Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini al Teatro Verdi di Trieste.

Una serata d’altri tempi.
Questa la sostanza del commento, declinato con sfumature diverse, di molti appassionati accorsi al Verdi di Trieste per il Barbiere di Siviglia di Rossini. Teatro sostanzialmente esaurito per tutte le recite, secondo cast incluso (per il quale scriverò un’altra recensione).
Spartito Barbiere 2
Affollamento, quindi, e anche qualche disagio dovuto credo all’arrivo al fotofinish di un paio di pullman di spettatori da fuori città, che dopo aver salito le anguste scale che portano in loggione sono entrati quando era già iniziata l’Ouverture. Da un certo punto di vista, avercene, di questi problemi, fermo restando il fatto che a opera cominciata il silenzio è più che mai d’oro e quindi le proteste – tutto sommato sommesse – che si sono sentite sono piuttosto giustificate.
Comunque l’incipit “serata d’altri tempi” si riferisce soprattutto alla partecipazione del pubblico che, contrariamente al solito, non è scappato in fuga subito dopo l’ultimo accordo orchestrale – succede in ogni teatro, sono scene entusiasmanti: anziani e non che partono per il guardaroba con lo scatto di Pantani sull’Alpe d’Huez, una vecchina sola al comando (smile) – ma anzi si è fermato in teatro per acclamare tutta la compagnia artistica. Un successone, e poco valgono quindi i miei rilievi da Beckmesser dei poveri di spirito soprattutto sulla regia.
Questo Barbiere chiude la stagione operistica 2012 ed è molto facile pronosticare che sarà valutato come miglior spettacolo dell’anno.
Opera buffa per antonomasia nell’immaginario collettivo, il lavoro di Rossini è talmente popolare da essere statisticamente una delle opere più rappresentate in tutto il mondo a dispetto del clamoroso fiasco – solo la colorita aneddotica riferita a quest’argomento meriterebbe un approfondimento, si pensi alla gigantesca excusatio non petita del famoso Avvertimento pubblico – che ottenne al debutto al Teatro Argentina di Roma, il 20 febbraio 1816.

Avvertimento al pubblico

La Commedia del Signor Beaumarchais intitolata Il barbiere di Siviglia, o sia “l’inutile precauzione” si presenta in Roma ridotta a Dramma Comico col titolo di Almaviva, o sia l’inutile precauzione all’oggetto di pienamente convincere il pubblico de’ sentimenti di rispetto e venerazione che animano l’Autore della Musica del presente Dramma verso il tanto celebre Paesiello che ha già trattato questo soggetto sotto il primitivo suo titolo. Chiamato ad assumere il medesimo difficile incarico il Signor Maestro Gioacchino Rossini, onde non incorrere nella taccia d’una temeraria rivalità coll’immortale autore che lo ha preceduto, ha espressamente richiesto che Il Barbiere di Sivigilia fosse di nuovo interamente versificato, e che vi fossero aggiunte parecchie nuove situazioni di pezzi musicali, ch’eran d’altronde reclamate dal moderno gusto teatrale cotanto cangiato dall’epoca in cui scrisse la sua musica il rinomato Paesiello. Qualche altra differenza fra la tessitura del presente Dramma, e quella della Commedia Francese sopraccitata fu prodotta dalla necessità d’introdurre nel soggetto medesimo i Cori, sì perché voluti dal moderno uso, sì perché indispensabili all’effetto musicale in un Teatro di una ragguardevole ampiezza. Di ciò si fa inteso il cortese pubblico anche a discarico dell’Autore del nuovo Dramma, il quale senza il concorso di sì imponenti circostanze non avrebbe osato introdurre il più piccolo cangiamento nella produzione Francese già consagrata dagli applausi teatrali di tutta l’Europa.

Tanto zelo non servì a nulla, i fan sfegatati di Paisiello ne fecero di cotte e di crude.
Innumerevoli le citazioni dal capolavoro rossiniano che si possono trovare ovunque: dai cartoni animati, ai film, alle frasi ormai entrate nell’uso comune a testimonianza di una popolarità universale e trasversale.
Difficile perciò per i registi riuscire a trovare nuove chiavi di lettura stimolanti e originali di una vera e propria pietra miliare della musica lirica.
L’allestimento è quello già visto a Roma la primavera scorsa (è una coproduzione col teatro della capitale) e porta la firma di Ruggero Cappuccio che mette molta (troppa) carne al fuoco ottenendo un risultato che non va al di là di una superficiale e altalenante gradevolezza.
A mio parere non si tratta di Regietheater, come sostenuto oggi sul quotidiano locale, perché non ci sono trasposizioni temporali né la vicenda viene stravolta e piegata al Konzept del regista: si tratta di tradizione rivisitata, nulla di più innocuo.
L’idea trainante è di immaginare l’opera come fosse un sogno di Rossini stesso – che si vede all’inizio mentre sonnecchia sul pianoforte e poi ricompare in alcuni momenti topici – e perciò tutto lo spettacolo ruota attorno a questa specie di visione onirica.
A posteriori si potrebbe dire che l’escamotage sia utile non tanto alla valorizzazione dell’opera di Rossini quanto per giustificare l’ipercinetica e invasiva presenza sul palco di mimi, gag e umanità varia che in alcuni momenti sono quasi d’intralcio per la comprensione della vicenda.
Io stesso ho raccolto tra gli spettatori alcune perplessità, soprattutto tra coloro – esistono in natura, giuro – che non conoscevano la trama.
Il problema è che un testo teatrale scoppiettante che vive di equivoci, scambi di persona, travestimenti andrebbe valorizzato per quello che c’è – ad abundantiam – nel libretto e mal sopporta ulteriori distrazioni.
Al di là di questo, allo spettacolo – che ribadisco è piaciuto molto al pubblico – non manca qualche squarcio affascinante nelle scene di Carlo Savi: le pagine musicali sui velari e lo sfondo in stile magrittiano del finale ne sono esempio. Le caratterizzazioni dei personaggi sono improntate alla tradizione e nel complesso sono di buon gusto. I variopinti costumi sono firmati da Carlo Poggioli e le luci da Roberto Zanellato.
Corrado Rovaris, alla guida di un’ottima Orchestra del Verdi, sceglie tempi rilassati già dalla sostanziosa Ouverture e mantiene questa linea interpretativa nell’arco della serata. Ne sortisce una direzione omogenea, attenta a differenziare ed evidenziare i pesi orchestrali senza mettere in difficoltà i cantanti, ma che forse manca di un po’ di carattere e brio. Magnifico il finale primo e assai ben riuscito anche lo stilizzato temporale del secondo atto, finalmente sottratto a clangori bandistici e suggestioni tardo ottocentesche.

Da sinistra: Antonino Siragusa, Daniela Barcellona, Roberto De Candia.

Antonino Siragusa ha ripresentato il suo collaudato (siamo oltre le 300 recite!) Almaviva e l’ha fatto con la consueta classe che lo contraddistingue. Dizione chiara, musicalità, intonazione irreprensibile, verve interpretativa: qualità messe al servizio della voce che tutti conoscono e di una tecnica che ha consentito all’artista di cantare anche il rondò finale Cessa più di resistere raccogliendo un entusiastico applauso a scena aperta. Tra l’altro la Barcellona ha fatto finta di voler cantare lei l’aria – che com’è noto è stata poi innestata nella Cenerentola – aprendo un divertente siparietto con il tenore. Ma non è tanto l’episodio singolo a far apprezzare Siragusa, quanto il controllo sulla voce che gli consente di sfumare il canto a tutte le altezze mantenendo omogeneità di emissione, cosa rara da ascoltare soprattutto in questo repertorio.
Tra l’altro Siragusa canterà tutte le recite, perché il tenore del secondo cast sembra si sia ammalato…a sua insaputa (smile).
Roberto De Candia era nei panni di Figaro e anche la sua prova è da considerarsi positiva, per accento ed espressività certo ma anche dal lato vocale, mentre ho notato qualche impaccio dal punto di vista scenico e attoriale. Credo che l’artista non si sia ancora del tutto impossessato del personaggio, che richiede anche doti carismatiche e istrioniche, in modo tale da firmarlo con autorevolezza.
Buona la prestazione di Daniela Barcellona, che come sempre ha sfoggiato voce ampia, imponente e di bellissimo colore, ma che per l’occasione è sembrata un po’ a disagio nella coloratura ed è incappata in un piccolo incidente sul SI naturale che chiude la cavatina del primo atto. Nulla di grave, anche perché da quel momento in poi la prestazione dell’artista triestina è stata in crescendo – molto bene Contro un cor che accende amore – e alla fine la sua maliziosa e disinvolta Rosina convince anche per fraseggio, accento e un’interpretazione priva di manierismi e affettazioni che rendono il personaggio credibile.

Daniela Barcellona

In grande serata è sembrato anche Paolo Bordogna, che approfittando della sicurezza in acuto addirittura si aggiunge difficoltà alla parte – caso più unico che raro nell’attuale panorama operistico -, ma senza scadere mai nel macchiettismo. Insomma, Bartolo è un archetipo dell’opera buffa e un’interpretazione brillante e anche un po’ sopra le righe ci sta bene soprattutto se si è sicuri nel pirotecnico sillabato e così padroni del personaggio. Spassosissimi i duetti con la Barcellona, che non le è stata da meno come disinvoltura scenica.
Se l’è cavata bene anche Marco Vinco col suo stralunatissimo Basilio, anche nella famosa aria della calunnia.
Simpatica anche la caratterizzazione di Berta del soprano Rita Cammarano, che ha cantato con la sua voce da soubrette l’aria di sorbetto Il vecchiotto cerca moglie.
Hanno degnamente figurato anche Christian Starinieri (Fiorello) e Ivo Federico (Un Ufficiale).
Molto bene anche Il Coro.
Il pubblico del Verdi ha tributato un grandissimo successo allo spettacolo, chiamando più volte al proscenio tutta la compagnia artistica. In particolare segnalo alle singole il trionfo, meritatissimo, per Antonio Siragusa e il grandissimo successo per Daniela Barcellona e Paolo Bordogna.
Concludo con un appello ai tanti triestini – e non solo, ovvio – che seguono questo blog.
Cercate, fuori da ogni retorica, di stare vicini al Teatro Verdi in ogni modo: se avete visto lo spettacolo dite che è stato grandioso, se non avete mai sentito un’opera nella vostra vita mentite per la gola (cit.) e inventatevi qualcosa, tanto mentiamo tutti prima o poi (strasmile) e l’Inferno è un’impostura della gente plebea (cit.).
Il vero Inferno sarebbe una vita senza teatri, costretti a guardare X Factor o, peggio, robe allucinanti tipo questa, per la quale credo sia solo questione di tempo, ahimè.

Alla prossima, un saluto a tutti!

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18 risposte a “Recensione semiseria del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Alan 26 novembre 2012 alle 2:28 pm

    L’ho visto ieri (domenica) col secondo cast (e Siragusa 🙂 ) ma a questo punto aspetto l’altra recensione per commentare il tutto. 😉

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  2. alucard4686 26 novembre 2012 alle 2:44 pm

    Io ho visto la prima. La Barcellona sicuramente simpatica e a suo agio, ma mi è parsa in difficoltà nel primo atto (agilità in generale e cavatina), meglio nel secondo. Le vecchiette di cui dopo pensavano fosse straniera, vista la dizione non chiarissima (smile).
    Siragusa mi ha sorpreso ( lo avevo sentito 12 anni fa, ma chi si ricorda!). Bene e bravo ad accompagnarsi da solo con la chitarra !
    Bordogna: favoloso !
    Figaro vocalmente non mi ha entusiasmato.
    Bene l’orchestra. Unica cosa: sarà che ero disturbato dai ritadatari, dal telefono che squillava e dal vergogna indirizzato al proprietario, ma l’ouverture non mi ha convinto.
    La regia a momenti mi sembrava un po’ eccessiva, i mimi mi distoglievano dall’azione dei cantanti, ma almeno c’era… Buata da due vicini alla mia dx, ma è piaciuta alle vecchiette alla sx ( di cui una “ssai bel el Corsaro, mi lo go visto con la Ricciarelli”) 😀

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    • amfortas 26 novembre 2012 alle 7:04 pm

      Alu, mi pare che siamo d’accordo, allora, meglio così. Dalla mia posizione non ho assolutamente inteso i buuu, si vede che erano emessi di strozza, mal proiettati e restavano piantati in bocca 😉
      La frase in triestino mi ricorda le Maldobrie e temo che un giorno qualcuno mi dirà: “Scrive’ scrive’ monade vu, cussì un giorno i ve caverà la matricola!”
      Ciao 🙂

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  4. Enrico 27 novembre 2012 alle 9:26 am

    Ho visto che sullo spazio Facebook dei lavoratori del Verdi hanno inserito la recensione di Enrico Stinchelli e quella orribile del Piccolo.Come mai la tua no.ciao

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  5. amfortas 27 novembre 2012 alle 11:01 am

    Enrico, non ho un account su FB perciò non ho presente la pagina di cui parli. So però che altre volte le mie recensioni sono state linkate, si vede che in questa occasione non hanno letto oppure non ritengono che valga la pena segnalarla, mica è un problema.
    E poi vuoi mettere la visibilità che dà uno Stinchelli rispetto a quella che può veicolare un mio articolo? 🙂 Qui sfioriamo, a malapena, le 1000 visite al giorno!
    Approfitto per ringraziare Giulia, Simona Scarioni, Narcoticum Chaconne e She che hanno lasciato il loro gradimento col famigerato “mi piace” 🙂

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  6. Minny 27 novembre 2012 alle 11:08 am

    Recensione , come sempre, spiritosa ed esauriente.Grazie!

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  7. amfortas 27 novembre 2012 alle 2:26 pm

    Minny, grazie! Si fa il possibile :-), ciao.

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  8. Serena 27 novembre 2012 alle 2:40 pm

    Ho visto il secondo cast domenica pomeriggio.Sono daccordo su tutto per la regia e il direttore.Nel mio cast a parte Siragusa sono rimasta delusa dai maschi che mi sono sembrati dalla voce fioca mentre è stata bravissima Marina Comparato, che avevo già vista un sacco di volte alla Fenice anche come Rosina.
    Pienissimo di gente e ho visto anche te fuori dal teatro che fumavi una sigaretta, volevo avvicinarmi ma mi vergognavo un pò.Finalmente una bella opera anche a Trieste!!!
    Mi dici per piacere da dove sono le citazioni nel finale del blog?!?

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  9. don jose' 27 novembre 2012 alle 4:36 pm

    che dire, se non concordare in tutto con la tua recensione? la cosa piu’ bella della serata (ero alla prima) è stata pero’ vedere finalmente il Teatro pieno, e finalmente festante al termine dello spettacolo (con gran sorpresa pure dei cantanti, che avevano sentito dire di un pubblico triestino piuttosto freddino,specie alla prima)

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    • amfortas 27 novembre 2012 alle 5:09 pm

      Don José, ciao! Concordo anch’io, bello vedere il teatro pieno e la gente entusiasta. Ne parlavo proprio con Stinchelli, che era un po’ stupito da tanto calore in terra mitteleuropea, di solito poco incline a manifestazioni così eclatanti.
      Ciao e grazie per l’intervento, alla prossima!

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  10. don jose' 27 novembre 2012 alle 4:44 pm

    per serena : la prima citazione (anche se non esatta) pare dal Duettone del IV atto de La Forza del Destino, mentre la seconda è sicuramente dal Don Giovanni…ma attendiamo l’interpretazione “autentica”.

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  11. amfortas 27 novembre 2012 alle 5:06 pm

    Serena, ciao, mi fa piacere che siamo in sintonia.
    Sul secondo cast ti posso anticipare che anche in questo caso siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
    Don José ti ha dato le indicazioni giuste e credo che faccia anche parte di quel gruppo su Fb che nominava Enrico (dico a proposito della recensione).
    La prossima volta presentati, non mordo (di solito) 🙂
    Ciao e grazie!

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  12. Pingback:Recensione semiseria del Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini al Teatro Verdi di Trieste: il cast alternativo. « Di tanti pulpiti.

  13. Roberto 8 dicembre 2012 alle 9:04 am

    Ho assistito alla rappresentazione di giovedì 6, Ad un certo punto l’ ottimo Siragusa ha intonato ” o sole mio “, era previsto o era un fuori programma dovuto a qualche imprevisto?
    Comunque complimenti a tutti per lo spettacolo veramente piacevole

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    • amfortas 8 dicembre 2012 alle 10:03 am

      Roberto, ciao! Grande Siragusa, lo ammiro tantissimo perché mi pare capace di divertirsi in un mondo che è zeppo di gentaglia. Ovviamente avrà improvvisato in occasione dell’ultima recita. Volevo suggerire alla Barcellona di cantare tutta la parte del Tancredi nella scena della lezione, ma poi ho avuto paura che mi desse un ceffone e ho rinunciato 😉
      Ciao e grazie!

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  14. Pingback:Il barbiere di Siviglia al Teatro Verdi di Trieste: le 10 cose da sapere e…that’s all folks! | Di tanti pulpiti.

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