Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria di Der Kaiser von Atlantis di Viktor Ullmann.

Leggo sul nostro quotidiano, Il Piccolo, che è confermata la prevista “replica” di questo spettacolo e invito tutti coloro che hanno tempo e voglia a partecipare. L’ingresso è libero.
L’appuntamento è per martedì 2 ottobre alle ore 21.00 alla Risiera di San Sabba.

Succede che ogni tanto anche nella devastata Trieste si organizzi qualche manifestazione interessante, magari fuori dai consueti circuiti che veicolano quella robaccia che si chiama cultura.
Prima di cominciare la recensione dell’allestimento dell’opera lirica Der Kaiser von Atlantis (oder Die Tod-Verweigerung) di Viktor Ullmann su libretto di Peter Kien, credo sia indispensabile rispondere a un paio di domande.
La prima è “cos’è la musica concentrazionaria”?
In modo molto sintetico si può rispondere che è quella musica che è espressione della creatività in condizioni estreme, a dispetto delle restrizioni fisiche, della violenza anche psicologica, degli stenti. La musica come ultima espressione della dignità umana. E credo sia impossibile anche solo immaginare condizioni più estreme di quelle di un campo di concentramento. Nello specifico, quello di Theresienstadt, piccola località rurale nei pressi di Praga. Qui fu deportato Ullmann nel 1942, prima di essere poi spostato ad Auschwitz dove fu assassinato in una camera a gas, nel 1944.
Theresienstatd (Terezín) ha costituito una delle più grandi e tristemente famose mistificazioni del regime nazista nei confronti della comunità internazionale, perché questo lager fu fatto passare per una specie di “ghetto felice” o “città degli artisti”.
Nel 1944 un’ispezione della Croce Rossa non diede esiti negativi, perché l’amministrazione del campo riuscì in poco tempo a trasformare l’orribile luogo di morte e orrore in una virtuale cittadina modello, in cui addirittura si poté assistere all’esecuzione dell’opera Brundibar, scritta dal compositore ceco Hans Krása.
La seconda domanda è “cos’è la Risiera di San Sabba”?
La Risiera era un lager nazista – dotato di forno crematorio – che si trova a Trieste e dal 1965 è Monumento Nazionale.
L’idea – patrocinata tra gli altri dalla Regione Friuli Venezia Giulia e dalla Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste – era di allestire l’opera di Ullmann negli spazi della Risiera, per dare cruda concretezza alla conoscenza della Shoah attraverso l’Arte e la Cultura. E ce n’è bisogno, in tempi in cui subdolamente l’antisemitismo e il negazionismo dell’Olocausto – come un mefitico fiume carsico – rialza subdolamente la testa nei luoghi più impensati e nelle forme più sfuggenti.
Ne abbiamo conferma ogni giorno.
Purtroppo la variabilità del tempo meteorologico ha costretto gli organizzatori – immagino con quali affanni – a spostare la rappresentazione al Teatro Verdi di Muggia, cittadina a pochi chilometri da Trieste. Ma, lo anticipo subito, il 2 ottobre prossimo si dovrebbe recuperare la sede originale.
Ieri, nonostante il cambio di programma, il Verdi di Muggia era letteralmente gremito di spettatori e un plauso va all’amministrazione comunale muggesana che è stata pronta a fornire la disponibilità della sala in tempi brevissimi.
Nell’esaustivo libretto di sala, a cura di Alessandro Carrieri, il direttore Davide Casali sostiene – a ragione – che i compositori come Ullmann sono stati uccisi due volte: la prima dai nazisti e la seconda per l’oblio in cui è caduto il loro lavoro. Quest’opera, per esempio, è stata eseguita raramente e addirittura solo nel 1975, in Olanda, c’è stata la prima rappresentazione.
L’opera è strutturata in quattro quadri con un prologo, durante il quale sono presentati i personaggi e i Leitmotiv che li contraddistinguono, e un epilogo.
La trama si regge su di una specie di ossimoro: La Morte si rifiuta di uccidere. Tutto tornerà alla normalità solo quando il Kaiser acconsentirà a essere lui stesso la prima vittima di un nuovo corso che ripristinerà l’ordine naturale dell’esistenza.
Si tratta ovviamente di una grande metafora o allegoria, in cui la figura dell’Imperatore rappresenta chiaramente Hitler.
La regia di Lino Marrazzo è scabra, minimalista, ma non certo sciatta e le semplici scenografie di Endri Kosturi sono essenziali ma ben valorizzate dall’impianto luci di Samuele Orlando. Gli artisti sono tutti disinvolti sul palco e risultano efficaci nella caratterizzazione lunare dei singoli personaggi.
Probabilmente l’esito complessivo dello spettacolo ha risentito della sostanziale differenza di spazi tra la location originaria e l’angusta sistemazione del piccolo palcoscenico del Teatro Verdi, e a maggior ragione perciò credo che per una valutazione più completa sia indispensabile vedere l’allestimento alla Risiera.
Dal punto di vista strettamente musicale sono evidenti – e non potrebbe essere diversamente – le influenze di molti dei più famosi musicisti del Novecento: da Schönberg, del quale Ullmann fu discepolo, a Mahler. Su tutti però troneggia lo stile compositivo espressionista e lo spirito marcatamente satirico e sarcastico di Kurt Weill.
I cantanti sono chiamati a un cimento impegnativo, in quanto costretti a un continuo e teso declamato che solo in alcuni momenti – penso in particolare al duetto tra il Soldato e Bubikopf – si apre a moderati sprazzi melodici.
In questo contesto la prestazione dell’Orchestra Abimà, diretta con passione e coinvolgimento emotivo da Davide Casali è stata esemplare.
La compagnia di canto è risultata omogenea e tutti hanno interpretato in modo convincente i loro caratteri.
Qualche sbavatura di pura pertinenza vociologica non ha certo inficiato il risultato artistico complessivo, che mi è sembrato particolarmente rilevante nelle prove di Nicolò Ceriani (Kaiser), Giuliano Pelizon (Der Tod) e Dax Velenich (Ein Soldat).
Comunque meritevoli di elogio tutti gli altri cantanti: Karina Oganjan (Bubikopf), Francesco Paccorini (Harlekin), Martina Rinaldi (Der Trommler) e Hektor Leka (Der Lautsprecher).
Il pubblico, come ho detto all’inizio, ha affollato il teatro e manifestato grande entusiasmo per tutti, oltre che un’evidente soddisfazione per aver assistito a una serata di rilevante valore culturale e civile.
Segnalo inoltre che, meritoriamente, l’ingresso era gratuito.

Un saluto a tutti, a presto!

Der Kaiser von Atlantis oder Die Tod-Verweigerung op.49 di Viktor Ullmann sul libretto di Peter Kien

Nicolò Ceriani Kaiser Overall
Hektor Leka Der Lautsprecher
Karina Oganjan Bubikopf, ein Soldat
Francesco Paccorini Harlekin
Giuliano Pelizon Der Tod
Martina Rinaldi Der Trommler
Dax Velenich Ein Soldat
Regia Lino Marrazzo
Scene Endri Kosturi
Luci Samuele Orlando
Maestro Collaboratore Pierpaolo Levi
Direttore Davide Casali

Orchestra Abimà

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20 risposte a “Recensione seria di Der Kaiser von Atlantis di Viktor Ullmann.

  1. fabrizio 29 settembre 2012 alle 12:40 pm

    Un plauso alla recensione di Paolo! Aggiungo, avendo assistito allo spettacolo spinto originariamente soprattutto da un’istanza di “dovere civile”, che ho scoperto con stupore e commozione un lavoro di grande compiutezza musicale e drammatica, anche a prescindere dalle circostanze in cui fu composto e dalle connotazioni morali ed ideali che circondano il tragico destino del suo autore.
    In particolare mi hanno colpito le struggenti rimembranze della cantabilità mahleriana che percorrono alcuni numeri della partitura. Osservo inoltre, a favore della rappresentazione dell’altro ieri al Verdi di Muggia, che la location al chiuso, se ha tolto qualcosa probabilmente all’idea originaria dello spettacolo, ha esaltato i valori musicali del melodramma data la buona acustica dell’ambiente.
    Saluti, Fabrizio

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    • amfortas 30 settembre 2012 alle 8:43 am

      Fabrizio, al solito tu sei troppo buono con me!
      Comunque le tue osservazioni sono assolutamente pertinenti, sia sul valore assoluto dell’opera sia sulla questione dell’acustica. Gli spazi della Risiera probabilmente daranno quel quid emozionale in più, immagino. Spero di andarci, vedremo.
      Ciao e grazie!

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  2. principessasulpisello 29 settembre 2012 alle 4:36 pm

    post interessante ed educativo. Grazie

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  3. gabrilu 29 settembre 2012 alle 6:14 pm

    “cos’è la musica concentrazionaria”?

    In modo molto sintetico si può rispondere che è quella musica che è espressione della creatività in condizioni estreme, a dispetto delle restrizioni fisiche, della violenza anche psicologica, degli stenti. La musica come ultima espressione della dignità umana. E credo sia impossibile anche solo immaginare condizioni più estreme di quelle di un campo di concentramento.

    E già questo mi basta.
    E non mi interessa se quest’opera sia ritenuta capolavoro oppure no.

    Ogni tanto occorre anche (io credo) glissare il livello:
    Voglio dire: se si ha a che fare con musica estrema concepita ed eseguita in condizioni abnormi (prego apprezzare l’eufemismo) , forse anche i parametri criici di un ascoltatore (dilettante o professionale che sia) hanno da subir modificazioni.

    Altrimenti?

    Beh.
    Altrimenti ci abbiamo già Furtwangler, che discorsi.
    Quello s’è mica mosso di un ette.

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    • amfortas 30 settembre 2012 alle 8:52 am

      gabrilu, ti confesso che conoscevo nulla di questo compositore e che anch’io come l’amico Fabrizio sono andato a vedere lo spettacolo per una sorta di dovere civile.
      In realtà si tratta proprio di un’opera molto godibile, che ha niente da invidiare a lavori più famosi, tanto che ne auspicherei caldamente la rappresentazione anche in contesti più appropriati, tipo all’interno di un qualsiasi cartellone delle fondazioni liriche italiane. L’opera è breve, dura poco più di un’ora e sarebbe ideale per un bel dittico dedicato proprio a questo tipo di musica.
      Per rispondere alle tue domande quindi ti dico che, almeno a mio parere, i parametri sono gli stessi con i quali si valuta una qualsiasi opera del Novecento.
      Ciao e grazie 🙂

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  4. gabrilu 29 settembre 2012 alle 6:39 pm

    Detto tutto quello che ho detto prima, non è detto che questo tipo di audizioni non siano robe da noia inauduta.
    Il punto è soltanto (soltanto?!?) stabilire il parametro con cui vengon giudicate.

    Paramtro muiscale?
    Parametro politico?
    Paramtro unanistico?

    Diteci di che parametro perliamo, e potremo discuterere.

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  5. gianni 1 ottobre 2012 alle 8:53 pm

    Qualcuno ha lavorato bene e duro. Ma cos’era arlecchino nel cabaret tedesco tra due guerre? E’ stata fatta una ricerca? Registicamente non ce n’è traccia in scena. Comunque, complimenti. Tornerò alla Risiera. Qualcuno mi potrebbe fornire la traduzione?

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  6. amfortas 2 ottobre 2012 alle 8:24 am

    Gianni, non ho ben capito le tue domande, in che senso non c’ètraccia di Arlecchino in scena?
    Quanto alla traduzione, fose cercando in Rete qualcosa si trova, chissà.
    Ciao e grazie.

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  7. Gary Kosturi 2 ottobre 2012 alle 3:25 pm

    Buon pomeriggio e complimenti all’autore per la recensione. Questa sera alle 21:00 siete tutti invitati alla Risiera di San Sabba, luogo ideale nel rappresentare questa importante testimonianza. Per approfondire o ulteriori informazioni penso che potete contattare senza problemi il Dott. Alessandro Carrieri, consulente scientifico dell’Opera. alessandro.carrieri@gmail.com

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    • amfortas 2 ottobre 2012 alle 3:51 pm

      Gary, grazie. Purtroppo non potrò essere presente anche questa sera.
      Farebbero bene in molti a partecipare, invece, anche perché leggo che tra le chiavi di ricerca compare un “riserva di San Saba” in luogo di Risiera di San Sabba.
      Non so se ridere o piangere.
      Tra l’altro se tu o altri volete mandarmi qualche foto di stasera, mi fate un piacere: amfortasloge@tiscali.it
      Segnalo che la recensione è disponibile anche su OperaClick, lo dico perché lì c’è pure la possibilità di condividere la notizia tramite Facebook.
      Ciao e grazie.

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  8. alucard4686 2 ottobre 2012 alle 4:44 pm

    Stasera ci vado di sicuro ! Speriamo il tempo regga…

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    • gianni esposito 3 ottobre 2012 alle 9:33 pm

      Caro Paolo, sono sbalordito per la brutalità della tua incomprensione, o della tua superficialità. Non ho detto che non c’è traccia di Arlecchino in scena (ce n’è anche troppa); ma che non c’è traccia – nella regia – di una ricerca seria su Arlecchino nel contesto di Der Kaiser. (tempo, luogo, stilemi teatrali tedeschi, etc). Se fai un giretto su internet trovi, dalla edizione di San Diego a quella di Spoleto, diverse letture di un personaggio così problematico nella forma; ma mai in versione “arlecchinesca” (di maschera italiota).
      Spero sarai in grado di capire ciò che ho scritto. Senno’, fai domande!
      Ho rivisto l’opera ieri sera: Sono stato travolto da indignazione per le strutture pubbliche che hanno lesinato vergognosamente sul baget a disposizione degli artisti, e da amore-dolore per i cantanti e i musicisti che hanno dovuto operare in condizioni così difficili! Tutta la mia simpatia e solidarietà.
      Chi scrive è un esperto di “teatro povero”, avendo portato “L’eccezione e la regola” di Brecht su centottantasette piazze sarde nel 1967 a costo zero per i comuni. Ciao.

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      • amfortas 3 ottobre 2012 alle 10:30 pm

        Gianni, tu accusi me di brutalità? Mi sono limitato a scrivere – gentilmente – che non avevo inteso il senso della tua domanda.
        I lettori valuteranno l’opportunità della tua risposta.

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  9. gianni esposito 5 ottobre 2012 alle 2:20 pm

    Caro Paolo, ora sì che sono sconfortato circa la sostanza e le finalità di questa tua “rubrica”. Ma – evidentemente – mi posso sbagliare. Parliamone: Non ti conosco. Dammi qualcosa che aiuti la mia fiducia, che non sia solo un freddo rintuzzare una mia espressione probabilmente infelice (e certamente troppo aggressiva per le orecchie di una compagnia così gentile)………A me sembra che ti limiti a ribattere in base a quanto la forma del mio intervento abbia turbato il tuo ego; (così come io ora difendo il mio ego dalla tua stizzosa precisazione e dal tuo demandare una supposta sentenza a un supposto tribunale di lettori. Ovviamente, anch’io sono imperfetto.)
    Perché non la piantiamo? Perché non entri nel merito dell’argomento, invece di dilettarti di un “bisticcio” che non attiene in nulla alla cultura teatrale ma solo a ipotesi caratteriali? Perché, avendo – spero – compreso il mio argomentare a proposito di Arlecchino, non vi aggiungi o opponi il tuo? Perché non si cerca una più profonda comprensione – tu da critico, io da regista e attore – circa l’enorme difficoltà (o forse l’errore di impostazione degli autori) del personaggio Arlecchino? E nulla dici della vergogna di un finanziamento così esiguo? E nessun interesse hai per la mia esperienza, sul campo, di teatro povero? Non ti interessa? O pensi che io l’abbia millantata? Non nasce in te alcuna attenzione per il mio entrare, con una qualche personalità e senza ipocrisia, nella tua stanza? Non ti nascono umane domande (umane quanto un bisticcio, ma a un miglior livello) quali “chi è costui, a che titolo parla, possiamo intrecciare la nostra esperienza alla sua?” Spero in una risposta che sia una apertura. Non siamo in molti ad amare il teatro. Vogliamo bisticciare? Con amicizia, Gianni.

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    • amfortas 5 ottobre 2012 alle 3:45 pm

      Gianni, non sono affatto turbato, è impossibile che mi possa turbare per un commento in questo spazio. Però la forma in alcuni casi è sostanza, e questo è uno di quei casi. Non si tratta di essere stizzosi, bensì di trovare un modo di comunicare.
      Ma comunque non è mia intenzione alimentare ulteriori polemiche.
      E sono interessato, certo, alla tua attività di regista e attore.
      Non saprei imputare alcun errore d’impostazione degli autori in merito al personaggio di Arlecchino, però leggerei volentieri le tue argomentazioni.
      Sui finanziamenti ho ben poco da dire, a me sembra già un miracolo che, per quanto parchi – ma non ho cifre a disposizione – codesti finanziamenti esistano e permettano l’allestimento di uno spettacolo dignitosissimo.
      Come ho già scritto credo che quest’opera meriti un inserimento nel cartellone di una stagione ufficiale di qualche fondazione lirica, perchè no, anche a Trieste. La vedrei bene affiancata ad altro lavoro sempre nell’ambito della musica concentrazionaria, magari composta proprio a Theresienstadt. So però che la situazione economica dei teatri è tragica, e faccio fatica perciò a immaginare un sovrintendente che proponga titoli così impegnativi e soprattutto poco remunerativi dal punto di vista dello sbigliettamento.
      Ciao.

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      • fabrizio 5 ottobre 2012 alle 10:46 pm

        Caro Paolo,
        sull’ultima tua osservazione, se permetti, la penso un po’ al contrario. Proprio su tematiche di così forte originalità un ente lirico come il Verdi dovrebbe avere l’intraprendenza di inserire uno spettacolo in una regolare stagione d’opera costruendo un “evento” culturale di ampio respiro, come del resto questa ripresa del Kaiser von Atlantis avrebbe pienamente meritato, organizzando una tavola rotonda, una mostra od altro. Non credo sarebbe tanto difficile attirare a Trieste un pubblico trasversale intorno ad un tema così pieno di drammatiche implicazioni soprattutto per la nostra latitudine storica e geopolitica, prima ancora che musicale – in fondo, quanto si è rarefatta e impoverita la presenza di titoli di musicisti di area mitteleuropea nelle nostre programmazioni, quanto ci sarebbe ancora da recuperare e riproporre, in linea con quanto fanno ogni tanto addirittura teatri italiani (che forse Die Gezeichnete o Der Koenig Kaundaules non sarebbero più centripeti a TS che non ad es. a Palermo!?)
        Ciononostante, la mia speranza che spunti qualcosa di nuovo in questo senso è dura a morire!
        Un saluto, Fabrizio

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      • amfortas 6 ottobre 2012 alle 7:30 am

        Fabrizio, sai bene che la penso anch’io come te, forse mi sono spiegato male. Volevo dire che spettacoli come questo sono senz’altro auspicabili proprio perché potrebbero fare parte di un cartellone di rottura, che si smarca dalla programmazione degli altri enti lirici, ma che credo che sia difficile che si concretizzi una simile possibilità. La speranza tua è anche la mia.
        Ciao, a presto!

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