Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria del Macbeth di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: tremate, tremate, le streghe sono tornate.

Certo, ascoltare oggi il coro che intona, e soprattutto il Coro di Trieste che è spettacolare, una pagina come “Patria oppressa” fa una certa impressione. Forse non come a quasi metà degli anni 50 dell’Ottocento. Forse. Gli oppressori oggi sono altri. Sono quelli che applicano la spending review alla cultura e si fanno poi rimborsare dallo stato i preservativi che, peraltro, mai come oggi possono essere considerati sotto la voce “spese di rappresentanza”. E non c’è un cazzo da ridere, scusate la franchezza. Scusate questa volgarità alla quale non sono abituato, ma prendete questo linguaggio triviale come esempio della mia estrazione popolare. La parolaccia è democratica, la capisce chiunque, non ha importanza se una persona è colta oppure è ignorante. La parolaccia non è un messaggio polisemico. Se ti dico che sei un ladro bastardo, non c’è possibilità di fraintendimento. Quello sei, un ladro bastardo.
E allora anche “Patria oppressa” acquista un significato nuovo no? In questi particolari si vede il genio di Verdi e di altri grandi nel campo dell’Arte. Sapevano che la loro musica, le loro parole, sarebbero servite sempre. Anche a uno scribacchino come me, un giorno che causaforzamaggiore, tutto attaccato, si sveglia male, non ha alcuna voglia di farlo, ma sa che il suo “dovere” è raccontare come è andata la prima del Macbeth al Teatro Verdi di Trieste, l’otto marzo 2013.
Partitura Macbeth, Trieste 8 marzo 2013

Il regista Henning Brockhaus si avvale delle magnifiche scenografie di Josef Svoboda, che purtroppo non è più tra noi, e lavorando con intelligenza e di concerto col direttore Giampaolo Bisanti allestisce uno spettacolo bellissimo, colto, emozionante, mai volgare.
Brockhaus lavora con pochi elementi ma ha tante idee buone. L’atmosfera del Macbeth, quella tinta buia degli spazi e dei corpi, delle anime, permea il suo allestimento nel quale la Lady è strega tra le streghe. Una donna accecata forse prima dalla follia che dal desiderio del Potere che plagia un ometto da quattro soldi, un consorte che diventa una specie di insulsa macchina per uccidere a ripetizione.
Numerosi nel corso dello spettacolo sono i richiami all’onirico, agli incubi più che ai sogni. Sono belle le proiezioni e ben realizzato il gioco di specchi che fa comparire l’ombra di Banquo durante il banchetto.
Il lavoro registico sui cantanti è evidente, anche i coprotagonisti (penso alla scena del sonnambulismo) trovano il loro spazio.

Scena Finale dell'opera: in primo piano Giacomo Patti (Malcolm) e Armaldo Kllogjeri (Macduff)

Scena Finale dell’opera: in primo piano Giacomo Patti (Malcolm) e Armaldo Kllogjeri (Macduff)

Dal punto di vista vocale giganteggia il Coro. Sono tutti bravi ma, ovviamente spicca la prova delle ragazze le quali oltre che a cantare sono impegnatissime a recitare. Sono streghe sulla scena ma angeli dal punto di vista artistico.
Si impone subito anche Giampaolo Bisanti il quale, sul podio di una splendida Orchestra del Verdi (legni e archi vanno segnalati per la prestazione di stasera), ha interpretato magnificamente la partitura verdiana curando i particolari – straordinaria tutta la lunga introduzione al sonnambulismo – senza perdere di vista la continuità della narrazione e soprattutto la “complicità” con la regia.
In questo senso certe esplosive ruvidezze orchestrali (la musica di tempesta del Preludio, per esempio, oppure la scena del banchetto con le sue note “volgari”) si sposavano benissimo con ciò che poi si vedeva sul palco. Evidente anche l’affiatamento con i cantanti che segue amorevolmente, tra l’altro cantando pure lui (per fortuna non alla Oren, che era rumoroso come un tram).
Ne consegue che i cantanti stessi non preoccupati di superare barriere impenetrabili di suono, hanno potuto tentare la realizzazione di quel canto in sordina, soffocato, che Verdi voleva fosse la cifra paradigmatica dell’opera.
Fabián Veloz è arrivato a Trieste all’ultimo minuto ma è stato protagonista di una bella prova nella parte del Sir di Caudore. Credo che la collaborazione con Bisanti gli abbia particolarmente giovato, anche in prospettiva della sua carriera futura. L’artista argentino ha uno strumento di discreta qualità, dal timbro un po’ anonimo ma schiettamente baritonale, non è uno dei tanti tenori corti in acuto.
La sua caratterizzazione del personaggio, ricca di ripiegamenti e riflessioni soprattutto nei primi due atti, convince ed emoziona. Immagino che col tempo maturerà ulteriormente, mi piacerebbe sentirlo cantare questa parte tra 3 anni.

Fabián Veloz e Dimitra Theodossiou

Fabián Veloz e Dimitra Theodossiou

Ho molto apprezzato Dimitra Theodossiou, che è sembrata  più controllata del solito dal punta di vista attoriale. Anzi, direi che il soprano si è impegnata particolarmente in questa direzione, probabilmente stimolata dal regista e dalla coscienza che la Lady verdiana è una parte già molto estrema di suo, che mal sopporterebbe ulteriori eccessi di temperamento.
Dal punto di vista della vocalità si nota come la prima ottava non sia timbratissima, ma nel registro centrale la voce si espande e acquista corpo e volume, mentre gli acuti sono affrontati con una certa cautela che non ne pregiudica l’efficacia in una parte che presenta parecchi si naturali oltre al famoso re bemolle che chiude il sonnambulismo. Alla Theodossiou però non mancano certo la personalità artistica e l’esperienza e perciò il variegato fraseggio e l’attenzione ai particolari (bellissimo l’inciso Voi siete demente, rivolto al consorte durante il brindisi) contribuiscono alla piena riuscita della caratterizzazione del personaggio.

Dimitra Theodossiou

Dimitra Theodossiou

Anche Paolo Battaglia è stato protagonista di una prova positiva, perché a dispetto di una voce dal timbro non particolarmente suadente, ha comunque risolto il personaggio di Banco puntando sullo scavo della parola e una recitazione sobria, espressiva, che ha reso emozionante la grande scena dell’agguato.
Armaldo Kllogjeri (Macduff) ha cantato con qualche apprensione la sua aria ma comunque con buoni risultati, mentre è risultato pienamente convincente anche dal lato teatrale nella scena della scoperta dell’omicidio di Duncano e nel finale.
Bravo anche Giacomo Patti, un Malcolm più robusto di quanto si ascolti di solito.
I coprotagonisti sono stati tutti all’altezza della serata e hanno impreziosito con le loro prestazioni lo spettacolo.
Ho apprezzato in particolare Sharon Pierfederici  (Dama di Lady Macbeth) e Dario Giorgelè (Medico/Prima Apparizione), anche per la tensione con la quale hanno interpretato scenicamente la coinvolgente rappresentazione del sonnambulismo.

L'apparizione di Banquo (Paolo Battaglia) durante il Brindisi

L’apparizione di Banquo (Paolo Battaglia) durante il Brindisi

Il pubblico triestino, piuttosto numeroso ma freddissimo durante la recita come succede quasi sempre alle prime, ha accolto con grande favore lo spettacolo, chiamando più volte al proscenio la compagnia artistica.
Alle singole trionfo assoluto per Giampaolo Bisanti e successo vivissimo per il Coro, Dimitra Theodossiou, Fabián Veloz e il regista Henning Brockhaus.
Qui le interviste che ho fatto ai protagonisti per OperaClick
Questo è tutto, a seguire la locandina.

Un saluto a tutti, ma proprio tutti.

Macbeth Fabián Veloz
Banco Paolo Battaglia
Lady Macbeth Dimitra Theodossiou
Dama di Lady Macbeth Sharon Pierfederici
Macduff Armaldo Kllogjeri
Malcolm Giacomo Patti
Medico/prima apparizione Dario Giorgelè
Domestico Stefano Consolini
Sicario Francesco Musinu
Araldo Giuliano Pelizon
Le apparizioni Erica Benedetti, Emma Orsini, Irene Dussi, Francesco Felician
Maestro concertatore e direttore Giampaolo Maria Bisanti
Regia e luci Henning Brockhaus
Scene Josef Svoboda
Ricostruzione dell’allestimento scenico Benito Leonori
Costumi Nanà Cecchi
Coreografie Maria Cristina Madau
Maestro del Coro Paolo Vero
Assistente alla regia e alla coreografia Valentina Escobar
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Civica Orchestra di Fiati “Giuseppe Verdi” e solisti del Coro “I Piccoli Cantori della Città di Trieste” diretti da Cristina Semeraro
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14 risposte a “Recensione seria del Macbeth di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: tremate, tremate, le streghe sono tornate.

  1. CASSANDRO 11 marzo 2013 alle 12:08 pm

    CASSANDRO

    Non ti formalizzare Amfortas. Chi si meraviglia della parolaccia fondata e fondante, se non è completamente un incolto, sicuramente non conosce Gioachino Belli, secondo in questo campo, neppure a Padre Dante.

    Perciò, concordo con te, che “la parolaccia è democratica, la capisce chiunque, non ha importanza se è colto o ignorante. La parolaccia non è un messaggio polisemico” (era da una vita che non leggevo tale ultima parola), come concordo sulla considerazione che tutti “i grandi nel campo dell’Arte”, di qualsiasi Arte, hanno sempre parlato con considerazioni di carattere universale (fra i più vicini a noi, basti pensare a Sciascia e Pasolini)

    Tornando a quello che tu chiami, nel tuo caso impropriamente, “linguaggio triviale”, ricordiamo che di recente è stato anche dato grande rilievo, pur se in una situazione altamente drammatica, a . . .

    LA PAROLACCIA

    La parolaccia parolaccia è
    sol se non la nobilita chi parla,
    o scrive, o grida, e tutto ciò perché
    si fa volgare se a pronunciarla

    è chi parlar non sa, chi per andazzo
    non cerca altri vocaboli e non sente
    che è diverso “Non capisci un cazzo”
    dal più distinto “Non capisci niente”.

    Dà infatti “Cazzo!” autorità
    se viene detto per rafforzativo:
    “Torni a bordo, cazzo!”, okkei, sta
    più di “Su’ vada a bordo!”. Infatti è vivo

    il linguaggio intelligentemente espresso
    tipo quello del Belli . . . e poi è noto
    che il primo italiano in bocca è messo
    in un affresco di autore ignoto

    in San Clemente, dove si inveisce
    su chi trascina molto lentamente
    una colonna; ciò si percepisce
    dalla scritta ancora evidente

    in quell’antichissimo fumetto
    dove si legge le ben conosciute
    parole dal significato netto,
    cioè:“Trahite, fili de le pute” (1)

    L’era delle escort era lontana
    e quindi niente “Figli di puttana!

    Sbaglio nel dir che dire parolaccia
    non sempre ti espone a figuraccia?

    (Cassandro)

    (1) Una particolarità presente nei sotterranei della Basilica di San Clemente in Roma, è determinata da una parolaccia tipicamente romana, tuttora largamente in uso nel linguaggio popolare, contenuta in uno degli episodi della serie di “racconti a fumetti” (secolo XI) in lingua volgare (“Leggenda di S. Alessio e di Sisinnio”).

    Per notizia: di recente sono stato particolarmente attento, suggestionato in parte dai tuoi scritti (dei quali ti ringrazio), alla rappresentazione al Parco della Musica de “L’oro del Reno”, in forma di concerto, diretto da Kirill Petrenko, con Wolfang Koch, Martin Tzonev, Kor-Jan Dusseljee, Jurgen Muller — nomi che a me purtroppo dicono poco — traendone grande piacere e soddisfazione (perdona il giudizio elementare da non addetto ai lavori)

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    • Amfortas 11 marzo 2013 alle 12:58 pm

      CASSANDRO, come sempre ti ringrazio per le tue rime baciate 🙂
      Sappi che sono fortunato possessore da tanto tempo della raccolta di sonetti del Belli: li trovo una lettura magnifica e istruttiva.
      Ti voglio raccontare un piccolo aneddoto, che risale a una 20ina di anni fa e che ben rappresenta sia il costume italiota sia come le parole, anche le più banali e rispettose, possano essere considerate sconvenienti.
      Ero a quei tempi rappresentante di categoria e in tale veste invitato a un incontro in Prefettura a quella che, con eccessiva ridondanza, era stata definita “riunione ristretta”. Già qui, visto che eravamo tanti, si potrebbe obiettare su quel “ristretta”: se non lo fosse stata, in quanti avremmo partecipato? Comunque, dovevo rivolgermi a un certo punto al Prefetto e quando fu il mio turno cominciai con un rispettosissimo “Signor Prefetto…”. Non riuscii a terminare la frase perché il mio diretto superiore, seduto vicino a me, mi tirò per la manica e scandalizzato mi sussurrò sottovoce: “Eccellenza, lo devi chiamare Eccellenza!!!”
      Praticamente il mio “Signor Prefetto” fu valutato dal solerte funzionario mio superiore alla stregua di un insulto terribile, una parolaccia offensiva.
      Ovviamente io non rettificai e continuai col sanguinoso “Sig.Prefetto” e sai una cosa? Non fui né giustiziato in piazza né lapidato. Né da Sua Eccellenza il Prefetto né da altri. Si limitarono tutti a valutare le mie parole e basta, com’è normale che sia.
      Alla fine della riunione parlai col mio superiore e, immagino con suo sommo scorno, non gli dissi che era un cilindro fecaloide ma mi limitai a definirlo “stronzo”, che appunto non è messaggio polisemico e non si presta a interpretazioni.
      Quanto al Wagner, ho ascoltato – meno fortunato di te – solo la registrazione del concerto. Petrenko è un grande direttore, posso sperare in un Ring straordinario a Bayreuth, in quest’anno di celebrazioni.
      Ciao!

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  2. Valentina Escobar 11 marzo 2013 alle 2:51 pm

    Buon giorno a tutti ! In qualità di giovane donna di teatro, aiuto regista e coreografa del Maestro Brockhaus, sono davvero molto felice che dopo tanta fatica sia stato così tanto apprezzato il lavoro di tutti noi, di tutti gli interpeti e degli “artisti del coro”( mai come questa volta , degni di essere chiamati “artisti”). Un grazie particolare a tutte le splendide “streghe” che con la loro intelligenza, il loro talento,la loro umanità- disponibilità e alta professionalità , si sono messe in gioco, hanno amato e ridato vita con me alle coreografie dando il loro meglio contribuendo al successo dello spettacolo!!!!! Ancora grazie a tutti , al Maestro Brockhaus , al Teatro Pegolesi di Jesi , al Carlo Felice di Genova ,al Teatro Verdi di Trieste e al calorosissimo pubblico!!!!

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  3. Heldentenor 11 marzo 2013 alle 4:50 pm

    A un certo punto la scena sembrava una grafica di Spacal…………….che opera meravigliosa!!

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  4. fabrizio 17 marzo 2013 alle 10:53 am

    Caro Paolo,
    questa volta la faccio breve, perchè dopo aver seguito la replica di giovedì scorso non ho potuto che condividere in pieno la tua recensione. Per il sottoscritto, è uno degli spettacoli più esaltanti del Verdi dell’ultimo decennio, ed i meriti sono equamente divisi fra tutte le componenti. A titolo personale, aggiungo solo che la lady della Theodossiou, registro grave a parte, in certe sfumature di fraseggio mi ha ridestato brividi di sapore genceriano (e per me non è poco, e soprattutto è rarissimo!!!)
    Un caro saluto, Fabrizio

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    • Amfortas 18 marzo 2013 alle 9:32 am

      Fabrizio, mi fa molto piacere che tu abbia gradito lo spettacolo! Già vedo la gioia di Dimitra – so che segue il blog – nel leggere il tuo bel complimento. Sarebbe bello – se Trieste fosse una città diversa – che questo allestimento fosse riproposto.
      In giornata, lo dico per te ma anche per gli altri, la cronaca della mia trasferta a Venezia, per certi versi memorabile.
      Ciao!

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