Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Lohengrin di Richard Wagner al Teatro alla Scala di Milano, ovvero, Freud for dummies: “Provaci ancora, Guth”.

Paolo Isotta2, la vendetta Recensione di Daland sul suo blog

Recensione di Ugo Malasoma su OperaClick  Recensione di Alberto Mattioli sulla Stampa Recensione prima parte di Paolo Isotta sul Corriere della Sera Recensione di Aspasia su IldiavoloascoltaMozart Recensione di Enrico Stinchelli sul suo sito Parere sulla regia di Daland sul suo blog Recensione di Filippo Facci sul PostRecensione di Pietro Bagnoli su OperadiscLuca Chierici sul Corriere MusicaleLaura Bigi sul Corriere Musicale

Jonas Kaufmann (qui con la Petersen che ha cantato la generale)

Jonas Kaufmann (qui con la Harteros, poi costretta al forfait)

Premessa indispensabile, da leggere in stile sillabato rossiniano come si fa con le avvertenze per i farmaci: una recensione ricavata dalla ripresa televisiva di uno spettacolo operistico è forzatamente incompleta in quanto solo in teatro si possono valutare compiutamente alcune caratteristiche dell’allestimento delle voci dei cantanti e della direzione d’orchestra (smile!).
Segnalatemi nei commenti altre recensioni, per cortesia, così organizziamo una piccola rassegna stampa.Comincio dalla regia, affidata a Claus Guth il quale, dal mio punto di vista, mette su uno spettacolo che non è né carne né pesce in quanto non ha la potenza sovversiva di un allestimento davvero geniale o rivelatorio e non è neanche tradizionale. Il regista riesce nell’impresa – routinaria per molti registi tedeschi – di allestire uno spettacolo bruttissimo e intellettualmente protervo, al quale Christian Schmidt ha contribuito con le orrende scenografie e con gli scontatissimi costumi da recita fine corso alle elementari, che citano Visconti – hanno detto con spocchia – ma che in realtà sono solo generici. Le luci erano di Volker Michl e giuro che in locandina c’era pure un Maestro d’Armi, tale Renzo Musumeci Greco. Ovviamente in televisione si amplificano dettagli e si perde la visione d’insieme e, francamente, non saprei se la circostanza sia un’aggravante o un’attenuante. Resta il fatto che vedere, nel 2012, gli usuratissimi “doppi bambini” dei personaggi (Elsa e il fratello, in questo caso) serviti con un’indigesta salsa freudiana da quattro soldi è davvero deprimente. Aggiungo qualche spruzzo di pura comicità involontaria: il fratello Gottfried afflitto da una deformazione genetica, per cui è mezzo uomo e mezzo cigno, Lohengrin che sembra bisognoso di un ricovero urgente in neurologia perché evidentemente afflitto da qualche malattia degenerativa del SNC, Elsa una semideficiente che a un certo punto smania o non so cosa su di un pianoforte: insomma, una follia. Seriamente, potrei continuare con altri esempi.

Claus Guth

Claus Guth

Nella migliore delle ipotesi, Guth ha avuto un’ideuzza scontata che ha realizzato malissimo. Mi chiedo – retoricamente – che cosa abbia potuto capire una persona “normale” del Lohengrin, opera che adoro e che mi emoziona sempre anche quando, nei giorni scorsi, l’ho risentita per la milionesima volta.
Velleitaria e spocchiosa la “spiegazione” dello spettacolo che ha dato Guth al primo intervallo, mi è sembrata un delirio peggiore di quello che ho visto in scena. Credetemi, io – ma chiunque abbia letto un libro sulla Psicopatologia della vita quotidiana – avrebbe potuto inventarsi qualcosa di più convincente.
Un fallimento totale, su tutta la linea.
Insopportabile la retorica di chi (non tutti, per fortuna) durante le interviste negli intervalli ha gridato alle eccellenze italiane, a quanto siamo bravi e belli, a come la cultura ecc ecc ecc. Dobbiamo spogliare la lirica di questa prosopopea, assolutamente.
Ammirevoli tutti gli artisti dal punto di vista scenico, attoriale: hanno fatto il loro meglio per realizzare le direttive del regista, meritano un encomio perché oltretutto, spesso, sono stati costretti a cantare in posizioni innaturali.
Dal punto di vista vocale le cose sono andate meglio e, anzi, il rendimento è stato superiore alle mie aspettative soprattutto visto che Annette Dasch è stata catapultata in scena last minute. Meglio non vuol dire bene, però.
Come ampiamente previsto Tómas Tómasson è risultato del tutto insufficiente nei panni di Friedrich von Telramund: stonato spesso, sempre costretto a un canto forzatissimo, ha cercato di portare a casa il personaggio con la recitazione. E non è certo una questione di stecche, che peraltro ha pure preso. Lo so che è scontato dirlo ma il Lohengrin non è teatro di prosa.

Annette Dasch

Annette Dasch

Ammirevole per impegno Annette Dasch, ma Elsa continua a essere una parte per la quale ha uno strumento vocale sottodimensionato e si è percepito in modo evidente nel duetto con Ortrud che chiude il secondo atto. Inoltre l’intonazione è precaria, come sempre, e la voce filiforme spesso suona fissa, sbiancata, sgradevole. Nel complesso l’ho trovata migliorata rispetto alle recite di Bayreuth, devo dirlo, ma non al punto tale da ritenere che la sua prestazione sia sufficiente.

René Pape

René Pape

René Pape è stato un ottimo Heinrich – il personaggio più semplice del Lohengrin, perché non ha alcuna evoluzione psicologica di rilievo -, credibile sia dal punto vista scenico sia da quello interpretativo. Non lo si scopre oggi, è un cantante vero con una tecnica sana che gli consente un’emissione pulita. Accenta con vigore, ma non grida o urla, come appunto ha fatto il suo collega Tómasson.

Evelyn Herlitzius

Evelyn Herlitzius

Evelyn Herlitzius si è confermata quale grande interprete della parte di Ortrud ma ha ribadito anche alcune mende vocali, a dire il vero in questo caso meno evidenti che in altre occasioni. L’artista tedesca mi mette un po’ di ansia perché gli acuti sono tesissimi, ma è una straordinaria fraseggiatrice e nella recita di questa sera ha anche evitato certi eccessi di temperamento che altre volte avevano inficiato la prestazione complessiva. Una Ortrud giustamente luciferina, ma non una belva con la bava alla bocca, anzi, ho trovato l’interpretazione della Herlitzius molto cerebrale, se mi è consentita la parolaccia.

Jonas Kaufmann

Jonas Kaufmann

Jonas Kaufmann ha ribadito il suo ben noto Lohengrin, che a mio parere è eccellente. Questa sera però vocalmente mi è sembrato affaticato in non poche occasioni, e spesso gli attacchi erano d’intonazione precaria. Anche Kaufmann però è un grande fraseggiatore e mi è sembrato il più convinto del taglio dato da Guth allo spettacolo, tanto che era particolarmente evidente l’impegno nella recitazione. Peraltro proprio la sortita con il “saluto al cigno” è stata compromessa dal fatto che il bel Jonas ha dovuto cantare in posizione fetale, circostanza che ha asflatato ogni magia ed emozione di questo momento che è poetico, delicato. Al contrario ho trovato Kaufmann straordinario nel celebre racconto “In fernem Land”, reso con dovizia di colori e mezzevoci, oltre che con i famosi LA naturali sicurissimi.
Bene, tutto sommato, ha figurato Zeljko Lucic nei panni dell’Araldo.

Tomasson (Friedrich) e la Herlitzius (Ortrud)

Tomasson (Friedrich) e la Herlitzius (Ortrud)

Come sempre mi trovo in difficoltà nel valutare la direzione d’orchestra. Barenboim dirige a memoria un’Orchestra della Scala che nel complesso ha fornito una buona prestazione, anche se obiettivamente si sono percepite imprecisioni. Anche il Coro, di solito molto buono, mi è sembrato in serata non straordinaria.
Comunque la direzione rispecchia in pieno la visione del Romanticismo di Barenboim: sonorità densissime ma asciutte, contrasti forti ed enfatizzati nell’ambito di un contesto che comunque è tragico. Non a caso i momenti migliori mi sono parsi quelli in cui la protagonista è Ortrud, che è il motore nero della vicenda. Bisognerebbe davvero ascoltare in teatro.
Dopo le singole, che hanno fatto registrare un trionfo mostruoso per Kaufmann e la Herlitzius e ottimi consensi per la Dasch e Pape, il direttore ha suonato – con una scelta discutibile, a mio parere – l’Inno di Mameli.
Gli artisti sono poi usciti al proscenio di nuovo e sono stati ancora tanti applausi, questa volta anche per Daniel Barenboim. Qualche contestazione, piuttosto contenuta, per Claus Guth e il suo staff.
Chiedo scusa per eventuali errori che vi prego di segnalarmi, un saluto a tutti!

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54 risposte a “Recensione semiseria di Lohengrin di Richard Wagner al Teatro alla Scala di Milano, ovvero, Freud for dummies: “Provaci ancora, Guth”.

  1. Roberto R. Corsi 7 dicembre 2012 alle 11:21 pm

    Sarà che tu hai l’hd-televisore e io solo l’hd-colesterolo ma in my humble opinion sei stato troppo stretto coi due buoni. Non ho avvertito difetti di intonazione in Kaufmann, apprezzatissimo; la Dasch non sarà certo un’Elsa à la Nilsson ma supplisce con intelligenza e timbro (che a me pare un bel timbro). E nella scena con Ortruda del secondo atto ho sentito più in difficoltà quest’ultima. D’accordo su Pape, senza pecche. D’accordo su Tomasson, che tiene appena nel primo atto (anche se i duetti con Pape sono impietosi) e poi si scolla di brutto nel secondo. Ortruda sinceramente m’ha deluso, specialista e intelligente quanto vuoi ma sempre crescente sui forte, quindi strillata.
    L’orchestra va abbastanza per conto suo nel primo atto: nella scena dell’ordalia ho avvertito un generale rompete le righe. Poi dalla suddetta scena Elsa-Ortruda del secondo mi sembra che Barenboim abbia sciolto le redini con evidenti benefici. Coro: avrei voluto più ritenuto nelle corali, che sono un fulcro strutturale dell’opera oltre che liricamente sublimi.
    Regia: mia chiave di lettura “Lohengrin non esiste, è un ectoplasma da trauma infantile di Elsa che lo mischia continuamente col fratello (ecco perché è sempre incignato e sempre in scena)”. Non ho la tua esperienza per dire se è trita o peggio ritrita, ma per me fila. Conto due episodi in cui ho segnato punto: il preludio al secondo atto dove appunto L. gira appresso ai cattivoni senza venire visto; la scena E-O del secondo atto in cui Ortruda bacchetta Elsa a che tenga la schiena dritta a guisa di Signora Rottenmeier. Punto a sfavore, invece, l’ecatombe femminile di coda. Non c’è il cigno, ma un cigno, di sti tempi di crisi, so’ calorie!!
    Insomma, a quanto sembra e magari a torto, è piaciuto più a me che a te. Ma grazie per la rece-fulminea, come sempre bene argomentata.
    R

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    • amfortas 7 dicembre 2012 alle 11:44 pm

      Roberto, guarda che a colesterolo ce la giochiamo eh? 🙂
      Mi hanno rimproverato anche su OC di essere stato troppo stretto coi due buoni: forse avete ragione ma dico anche a te che l’allestimento di Guth mi ha impedito di godermi come si deve il buono dello spettacolo.
      I motivi sono quelli che ho cercato di spiegare nella recensione: un’idea banalissima – non a caso ho aggiunto “Freud for dummies” nel titolo – svolta in modo coerente ma con gusto (oh, parer mio) orrendo, infarcita di luoghi comuni sulla somatizzazione di certi disturbi psicologici. Cavolo, se non me ne intendo io (scherzo!). Poi certo che volendo si trovano spunti di riflessione, non voglio dire di no, ma credo la lettura di Guth rimane velleitaria e fintamente approfondita. Sui cantanti, posto che mi hanno detto che in teatro la Dasch sembrava la sirena dell’ambulanza negli attacchi, non so che dire. Non posso certo discutere il fatto che a te il timbro di una cantante piaccia, ci mancherebbe pure.
      E poi “a torto” de che? Mica sono l’Oracolo di Delfi, anzi mi fa piacere che un amico competente come te mi pungoli a discutere.
      Ciao!

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      • Roberto R. Corsi 8 dicembre 2012 alle 1:47 am

        In effetti mi sono dato una sorta di regola Celibidache per cui non bloggo più di eventi non dal vivo, al max mi limito a qualche commento in siti DOCG come questo. Proprio perché può ben essere che la sirena del 118 ti giunga dagli altoparlanti come sirena omerica! Ciao (per heldentenor la “grattarola” per i più concilianti col regista, come me, dovrebbe essere letta come indice di uno stato nevrotico di Elsa – e del suo ectoplasma Lohengrin; i detrattori suppongo che invece la leggeranno come necessità impellente di doccia, o presenza di tafani nella palude 😉 )

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      • amfortas 8 dicembre 2012 alle 9:59 am

        Roberto, sai che anch’io che sono un critico d’assalto comincio ad avere remore a tecensire gli spettacoli in TV? Lo faccio perché spero sempre di mantenere un tono disteso, spero di riuscirci. Grazie per la risposta esaustiva risposta a Heldentenor.
        Ciao!
        P.S.
        Dove tu ti scofanavi scampi, qualche tempo fa, c’è un orso polare infreddolito coperto di neve.

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  2. Heldentenor 8 dicembre 2012 alle 12:26 am

    Ma, ho invidiato Jonas solo quando si spupazzava la Dasch sulla riva del laghetto, per il resto una regia demente e scene ridicole. Come mai si grattavano ? pulci ?

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    • amfortas 8 dicembre 2012 alle 9:55 am

      Heldentenor, qual piacere :-), ciao! Roberto qui sopra ti ha risposto…quanto alla Dasch, come già ho detto, brutta non è di certo. Mi sbaglio oppure ho visto Don José alla Scala (quello che sai tu eh?, non è una trovata di Guth!).

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  3. Pingback:“Lohengrin” di Wagner (Teatro alla Scala) in diretta tv e…non solo « Wanderer's Blog

  4. giuliano 8 dicembre 2012 alle 10:31 am

    soffro sempre delle riprese tv, come tutti noi appassionati di teatro: una volta c’erano meno primi piani, ci si avvicinava di più a come va vista un’opera (ma va poi vista, un’opera? io ho spesso chiuso gli occhi, in teatro, oppure guardavo il direttore, l’orchestra…). La stessa cosa capita con le partite di calcio: sei lì che stai seguendo l’azione, e arriva il primissimo piano, così non si capisce più se sei ancora a metà campo o già nell’area di rigore.
    Comunque, va bene tutto, ma Lohengrin DEVE avere la corazza e l’elmo. Col gilet, diventa uno dei tanti che passano per strada. E se cominciassero a risparmiare tagliando il regista? Visti i risultati, sarebbe ora. (certo, se ci fossero in giro Strehler e Zeffirelli da giovani…)
    PS: sono riuscito a dribblare tutte le interviste nel foyer, evviva!!!

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    • amfortas 8 dicembre 2012 alle 10:44 am

      Giuliano, ciao! Ho già letto un paio di recensioni, di persone che stimo e che so per certo essere equilibrate e competenti, alle quali l’allestimento è piaciuto. Dal mio punto di vista confermo tutto ciò che ho scritto, solo una cosa è certa: in teatro anche l’allestimento si valuta meglio, quindi può essere che in sala l’effetto complessivo sia diverso. Ma l’idea di base è, a parer mio, risibile.
      Le opere sì che vanno viste, almeno dopo le si conosce a memoria o quasi, è teatro lirico!
      Ciao Giuliano 🙂

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  5. marisa 8 dicembre 2012 alle 11:23 am

    Caro Amfortas,
    sono perfettamente d’accordo col giudizio negativo dato alla regia “nè carne né pesce”, soprattutto sulla non comprensione del livello simbolico dell’opera che è stata riduttivamente confinata al più basso livello psicopatologico, come lo stesso regista ha confermato dicendo di essersi ispirato a Kaspar Hauser, il povero smemorato ritrovato nei boschi in situazione animalesca e chiaramente con gravi problemi di identità. Vedere Lohengrin che viene catapultato miseramente a terra in abiti paesani, che si aggira smarrito e tremante e che non vuole che gli si chieda il nome perchè nemmeno lui lo sa e forse non esiste nemmeno perchè è un’allucinazione di Elsa,a sua volta gravemente disturbata per il trauma infantile , è veramente troppo…
    Ma questo signore ha mai sentito parlare di “Amore e Psiche”, sul segreto dell’identità divina o del mito di Semele che rimane incenerita perchè ha costretto Zeus a rivelarsi nella sua vera identità o almeno sa che il sogno in tutte le tradizioni religiose è sempre stato il mezzo attraverso cui il divino comunica con l’umano e le visioni che compaiono (vedi tutta la tradizione biblica dei profeti) sono premonizioni e aperture, comunicazioni tra il cielo e la terra, come la scala di Giacobbe?
    Mi fermo qui, ma sarebbe da fare un lungo discorso su tutta la complessità dell’opera vagneriana perchè, come hai detto nel post precedente, Vagner attingeva da numerose fonti e poi le amalgamava con la sua particolare personalità, per cui anche i motivi mitologici, favolistici e quindi archetipici vengono continuamente mischiati e a volte inevitabilmente distorti, dandoci interessantissimi risultati sincretistici, anche se non “puri”.

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  6. giuliano 8 dicembre 2012 alle 1:57 pm

    sì, bisognerebbe quantomeno far capire che cosa succede. Fatto questo, un regista può anche sbizzarrirsi – mi ricordo sempre quell’Ernani di Ronconi alla Scala, davvero un andare contropelo ma la storia era raccontata bene.
    Per questo è importante dare a Lohengrin la corazza e l’elmo, e che siano ben lucenti. La storia di Kaspar Hauser (vedere il film di Werner Herzog) non c’entra proprio niente, nemmeno a livello di commento…Marisa lo ha spiegato benissimo, siamo davanti a Eros e Psiche.

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    • amfortas 8 dicembre 2012 alle 7:08 pm

      Giuliano, eppure questa regia ha raccolto più consensi di quanto pensavo sai? Penso che il merito sia di un generale senso di gradevolezza, forse cromatica, non so. O forse siamo noi troppo esigenti? Mah!
      Ciao e grazie 🙂

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  7. Lorenzo 8 dicembre 2012 alle 2:52 pm

    Buongiorno Amfortas, come promesso un commento sulla serata di ieri. Sull’ opera avete già detto tutto, a me dal vivo coro e orchestra sono piaciuti molto, soprattutto l’orchestra, sui cantanti non aggiungo nulla ai vs commenti, sulla regia mi sono divertito, e’ un merito anche quello, mi è piaciuta Ortrud quando ha schiacciato le dita di Elsa nel pianoforte, il personaggio mi stava irritando per cui se lo meritava. Anche la scelta di vestire la cattiva in nero e la buona in bianco sembra così banale ( insieme a tante altre cose) che se uno ha il coraggio di farlo in un’ occasione come questa ti viene quasi da pensare che sia un genio del camp….quasi….
    Questa e’ stata la mia terza prima e credo sia anche l’ ultima, non è la serata giusta per godersi una prima, innanzi tutto troppe telecamere nei ridotti, uno si abbronza al solo passaggio, troppa confusione, gran parte del pubblico fotografa le celebrities con i loro IPhone -triste- una distinta signora mi ha chiesto di fotografarla a fianco della nuova fidanzata di Lapo Elkann, quindi capite bene il basso livello di chi partecipa a questo evento. Gli uomini quasi tutti molto eleganti (ma è facile se non ti fai prendere dall’ entusiasmo), le donne generalmente un disastro, sembrano quasi tutte dei transessuali solo che i trans hanno un seno molto più bello, ma ormai va il look velina anche tra le cinquantenni. Su SKY ho visto un documentario sulle prime degli anni 60 e 70….il confronto tra quelle signore e queste e’ impietoso.
    Ultima considerazione sul pubblico in generale, non è un pubblico educato, troppi rumori, addirittura foto con flash, troppa gente che arriva in ritardo anche dopo l’ inizio e viene fatta lo stesso accomodare nei palchi con conseguente sbattito di porte e disturbo per chi e’ gia’ seduto, l’ ascolto della bellissima ouverture ne è risultato rovinato (questa e’ responsabilità del teatro).
    Questo e’ tutto, alla prossima, salutami la splendida Trieste con la neve..
    Lo.

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    • amfortas 8 dicembre 2012 alle 7:18 pm

      Lorenzo, ciao! Testimonianza di costume interessante. Sai, credo che per molti versi gli anni 60 e 70 del secolo scorso siano da rimpiangere, ma più perché avevo quella 40ina di anni di meno che per altro 🙂 Tutto cambia, anche non in meglio, ma cambia e bisogna adeguarsi in qualche modo. In questo senso il comportamento della starlette odierne è stigmatizzabile al pari di quelle degli anni 60, ma oggi c’è quel tocco di invadenza e maleducazione in più che fa la differenza. Dici look velina per le cinquantenni? Magari…in giro per teatri – e non solo alle prime – ne vedo di peggio 🙂
      Oggi giornatona qui con la neve, domani è prevista una bella gita in Carso. Farà freddo ma ci sarà il sole, ti saluterò Trieste da qualche altura ok?
      Ciao e grazie, spero a rileggerci!

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  8. Giuseppe sottotetti 8 dicembre 2012 alle 4:23 pm

    Telramund canta peggio di Ortrud. Elsa soffre per
    l’assenza di un direttore d’orchestra e Lohengrin per la presenza del regista.

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  9. Iris 8 dicembre 2012 alle 5:22 pm

    Caro Paolo, vorrei dire la mia……
    REGIA
    A me questo Lohengrin e’ piaciuto! Naturalmente anche io all’inizio ero perplessa. Aspettavo l’eroe virile che salva la donzella e mi sono trovata davanti un essere tarantolato, piuttosto pauroso e magari epilettico (ma deve essere stato il viaggio spazio-temporale che ha dovuto affrontare).
    Tuttavia alla fine del secondo atto lo spettacolo mi aveva conquistata. L’evoluzione di Lohengrin, il rapporto di Elsa con Ortrud matrigna/istitutrice, la presenza della musica come rifugio (tema a me caro.) Il terzo atto in particolare l’ho trovato meraviglioso. Io tengo sempre presente che mettere in scena un’opera di Wagner e’ un’impresa. Sarebbe come portare in teatro Il Signore degli anelli. La cosa facile da fare sarebbero i fondali dipinti e le armature argentate. Invece in questo caso si e’ scelto un percorso alternativo ma che a me e’ piaciuto molto. Devo testimoniare che al cinema di Botticino ha riscosso un alto gradimento anche tra le persone un po’ in la’ con gli anni. Debolezza di questa regia? E’ cucita su misura sul Signor Kaufmann, sulla sua fisicita’ e sul meraviglioso attore che e’. Con altri protagonisti potrebbe risultare ridicola.
    PARTE MUSICALE
    Non ho piu’ parole per definire il Signor Kaufmann. Io l’ho trovato meraviglioso, un vero artista, davvero molto comunicativo sia con il canto che con il corpo. Grande Giove!!!!! Complimenti anche a Pape e a Lucic (ammirazione anche per Elsa catapultata a Milano all’ultimo momento).
    Opera a dir poco meravigliosa. Non mi dilungo perche’ ho il PC che fa i capricci e sono gia’ tre volte che si spegne e devo ricominciare tutto da capo.
    Pero’ ti saluto caramente.
    IRIS

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    • amfortas 8 dicembre 2012 alle 7:29 pm

      Iris, ed era ora, cominciavo a preoccuparmi sai? 🙂
      Al di là dei gusti personali, fai un’osservazione molto intelligente. In effetti questo allestimento senza Kaufmann perderebbe il 70% di suggestioni. Da un certo punto di vista non trovo sbagliato che il regista cucisca addosso alla star lo spettacolo ed è già stato fatto più volte, con cantanti/attori particolarmente duttili. Io credo – lo ribadisco – che l’idea base sia debole e mal realizzata ma non sono un oracolo, appunto.
      Kaufmann come sai mi suscita sentimenti e valutazioni piuttosto varie, ieri mi è piaciuto meno del solito come Lohengrin, un paio d’anni fa lo trovai convincente. Però è verissimo che il bel Jonas crede a questa produzione e ci mette l’anima.
      Un carissimo saluto anche da parte mia, ciao!

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  10. Aspasia 8 dicembre 2012 alle 11:27 pm

    Credo che fra recensione e commenti si sia già detto tutto. Uno spettacolo brutto, ma non orrendo, una resa musicale buona ma non eccezionale (a me Barenboim proprio non è piaciuto…). Peccato per la defezione della Harteros. Si poteva ottenere un risultato decisamente migliore cambiando pochi elementi (regista e Telramund).
    Francamente non ho capito il perché dell’inno alla fine…

    Ps. so che non dipende da te, ma sappi che mi è stato impossibile commentare per tutto il pomeriggio.

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    • amfortas 9 dicembre 2012 alle 9:20 am

      Francesca, hai ragione, credo ormai si sia detto dutto su questa prima. Ho ascoltato anche la Harteros e ti confermo che era molto più in parte della Dasch. Sull’inno alla fine proprio non saprei aiutarti, però ormai sono talmente stufo di retorica che se fosse per me non lo farei suonare mai…
      Non sapevo nulla dei commenti, mi spiace per te e per coloro che hanno provato a intervenire.
      Ma Alucard è ancora tra noi o è rimasto scioccato dal Lohengrin e l’abbiamo perso definitivamente? 🙂
      Ciao e grazie!

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      • Aspasia 9 dicembre 2012 alle 6:10 pm

        Alucard è in vacanza. Probabilmente si farà vivo al suo rientro, se questo Lohengrin visto in differita non lo sconvolgerà troppo (ma non credo).

        Ciao!

        Ps. Nella rassegna stampa mi ha messo tra Isotta e Stinchelli. Potrei montarmi la testa 🙂

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      • amfortas 9 dicembre 2012 alle 6:15 pm

        Aspasia, ah ok per quanto riguarda Alu. Non capisco per quale motivi abbia bisogno di una vacanza, però 😉
        Guarda che Isotta è terribile, ti dovresti sentire offesa, altroché!
        Ciao!

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      • alucard4686 11 dicembre 2012 alle 8:04 pm

        Beh, c’è bisogno di un motivo per andare in vancanza? 😀
        Cmq mi sono visto un bel Macbeth al Real di Madrid e appena trovo qualcosa mi guarderò questo Lohengrin, visto che ho lo stomaco forte !
        A prestooo

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  11. fabrizio 9 dicembre 2012 alle 4:09 pm

    Caro Paolo,
    un commento un po’ tardivo e certo poco qualificato, visto che purtroppo non posso annoverare nella mia vita di spettatore d’opera
    manciate di Lohengrin , specie dal punto di vista della visione diretta, e atteso che- sono pienamente d’accordo – una ripresa televisiva rende un’idea estremamente parziale e selettiva di uno spettacolo d’opera.
    Mi metto, però, fra coloro a cui è decisamente piaciuta, più che l’idea di Guth, la sua realizzazione e la rispondenza più o meno completa con le caratteristiche del cast che il regista ha avuto a disposizione – in primis Kaufmann e la Herlitzius. Rispetto all’accusa di banalizzazione di un approccio freudiano scontato e datato, e alla sottovalutazione di altri elementi interpretativi (archetipici , mitologici, cristologici o altro, quali quelli suggeriti dai tuoi link), concordo sul fatto che si tratti di un’interpretazione unilaterale e non esaustiva (ma quale linea interpretativa può ambire alla totalità dei significati di un mondo così denso di spessore come quello wagneriano!?) , ma mi permetto di osservare:
    – L’idea di far risaltare la gemellarità di Elsa e Lohengrin sulla matrice comune della fragilità e dell’instabilità psicologica, se spoglia soprattutto il protagonista di quell’aureola di statuarietà araldica o eroica che siamo stati abituati ad associare a questa figura, non è solo o primariamete freudismo ridotto in pillole, ma a mio avviso è pienamente legittimata dalle coordinate del mondo wagneriano nel suo complesso. I concetti di nevrosi e di isteria sono figli della matrice culturale di cui Wagner è partecipe e protagonista , e quindi non parlerei in nessun caso di sovrapposizione indebita di una griglia posticcia, come ho letto in alcuni interventi critici di queste ore
    – Guth riesce a realizzare un contesto narrativo che dà credibilità e incarnazione concreta alla sua ipotesi che Lohengrin sia una proiezione o un incubo onirico di Elsa e delle sue non risolte pulsioni infantili, e nello stesso modo inserisce e risolve in questa dialettica il rapporto fra Elsa e la “madre cattiva” Ortrud, non strega o indemoniata ma donna di suggestione ed imperiosa femminilità
    – Jonas Kaufmann calza a pennello lo con questa interpretazione programmaticamente antieroica di Lohengrin, trovandosi a suo agio nelle parti di nevrotico e di perdente, come dimostrano due sue grandi incarnazioni quali Don Carlo e Werther (soprattutto)
    – Per trovare un termine di paragone per me abbastanza recente con una regia sicuramente non “tradizionale” che però, a mio avviso, non riusciva a superare una matrice intellettualistica destinata a rimanere un involucro astratto e un apriori rispetto alla realizzazione teatrale, citerei il Lohengrin di Monaco di alcuni anni fa con la regia di Richard Jones (e interpretato dallo stesso Kaufmann e dalla Harteros, entrambi mirabili cantanti-attori ) : la ripresa televisiva, diffusa attraverso Operashare, e che tu conosci sicuramente,attesta secondo me la differenza specifica fra un’interpretazione che, pur nella sua estrema costruita accuratezza non supera un livello di freddezza e di arbitrarietà e una lettura che invece riesce a trasmettersi e lasciare un segno
    Mi rendo conto, però, che si tratta sempre di ennesime impressioni soggettive, e quindi mi fermo qui , chiedendo scusa del disturbo
    UN caro saluto, Fabrizio

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    • amfortas 9 dicembre 2012 alle 5:51 pm

      Fabrizio, ciao è sempre un piacere leggerti.
      Ti faccio una domanda, alla quale non sei certo obbligato a rispondere. Ma tu, avevi bisogno di Guth per capire che Lohengrin e Elsa visti in salsa freudiana risultano fragili e instabili psicologicamente? Non mi rispondere di sì, perché non ti credo 🙂
      Concordo con te su Kaufmann, invece e anzi ripropongo l’osservazione di Iris di qualche commento fa: è una regia cucita addosso al bel Jonas e alle sue caratteristiche precipue (ci metterei più i suoi primi Don José di Don Carlo, oltre che a Werther, ma insomma sempre di perssonaggi tormentati si tratta e quindi ci capiamo). Dal punto di vista esecutivo, aveno oltretutto ascoltato l’unica prova della Harteros, con la Dasch ci abbiamo perso e non poco, però – sempre a parer mio – il risultato complessivi sarebbe cambiato di poco. La Herlitzius è una piccola Maier e quindi grande scenicamente. Il raffronto Jones-Guth per me è favorevole a Jones, non so che dire se non che appunto – come dici benissimo tu – sono impressioni soggettive.
      Solo una cosa aggiungo, se ce la faccio vado a vederlo live, questo Lohengrin, perché sono curioso di sentire in teatro la voce di Kaufmann per capire meglio come si espande e anche per vedere lo spettacolo nella sua completezza, dal momento che ho trovato invasiva la regia televisiva. Magari ne ho un’impressionepiù positiva.
      Ciao, un abbraccio.

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      • fabrizio 9 dicembre 2012 alle 6:42 pm

        Caro Paolo,
        certo che l’idea della fragilità di Lohengrin in sé non è certo una scoperta di Guth, ma ad un regista più che un’intuizione rivoluzionaria chiedo una realizzazione coerente, e questo a mio parere in questo Lohengrin, entro certi limiti, avviene – o sembra avvenire da quel che ne filtra nella ripresa televisiva!.
        Quello di Jones aveva dalla sua certamente un cast più brillante vocalmente e senza cadute, però l’idea-simbolo che faceva da chiave allo spettacolo – la casa faticosamente costruita e poi bruciata e distrutta – restava secondo me un elemento esteriore, costruito appunto ; aggiungo che non giovava la modernizzazione arbitraria dei costumi (Lohengrin in tuta sgargiante e giovanilistico) mischiato al tradizionalismo ingenuo di certe realizzazioni (Ortrud / Schuster in chiave di baba-yaga dell’Est), l’assenza di elementi di chiaroscuro. In questo, almeno, la cornice ottocentesca e borghese di Guth, concedi, un po’ di fascino onrico riesce a sprigionarlo, anche all’occhio più disincantato …
        Ma a questo punto aspetto con interesse una tua valutazione dello spettacolo dal vivo, senz’altro la sede più adatta

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      • amfortas 9 dicembre 2012 alle 10:12 pm

        Fabrizio, spero di riuscire ad andarci ma non sono sicuro per i motivi di cui abbiamo più volte dibattuto in privato.
        Sì certo, lo spettacolo ha una sua coerenza e anche una sua eleganza, in qualche modo. Però credimi, tutta la sovrastruttura di mosse mossette e mossettine, occhi sbarrati ecc mi ha infastidito tantissimo. Io, come ben sai, non sono certo legato a doppio filo alla tradizione, anzi! Ma in questo caso non ho trovato in questo Lohengrin nulla di stimolante. Peraltro, come ben vedi qui e anche altrove, non sono pochi coloro che hanno apprezzato questo allestimento, quindi va benissimo così. Quanto allo spettacolo di Jones, che ti devo dire, siamo ancora alla soggettività ma pur tra mille problemi l’ho apprezzato più di questo.
        Un carissimo saluto, a presto!

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  12. Paolo Locatelli 9 dicembre 2012 alle 6:40 pm

    Ciao Amfortas! come al solito ho letto con piacere la tua recensione, anche se questa volta non mi trovo d’accordo sulla regia che a me è piaciuta pur non facendomi gridare al miracolo come altre cose di Guth (Don Giovanni su tutte). Alcune ingenuità ci sono, inutile negarlo, ma nel complesso mi è parsa funzionare e soprattutto dire qualcosa di nuovo sul personaggio e sull’opera. Può non piacere, può essere discussa (e tu lo fai con cognizione di causa) ma non liquidata con la (solita) superficialità del Facci e degli Stinchelli. Sulla parte musicale invece i miei giudizi sono pressochè sovrapponibili ai tuoi, sarei solo più clemente con la Dasch che infondo ha salvato la serata.
    Ottima l’idea di proporre una raccolta delle recensioni in materia pubblicate qua e là. Ammetto di avere molto apprezzato (come al solito) Mattioli, Bagnoli e Malasoma. I grisini non li leggo per principio, tanto si sa già cosa diranno ancora prima che lo spettacolo vada in scena (un po’ come Isotta).
    A presto! (intanto martedì mi vedrò il Barbiere triestino in trasferta a PN)

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    • amfortas 9 dicembre 2012 alle 9:58 pm

      Paolo, ciao! L’idea della rassegna stampa ha raccolto molti consensi – voi vedete qui, ma ci sono tante mail ovviamente, tanto che sono un po’ indifficoltà a rispondere a tutti.
      Per quanto riguarda Facci e Stinchelli scrivono in modo che non mi dispiace, anche se fanno – Enrico per sua stessa ammissione – un po’ di folclore. Comunque, sono assolutamente rispettabili a mio parere.
      Sul Corriere della Grisi quest’anno avevo fatto un atto di fiducia e linkato la loro recensione, erano 5 anni che non lo facevo, io sono assolutamente per la pluralità di opinioni. Però è successo che mi ha deluso la loro gestione del commenti, nei quali hanno concesso a un deficiente termini che non sono tollerabili in una discussione civile, quindi ho levato il link. Certo, poi hanno corretto il tiro, ma troppo tardi a mio parere. Fa niente.
      Grazie del tuo intervento e se ti va fammi sapere gli esiti del Barbiere.
      Noi ci ribecchiamo, prima o poi :-), ciao!

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      • Paolo Locatelli 13 dicembre 2012 alle 10:35 pm

        Rieccomi. Preciso che anch’io sono per la pluralità di opinioni, figurati, però il fatto che in certi siti i giudizi siano sempre fin troppo prevedibili mi toglie la curiosità e il piacere di leggerli. Anche nella lettura, come a teatro, amo essere sorpreso.
        Riguardo il Barbiere: mah, ti dirò che mi è piaciuto pochino, per non dire pochissimo. Sul versante musicale tutto bene, insomma, nè più nè meno di quanto mi aspettavo (ad eccezione di un’orchestra svogliatissima e secondo me anche malamente e incomprensibilmente amplificata, almeno ho avuto questa impressione). La regia invece mi ha annoiato e intristito. Le solite gags da avanspettacolo, le solite coreografie scemotte, le solite trovate viste mille volte. Nell’intervallo, coda al bar, una ragazza alla madre: “io prendo un caffè” e la madre: “sì, ma così stanotte non dormi” e la figlia di nuovo “va be’, almeno non dormo neanche adesso”. Mi è sembrata una sintesi perfetta. Tanta noia. Insomma, a me questo tipo di teatro non piace per nulla, al pubblico credo di sì perchè è stato un trionfo…
        Alla prossima (Corsaro o Masnadieri credo), ciao!

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      • amfortas 14 dicembre 2012 alle 9:39 am

        Paolo, non so quanto possa aver influito sulla prestazione dell’orchestra il fatto che si stanno sottoponendo a un tour de force notevole, so di trasferte piuttosto disagevoli. Come sai la regia non ha convinto neanche me, al di là di una vaga gradevolezza. Di questo allestimento si doveva fare un DVD a quanto ne so, ma poi la crisi economica ha fatto abortire il progetto. Ce ne faremo una ragione.
        Mia moglie, dopo il primo atto, ha reagito come la ragazza al bar, cioé annoiandosi e non certo per la qualità musicale.
        Certo, ci ribecchiamo! Ciao 🙂

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  13. Mattioli 9 dicembre 2012 alle 7:37 pm

    Si può? Ringrazio il GB (Genio Bullo) per aver postato il mio pezzullo e il signor Locatelli per le cortesi espressioni. Permettetemi tre (noiose) precisazioni.
    Prima: io non ho scritto alcuna recensione di questo Lohengrin, ma un pezzo di cronaca. Infatti sabato c’era sulla Stampa, accanto al mio, l’articolo di Giorgio Pestelli che, se posso dirlo, è secondo me la più puntuale recensione di questo Lohengrin insieme a quelle di Elvio Giudici sul QN e di Angelo Foletto (troppo breve!) su Repubblica.
    Seconda: sarei molto prudente a valutare le produzioni della Scala dalla diretta di Rai5. Non ho idea di come sia stata questa, perché il 7 ero in teatro. Ma, per esempio, a causa di una regia televisiva dilettantesca (la stessa che massacrò il Tristano suscitando le pubbliche ire di Chéreau), il Don Giovanni dell’anno scorso, visto in video, risultava incomprensibile.
    Terza: oggi ho tempo e mi sto divertendo (e talvolta anche provando un po’ di sincera pena, umana intendo, e non mi riferisco certo a quel che si legge qui) a fare il giro dei vari siti e blog. Mi colpisce una cosa; a parte ogni considerazione sull’idea o le idee che stanno dietro la regia di Guth e relative discussioni, nessuno la valuta da un punto di vista tecnico. Ma questo mi sembra l’equivalente di giudicare un direttore d’orchestra solo da che tempi sceglie e non da come li sostiene. Ora, il Konzept di Guth può piacere o no (a me piace moltissimo, ma chi se ne frega), però nessuno ha notato, per esempio, che le luci erano splendide. O che la recitazione ottenuta dai cantanti (anche per merito loro, ovviamente) era di un livello che difficilmente si vede nel teatro “parlato”. In altri termini: nelle regie d’opera, come nelle direzioni e nel canto, non è importante solo l’idea, ma come la si realizza. E, nel secondo caso, ci sono criteri, come dire?, meno soggettivi per darne una valutazione.
    Scusate l’italiano involuto e la prolissità. Complimenti a Bullo. Così, in generale.
    Alberto Mattioli

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    • amfortas 9 dicembre 2012 alle 10:45 pm

      Alberto, ciao.
      Ti rispondo punto per punto, tignosamente.
      Sulla recensioni: purtroppo quella di Pestelli non l’ho vista e, al pari di quelle di Elvio e Angelo non è disponibile “in chiaro”, almeno per il momento. O io non le trovo, che ti devo dire. Il tuo pezzo di cronaca, come dici tu, rientra in pieno nel novero delle recensioni, suvvia!
      Sulla ripresa TV: l’ho scrivo sempre e l’ho ribadito anche in questo caso che le mie recensioni in stile “dal vostro inviato speciale in poltrona” sono affidabili sino a un certo punto. Però, insomma, un po’ d’esperienza ce l’ho e soprattutto ho capito bene il Konzept di Guth che, lo ribadisco, non ha certo bisogno della vicinanza fisica della Fracci o della Marini per essere capito. Assolutamente vero peraltro che in teatro si ha quella visione d’insieme che in Tv non solo non c’è, ma è forzatamente frammentata. Come già ho scritto più volte da questo punto di vista sono molto più fedeli le vecchie registrazioni o i primi DVD, quando non si abusava di primi piani per esempio, il più delle volte fastidiosi e inutili, che ottengono il solo risultato di distrarre dalla musica in primis e dallo spettacolo in generale poi.
      Sulle cose che si leggono in giro: hai ragione, però consentimi un’obiezione. Io non trovo che la recitazione dei cantanti sia stata poi così straordinaria in valore assoluto. Diciamo che è stata di livello in quanto ‘sti ragazzi fanno di mestiere i cantanti ed è già una cosa che s’impegnino ulteriormente a rendere credibile il loro personaggio e a seguire le indicazioni del regista. Il quale regista – oh, parere personale – chiede loro, più che altro, di fare smorfie e strabuzzare gli occhi. Anche le smorfie si possono fare bene o male, però, in questo caso non risultano comiche e io mi accontento, ma la recitazione vera raramente è basta sull’esteriorità. Credo. Poi è vero invece che Guth evidentemente non è Mirabella e che ha lavorato con i cantanti. Le luci, certo, quasi solo in teatro si possono valutare.
      Sulla oggettività dei criteri di realizzazione hai ragione, ma siamo nel campo ben più ampio delle arti performative, no? Una cosa può essere ben realizzata me non per questo è automaticamente “bella”.
      Sono stato più prolisso e il mio italiano risulterà sicuramente peggio del tuo. Mi secca molto. Vorrà dire che non ti presento quella bella signorina che ha lasciato qui sul blog un apprezzamento per te e la prossima volta, nell’orrida Venezia, ci beviamo un caffè da soli.
      Ciao e grazie anche a te per l’intervento 🙂
      P.S.
      Aggiungo anche che alcuni si sono meravigliati che “Bullo” abbia questa volta espresso un’opinione diversa da “Mattioli e Giudici”. A parte che mi danno troppa importanza, ci sono persone che ci vedono come la Spectre, che trama nell’ombra per costruire consensi. E pensa che io non ho neanche un gatto. Sono proprio quattro cani per strada.
      Augh.

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      • Iris 10 dicembre 2012 alle 12:50 pm

        Non vale…..anche io voglio essere presentata al Mattioli, che ammiro! Vabbe’ che non sono signorina (problema) e che non sono stata presentata nemmeno a te (altro problema), pero’ non formalizziamoci.
        Ciao!!!
        Iris

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      • amfortas 10 dicembre 2012 alle 6:49 pm

        Iris, non chiamarti le sfighe, che poi ti arrivano eh? E poi tu sarai sempre signorina, in senso buono. Cavolo e poi non hai neanche 25 anni, mi pare.
        Ciao 🙂

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  14. Mattioli 10 dicembre 2012 alle 9:43 am

    Genio Bullo,

    prima le cose importanti: chi è questa misteriosa bella signorina di cui (stra)parli? E soprattutto perché non me ne hai mai parlato prima? Mi sono perso qualcosa? Oppure ti sei talmente identificato in Lohengrin che mai devo domandarti eccetera eccetera per quattro ore?
    Venendo alla Tua risposta, controrispondo e poi mi taccio per sempre. Sulla recensione: no, non lo era. Non lo era perché il critico della Stampa è (per fortuna) il Geo Pestelli. E, per quanto mi interessino le regie, nessuno sano di mente potrebbe recensire un Lohengrin senza dire nulla della parte musicale.
    Sulla tivù: non mi sono spiegato. Non contesto il fatto che ci si possa fare un’idea dello spettacolo dal video. Anzi, prima o poi (meglio prima che poi) bisognerà decidersi a riflettere su come l’opera in dvd, al cinema e in tivù cambi anche la nostra percezione dell’opera in teatro, esattamente come il cd ha cambiato la nostra attitudine d’ascolto. No: io obiettavo solo che, visto i pessimi precedenti, non so quanto le dirette di Rai5 siano adeguate allo spettacolo. Se uno vedesse il Don Giovanni di Carsen solo in video, avrebbe un’idea completamente falsata della regia.
    Sulla recitazione: scusami, ma quel che Guth ha chiesto ai cantanti è tutt’altro che l’ordinaria amministrazione. Un Lohengrin cui viene chiesto di cantare le prime frasi sdraiato per terra dando le spalle alla platea, di simulare attacchi epilettici, di fare un pediluvio (d’accordo, detto così sembra una cretinata, e invece…) non mi sembra proprio consueto. (Per inciso: Kaufmann ha fatto un capolavoro, degno di stare accanto al suo Werther, con la differenze che lì la regia non c’era, qui sì).
    Ultima notazione e poi sparisco. Si leggono ovunque obiezioni sul fatto che non c’era il cigno, mancava l’argentea corazza etc. Chiedo: ma qualcuno ha visto qualche Lohengrin, dal vivo o in dvd, negli ultimi vent’anni? No, perché io, che ormai ho una certa età (e tuttavia sembro il nonno di Bullo!), di Lohengrin “tradizionali” non ne ho visti mai. Per fortuna, aggiungerei.
    Beh, scusate ancora. Ciao ciao
    AM

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    • amfortas 10 dicembre 2012 alle 6:31 pm

      Alberto, ciao. Per la misteriosa signorina vai qui e cavatela da solo. Come avrai notato non è l’unica, c’è pure Iris qui che si autocandida.
      La recensione di Pestelli ancora non è disponibile, mica posso inventarmela, La stampa saprà bene se la sua politica editoriale funziona, peraltro.
      Hai ragione sull’opera in TV, sicuramente. Sono d’accordo anche su Kaufmann e anche che abbia ben realizzato le richieste di Guth, però il risultato complessivo continua a non piacermi. Siccome sei un amico, ti racconto questa. Oggi ho ascoltato questo Lohengrin, ribadisco “ascoltato” e, pur sapendo che il teatro lirico ha un senso solo in teatro, appunto laddove c’è un allestimento scenografico e registico – bello o brutto che sia – mi sono sorpreso a pensare: Orca (era un’altra parola ma transeat), che bravo Jonas qui. Era il saluto iniziale al cigno. Quando l’ho visto (e sentito) in TV invece, ho bestemmiato. Capisci vero?
      Sul cigno sono d’accordo, chissenefrega. Soprattutto sono d’accordo sul fatto che sembri mio nonno 🙂
      Ciao e ancora grazie, scusa (tu e gli altri) il ritardo nella risposta ma oggi avevo altro per la testa.

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  15. marisa 10 dicembre 2012 alle 10:37 am

    Ho riflettuto molto sui pareri opposti e credo di capire il bisogno di “antieroi” nel nostro tempo.
    Non è il prototipo dell’antieroe “puro e folle” il principe Myskin, che tutti abbiamo amato moltissimo? Siamo stufi di retorica e già Brecht ci ammoniva a non desiderare troppi eroi (“Beata quella terra che non ha bisogno di eroi!).
    Ma rischiamo di fare una grossa confusione se cortocircuitiamo il piano trascendente e archetipico con il quotidiano e confondiamo le matrici fondanti della psiche con i comportamenti dell’Io.
    L’affermazione teologica che “siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio” non vuol dire affatto che siamo dei più di quanto lo siano gli animali o gli alberi, ma è un invito a scoprire (percorso difficilissimo che i mistici testimoniano) le tracce della Bellezza creatrice, della Realtà e Verità continuamente in divenire nella vita e quindi anche dentro di noi.
    Gli Dei non più riconosciuti e venerati dalla coscienza, sprofondano nell’inconscio e diventano malattie, secondo la concezione archetipale di Jung portata avanti soprattutto da Hillman e così Dioniso diventa isteria e orgia, Apollo freddezza e crudeltà, ecc…
    Tornando al Lohengrin di Guth, lo scollamento dal piano mitologico e simbolico ha portato a patologizzare i personaggi e a calarli in uno spazio-tempo da una parte ristretta (il secolo XIX), dall’altra ambigua e paludosa, senza alcuna libertà magica. Che differenza con gli arditi e essenziali allestimenti di Peter Brook del “Flauto Magico” e del “Don Giovanni”, che, nonostante l’estrema riduzione, conservano intatto, anzi esaltato, il piano simbolico!
    Mi piacerebbe, , entrare nei dettagli di tutta l’opera di Vagner fino a scoprire perchè la fine di Elsa è così diversa da quella di Psiche e delle altre eroine delle fiabe analoghe e che tipo di eroe è Lohengrin e perchè non può più salvarla, ma questo richiede altri spazi. Certo che la musica e le parole di Vagner (perchè non dimentichiamo che anche i testi sono fortemente voluti e fatti da lui e quindi sono essenziali per la comprensione) meriterebbero un approfondimento più fedele!

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    • amfortas 10 dicembre 2012 alle 6:39 pm

      Marisa, rigrazie per gli interventi che credo possano essere chiarificatori anche per gli altri a capire meglio cosa intendevo con l’audace titolo “Freud for dummies”.
      Bellissimi tra l’altro gli spettacoli che citi di Brook.
      Ho una domanda: come mai scrivi Vagner e non Wagner? Ti hanno scippato la dabliu dalla tastiera (a me è successo, tanto tempo fa, con un’altra lettera)? O è un lapsus freudiano e non ti riesce di schiacciare la “W” perché avevi un gatto che si chiamava Wolverine World Wide?
      Ciao e grazie 🙂

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  16. claudio (varditto) 10 dicembre 2012 alle 12:45 pm

    bellissima recensione, l’ho trovata per caso. Mi permetto di segnalare la modalità cinobalanica (direbbe Gaddus) della presentazione tv: una signora ha pronunciato per due volte “Lohèngrin”. Inaudito. Io poi ero abituato a un Lohengrin cavaliere del Graal, mentre questo è un ubriaco col delirium tremens: casca lui, casca Elsa, in subordine si sdraiano sul pianoforte. Picconate il regista, dico io. Lohengrin non è Edgar Allan Poe rinciuchito sulle strade di Baltimora! (sia detto con tutto il rispetto per Poe, ovvio). Ortrud, la migliore. Mi sono consolato con la bella voce di Heinrich (un po’ fissa, in verità). Ma temo che la maggior parte dei convitati (di pietra?), in platea e nei palchi, abbiano assistito al “Lohèngrin”. Un’altra cosa.
    claudio

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    • amfortas 10 dicembre 2012 alle 6:47 pm

      Claudio, grazie per i complimenti. Oggi sono perseguitato da Gadda, ho persino scritto una stupidaggine su di un altro blog. Fa niente.
      Hai ragione, la presentatrice ha detto proprio così: Lohèngrin. Ho avuto un mancamento, speravo in qualche intervista a Lissner, che mi avrebbe fatto dimenticare quello che avevo appena sentito sputandomi un Scalà tra naso e denti. Invece niente.
      Molti dei convitati alle prime scaligere non sono di pietra, sono mummificati proprio. Credo che alcuni non si muovano da lì dai tempi della Callas.
      Grazie anche a te, mi spiace che il caso che citi come veicolo (si può dire?) del tuo incontro con questo blog sia stato così crudele. A rileggerci, spero.

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  17. marisa 10 dicembre 2012 alle 8:30 pm

    Hai ragione. Si tratta proprio di un lapsus freudiano, tanto più che ho avuto un marito di lingua madre tedesca e appassionato di Wagner. Visto che finalmente riesco a scrivere il nome giusto?:-)
    Forse mi hai dato la spinta giusta…Grazie.

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  18. biondasirocchia 12 dicembre 2012 alle 8:55 am

    Quest’anno è stato magro per i risieri. Molti non hanno neanche raccolto il prodotto, perché il prezzo era così basso che ci avrebbero rimesso i soldi per il controterzista e la mietitrebbia. Così il riso è marcito nei campi e dà di sé un orrido spettacolo tutt’ora. Probabilmente l’ispirazione per quella specie di selva dei suicidi dove il povero Lohengrin si lavava i piedi viene dalle pianure lombarde….

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  19. amfortas 13 dicembre 2012 alle 9:56 am

    Alu, no no non c’è bisogno, però ti segno ugualmente assente all’appello 🙂 Ciao!
    Bionda, un Lohengrin in salsa padana ci mancava, no? Ho rivisto la registrazione e, francamente, il terzo atto è quello più convicente dal lato musicale mentre proprio le scene non mi vanno giù. Fa niente.
    Ciao anche a te!

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  20. Roberto Mastrosimone 17 dicembre 2012 alle 9:57 am

    Avevo in programma di scrivere qualcosa su questo “Lohengrin” sul mio blog, ho rivisto (più di una volta) e riascoltato lo spettacolo in oggetto, ho letto le recensioni sulla stampa italiana e straniera sperando di avere una “illuminazione”, però anche coloro che ne scrivono bene quando si tratta di venire al dunque e darne una “spiegazione esaustiva” finiscono nel generico, rimasticano ciò che Guth ha scritto nelle note di regia e tanti saluti! Ho la sensazione che abbiano capito quanto me e forse meno 😦
    Quest’anno la ripresa tv, affidata ad altra regista, era tutto sommato buona. Io sono un sostenitore dell’opera in tv e in DVD, quel che è negativo al limite sono alcune regie (e purtroppo la Rai non coltivando questo genere non ha grandi specialisti nel settore, anzi ne aveva uno prematuramente scomparso lo scorso anno).
    Può darsi che sottoponendomi all’ennesima visione/ascolto di questo spettacolo mi venga l’ispirazione. Per il momento la mia tentazione è di esprimermi come il rag.Fantozzi 🙂

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  21. amfortas 17 dicembre 2012 alle 2:13 pm

    Roberto, in buona sostanza la penso come te. Ho anch’io rivisto più volte la registrazione e anzi, il terzo atto che è anche quello che mi convince di più dal punto di vista vocale, lo trovo proprio campato in aria e non mi convince per nulla. Boh, fa niente.
    Però se ti devo dire la verità la citazione fantozziana a me è venuta spontanea per la regia di Ozpetek nella Traviata al San Carlo: un collage mal riuscito di tutte le regie tradizionali degli ultimi 3 secoli, con la povera Giannattasio, che brutta non è, ingoffita con costumi inappropriati. A quel punto, quasi quasi, preferisco Guth!
    Ciao 🙂

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  22. winckelmann 24 dicembre 2012 alle 8:14 pm

    Arrivo come al solito ultimissimo perché, come sa chi mi conosce, la tv in casa mia non ci sta e quindi la diretta della Scala la vedo a Natale grazie alla Santa Mamma che me la registra.
    L’ho vista oggi e non ho intenzione di dilungarmi in conferenze interpretative. Dico solo che questo spettacolo per me è finito da tre ore e da tre ore le cose che ho visto mi rigirano per la testa. Non posso dire che tutto sia stato bellissimo o, per me, chiarissimo, ma che un’emozione forte questo spettacolo me l’abbia data, questo si.
    La cosa veramente scandalosa, come qualcuno un po’ più su ha già evidenziato, è stata la gestione della diretta: dalla svalvolata che dice Lohèngrin e chiede a Roberto Bolle cosa si prova a essere alti al cretino che ha messo il cartello con la battuta di Woody Allen in chiusura del secondo atto. Come diceva il mio povero babbo, gente così altro che in televisione: a zappare delle vigne bisognerebbe mandarli.
    Buon Natale.

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  23. amfortas 25 dicembre 2012 alle 10:10 am

    winckelmann, ciao! Io ho rivisto a spizzichi emozzichi lo spettacolo più volte e alla fine resto sulle mie posizioni: allestimento pretenzioso, intellettualoide e forzato, genericamente “carino”. Certo, se devo scegliere tra Guth e l’ennesima zeffirellata rimasticata fuori tempo scelgo Guth, che non sarà troppo originale – in questo caso – ma almeno cerca di raccontare qualcosa di diverso dal solito.
    Sul resto che ti devo dire: nelle interviste i ggggiovani hanno paragonato Lohengrin a Batman & Co, facendo quasi un catalogo leporelliano della Marvel. Sai, ma chissenfrega, a ‘sto punto 🙂
    Ciao, grazie e auguri.

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    • winckelmann 25 dicembre 2012 alle 10:58 am

      Più che “i giovani” direi quei quattro replicanti ossigenati e imbellettati che hanno probabilmente tirato fuori da qualche saldo di Milano Moda. Spero bene che alla primina ce ne fossero anche di normali, che magari si saranno messi a ridere quando la svaporata ha fatto loro quella domanda cretina. Spero.

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      • Amfortas 25 dicembre 2012 alle 4:37 pm

        winckelmann, ora non li visualizzo, è l’unica parte che non ho rivista. Alla primina sì, c’erano tanti ragazzi normali e anche molti appassionati. Svaporata me lo segno, sento che mi tornerà utile.
        Ciao!

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