Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Ultimo appuntamento con la Stagione Sinfonica al Teatro Verdi di Trieste: proposto un giovane Ferruccio Busoni.

Sabato mattina è stata presentata la Stagione Lirica 2013 del Teatro Verdi di Trieste.
Alla fine della conferenza stampa ho espresso la mia insoddisfazione, con un intervento che probabilmente è stato mal interpretato e che mi pare di capire abbia creato qualche malumore. Oppure mi sono espresso male io, tengo in considerazione anche questa ipotesi.
Nei prossimi giorni mi riprometto perciò di scrivere un post – che era in programma comunque, come da tradizione consolidata (che ne dite? L’anno scorso non scrissi proprio stupidaggini, vero?)… – in cui spiegherò, nello specifico, i motivi del mio disappunto.

Intanto è giusto dare spazio all’ultimo atto della Stagione Sinfonica.
Con la prima rappresentazione in epoca moderna del poema campestre (altrove indicato come cantata) “Il sabato del villaggio” su poesia di Giacomo Leopardi per solisti, coro e orchestra di Ferruccio Busoni, si è conclusa la Stagione Sinfonica 2012 al Teatro Verdi di Trieste.
La Staatsbibliothek di Berlino, proprietaria e depositaria del manoscritto “Il sabato del villaggio” di Busoni, ha aderito al progetto del Verdi di Trieste autorizzando la prima edizione critica e la revisione dell’opera a cura di Marco Taralli.
Al contrario degli appuntamenti precedenti, il pubblico non è stato particolarmente numeroso ai due concerti, specialmente alla prima di venerdì scorso. Forse il tempo incerto, o lo scarso appeal di un repertorio desueto, hanno tenuto lontano anche parecchi abbonati.
Dal mio punto di vista è un peccato, non tanto per il valore intrinseco del lavoro di Busoni, quanto perché si ripropone una certa idiosincrasia del pubblico triestino più tradizionalista ad aprirsi al nuovo, anche quando – come in questo caso – la novità ha il profumo delle nostre terre.

Ferruccio Busoni

Ferruccio Busoni, infatti, è figlio di una triestina (Anna Weiss) e la sua formazione professionale avvenne tra Graz e Vienna, il cuore della Mitteleuropa, quindi.
Scrive Roman Vlad che Busoni fu talmente noto come pianista che la sua attività di compositore ne fu offuscata. Certo è che sue trascrizioni bachiane sono universalmente conosciute, mentre questo Sabato del Villaggio vanta due sole esecuzioni precedenti: a Bologna nel 1883 e a Lipsia nel 1929.

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Alla testa dell’Orchestra del Verdi, come sempre puntuale e precisa, c’era Donato Renzetti, che tornava a Trieste dopo la fortunata Bohème di qualche mese fa. E, anche in quest’occasione, il direttore ha confermato di essere una personalità artistica di spicco, guidando con grande compostezza e autorità i complessi del Verdi.
L’opera, che a mio parere soffre di una certa frammentarietà, prevede quattro solisti, che si sono tutti disimpegnati in modo egregio in parti piuttosto spigolose, di poca attrattiva melodica: il soprano Erika Grimaldi, il contralto Eufemia Tufano, il tenore Roberto Iuliano e il basso baritono Nicolò Ceriani, artista poliedrico la cui prova va sottolineata per incisività.
Molto bene il Coro, preparato da Paolo Vero.
Simpatico siparietto dopo i primi applausi finali: Donato Renzetti ha chiamato al proscenio due artisti del Verdi che hanno raggiunto l’obiettivo della pensione, che rimane per i più una specie di chimera.
Un motivo in più per concludere festosamente questa fortunata stagione sinfonica, che ha visto un netto aumento delle presenze rispetto agli anni scorsi – come ha notato Renzetti molti i giovani in sala – e ha raccolto ovunque pareri positivi sia per i titoli proposti sia per la qualità delle esecuzioni.

Un saluto a tutti, a presto.

Ferruccio Busoni
Il sabato del villaggio, poesia di Giacomo Leopardi posta in musica per soli, coro e orchestra
Edizione e revisione della Fondazione Lirica Giuseppe Verdi di Trieste a cura di Marco Taralli
Soprano Erika Grimaldi
Contralto Eufemia Tufano
Tenore Roberto Iuliano
Basso Nicolò Ceriani
Direttore Donato Renzetti
Maestro del Coro Paolo Vero
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste
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2 risposte a “Ultimo appuntamento con la Stagione Sinfonica al Teatro Verdi di Trieste: proposto un giovane Ferruccio Busoni.

  1. fabrizio 28 ottobre 2012 alle 9:37 pm

    Caro Paolo,
    ho osservato con rammarico anch’io, nella replica di sabato, una vera debâcle per quanto riguarda le presenze nelle zone “alte” del teatro- quelle di cui ho dimestichezza …- , dove anche la presenza giovanile era stranamente scarsa rispetto ai concerti delle ultime settimane.
    Peccato, perché se il pubblico è stato respinto a priori dall’idea di un’opera dal linguaggio difficile e scostante, nulla di più lontano da ciò si può trovare in questo lavoro di un Busoni diciassettenne, in cui circola, almeno per le mie orecchie, un’atmosfera spiccatamente operistica con evidenti agganci alla tradizione italiana in quella fase di transizione degli ultimi decenni dell’800, un’aria vagamente scapigliata, boitiano-ponchielliana, ma anche irrorata, in certi giri di frase, da sprazzi di melodicità molto vicina, ad es., a quelli del ciclo della Canzone dei ricordi di Martucci (di soli 5 anni più tarda).
    Probabilmente Busoni possiede già in questa fase un’intelaiatura contrappuntistica molto solida, che guarda alla tradizione tedesca, e che forse applica in maniera un po’ scolastica frammentando fortemente la trascrizione musicale del testo leopardiano nelle rifrazioni delle battute fra voce solista e riprese corali, quasi nella tradizione della musica sacra – e questo sicuramente raffredda un po’ il pathos nativo della lirica leopardiana, diluendolo alquanto.
    Tuttavia, oltre all’interesse per una rarità che forse si sarebbe giovata di una maggiore pubblicizzazione, la composizione in sé si è rivelata estremamente godibile e di presa immediata all’ascolto.
    Un caro saluto,
    Fabrizio

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  2. amfortas 28 ottobre 2012 alle 9:50 pm

    Fabrizio, ciao!
    Sono abbastanza d’accordo con te, soprattutto quando evochi l’accoppiata Boito/Ponchielli. E anche, come ho scritto, sulla frammentarietà di certi momenti per i quali hai trovato l’aggettivo giusto che è mancato a me: scolastici.
    Quanto all’interesse del pubblico, io e te stiamo facendo la parte dei Don Chisciotte: le Carmen, le Tosche sono alle porte. Ne riparleremo, ciao!

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