dal mezzo radiofonico – mi è parso che la voce spesso ballasse e che l’intonazione fosse spesso precaria. Terribile nel finale, bisogna dirlo.
Diciamo che gli riconosco l’onore delle armi, perché era al debutto in una parte massacrante ed è stato chiamato tardi, con le ovvie difficoltà di amalgama con il resto della compagnia, regia compresa. Ma questo olandese sembrava più un’olandesina (smile!), tanta era la mancanza di carisma e personalità artistica.
Non si copre di gloria neanche il mezzosoprano Christa Mayer, nella parte tutto sommato non mostruosa di Mary, l’ancella di Senta. Anzi, per dirla tutta, mi è sembrata davvero pessima: ingolata e stridula, inutilmente petulante.

Adrianne Pieczonka

Centrale, fondamentale in quest’opera è il personaggio di Senta che Adrianne Pieczonka affronta con una caratura vocale forse inadeguata ma con uno spessore artistico nettamente superiore al resto della compagnia.
Già nella ballata, affrontata con cautela a dire il vero e con qualche asprezza in acuto, l’artista ha offerto una buona prova, riuscendo a rendere la psicologia allucinata che caratterizza la figlia di Daland, e ha ottenuto il risultato senza gli isterismi ai quali spesso ricorrono i soprani impegnati in questa difficile parte. Allo stesso modo, senza calcare troppo la mano (la voce) la Pieczonka ha cantato bene in tutta l’opera, specialmente nel duetto con L’Olandese del secondo atto quando ha trovato accenti davvero interessanti, coinvolgenti.
La parte tenorile di Erik è una di quelle in cui è difficile emergere mentre il tonfo è sempre lì in agguato, in quanto la tessitura è micidiale, tutta “sul passaggio” come si suole definirla, e quindi gli acuti anche se non siderali risultano difficili e pesanti.
Michael König, dalla voce piuttosto senescente, rischia di strozzarsi (smile) un paio di volte nel primo duetto con Senta, ma alla fine ne esce onorevolmente.
Difficile valutare nei particolari l’accoglienza del pubblico, ma in generale almeno a giudicare dagli applausi sentiti per radio credo si possa parlare di un successone.
Recensione espressa, quindi come sempre se trovate qualche errore o imprecisione vi prego di segnalarmele.
Pubblicherò i link delle altre recensioni che, eventualmente, troverò in giro per il web.

Un saluto a tutti!

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12 risposte a “Recensione abbastanza seria di Der Fliegende Holländer dal Festival di Bayreuth: Christian Thielemann su tutti!

  1. daland 25 luglio 2012 alle 8:15 pm

    Va bene tutto, ma far passare per svizzero Thielemann vuol dire far salire lo spread a 700!
    Ciao!
    ps: concordo in massima parte…

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  2. Giorgio 25 luglio 2012 alle 9:01 pm

    Interessante l’interpretazione Thielemann, che, devo dire, mi ha sorpreso piacevolmente; ho amato particolarmente il fuoco dell’esecuzione di Bohm a Bayreuth tanti anni fa, ma stasera ho sentito qualcosa di diverso. Bello sentire un secolo di interpreti che citavi prima, ma non scimmittati, ma rielaborati in una visione del tutto originale.

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    • amfortas 26 luglio 2012 alle 6:49 am

      giorgio, mi fa piacere che tu abbia apprezzato e trovo che il tuo commento centri in pieno il punto. Thielemann si ispira, com’è ovvio che sia, a una linea interpretativa precisa, ma non si limita a riprodurre pedissequamente.
      Ciao e grazie!

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  3. carlo 26 luglio 2012 alle 1:48 pm

    D’accordo complessivamente su tutto. Attenzione però a Thielemann. Continuano a parlare di lui come di un direttore attaccato alla tradizione tedesca. Io lo trovo invece un interprete estremamente moderno, rispettosissimo del testo che indaga in ogni minimo dettaglio e con grandissime intuizioni musicali. Notevole è il suo senso del teatro che ha dimostrato anche in questo Olandese.
    Un solo rimprovero: è bene che lasci i Classici (Beethoven e compagni, per intenderci) a persone più esperte e specializzate di lui per non rischiare (qui sì per davvero) delle spiacevoli scivolate nel passato. Carlo

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  4. Giorgio 28 luglio 2012 alle 6:47 pm

    E’ quello che cercavo di dire; trovo importante che un direttore d’orchestra non dimentichi il passato. Qualsiasi “grande” è la summa dell’esperienza di decenni … e come dire che un grande scrittore del novecento non conosca o disconosca la letteratura dei secoli che lo hanno preceduto. La modernità sta proprio in questo, nel saper dire qualcosa di nuovo con una lieve traccia del patrimonio genetico di un secolo precedente. Ovviamente esistono splendide eccezioni a tutto ciò (penso ad esempio a Boulez, che tronca con tutte le possibili tradizioni),ma Thielemann per me fa parte della prima “categoria”, che apprezzo particolarmente !

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  5. pasquale 7 agosto 2012 alle 4:38 pm

    comunque c’è da sottolineare a mio avviso la differenza enorme tra la qualita orchestrale in primis la direzione Thielemann,e quella vocale,anche se in certi momenti il direttore ha mostrato qualche sintomo di rilassamento,certo che con una direzione del genere,e con questa l’orchestra si sarebberò anche le voci all’altezza sarebbe stata una recita storica

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  6. pasquale 7 agosto 2012 alle 4:40 pm

    corrige : …orchestra ci sarebberò anche delle …

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  7. amfortas 8 agosto 2012 alle 6:05 pm

    Ciao pasquale, ho gravi problemi di connessione qui in montagna, quindi mi limito a salutarti e ringraziarti per il passaggio. Ciao!

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