Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La stagione operistica 2013 del Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione a latere ed estrazione di piccolini sassolini dalle scarpe.

Sabato scorso si è svolta la presentazione della stagione lirica e di balletto 2013, o meglio, della quota parte che è di competenza dell’attuale staff dirigenziale e cioè da gennaio a giugno 2013: sono sei titoli operistici e un balletto.
Liquido subito l’argomento danza, che m’importa relativamente: si tratta di una proposta originale prevista per il giugno 2013, un dittico composto da La tragédie de Salomé su musica di FlorentSchmitt e Apollon musagète di Igor Stravinskij. Coinvolta nella coproduzione, oltre alla fondazione lirica triestina, la Compagnia di Ballo del teatro Mariinskj di San Pietroburgo, che in queste cose è garanzia di qualità e professionalità.
Prima di passare al resto è giusto dare rilievo alla buona notizia e cioè che ci sarà una stagione operistica, il che era tutt’altro che scontato, vista la contingenza economica generale e i persecutori, ignobili e continui tagli ai finanziamenti per la cultura operati dallo stato (minuscolo, non a caso) e quindi dalla regione. Lo stesso giorno della conferenza di presentazione, sul quotidiano locale c’era la notizia di un altro taglio di ben 1.250.000 euro.
Quindi capisco benissimo – mica sono idiota – che si tratta di fare le nozze con i fichi secchi o quasi.
E, di conseguenza, grande applauso a tutti, soprattutto alle maestranze che avranno fatto sacrifici economici notevolissimi, ma anche a chi è riuscito a far quadrare i conti in qualche modo.
Altra buona notizia, quest’anno non ci saranno due cast per ogni opera ma uno soltanto – negli anni scorsi le differenze di qualità tra il primo cast e quello alternativo sono state anche stridenti, e penalizzare alcune fasce di abbonati non ha senso – e sarà garantita immagino la presenza dei cover per le prime parti, che a turno si esibiranno in una delle recite previste.

I titoli:

1)      Il Corsaro di Giuseppe Verdi, gennaio 2013

2)      Carmen di Georges Bizet , febbraio 2013

3)      Macbeth di Giuseppe Verdi, marzo 2013

4)      The Rape of Lucretia di Benjamin Britten, marzo 2013

5)      La Clemenza di Tito di W.A.Mozart, aprile 2013

6)      Tosca di Giacomo Puccini, maggio 2013

Si nota subito che manca Wagner nell’anno del bicentenario, ma sembra che sarà allestito un titolo nella seconda metà dell’anno, sperando che non sia il solito Olandese volante che è programmato dalle Alpi alle Piramidi. Aspetto fiducioso, quindi.
Sono onorati giustamente Verdi – il Corsaro debuttò a Trieste – e Britten (in pochi lo ricordano, ma è anche il suo centenario dalla nascita). C’è la novità della Clemenza di Tito, mai rappresentata a Trieste.
Ora, qual è il problema? A mio parere, lo stesso dell’anno scorso e infatti non faccio altro che ricopiare quello che scrissi in occasione della conferenza stampa 2012.

Per me sarebbe stato molto più produttivo, anche in termini economici, puntare a un cartellone di “rottura”, che smarcasse Trieste dall’ennesima programmazione fotocopia (anzi, brutta copia) scontata e identificasse il teatro triestino per originalità di scelte.
Un’opzione che non necessita di risorse enormi, se determinata con criterio, e che avrebbe garantito l’attenzione dei media e l’affluenza di appassionati da fuori città. Un’operazione, questa sì, culturale e lungimirante nel senso più ampio, che avrebbe aperto all’esterno, incuriosito e, magari proponendo qualche titolo del 900, avvicinato davvero un pubblico più giovane all’opera che garantirebbe quel ricambio generazionale così indispensabile.
Non mi metto neanche a citare titoli, ce ne sono un’infinità, anche in un’ottica di risparmio che limiti le prime parti, che pesano sulle esangui casse dei teatri.

Perché programmazione fotocopia? Perché, per fare un esempio, il Macbeth si propone in altri teatri italiani. Bologna, Verona, Reggio Emilia, Firenze, Genova e Jesi (negli ultimi due casi con lo stesso allestimento di Trieste). Anche The rape of Lucretia è rappresentato a Reggio Emilia e a Firenze. La Carmen a Torino, la Tosca ovunque, ultimamente a Brescia e Cremona.
Quindi, dal mio punto di vista su sei titoli solo due (Corsaro, che peraltro a Trieste abbiamo visto una decina di anni fa circa) e Clemenza di Tito sono appetibili.
Questo significa, a mio parere, una stagione deludente.
Poi, nello specifico, possiamo parlare dei cast e degli allestimenti.
Prendiamo la Carmen che è quella che vidi al Maggio Fiorentino qualche anno fa, a firma Carlos Saura, regista cinematografico prestato alla lirica. Beh, avevo preparato una rassegna stampa con le critiche all’allestimento di firme prestigiose (non Paoli Bulli qualsiasi) ma poi sembra che si voglia girare il coltello nella piaga. Chi vuole si informi. Aggiungeteci che è uno spettacolo pensato per il palcoscenico del teatro comunale di Firenze, che è “leggermente” più ampio di quello triestino e, di conseguenza, dovrà essere riadattato. Di solito la qualità non migliora, in queste situazioni.
Per quanto riguarda il Macbeth e la Tosca sono due allestimenti storici, che si sono già visti davvero tante volte in tutta la penisola: va detto però che sono di buon livello, o almeno io li valuto così.
Perciò che riguarda i cast, felicissimo di rivedere i direttori Gianluigi Gelmetti e Donato Renzetti, perché sono artisti di valore e – da non sottovalutare – mi pare siano ben visti dai professori d’orchestra.
Beh, ma stiamo parlando di lirica no? E i cantanti?
Parecchi dei nomi che sono stati resi noti suscitano perplessità per i motivi più disparati. Alcuni perché impegnati fuori dal loro repertorio di elezione, altri invece perché evidentemente fuori tempo massimo rispetto all’impegno richiesto, altri ancora perché affrontano parti superiori alle loro capacità tecniche. Una ristrettissima minoranza fa ben sperare in prestazioni all’altezza del Teatro Verdi di Trieste.
Però siccome i cantanti si valutano dopo le recite e non prima, è un discorso che può essere capzioso.
Io sono sempre sufficientemente sereno per dare risalto a prove buone anche quando sono inaspettate, quindi ne riparleremo a tempo debito e spero positivamente.
In attesa di sapere quali artisti completeranno i cast, la situazione oggettivamente è questa. Una cosa è certa, la disponibilità economica del Verdi non è tale da farmi pensare che saranno ingaggiati artisti di reale valore internazionale, di quelli che creano l’evento per l’elevato livello artistico.
E allora mi pare ragionevole pensare che non saranno tantissimi gli spettatori attratti dalla proposta del Teatro Verdi che verranno da altre città italiane o dall’estero.
Siccome ho la sensazione che nei prossimi anni, nella migliore delle ipotesi, la situazione economica rimarrà uguale a quella di quest’anno allora sarebbe bene pensare a programmazioni più originali, che significa titoli desueti del repertorio italiano e mitteleuropeo in particolare che magari non hanno bisogno di cast stellari e costosissimi per suscitare la curiosità degli appassionati e dei media tradizionali e alternativi.
Chissà, si potrebbe così convincere il nostro quotidiano a dare spazio all’opera lirica almeno quanto ne dà alla casalinga più brava a preparare le “patate in tecia” o addirittura al concorso di bellezza Miss Topolini. Certo, non tanto quanto all’olimpiade della clanfa, mica siamo pazzi sognatori, cerchiamo di stare con i piedi per terra.

Spero di essermi spiegato.

Una cosa mi pare giusto ribadire a chi si è fatto venire un piccolo mal di pancia per il mio critico intervento pubblico di sabato scorso.
Non faccio parte di un ufficio stampa, né del Teatro Verdi di Trieste né di altri teatri e quindi l’approvazione incondizionata e acritica sulle iniziative e programmazioni del teatro non rientrano nelle mie competenze.
Il mio unico dovere è di essere onesto nei confronti di me stesso e dei miei happy few (si fa per dire) qui sul blog e con le varie migliaia di lettori su OperaClick.
Ribadisco perciò che il mio disappunto non è premeditato ma meditato, non nasce dal pregiudizio ma dal giudizio e soprattutto non è “contro” qualcuno o qualcosa ma, semmai, vuole essere di contributo costruttivo.

Un saluto a tutti, a presto.

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33 risposte a “La stagione operistica 2013 del Teatro Verdi di Trieste: qualche considerazione a latere ed estrazione di piccolini sassolini dalle scarpe.

  1. enrico 30 ottobre 2012 alle 6:15 pm

    Anch ‘io sono rimasto sorpreso dai titoli triti e ritriti . Cosa serviva Tosca? Era meglio Tabarro o Manon che alcuni anni fa è stata maltrattata da Oren . E per Verdi perchè non i Lombardi che mancano da 50 anni? E perche’ non dare Mefistofele o Gioconda che attirerebbero pubblico e mancano da decenni. Bah è la solita minestra.
    spero che per wagner si ricordino del rienzi p perché no del Diritto di amare. Staremo a vedere.

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    • fabrizio 30 ottobre 2012 alle 9:12 pm

      … Io, invece, non mi illudevo affatto che venisse corretto il consueto difetto della programmazione del Verdi, ovvero prescindere completamente – o quasi – da ogni memoria storica sugli spettacoli allestiti dall’ente.
      Se sono contentissimo che vengano finalmente proposti Clemenza di Tito e Rape of Lucretia, non posso fingere di dimenticare che gli altri 4 titoli mancano dal Verdi al massimo da 15 anni (Il corsaro), e in media da molti ma molti di meno.
      Parrebbe che gli organizzatori del Verdi siano incapaci di dare una scorsa agli archivi delle stagioni operistiche dell’ente, e soppesare con un po’ di maggiore oculatezza le proposte, dando spazio, anche all’interno del repertorio, a qualche titolo assente dalle nostre scene da tempi un po’ più lunghi.
      Esempi non ne mancherebbero … Forza del destino manca dall’84, Elektra dal’77, Favorita e Guglielmo Tell dal ’64 … e non mi pare si possano proprio definire delle rarità.
      Quanto al Verdi anni galera, per un Corsaro che viene ripescato per ben 3 volte in 40 anni (a partire dal’72), nessuno sembra accorgersi che per tutto il ‘900 o quasi non sono mai stati rappresentati a Trieste Giovanna d’Arco o Masnadieri , tanto per dirne alcuni.
      Mi rifiuto di credere che sia solo ragione di economie di gestione – Carmen o Macbeth non sono propriamente “opere da camera” dal punto di vista dell’impegno esecutivo – ma rilevo proprio un’opacità rispetto ad uno sguardo storico di lungo periodo.
      Se non teniamo conto che un teatro non è solo un contenitore neutro e intercambiabile, ma significa anche uno snodo di tradizioni, di memorie, di confronti che si estendono nell’arco della continuità, con un occhio d riguardo ad un pubblico stanziale o comunque circoscritto ad un’area geografica abbastanza precisa, allora forse diamo ragione a chi preferirebbe concentrare tutta l’offerta operistica in pochi e privilegiati punti di grande richiamo massmediologico e demolire o adibire ad altro i teatri di tradizione (tanto su Youtube arriva tutto …!!!???)
      Chiedo scusa a Paolo per lo sfogo stagionale … saluti,
      Fabrizio

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      • amfortas 31 ottobre 2012 alle 8:51 am

        Fabrizio, non ho molto da aggiungere alla tua perfetta disamina e poi so benissimo che io e te siamo in sintonia. A dire il vero non ricordo neanch’io una Giovanna d’Arco, bisognerebbe cercare nell’archivio del teatro.
        Il discorso del contenitore è uno dei miei incubi. Certo, così potremmo poi dire come i nostri amici furlani che a loro bastano 19 dipendenti per mandare avanti un teatro e contare sull’accondiscendenza dei politici, che hanno paura che se alziamo la voce i furlani in capo ci levino anche quelle bricole che ci elargiscono con tanta magnanimità.
        Intanto io ieri sono andato a vedremi la Iolanta in forma di concerto, a Lubiana: con Anna Netrebko.
        Ciao e a presto.

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    • amfortas 31 ottobre 2012 alle 8:42 am

      enrico, sono d’accordo sui titoli ma, per esempio, Gioconda e Mefistofele richiedono tante prime parti e quindi sono costose, costosissime, per non parlare del fatto che oggi trovare interpreti adeguati, soprattutto per Gioconda, è molto difficile.
      Ovviamente per Wagner intendevi “Il divieto di amare” (Das Liebesverbot), che potrebbe essere papabile, a quanto mi risulta.
      Rispondo anche al tuo secondo intervento: sì, la Fanciulla è costosissima proprio perché sul palco c’è uno stuolo di cantanti.
      Ciao e grazie.

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  2. alucard4686 30 ottobre 2012 alle 9:18 pm

    Una domanda iniziale: ma la conferenza era pubblica o solo per i giornalisti? Io ci sarei venuto volentieri, come l’anno scorso, ma sul sito non c’era nessun annuncio (che, sempre l’anno scorso, c’era). Credo che gli appasionati si sarebbero sentiti partecipi, o almeno, io mi sarei sentito partecipe alla vita del teatro.

    Poi: come non amarti (platonicamente) per quello che dici?
    Sembrerò lecchino, ma la tua analisi mi sembra la più logica e ovvia. Non capisco che ragionamenti abbiano fatto coloro che hanno deciso i titoli.
    Tanto la maggioranza del pubblico triestino si è visto che diserta le Francesche da Rimini tanto quanto le Bohéme… almeno si attiri gente da fuori.
    Poi Tosca… io non l’ho mai vista a teatro, ma con quel cast non è che mi attragga…Si poteva fare Fanciulla, di cui ricorreva il centenario l’anno scorso. Poi niente belcanto ! Come mi ha detto Aspasia: PAZZI ! Si poteva fare una Semiramide con la Ganassi che l’anno scorso non l’ha potuto debuttare (ne dico una, ma basterebbe interessarsi d’opera per fare qualcosa di interessante, credo).
    I miei deliri potrebbero continuare, ma magari te li riferirò a voce 🙂

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    • enrico 30 ottobre 2012 alle 9:39 pm

      Giovanna d’arco é stata rappresentata nel 1971 con la Ricciarelli ! I Masnadieri sono a Venezia. Sapete quanto costa una Fanciulla?

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    • amfortas 31 ottobre 2012 alle 8:57 am

      Alu, non so risponderti sulla conferenza stampa, ma credo fosse pubblica, di solito lo sono. Sembra che tra il quotidiano e il teatro tiri aria di crisi, quindi forse il Piccolo “si è dimenticato” di dare la notizia. In effetti al one man show di Attila Calenda c’era il sold out, come ricorderai bene.
      Sul pubblico la penso come te, quella parte che se ne va al Samson o che non viene neanche per la Bohème non dovrebbe più essere considerata come determinante per le scelte artistiche, anche perché il mondo va in altra direzione.
      A presto e salutami Aspasia, che immagino stia gorgheggiando il suo disappunto 🙂
      Ciao e grazie.

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      • alucard4686 31 ottobre 2012 alle 1:57 pm

        Io però parlavo proprio del sito del teatro, dove l’anno scorso c’era il comunicato. Vabbè, forse è pretendere troppo, visto che il sito mi pare gestito maluccio 🙂
        La Fanciulla era un esempio, anche se sbagliato, perdono. Ma mi vanno bene anche le Villi. Il concetto era: fate qualcosa di poco frequentato.
        Porterò i saluti, ma forse vediamo se si manifesterà a riferire il disappunto ! Hihi

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      • amfortas 31 ottobre 2012 alle 7:31 pm

        Alu, il sito – opinione mia – più che gestito male è abbandonato e si limita all’indispensabile, credo perché oggi la fondazione ha altre priorità. Per quanto riguarda la Aspasia una e trina, come vedi si è manifestata!
        Ciao 🙂

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  3. Francesca (altrimenti detta Fiordiligi o Aspasia) 31 ottobre 2012 alle 6:40 pm

    Mi fischiavano le orecchie oggi pomeriggio, ora capisco perché ;).
    In realtà sto gorgheggiando, ma non solo di disappunto, per questa stagione del nostro amato “Verdi”. Già scoprire che non avremo Rigoletto, Traviata, Trovatore o Aida in cartellone mi ha fatto fare dei salti di gioia non indifferenti. Poi ho visto che avremo la Clemenza di Tito e per 5 minuti non c’ho visto più. Mi sono calmata alla svelta, ma l’emozione di avere una delle mie opere preferite a pochi chilometri da casa è stata grande (anche perché ero convinta che mai nella vita a Trieste si sarebbero sognati di proporre un titolo che in buona parte del mondo è pressoché di repertorio)!
    Esaminando la stagione titolo per titolo posso dire che:
    – Corsaro: è vero, l’ultima rappresentazione risale al 1998, ma non è un titolo inflazionato come quelli che ho nominato prima, e il fatto che la sua prima assoluta sia avvenuta proprio a Trieste mi fa pensare che questa sia sostanzialmente una decisione azzeccata (vedremo poi il cast).
    – Carmen: già vista nel 2004 a Trieste. Io avrei aspettato qualche altro anno per riproporla. Dubito che arriveranno corriere di appassionati da mezz’Europa per vederla (a meno che non venga Kaufmann a cantarla, ma ho i miei dubbi…). Se proprio si voleva un titolo francese, sempre restando nel catalogo di Bizet, si poteva puntare su Djamileh o sulla Jolie fille de Perth. Lo so, chiedo troppo, ma sono opere mai rappresentate a Trieste e poco anche… “in altri siti”.
    – Macbeth: già visto nel 2005. Per me si potrebbe benissimo evitare il secondo titolo verdiano in stagione (anche il primo, se devo dirla tutta…), ma visto che c’è da celebrare la gloria nazionale, che secondo Verdi sia. Magari, però, avrei gradito qualcosa di diverso. Ad esempio Luisa Miller manca da Trieste del 1990, Aroldo dal 1954, Alzira non si è mai vista…
    – The rape of Lucretia: anche se viene messo in scena da due altri teatri italiani, almeno è un titolo nuovo per Trieste, ma temo che se lo godranno pochi intimi…
    – Clemenza di Tito: assurdo che si sia dovuto attendere il 2013 per vederla a Trieste. Per me si tratta di un assoluto capolavoro. Il difficile è trovare un cast all’altezza. Vitellia è un ruolo mostruoso, a mio avviso, la parte è estesa sia in alto che in basso, richiede buone agilità e un temperamento notevole. Trovare un tenore adatto a Tito, forse, è ancora più difficile. Io, avendo ascoltato (credo) tutte le incisioni ufficiali disponibili, non ne ho ancora trovato uno che mi soddisfi…
    – Tosca: è INUTILE. L’abbiamo vista non più tardi di 5 anni fa. Non mi pare che ce lo ordini il medico di avere un Puccini OGNI ANNO. Per una volta, si poteva pure saltare. Come ha detto Alucard (citando me, quale onore!), si poteva fare un titolo di belcanto. Senza andare a pescare titoli assurdi (ma anche sì, volendo) si poteva puntare sui Capuleti e Montecchi, magari impiegando la triestina Daniela Barcellona nel ruolo di Romeo…

    Mi sono assai dilungata… Mi perdoni?
    Ciao!

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    • amfortas 31 ottobre 2012 alle 7:38 pm

      Francesca, hai detto tutto tu, non ho molto da aggiungere anche perché conosco la tua idiosincrasia per Verdi 🙂
      Perciò che riguarda la Clemenza di Tito, ne parlavo l’altro giorno con Gianni Gori: un Tito clemente – per quanto possa sembrare incredibile – a Trieste suona male a certe orecchie. Se vuoi possiamo scommettere che lazzi e cachinni si sprecheranno anche in questa occasione :-), ma non accettare la scommessa, perderesti di sicuro!
      Comunque, i tuoi suggerimenti sono ottimi quindi, deh ti perdono 🙂
      Ciao e grazie.

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  4. fabrizio 31 ottobre 2012 alle 7:46 pm

    A Paolo,
    beh, credo che una Iolanta unita ad una Netrebko a Lubiana meritino bene un thread apposito!!!
    Con un po’ d’invidia … peccato che i mezzi di trasporto per Lubiana siano praticamente inesistenti, su questo piano la cortina di ferro in questi ultimi anni è più rigida che mai.
    Spero di leggere presto la tua recensione, saluti
    Fabrizio

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    • enrico 31 ottobre 2012 alle 9:08 pm

      Non bisogna andare molti anni addietro per trovare proposte interessanti lakme dinorah ma anche smareglia wolferrari sono spariti. Perché non proporre Catalani o una Mignon ?

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      • amfortas 1 novembre 2012 alle 10:08 am

        Enrico, beh, hai ragione. Come già ho detto altre volte si potrebbero allestire decine di cartelloni alternativi low cost, magari anche inserendo qualche titolo in forma di concerto.
        Io per esempio, la butto lì, sognavo un paio di titoli di von Weber, in particolare Euryanthe che come sai ispirò tantissimo il Wagner che si festeggia l’anno prossimo. Ma, ripeto, è solo un esempio.
        Ciao!

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    • amfortas 1 novembre 2012 alle 10:02 am

      Fabrizio, non credo che scriverò nulla perché sono impegnato in altre cose, magari ti faccio uno squillo. Raggiungere Lubiana è comodissimo con l’automobile (per chi guida, ovvio) e c’è pure un magnifico posteggio sotterraneo a 10 m dalla Cankarjev dom. Ciao!

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  5. Alan 1 novembre 2012 alle 2:52 pm

    Come l’anno scorso, non sono d’accordo. 🙂
    A me questa stagione piace: “Il corsaro”, “The Rape of Lucretia” e “La clemenza di Tito” non li ho mai visti, “Macbeth” fa il paio con il “Macbeth” di Shakespeare che a novembre arriverà al Rossetti e con cui può essere interessante fare un confronto, “Carmen” l’ho vista solo una volta – nel 2004, appunto – e la rivedo volentieri e della “Tosca” mi incuriosisce la ripresa del primo allestimento. E sono estremamente felice non ci sia un Wagner.
    Gli stessi titoli si fanno già nel resto d’Italia? Poco importa, sicuramente non andrò a Reggio Emilia, Firenze o Genova a vederli. È un discorso egoistico? Sicuramente, ma il punto è che da abbonato sono soddisfatto della stagione che ci aspetta (per lo meno su carta, poi vedremo le rese sceniche e liriche, ma quelle si valutano a posteriori).
    E, ad ogni modo, io sono ancora convinto – come l’anno scorso – che non è con i titoli “non comuni” che si portano i giovani a teatro o che si fa parlare il quotidiano locale di opera lirica, ma so di essere in minoranza.

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    • amfortas 1 novembre 2012 alle 5:07 pm

      Alan, ciao! Hai tutto il diritto di sentirti soddisfatto, ovviamente, soprattutto se – mi pare di capire – non giri per teatri.
      Resta il fatto – che mi pare incontestabile – che la programmazione dell’anno scorso, giovani o non giovani, vecchi o non vecchi, è stata tragicamente fallimentare perché il teatro era spessissimo disertato, soprattutto alle prime e con i secondi cast.
      In certe sere per poco non stavano a casa anche le maschere :-)! E poi guarda che “non comuni” non è mica il contrario di “popolari” eh?
      Poi, certo, non ti piace Wagner ma qui entriamo nei gusti personali, che sono sempre rispettabilissimi.
      Ciao e grazie!

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  6. alucard4686 1 novembre 2012 alle 3:17 pm

    Capisco le altre priorità, ma la pubblicità pressocché gratuita che puoi fare su internet per portare gente a teatro mi parrebbe utile, in particolar modo dal punto di vista economico.
    E qui mi ricolelgo al tema giovani: perché L’Erdisu rimborsa agli universitari metà dell’abbonamento a tutti i teatri triestini tranne il Verdi? Mistero.

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  7. ariela 2 novembre 2012 alle 4:37 am

    E’ una mezz’oretta che gironzolo sul tuo blog, che bello! Quanti nomi conosciuti, spero stiate tutti bene. Un grande abbraccio,
    Ariela

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  8. Heldentenor 2 novembre 2012 alle 10:13 am

    Non una stagione da ricordare, la campagna abbonamenti inizia il 6 novembre e non si sa chi canterà, Wagner era amatissimo a Trieste, da vecchio loggionista ricordo gente con spartito e piletta per seguire la musica. In maggio a Berlino ho visto uno strepitoso Rienzi, mi piacerebbe rivederlo qui. Ormai non mi faccio più nessuna illusione sull’opera in Italia a parte Scala, Roma, forse Napoli, è diventato un genere di nicchia e senza gente giovane (che a scuola non studia musica) scomparirà, anche perchè affidato ad incompetenti e politicanti. Amen. A Lubiana per Iolanta c’era un pubblico trasversale, grandi e piccini, tutti contenti alla fine. Un altro mondo.

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    • amfortas 2 novembre 2012 alle 11:36 am

      Heldentenor, ciao, dimentichi Venezia nella tua lista e anche in provincia si trova ogni tanto qualcosa di buono. Purtroppo sono fatti episodici, come peraltro a Trieste, mica è tutto da buttare. Manca una strategia complessiva e le cause sono tante.
      Per quanto riguarda Lubiana sì, pubblico trasversale e cosmopolita ma c’era la Netrebko! E come già ti ho detto alla fine dell’opera in un contesto – soprattutto perciò che riguarda l’Orchestra e il direttore – non certo straordinario. Diamo valore alle nostre eccellenze, almeno quando sono tali: orchestra e coro lo sono assolutamente, no?
      Ciao, a presto!

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  9. massimo 2 novembre 2012 alle 6:08 pm

    Inseguire i giovani per portarli a teatro credo sia tempo perso: disdegnano Rienzi quanto Tristano, Il Corsaro quanto Traviata. C’è già invece un grosso pubblico sul quale lavorare, di (sedicenti) melomani. E’ quello che mandò esauriti con mesi di anticipo i biglietti per tutte le recite (parecchie) di Traviata; ma è lo stesso che lasciò la sala semivuota per le (poche) recite romane del Pelleas. E larghi vuoti ho quasi sempre riscontrato anch’io in altri Teatri in occasione di rappresentazioni di opere non nazional-popolari. Ma come sperare che il pubblico impari ad essere curioso di tutto se allo stesso Festival pucciniano di Torre del Lago si è rappresentata quest’anno Traviata ed il prossimo anno è in programma Rigoletto, quando ci si aspetterebbe invece un Edgar (versione a scelta) o la prima versione della Butterfly?. E come sperare che l’ascolto sia consapevole se perfino a Parma sono andati in delirio per quel (poco) che rimane di Nucci?
    Siamo alla frutta!
    Cordiali saluti

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    • amfortas 2 novembre 2012 alle 6:43 pm

      Massimo, in linea generale hai ragione, ma io credo che sia sempre meglio dare la possibilità a tutti – melomani e non – di scegliere. Se si continuano a proporre sempre i soliti titoli la scelta è preclusa.
      Su Torre del lago la penso come te, invece, proporre Traviata e Rigoletto non ha senso.
      Ciao, grazie.

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  10. Daniele Scarpetti 3 novembre 2012 alle 10:16 pm

    Premesso che parlare di introduzione del repertorio novecentesco nei teatri lirici, con me, equivale ad aprire una porta completamente spalancata in quanto da anni auspico questo cambiamento anche se, per dirla davvero tutta, sarei anche molto felice e soddisfatto se venissero introdotte opere pre riforma gluckiana. Non so e non sono così sicuro, come Tu sostieni, che l’introduzione del repertorio novecentesco, possa servire a rimpinguare i teatri lirici – spero di sì, ma ho paura di no! – ma sono sicuro da un punto di vista strettamente culturale, sia giusto e auspicabile fare così.
    Non sono di Trieste e, in quanto tale, non posso e non voglio entrare nel merito dell’opportunità di proporre un titolo piuttosto che un altro in base alle rappresentazioni avvenute nella vostra città nel corso del tempo e dunque le considerazioni che farò sono esclusivamente di carattere generale.
    Come Tu giustamente ricordavi, il 2013, oltre ad essere il bicentenario della nascita dei due “mostri sacri”, Verdi e Wagner, è anche il centenario della nascita di Britten e molto giusto è rappresentarne un’opera che, fra l’altro ha il merito di fare parte di quel repertorio novecentesco che entrambi auspichiamo. Poi… è ovvio, l’apertura al secolo scorso sarebbe auspicabile in altri termini e con spazi più ampi ma, per fare questo non può che essere sacrificato qualche titolo del repertorio che, seppur spesso di alta qualità, i nostri teatri continuano stancamente a riproporci anno per anno.
    Dunque quali opere sacrificare? Aspettando la proposta wagneriana, il teatro di Trieste per quel che riguarda il nostro Verdi propone due opere del bussetano giovanile, quello per intenderci meglio, ante trilogia popolare. Non so se convieni con me che parlare e ascoltare queste opere equivale, in linea di massima, affrontare i lavori minori del più grande compositore italiano. Dal mio punto di vista “Macbeth” è il vero e unico capolavoro del Verdi giovanile, mentre “Il corsaro” – scusami l’estrema franchezza – è un’opera che potrebbe tranquillamente cadere nell’oblio. Né alternativa può essere un’opera come “I masnadieri”, come qualcuno dei tuoi gentili commentatori ha detto che, sempre secondo me, può andare anche lei tranquillamente nel dimenticatoio. Alternativa a queste opere, per restare al primo periodo di Verdi, se proprio su quello si vuole restare, possono essere “Ernani” o “Nabucco” o “Luisa Miller” o, tutt’al più, “I lombardi alla prima crociata”… ma mi sto già sforzando.
    Così come, sempre come propone un altro commento, alla bellissima “Tosca” di Puccini, non si può proporre – sempre punto di vista mio naturalmente – “La fanciulla del West” che è un’opera minore e piuttosto bruttina del lucchese. A “Tosca” l’unica alternativa è, per l’appunto, un’opera non di Puccini, un’opera magari di quel repertorio novecentesco di cui si parlava Puccini lo si potrà riascoltare il prossimo anno, e ad essere sacrificato sarà qualche altro “mostro sacro”.

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    • amfortas 4 novembre 2012 alle 10:35 am

      Daniele, come sai bene sull’opportunità di proporre più frequentemente le opere del Novecento e sull’effettivo appeal che esercitano sul pubblico si discute da molto, e credo che ogni opinione motivata abbia un senso. Io, come già scritto, ne faccio una questione di scelta e di conoscenza. Per le piccole realtà come Trieste, che non possono allestire un’opera di grande repertorio con cantanti straordinari, per evidenti questioni economiche, la via maestra da battere resta quella della specificità e della riconoscibilità delle proposte, il che significa alternanza alle programmazioni tradizionali. Anche proponendo un titolo a stagione in forma di concerto, per esempio.
      Per quanto riguarda il Corsaro credo che la sua riproposta sia simbolica, perché è proprio qui a Trieste che l’opera debuttò nel 1848, e quindi trascende la valutazione meramente artistica del lavoro verdiano. Ti dirò che a me non spiace per nulla e lo preferisco sia alla sghimbescia (drammaturgicamente) Luisa Miller e agli inverosimili Lombardi.
      Inoltre, neanch’io posso dire di essere particolarmente attratto dalla Fanciulla del West, ma definirla “minore” mi pare azzardato. Credo che sia un’opera che soffra più di altre dell’assenza di un cast di livello, direttore compreso. Infatti, quando ascolti questa edizione senti la differenza 🙂
      Ciao, buona giornata!

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      • enrico 4 novembre 2012 alle 6:50 pm

        Scusa mi confermi che potrebbe essere dato das liebe verbot sarebbe una chicca per Trieste. I lombardi saranno inverosimili ma piuttosto di ernani o del solito nabucco…ciao

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  11. amfortas 4 novembre 2012 alle 7:05 pm

    Enrico, è una voce che ho raccolto, nulla di più, quindi considerala in questa prospettiva piuttosto effimera.
    Ciao.

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  12. biondasirocchia 4 novembre 2012 alle 7:06 pm

    Che cos’è la clanfa? (Perdona l’ignoranza becera…). E poi… la ricetta delle patate in tecia la voglio assolutamente!

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  13. amfortas 4 novembre 2012 alle 7:46 pm

    Bionda, ciao! Mi fa piacere rileggerti 🙂
    Mi costringi a una dottissima esegesi, ma va bene non c’è problema 🙂 e sicuramente riuscirò più convincente che in una recensione di un’opera!
    In dialetto triestino dicesi clanfa il ferro di cavallo, che, come sai, ha una sua caratteristica forma arcuata. Ebbene più o meno tutti i triestini maschi giovani in putrida tempesta ormonale – ma anche qualche ardimentosa femmina, a dire il vero, soprattutto negli ultimi anni – si sono cimentati nel tuffo a clanfa o, secondo la vulgata, prettamente clanfa.
    Ci si lancia da un trampolino o da una pedana – accertandosi magari sotto ci sia acqua, viene meglio – e nella caduta verso il basso si assume la caratteristica forma di cui sopra, in modo da toccare l’acqua in codesta posizione, spanciando ma, allo stesso modo, in qualche maniera attenuando l’impatto proteggendosi con le braccia e le gambe.
    Nel breve tragitto tra il momento del lancio e l’impatto, il giovane triestino esegue varie e fantasiose figurazioni che danno il nome e la specificità alla clanfa stessa e più queste sono spettacolari e ardite maggiore è l’ammirazione degli spettatori.
    Una volta – temporibus illis, quando ero giovane e in tempesta ormonale io – c’erano pochi tipi di clanfe, di cui non riferisco il nome per decenza. Ma, si sa, i costumi evolvono e ora anche la clanfa è diventata cosa estremamente raffinata e, addirittura, si colgono qua e là spunti di satira politica.
    Ci sono molti video esplicativi su Youtube e, anche se mi vergogno abbastanza, te li segnalo, così ti fai un’idea più precisa.

    http://www.youtube.com/results?search_query=olimpiade+clanfa

    E dopo ‘sta botta di antropologia spicciola, passo alla gastronomia.
    Le patate in tecia sono un classico della cucina triestina. Le migliori che ho mangiato nella mia vita erano quelle che approntava mio nonno che ci metteva tutto l’entusiasmo di chi si appresta a fare qualcosa che gli è proibito. Soffriva di fegato, il nonno, e quindi almeno in teoria le patate in tecia non potevano rientrare nel suo menu. Quindi, nonostante le proteste dei suoi figli e per la gioia di noi nipoti abbondava negli ingredienti base: cipolla riogorosamente bruciacchiata – assume un gusto impareggiabile -, dadini di pancetta la più unta e grassa possibile e strutto. Ovviamente patate, ça va sans dire. Una ricetta dietetica, come puoi immaginare. Oggi si smorza l’effetto devastante per il fegato e anche la botta di colesterolo sostituendo lo strutto con l’olio di oliva.
    La preparazione è semplice.
    Si lessano le patate in acqua salata, si scolano e si fanno a rozzi pezzettoni. Si fa sciogliere in un tegame (la tecia, appunto) lo strutto e si fa rosolare la cipolla con la pancetta. Si aggiungono le patate e si schiacciano con un mestolo di legno, amalgamandole con il resto e avendo cura di farle bruciacchiare e attaccare al fondo della tecia. Quando il tutto assume un aspetto particolarmente malsano, sono pronte. Si accompagnano a qualsiasi piatto di carne, direi. A casa mia erano una regola con la carne bollita, dopo il brodo.
    Un caro saluto!

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