Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria dei Masnadieri al Teatro La Fenice di Venezia: l’estetica del brutto, sporco e cattivo.

L’orrida Venezia questa volta mi ha deluso, accidenti. Io volevo vedere almeno un rendering o un souvenir della Torre Cardin e invece nulla, maledizione!
torrePerché chi non vorrebbe che una zona già inquinata da fabbriche maleodoranti e altre meraviglie sia ulteriormente deturpata dal monumento a se stesso di uno stilista francese? Chi non desidera ardentemente un’ulteriore costruzione simbolo fallico che stimoli il fanatismo di qualche estremista di qualsivoglia credo religioso? Mica possono bastare campanili, minareti e pagode, no? E poi, leggo che la torre dovrebbe essere alta intorno ai 250 metri. Dico, sapete a che velocità arrivano a terra, da quell’altezza, le deiezioni dei piccioni e dei gabbiani assassini? Già vedo il titolo su tutti i quotidiani: Cacca di piccione uccide 650 giapponesi e provoca un maremoto che distrugge il Ponte di Calatrava a Venezia. Disperse 1600 fotocamere mentre 4200 telefoni cellulari risultano irraggiungibili.
Ok, c’è la buona notizia della distruzione del Ponte di Calatrava che è brutto forte (mai come lo spettacolo di Lavia, peraltro) e pericoloso come un tornante ghiacciato, ma i giapponesi non meritano una simile sorte, direi (strasmile).
Ma veniamo alle cose meno serie e cioè alla recita di ieri sera.
Solo pochi giorni fa, su OperaClick a proposito del Corsaro di Giuseppe Verdi, scrivevo:

Il Corsaro è un’opera di transito e riflessione che – a mio modo di vedere – va ascoltata “di pancia” godendo dei non pochi momenti pienamente convincenti e allo stesso tempo guardando con indulgenza alle altrettanto numerose pagine meno riuscite.

Partitura I Masnadieri

Credo che per I Masnadieri valgano le medesime considerazioni generali con alcuni distinguo che sono però riconducibili al mio gusto personale: nel Corsaro non c’è, dal punto di vista drammaturgico, una scena riuscita e coinvolgente come quella dell’incubo/sogno di Francesco, seguita poi dal confronto dell’altrettanto efficace scontro con Moser. E, soprattutto, credo che il testo originale di Schiller sia più robusto, pur nella sua appartenenza al ceppo d’ispirazione romantica comune.
Inoltre, al contrario della maggioranza, trovo molto riuscito lo stile, il linguaggio, che usa Maffei nel libretto. A questo proposito, segnalo l’ottimo intervento di Emanuele d’Angelo nel programma di sala.Masna 7
L’allestimento, di rara bruttezza, è firmato da Gabriele Lavia (che cura anche le luci) il quale – sarò pure cattivo – mi pare si sia limitato a trasportare nel melodramma verdiano l’impianto di base adoperato per la sua messa in scena del dramma di Schiller per il teatro di prosa. Peccato capitale, perché – mi sembra persino superfluo evidenziarlo – prosa e lirica sono caratterizzate da linguaggi diversi.
Una scena fissa rappresenta un non luogo (forse un’aerea metropolitana degradata?) in cui si svolge la vicenda. L’ambiente è caratterizzato da un enorme teschio disegnato sulla parete di fondo, sulla quale campeggia anche lo slogan “libertà o morte”. Sul palcoscenico, una grande croce stilizzata spicca tra riflettori da set cinematografico. Boh. Le scenografie (Alessandro Camera) e i costumi (Andrea Viotti) non possono che adeguarsi all’ispirazione del regista e nascono sgradevoli, se non proprio oggettivamente brutti.Masna 6
Tragico poi vedere i cantanti che – in questo scenario contemporaneo – recitano secondo gli stilemi più classici del melodramma: mani giunte, braccia aperte, perlopiù impalati al proscenio. Ovviamente il Coro – a tutti gli effetti un personaggio dell’opera – è sempre statico.
Innumerevoli le incongruenze e le ingenuità: perché se vedere la Agresta pronunciare acciaro e spada omicida con una pistola in mano è sopportabile, non si capisce per esempio – o almeno non lo capisco io – perché Moser debba essere vestito come un prete cattolico.
Terribile e comica la caratterizzazione di Francesco il quale, secondo Lavia, essendo perfido non può essere che deforme, circostanza che costringe il malcapitato baritono a trascinarsi per il palcoscenico in modo grottesco. I “buoni”, invece, sono belli o perlomeno normali. L’unico momento godibile dello spettacolo è l’incendio di Praga, perché i riflettori sparano direttamente in platea fasci fastidiosissimi di luce rossa: chiudere gli occhi è stato un piacere.
Estetica del brutto, forse. Mal realizzata, di sicuro.Masna 1
Per fortuna “il regista” musicale, cioè il direttore d’orchestra, ci fa sentire al massimo livello la musica di Verdi e quindi siamo subito a un’altra estetica, meno arzigogolata, ma sicuramente più godibile.
Daniele Rustioni infatti legge la partitura verdiana con grande equilibrio e ne evidenzia la malinconia delle vicende private, accompagnando con dolcezza, per esempio, gli squarci melodici delle arie e dei duetti tra Amalia e Carlo. Allo stesso modo, coerentemente, il direttore sottolinea con forza la rabbia truculenta di Francesco nel duetto con Amalia nella seconda parte (l’opera è in quattro parti). Molto efficace anche l’accompagnamento delle violente scene corali e magnifico il Preludio. Nel complesso l’Orchestra della Fenice si comporta benissimo e così il Coro, anche se per quest’ultimo qualche volta il volume è sembrato eccessivo. Peraltro sono masnadieri, no? Mica possono sussurrare!
Nella parte di Carlo c’era il giovane Andeka Gorrotxategui, che si è disimpegnato discretamente bene, dopo un inizio poco fluido – in cui ha palesato qualche difficoltà più nel recitativo che nell’aria o nella cabaletta – durante il quale ha cantato in modo piuttosto monocorde. Nel prosieguo della recita però, soprattutto nei duetti con Amalia, è riuscito a trovare anche delle discrete nuance interpretative. L’artista – nei limiti che gli impone la regia – convince anche dal lato attoriale e conta su una bella presenza scenica, mentre dizione e pronuncia mi sono sembrate perfettibili.
Il tenore ha una voce di timbro particolare, piuttosto scuro, ma non particolarmente fascinosa. Ragionevolmente credo che gli manchi anche un po’ di sicurezza nei propri mezzi e personalità artistica, ma in questo senso il tempo e l’esperienza possono essere fondamentali per la crescita del giovane artista basco.Masna 5
Il suo antagonista e fratello sulla scena, lo scellerato Francesco, era Artur Ruciński per il quale valgono le stesse osservazioni fatte per il tenore. Dopo un inizio stentato durante il quale la voce è sembrata un po’ morchiosa, il baritono si è ripreso e ha cantato bene la scena dell’incubo e il relativo duetto col basso. Efficace, anche per l’accento e il fraseggio, il duetto con Amalia, buono il finale. Ho notato qualche piccolo pasticcio con il testo, ma nulla di rilevante.
Ruciński aveva già affrontato la parte al San Carlo di Napoli nello stesso allestimento, probabilmente l’esperienza gli è stata d’aiuto, vista la caratterizzazione estrema del personaggio voluta da Lavia.Masna 4
Maria Agresta è stata una splendida Amalia. Voce di lirico pieno, forse un po’ anonima, il soprano è risultata la migliore della serata.
Fa piacere ascoltare un’artista con una linea di canto pulita, con la voce omogenea in tutti i registri, espressiva ed eloquente, elegante e misurata in scena. La sua Amalia è credibile – e non era facile, in quel contesto scenografico – sotto ogni punto di vista e gliene va dato merito. Dal lato vocale e interpretativo si nota come le agilità siano fluide, l’accento vibrante nei momenti più concitati, gli acuti sicuri e pieni, penetranti. Allo stesso modo il soprano esprime un morbido abbandono nella preghiera e rivela un notevole controllo del fiato nel legare le lunghe frasi dell’aria Tu del mio Carlo al seno, che le è valso un meritato applauso a scena aperta. Credo che l’artista avrebbe potuto osare di più nella coloratura, visto che la partitura le consente libertà di abbellimenti nelle cadenze (lo pretese la prima interprete, Jenny Lind). Comunque, una bellissima serata per il giovane soprano.
Giacomo Prestia (Massimilano) è stato bravo nel tratteggiare un personaggio piuttosto complicato, sempre a rischio di macchiettismo. C’è riuscito con la sua voce morbida, di volume notevole, com’è noto, e mostrando grande attenzione al fraseggio e all’accento: bellissimo, in questo senso, il racconto Un ignoto, tre lune or saranno.Masna 2
Di ottimo livello sono parsi tutti i coprotagonisti.
Il Moser di Cristian Saitta, preciso e autorevole. Cristiano Olivieri, in una parte tenorile non facile come quella di Arminio. Dionigi D’Ostuni, Rolla disinvolto in scena.
Alla fine il pubblico – teatro sostanzialmente esaurito – ha premiato lo spettacolo con calorosi applausi e alle singole ha tributato un trionfo a Maria Agresta e Daniele Rustioni, applaudendo comunque in egual misura tutta la compagnia artistica. Il responsabile della regia non c’era o, perlomeno, non si è presentato sul palcoscenico.
Di seguito la locandina. Un saluto a tutti, alla prossima!

VENEZIA, TEATRO LA FENICE, 18 gennaio 2013: I Masnadieri di Giuseppe Verdi.

 

Massimilano, Conte di Moor Giacomo Prestia
Carlo Moor Andeka Gorrotxategui
Francesco Moor Artur Ruciński
Amalia Maria Agresta
Arminio Cristiano Olivieri
Moser Cristian Saitta
Rolla Dionigi D’Ostuni
 

Maestro concertatore e Direttore Daniele Rustioni

Regia e Luci Gabriele Lavia
Scene Alessandro Camera
Costumi Andrea Viotti
 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

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9 risposte a “Recensione semiseria dei Masnadieri al Teatro La Fenice di Venezia: l’estetica del brutto, sporco e cattivo.

  1. Ulisse 20 gennaio 2013 alle 11:19 am

    Pierre Cardin, vero nome Pietro Cardin (Sant’Andrea di Barbarana, 7 luglio 1922), è uno stilista italiano naturalizzato francese.

    Viva Venezia! Ma secondo te la Venezia amata da Richard W. era poi tanto diversa da quella di oggi?

    Ciao, Ulisse

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    • Amfortas 20 gennaio 2013 alle 11:53 am

      Ulisse, ciao! Sì sì lo so che Pietro è “dei nostri”, è che io proprio non sopporto i gigantismi – chiamiamoli così – a meno che non si tratti di Wagner 🙂
      Non saprei rispondere alla tua domanda, sinceramente. Forse sì, oggi Venezia è diversa, almeno nel senso in cui sono diverse tutte le città a distanza di tempo così rilevante. Se ci legge winckelmann magari ci dice la sua.
      Il fatto è che io sono intollerante alla folla, prima di tutto, e Venezia è sempre un gran casino da questo punto di vista. Ma poi, sai, ci riflettevo l’altro giorno: stiamo vivendo in città pensate per altre esigenze e altri ingombri, fisici e mentali. Mi pare che si viva oppressi, sempre. Boh. Discorso lungo e impalpabile. Non saprei da che parte cominciare e soprattutto dove si potrebbe andare a finire.
      Ti cito Pulp Fiction (circa): Non fare domande spaventevoli se non vuoi ricevere risposte terrificanti.
      Ciao e grazie!

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      • Winckelmann 20 gennaio 2013 alle 3:37 pm

        Ecco la mia, anche se ogni volta che tocco questo argomento il cuore mi sanguina. Caro Ulisse, non ho visto la Venezia di Wagner ma ho visto quella di 35 anni fa, che più o meno è la stessa di quella di 20 anni fa. Poi le cose hanno cominciato a cambiare ed oggi vediamo a quale mortificante pantano questa città è stata ridotta. Un cadavere di città che sopravvive solo in funzione dei soldi che può rendere, niente di più di un qualunque parco di divertimenti per mandrie di turisti scarrozzati, spennati e mandati via per far posto ai nuovi che devono arrivare.

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      • Amfortas 20 gennaio 2013 alle 3:55 pm

        Winckelmann, una sintesi perfetta, che “giustifica” e spiega il tag “orrida Venezia” che contraddistingue le cronache delle mie trasferte lagunari. Lo scrivo anche a beneficio di chi, ahimè, non l’aveva ancora capito.
        Ciao e grazie 🙂

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  2. principessasulpisello 20 gennaio 2013 alle 6:23 pm

    Un’opera che amo molto e che, purtroppo, si vede raramente.

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  3. Amfortas 20 gennaio 2013 alle 8:04 pm

    Marina, vedere a breve distanza di tempo Corsaro e Masnadieri è una fortuna, davvero. A me già non dispiacevano tanto, e ora apprezzo di più entrambe.
    Ciao e grazie 🙂

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  4. Martino Badoèro 21 gennaio 2013 alle 4:57 pm

    Io sono felice per il successo per Rucinski, un baritono che da poco canta nei nostri italici teatri, che ho avuto modo di apprezzare (e con cui ho pure lavorato 😀 ) nel Roméo veronese! Peccato non sia lui Mercutio quest’anno 😦 , però vedo che l’anno scritturato come Germont…gli auguro tanto bene!

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  5. Amfortas 21 gennaio 2013 alle 6:46 pm

    Martino, ecco dove l’avevo già sentito, non mi riusciva di ricordarlo :-). Un baritono di buon livello, vorrei risentirlo in un contesto più accettabile dal punto di vista scenico.
    Ciao e grazie 🙂

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