Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria della Carmen di Bizet al Teatro Verdi di Trieste.

E così, il femminicidio più famoso del melodramma si è nuovamente perpetrato al Teatro Verdi di Trieste. Ovviamente sto parlando della Carmen di Bizet, seconda tappa della stagione lirica triestina (qui le interviste che ho fatto ai cantanti nei giorni scorsi).
Stava per consumarsi anche l’omicidio di un corista in diretta, scivolato su di un fiore vigliaccamente lanciato dall’alto durante la passerella finale: sembra che subito prima di rialzarsi abbia accenanto a La fleur que tu m’avais jetée, ma devo chiedere conferma. Una serata sanguinosa, insomma (smile).
Come i miei lettori forse ricorderanno, a suo tempo la scelta del titolo aveva lasciato qualche strascico polemico. Cito dal vecchio post, che potete leggere qui in tutto il suo splendore [diffidate da chi dice “odio citarmi”: io adoro attorcigliarmi intorno alle mie opinioni, le poche volte che sono sensate (strasmile)].

Prendiamo la Carmen che è quella che vidi al Maggio Fiorentino qualche anno fa, a firma Carlos Saura, regista cinematografico prestato alla lirica. Beh, avevo preparato una rassegna stampa con le critiche all’allestimento di firme prestigiose (non Paoli Bulli qualsiasi) ma poi sembra che si voglia girare il coltello nella piaga. Chi vuole si informi. Aggiungeteci che è uno spettacolo pensato per il palcoscenico del teatro comunale di Firenze, che è “leggermente” più ampio di quello triestino e, di conseguenza, dovrà essere riadattato. Di solito la qualità non migliora, in queste situazioni.

Sono stato facile profeta, anche se in effetti i problemi sono venuti più che altro dalla parte logistica di adattamento che da un risultato scadente dal punto di vista artistico.Carmen, Trieste 5 febbraio 2013
In questo senso, gli spazi più raccolti del Verdi triestino hanno giovato, aggiungendo un minimo di calore e atmosfera a un allestimento che era raggelante, asettico.
Merito anche di Elisabetta Brusa, che in qualche modo ha cercato di fare un lavoro di regia sui cantanti e sulle masse. Ma, si sa, mettere mano a uno spettacolo di altri è un problema: ci sono vincoli da rispettare che qualche volta si trasformano in spaventevoli zavorre che impediscono il librarsi del pensiero puro e l’intrecciano invece come nodi gordiani di esecrata irragionevolezza. Metafora audace, porca miseria, mi sa che sono stato posseduto dallo spirito di Paolo Isotta (strasmile).
Per farla breve, l’allestimento di Carlos Saura presenta una distonia profonda tra la materia trattata e il risultato ottenuto: rovente la prima, appena tiepido il secondo.

Lucio Gallo

Lucio Gallo

Specialmente nel primo atto o quadro, in cui le luci di Paco Belda paiono monocromatiche, si è respirata un po’ di noia. Le scene stilizzate e scabre di Laura Martinez sono funzionali allo spettacolo che ha il solo merito di sottrarre la Carmen alle incrostazioni di una Spagna da telenovela, molto simile alla caratterizzazione da cartolina che spesso subisce la Sicilia nella Cavalleria Rusticana di Mascagni.
I costumi, belli ma oleografici (per me, altra contraddizione) sono di Pedro Moreno. Potabili le coreografie di Goyo Montero.
Ma, come i miei lettori piccini sanno bene, nell’opera lirica c’è ancora questo vizio imperdonabile di cantare. Spesso è il problema maggiore (smile), mentre in questo caso è stata proprio la parte musicale quella vincente.
Da Donato Renzetti, direttore e concertatore di questa Carmen triestina, mi sarei aspettato di più. Immagino però che il tempo per le prove sia stato dedicato più alla regia e quindi una certa mancanza di calore sia da addebitarsi anche a questa circostanza. Certo, quella di Renzetti è una direzione che ha anche meriti, scevra com’è di eccessi esteriori e sempre attenta al palco (il difficile Quintetto del secondo atto e il Sestetto del terzo sono riusciti bene, anche grazie ai cantanti), intelligente nella leggerezza dell’accompagnamento del coro dei bambini. Forse il momento più alto è risultato il primo duetto tra Don José e Micaëla – spesso malamente ridotto a una poltiglia zuccherosa e strappalacrime – ma intense sono sembrate le atmosfere nella grande aria di Don José e anche il vibrante finale è stato di rilievo.

Luciana D'Intino

Luciana D’Intino

Luciana D’Intino è stata una Carmen di rilievo che ha risolto la parte col canto, senza strafare dal punto di vista scenico – spesso si vedono mezzosoprani che fanno cose che voi umani ecc ecc – e di ciò le siamo profondamente grati. La D’Intino, della quale si festeggiano in questi giorni i trent’anni di carriera, ha una voce importante ed estesa. Nelle pagine più famose (Habanera e Seguidilla) è stata brava, ma io ho apprezzato particolarmente la “scena delle carte” in cui medita sul destino, che è un momento di grande impatto drammaturgico. Ebbene proprio qui ho ascoltato una voce di mezzosoprano autentico, che affonda nelle note del pentagramma senza effetti cavernosi ma mantenendo anzi omogeneità di emissione. Brava!
Altrettanto convincente, considerata poi la giovane età, è stato Andrea Carè, nei panni scomodissimi di Don José. Questa è una parte difficile, che oltretutto si presta a confronti ingenerosi con i mostri sacri del passato. Carè ha una voce notevole, forse non gradevolissima al primo impatto, ma dotata di autentico squillo tenorile, merce rara ai giorni nostri. Gli acuti sono ben proiettati e penetranti, mentre è da perfezionare la mezzavoce, che infatti è usata con parsimonia: ne avrebbe guadagnato l’esecuzione della Romanza del fiore, peraltro accolta dal pubblico con uno dei pochissimi applausi a scena aperta.
Bene anche nel temuto duetto del primo atto con Micaëla e nei torridi finali del terzo e quarto atto. Un artista da seguire con attenzione, sicuramente.

Luciana D'Intino e Andrea Carè

Luciana D’Intino e Andrea Carè

Serena Gamberoni è stata una magnifica Micaëla.
Il soprano conta su di una voce bella, di buon volume adattissima alla parte,  e nonostante la giovane età, sta sul palcoscenico in modo invidiabile. Dal punto di vista attoriale le era richiesta un’interpretazione tradizionale e si è attenuta alle indicazioni, ma si vedeva che scalpitava un po’ (smile), desiderosa di fornire un’impronta più determinata al personaggio, di renderlo più forte. La Gamberoni inoltre ha il physique du rôle perfetto per la parte, e la circostanza giova. Evidente anche l’affiatamento con Carè – generazionale, anche, i due sono coetanei – che ha dato un’ulteriore pennellata di verosimiglianza al duetto iniziale.
Nella grande aria Je dis que rien ne m’épouvante del quarto atto Serena Gamberoni è stata convincente per espressività e accento, oltre che per la luminosità del timbro. Inoltre, il soprano può vantare un’intonazione immacolata e una linea di canto omogenea, solo leggermente disturbata da un accenno di vibrato stretto nella salita agli acuti.
Mi spiace riferire di una prova deludente di Lucio Gallo quale Escamillo. Proprio l’aria Toreador è stata notevolmente inficiata da un’intonazione precaria, peccato. Un po’ meglio ha figurato il baritono nel corso della serata ma nel complesso la sua prestazione, per quanto convincente dal punto di vista scenico, è stata insufficiente.
Il Coro del Teatro Verdi, preparato da Paolo Vero, è stato protagonista di un’altra serata in cui ha confermato di essere un complesso eccellente – al pari dell’orchestra – , anche dal punto di vista scenico e specialmente la parte femminile, in quanto molto impegnata sul palcoscenico.
Tutti i coprotagonisti sono meritevoli di una citazione non svagata, ma metterei in particolare rilievo la bravissima Yukiko Aragaki, soprano leggero che ha interpretato una brillante Frasquita, e il mezzosoprano Cristina Damian, convincente Mercédès.
Bravissimi anche tutti gli altri: Nicolò Ceriani, disinvolto Moralés, Gianluca Sorrentino, scaltro Remendado, Dario Giorgelé, vitale Dancaïre, Federico Benetti, ambiguo Zuniga.
Bene si è comportato anche il Coro di Voci Bianche “I Piccoli Cantori della Città di Trieste”, diretti da Cristina Semeraro.
Teatro sostanzialmente esaurito, ma estremamente freddo nei confronti dei cantanti che avrebbero meritato più calore. Preferisco non commentare le solite fughe dopo il secondo intervallo; la richiesta è sempre quella: non v’interessa? E state a casa, no? Mah! In compenso ho visto una signora che si è cambiata d’abito due volte nell’arco della serata. O forse erano due gemelle? Boh.
Tutta la compagnia artistica ha riportato successo. Alle singole trionfo per Serena Gamberoni, Andrea Carè e Luciana D’Intino, grandi applausi per Yukiko Aragaki, Cristina Damian e Donato Renzetti.
Secondo me nelle prossime recite il rendimento di tutti migliorerà, invito quindi gli eventuali indecisi a comprarsi il biglietto e applaudire i cantanti con più calore, se lo meritano.
Cavolo, non sarò mica un rappresentante delle centrali del consenso e venduto alle multinazionali del disco per niente no? Fatemi guadagnare ‘sta pizza, ecchecavolo (strasmile)!

Un saluto a tutti, alla prossima!

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14 risposte a “Recensione semiseria della Carmen di Bizet al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Appassionato 7 febbraio 2013 alle 12:44 am

    Caro amfortas, mi dispiace dissentire con lei veramente… su alcune cose… Incantevole la gamberoni… dai: sufficiente ! buona la linea di canto adesso non gridiamo al miracolo ha iniziato spingendo come un ossessa… bella la prova della Luciana veramente una grande artista.. ma dire insufficiente a gallo per l intonazione… mah.. Non posso credere per quanto mi piaccia un altro baritono estimato da questo stesso blog sia esso definito magnifico mentre gallo insufficiente…

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    • Amfortas 7 febbraio 2013 alle 8:21 am

      Appassionato, ciao. Evidentemente abbiamo criteri di valutazione diversi, lo capisco quando dici che Serena Gamberoni ha forzato come un’ossessa all’inizio: se l’ha fatto (e comunque spingere come un’ossessa è…altro) non era certo all’inizio, ma semmai alla fine.
      Io ribadisco il mio parere: incantevole!
      Ciao e grazie 🙂

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  2. giampiero del mercato 7 febbraio 2013 alle 10:04 am

    Chiedo scusa ma non capisco!!!!! Ricevo la sua posta regolarmente pertanto e’ ovvio che sono iscritto da qualche parte. Non riesco a ricordare la password o se il mio username per Lei e’ l’inidirizzo email intero o solo GIOVINCORE.Le cose sono troppo complicateGiampiero del Mercato Questa volta scrivo dall’ORRIDA venezia…..che io trovo splendida Date: Wed, 6 Feb 2013 22:06:20 +0000 To: giovincore@hotmail.com

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  3. Amfortas 7 febbraio 2013 alle 10:21 am

    Giampiero, il motivo del tuo furore mi è ignoto. Se sei iscritto al blog ti arriva un avviso ogni volta che pubblico un post, in automatico: è un servizio di WordPress, io non c’entro nulla. Non so nulla delle tue password o altro.
    Se gli avvisi ti disturbano, cancella l’iscrizione al blog.
    Se hai bisogno di chiarimenti, scrivi qui: amfortasloge@tiscali.it
    Ciao e buona giornata.

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  4. cieloinqualestasi 8 febbraio 2013 alle 7:03 pm

    Gentile Amfortas, leggo da qualche tempo, con grande piacere, il suo blog che trovo straordinariamente istruttivo.
    Posso farle una domanda che esula dalla Lirica? Non si dovrebbe scrivere “..diffidate DI chi dice..etc..” e non “diffidate DA chi dice…etc..?

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    • Amfortas 8 febbraio 2013 alle 8:44 pm

      cieloinqualestasi, la ringrazio per i complimenti. Rispondo alla sua domanda: diffidare “da” è usato in senso giuridico, diffidare “di” invece, si usa nel senso di “non fidarsi” di qualcuno. Immagino quindi, tristemente, di aver sbagliato la preposizione semplice. Mi lascio però una porticina aperta: forse visto il tono scherzoso del contesto in cui sono caduto nell’equivoco, anche il mio “da” può essere considerato, se non corretto, almeno accettabile?
      Ciao e grazie 🙂

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  5. espritsolaire 8 febbraio 2013 alle 10:41 pm

    Grazie Amfortas per i complimenti ricevuti per il Coro e l’Orchestra del Teatro..La gente comune non immagina il grande lavoro e il grande impegno che tutti noi ci mettiamo spesso con tempi veramente ristrettissimi per le prove musicali e le regie. Concordo con te sulla critica al baritono Lucio Gallo che devo dire è davvero la nota stonata di tutto lo spettacolo..e non sono solo io a dirlo ma moltissimi di quelli che sono venuti a vedere la rappresentazione. Grazie dei tuoi commenti sempre attenti e aderenti . Apprezzo molto il tuo blog, in questo mondo di critici spesso comprati o servi di linee editoriali che non lasciano libertà di esprimere veramente una critica sincera.. Grazie anche di ricordarti sempre, a differenza di molti altri tuoi colleghi critici musicali, dei personaggi secondari dedicando a loro sempre qualche parola!

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    • Amfortas 9 febbraio 2013 alle 9:54 am

      espritsolaire, grazie, il tuo commento mi fa molto piacere e, allo stesso tempo, mi imbarazza un pochino perché dopotutto mi limito a fare solo il mio dovere, nel rispetto di tutti.
      Permettimi solo di spezzare una lancia in favore dei critici. Se molti non fanno cenno ai coprotagonisti non è certo per noncuranza, ma per necessità editoriali legate allo spazio minimo che possono avere, soprattutto sulla carta stampata, le recensioni.
      Quanto alla moralità, credo che quello della critica sia un ambiente come tutti gli altri nel contesto del disastroso spettacolo “Italia 2013”. Ci sarà qualcuno disgraziato, ma la maggioranza è composta da persone per bene. Succede così ovunque e credo che tu, anche facendo riferimento al tuo lavoro, lo sappia molto bene.
      Approfitto inoltre del tuo intervento per chiarire un’altra cosa. Oggi ho parlato bene del Coro e dell’Orchestra, domani potrei parlarne male. Quello che non cambia è la mia attenzione ai vostri problemi anche quando siete fuori dal palco e anche in circostanze sfavorevoli. E, siccome credo che i fatti valgano molto di più delle parole, ti linko un paio di articoli:
      Qui
      e qui
      Ciao e grazie.
      P.S x tutti
      Ieri c’è stata la seconda recita di Carmen, mi farebbe piacere leggere qualche parere, per capire come è andata.

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  6. fabrizio 9 febbraio 2013 alle 10:47 am

    Assistito alla replica di ieri, venerdì 8. Mi associo a Paolo nel dualismo non risolto delle valutazioni sugli aspetti musicali e teatrali. Di questa Carmen, comunque, mi rimarrà il ricordo di un’esecuzione molto solida e curata nei dettagli, soprattutto nell’intesa fra orchestra, coro e solisti. Nei primi due atti Renzetti è, oltre che incalzante,un po’ sbrigativo; in generale, la sua lettura è forse un po’ troppo in bianco e nero per un’opera come Carmen, ma non perde nemmeno per un momento il controllo dei vai elementi concertanti, cosicchè il risultato è di un raro equilibrio senza sbavature. A partire dal preludio del terzo, invece, apprezzo la sua ricerca di sfumature e colori abbastanza inediti. Bravissimo il coro, in tutti i suoi interventi, e l’omogeneità dell’insieme , inclusi i comprimari, non ha conosciuto a mio avviso un attimo di cedimento, il che va ascritto a merito non indifferente in un’opera di difficile calibratura come Carmen.
    Resta l’handicap della realizzazione teatrale. Come ha spiegato esaurientemente Paolo, sia per gli ostacoli logistici creati, specie negli atti estremi, dagli assurdi pannelli che bloccano l’espansione dell’insieme costringendo ad una dimensione forzatamente cameristica un’opera che più “en pleine aire” non si può, sia – ancora peggio – per l’ingessamento che irrigidisce tutti i protagonisti, evidentemente limitati e impacciati nella resa scenica. Peccato, perché, con l’eccezione dell’Escamillo inelegante e cavernoso di Gallo, gli altri tre hanno cantato al meglio. Al vertice delle mie preferenze, comunque, pongo la D’Intino, lucida e intelligente nel proporre una Carmen di estrazione belcantistica, plasmandola sul suo arco vocale omogeneo in tutta la gamma ed evitando accuratamente ogni emissione di petto. Interpretazione al giorno d’oggi discutibile, ma con il pregio di una coerenza inossidabile. Che poi la seduttività del personaggio, nei primi due atti, non sembri essere nelle sue corde, e che la sua staticità meglio si sposi con l’alito tragico del terzo atto – concordo con Paolo che nell’aria delle carte l’intesa fra lei e Renzetti ha prodotto un momento di grande emozione! – non sapremo se dipenda dalle specifiche di questa regia o non piuttosto nella psicologia dell’interprete. Bello sarebbe aprire un discorso sugli orientamenti interpretativi odierni di questo personaggio, rispetto a cui mi pare la D’Intino si ponga in netta controtendenza, ma andremmo a finire lontano …
    Concordo anche sulla buona performance di Andrea Caré, soprattutto nei momenti lirici, mentre in quelli più sostenuti e nelle ascese verso gli acuti forse il materiale vocale necessita di qualche perfezionamento; e sulla buona prova della Gamberoni.
    Teatro gremito, pubblico attento ma non molto generoso.
    Grazie a Paolo per l’ospitalità, e saluti a tutti
    Fabrizio

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    • Amfortas 9 febbraio 2013 alle 2:50 pm

      Fabrizio, come sempre dopo i tuoi interventi non ho molto da aggiungere! Sulle interpretazioni di Carmen, davvero, hai detto una cosa giustissima e cioè che la D’Intino è in controtendenza ma, vivaddio, se lo può permettere eccome perché canta non bene, ma benissimo. E infatti si nota proprio nella scena delle carte, quando deve scendere sul pentagramma. Lì i suonacci aperti, cavernosi, i cachinni sono quasi la norma: lei mantiene omogenea l’emissione dove le altre si limitano a fare la voce grossa, che poi perde – inevitabilmente – proiezione. Poi certo, ci sono cantanti che sanno emozionare molto, ma non cantano bene come la D’Intino che tra l’altro io ho trovato addirittura superiore a se stessa, quando la vidi all’Arena nel (mi pare) 2006. Questo dal vivo, le incisoni sono…altro.
      Ancora una nota sull’allestimento, che è vero che qui soffriva un po’ di claustrofobia, ma ti posso assicurare che a Firenze era terribile, perché gli spazi enormi del Comunale lo rendevano ancora più frigido.
      Ciao Fabrizio, a presto.

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  7. Appassionato 10 febbraio 2013 alle 4:15 pm

    Ahahahah!!!

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