Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Tutto Beethoven al Teatro Verdi di Trieste per il secondo appuntamento della stagione sinfonica.

Dopo il buon esordio della scorsa settimana, il secondo appuntamento della stagione sinfonica triestina prevedeva una serata dedicata a Beethoven, di cui sono stati eseguiti due lavori non troppo frequentati: l’Ouverture Die Weihe des Hauses op. 124 (La consacrazione della casa) e l’Oratorio Christus am Ölberge op. 85, (Cristo sul Monte degli Ulivi).
L’Ouverture era già stata eseguita a Trieste in occasione dell’inaugurazione della Sala de Banfield Tripcovich, nel 1992.
La composizione è singolare ma di grande effetto anche spettacolare, soprattutto nel secondo movimento in cui le suggestioni e i riflessi haendeliani appaiono piuttosto palesi.
Mio fratello ci ha sentito anche molto Mozart, per esempio. Mio nipote non lo so, perché da quando gli ho regalato l’abbonamento alla stagione sinfonica non mi parla più (strasmile)!
Scritta nel 1822, e quindi coeva alla Nona Sinfonia e alla Missa Solemnis, l’opera è dedicata al Principe Sergej Galitzin ed è interessante perché rappresenta un unicum nella produzione del compositore tedesco. L’Orchestra del Verdi, diretta con gesto un po’ plateale ed enfatico da Wayne Marshall – molto amato dal pubblico triestino – si è ben disimpegnata mettendo in evidenza la compattezza della sezione dei fiati.
Subito dopo è stata la volta del più impegnativo oratorio, che porta un numero d’Opus elevato ma in realtà è un lavoro che risale al 1801, la cui partitura fu pubblicata ufficialmente solo nel 1811.
Anche in questo caso l’Orchestra del Verdi – affiancata dal magnifico Coro, diretto da Paolo Vero – ha fornito un’ottima prova. E se all’esecuzione, forse, è mancata un po’ di austera solennità, la responsabilità va cercata nei tempi piuttosto incalzanti imposti da Marshall.
La partitura prevede l’intervento di tre solisti i quali, nel complesso, hanno cantato piuttosto bene.

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In particolare è molto impegnativa – per durata e scrittura vocale – la parte del tenore, qui affidata al bravo Luciano Ganci – che ha sperimentato sulla propria pelle “il sadismo” di Beethoven (penso alla parte tenorile del Fidelio) nei confronti dei cantanti.
Dopo il primo recitativo, probabilmente anche perché affaticato dalla recita della sera precedente, l’artista è dovuto rientrare brevemente negli…spogliatoi prima di riapparire rinfrancato e affrontare il duetto con il soprano per chiudere poi con autorità la sua prova. Ben visibile ai suoi piedi una salvifica bottiglietta d’acqua (chissà magari è uno sponsor! Smile!).
Il soprano, che nella fattispecie era Paola Cigna, a parte qualche sovracuto un po’ ghermito ha confermato la buona impressione destata qualche mese fa nei panni della Gilda verdiana.
Buona anche la prestazione del basso Enrico Giuseppe Iori, autorevole nella sua breve ma drammaturgicamente rilevante parte.
Il pubblico – non particolarmente numeroso – ha applaudito con calore l’intera compagnia artistica e ha riservato un grande successo al Coro e al Direttore Wayne Marshall.
Qui a casa mia (cioè in questo blog) mi posso anche sbilanciare in un appello dal sapore un po’ campanilistico allo staff dirigenziale del Verdi: coccoliamoci la nostra Orchestra e il Coro, perché sono davvero compagini di buon livello ed è soprattutto da loro, col concorso di tutti gli altri lavoratori impegnati in teatro, che ci possiamo aspettare un rilancio delle sorti della fondazione. Facciamoli lavorare, in senso buono.
Credo (e spero) che questi artisti saranno apprezzati anche a Padova, dove daranno il loro contributo fondamentale per la buona riuscita del Nabucco di Giuseppe Verdi il 23 e 27 dicembre prossimi.
Un saluto a tutti!

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13 risposte a “Tutto Beethoven al Teatro Verdi di Trieste per il secondo appuntamento della stagione sinfonica.

  1. marinabo43 30 settembre 2012 alle 3:34 pm

    “Incalzante” per il tempo tenuto da Marshall è un eufemismo. Era un tempo sprint che ha tolto metà del pathos all’esecuszione e ha tirato il collo ai cantanti, e specialmente al coro. Basti pensare che la durata dell’esecuzione, che mediamente è di 55 minuti, è stata ridotta a poco più di 40

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  2. amfortas 30 settembre 2012 alle 8:06 pm

    Marina, sì hai ragione. Ieri invece ho trovato più in palla Marshall, credo che il repertorio del Novecento gli sia più congeniale.
    Ciao e grazie!

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    • marinabo43 1 ottobre 2012 alle 7:46 am

      Così mi dice, infatti, chi lo ha sentito anche l’anno scorso. Io vivo a Milano, e quindi la mia esperienza è limitata a questo concerto (prima e seconda serata), in cui il direttore mi ha molto delusa. Condivido gli altri commenti, sia sui solisti (mi spiace che tu non abbia sentito il tenore anche venerdì) sia sul coro e l’orchestra, davvero degni di nota.

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      • amfortas 1 ottobre 2012 alle 8:15 am

        Marina, conosco piuttosto bene Luciano Ganci perché l’ho sentito anche nell’Amico Fritz pochi mesi fa, proprio qui a Trieste, oltre che in varie registrazioni non ufficiali. Ha un bel materiale, è giovane, credo che in futuro potrà fare bene.
        Ciao!

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      • marinabo43 1 ottobre 2012 alle 8:40 am

        Io lo conosoco da quando è nato… come tenore, s’intende! Sono stata la prima a metterlo su un palcoscenico, in uno spettacolo in onore di Franco Corelli al Teatro delle Muse di Ancona, nel lontano 2007, e lo seguo da allora (ho visto anche due recite di Fritz). Credo molto in questo ragazzo, che oltre alla voce ha notevoli qualità personali di serietà e professionalità.

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      • amfortas 2 ottobre 2012 alle 8:25 am

        Marina, Ganci ha esordito in uno spettacolo in onore di Corelli? Impegnativo eh? 🙂 Ciao!

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      • marinabo43 2 ottobre 2012 alle 8:45 am

        Non solo ha esordito in uno spettacolo in onore di Corelli, ma è uscito da una selezione fra quasi 50 giovani tenori indetta proprio per quello spettacolo dall’allora “Associazione in onore di Franco Corelli” di cui all’epoca ero presidente. Al momento della prima audizione aveva solo 24 anni ed era già il più promettente… Pensa che in prova, quando cantò la Romanza del fiore, l’orchestra Rossini di Pesaro si alzò per applaudirlo. Se la storia ti interessa, quando verrò a Trieste (spero fra non molto, incrociando le dita…) posso raccontartela a voce!

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      • amfortas 2 ottobre 2012 alle 3:47 pm

        Marina, grazie per le informazioni. Se passi per Trieste contattami qualche giorno prima, che se posso ti vedo volentieri.
        Ciao!

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      • marinabo43 2 ottobre 2012 alle 3:53 pm

        Intesi. Spero entro gennaio! Ciao

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  3. Daniele Scarpetti 16 ottobre 2012 alle 9:06 pm

    Caspita! Questo post non lo avevo ancora letto e ora Paolo – giusto? – tu mi perdonerai ma se c’è da parlare di Beethoven non riesco proprio a frenarmi.
    Innanzi tutto una piccola precisazione: la data di nascita dell’Oratorio “Cristo sul Monte degli ulivi non è così certa. In realtà si propende più a pensare che la sua genesi -anche se Beethoven cominciò a pensarci e a lavorarci fin dal 1800 – sia avvenuta all’inizio del 1803 per poi essere presentato al pubblico il 5 aprile di quell’anno.
    Ma non è tanto di questo che ti voglio dire ma è sull’Ouverture “Die Weihe des Hauses” . Questo splendido gioiello che, come tu hai ben detto, è un unicum nel suo genere, nell’opera beethoveniana si riferisce solamente alla musica di Händel, il più grande dei compositori del passato per Beethoven – ma tale lo fu anche per Mozart – e in particolare alle sue musiche celebrative. Niente Mozart: mi spiace contraddire tuo fratello in questa opera, ma solo il grande compositore tedesco, naturalizzato inglese. Naturalmente il pezzo più forte dell’Ouverture è il magistrale Allegro fugato della seconda parte che rappresenta una tipica espressione dell’ultimo Beethoven. A ben pensarci l’operazione che Beethoven fece già con la sua Ottava sinfonia e poi anche con questa ouverture fu quella di ricercare e rinnovare il passato, un’operazione analoga a quella che un secolo dopo col nome di neo-classicismo, molti compositori del Novecento – fra cui spiccò la figura di Stravinskij – fecero.
    La morte del compositore di Bonn gli proibì di mettere nero su bianco le opere che aveva ancora in testa, ma si può ben dire con Carli Ballola che dietro alle « impressionanti architetture » di questa ouverture si profilavano, non tanto la Nona e la Missa Solemnis, ma l’Ouverture sul nome di Bach, un oratorio sullo stile händeliano e, soprattutto la Decima sinfonia che, in base a quegli abbozzi a noi rimasti avrebbe annunciato veri e propri cataclismi sonori.
    Grazie e di nuovo scusami per questa invasione fluviale che ho fatto!

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  4. Daniele Scarpetti 17 ottobre 2012 alle 12:24 pm

    Paolo, sono io che ringrazio te per questo complimento che mi fa onore.
    Ciao

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    • amfortas 17 ottobre 2012 alle 7:46 pm

      Daniele, figurati, qui nessuno è nato imparato, tanto per citare un altro grande 🙂 Ciao!
      P.S.
      Appena ho 5 minuti di tempo inserisco il tuo blog nella mia lista di preferiti, perché è davvero interessante: sarai in buona compagnia!

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